lunedì 27 ottobre 2008

Due case e nessuna

Se non è augurabile avere un piede in due scarpe, figuriamoci un corpo in due case. Svuotamenti e porte che si chiudono o si aprono su epoche. Le pareti spoglie nelle stanze dei coamici sono dei varchi per la memoria (cosa c’era appeso che adesso non c’è più?), ferite sul tempo di ieri sempre più ieri, perché si va avanti, certo, sempre, fino a quando si può. Per sconfiggere l’horror vacui, complice una fiera di turismo nel fine settimana, ho lasciato la mia stanza come sempre, tranne per qualche cassetto svuotato ed il cui contenuto giace in un trolley al centro della camera. Come sempre, appunto. Giusto la scorsa settimana ho radunato tutte le carte inutili, veramente tante, e le ho gettate nel bidone di raccolta differenziata. Per il resto, tutto identico. E sì che a differenza dei coamici scelgo sempre le stanze ammobiliate proprio per evitare di smontare la mobilia per il trasporto. Non saprei proprio da dove cominciare, già è traumatico dover fare borsoni di roba da spostare. Certo, è come una valigia, ma moltiplicata per n unità che richiedono un certo metodo pratico di razionalizzazione completamente assente dalle mie abilità. Quindi ieri sono tornata in una casa quasi totalmente vuota, fatta eccezione per la cucina, la mia stanza ed il bagno dove sono rimaste le mie cose. Il coamico ha inaugurato la sua prima notte nella casa nuova, per non parlare della coamica, che il pomeriggio di undici giorni fa mi ha comunicato il trasloco ultimato in quella stessa mattinata, mentre io scrivevo in fretta e furia un articolo sul turismo religioso. Il Campidoglio mi attendeva per una serata terrazzata ed avvinazzata. Un saluto come se nulla stesse accadendo ed io sull’uscio come un’ebete. La storia saremo pure noi, come dice De Gregori, ma qualche volta mi piomba addosso ad una velocità impazzita. Forse mi perdo qualche dato, forse non voglio farci i conti, fatto sta che mi sento esclusa dal flusso degli eventi. Rimango indietro per guardarli meglio, perché non mi piace correre, per l’asma? Per malinconia, secondo me, e più di tutto per indolenza. Avere due case ma non possederne nemmeno una, facendo la zingara da una parte all’altra, imbattendosi dovunqe in scatoloni, è divertente come una trasmissione sulla fame nel mondo. Gli scatoloni, poi, hanno una curiosa caratteristica: o sono da riempire o sono da svuotare. Tristissima la prospettiva che li coinvolge, dunque, consistente in attività fisica, schiena piegata, polvere sollevata, fastidiosi imballaggi da fare e disfare. Un dito al c…, come dicono nei quartieri alti di Roma. Ora aspetto il mio coamico per cena. Viene a trovarmi la sera, dato che lavora qui vicino. Per telefono gli ho chiesto se venisse da solo o con la sua dolce metà, che per ora non esiste, facendo così finta di vivere ognuno per proprio conto. Che gag divertenti, eh? Posso fare di meglio, lo so, ma l’impegno che incombe sul mio fine settimana mi smorza il buonumore libero da stress, che incide anche sulle mie giornate. Trasloco: il primo pensiero quando mi sveglio, l’ultimo quando mi addormento. Manco fosse un amore, questo terrore. Intanto mi aggiro per casa facendo finta che non sia successo nulla. Non degno di uno sguardo le stanze abbandonate sulle quali le porte si spalancano impietose, mando messaggi e chiamo per fissare appuntamenti con i coamici facendo finta che sia tutto come prima, ci si vede anche fuori dalla casa. Patetico, lo so, vagamente sentimentaleggiante e completamente scollato dalla realtà. Il silenzio duro da raccontare dopo tante parole, la storia narrata da queste stanze e che non dà torto o ragione come quella con la S maiuscola, ma parla di condivisione nel bene e nel male. E i brividi vengono quando la pigrizia si allaccia alla saudade in un abbraccio annichilente. Come simbolo, uno scatolone. Perché anche questa casa ha avuto la sua storia. E la storia, qui dentro come nella casa precedente, beh sì, siamo stati noi, nessuno se n’è sentito escluso, tre aghi sotto lo stesso tetto con le inevitabili punture del caso. Lo penso guardando un piatto di farro un tempo finito nello scarico del lavello per mia indimenticabile iniziativa. Questo piatto di farro condito di nostalgia ripassata nel passato siamo noi tre, anzi, lo siamo stati. E se il presente di scatoloni mi angoscia, solo il tempo appena dietro mi fa sorridere. Ecco perché mi giro così spesso. Fossi Orfeo, ripeterei sicuramente il disastro.

mercoledì 15 ottobre 2008

Il filosofo d’Egitto e lo scaricatore scaricato

La giornata inizia con una telefonata alle nove. In realtà sarebbe dovuta iniziare prima, lo capisco dal trillo del telefono fisso che mi riporta al coamico. Sicuramente era lui che chiamava dalla casa nuova dove aveva appuntamento con i pittori ed anche col traslocatore da me contattato. E infatti, appena accendo il cellulare, mi richiama: “Vale, io devo andare al lavoro, forse è meglio che venga tu a darmi il cambio per aspettare questo”. Era in ritardo di oltre mezz’ora. E così, spredicando contro la manovalanza ignara della puntualità con un piglio che nemmeno gli schiavisti nelle piantagioni di cacao, mi lavo e vesto velocemente per essere a casa nuova. La bella giornata, i discorsi di un anziano che raccontava di avere avuto un piccolo flirt con Gabriella Ferri da giovane (“Stava sempre a cantà ed a sonà co n’amico suo e la chitara ed io je dicevo de smetterla e de trovarse un posto. Pensi quanto me sbajavo, signora mia!”), il quartiere che infilo per arrivare a casa, mi mettono gradualmente di buonumore. Faccio conoscenza con i pittori, premiata ditta di fratelli dalle divertenti teorie tra il filosofico ed il surreale. Il primogenito mi dice addirittura di assomigliare a Toth Mose III, della famiglia di Ramses e custodito nel Museo Egizio di Torino. “L’ho visto da Piero Angela. U-gua-le!”. Lo guardo ed in effetti ha qualcosa di non europeo che si dilegua quando apre la bocca: “Ce devo annà a Torino, pe’ forza”. Insciallah. Dopo un quarto d’ora di discorsi che prendono un po’ tutte le direzioni mi chiama lo scaricatore che si era perso. Mi faccio trovare davanti al cancello che su mio giro di chiave si spalanca per far entrare il furgone. Lo seguo in una giornata di splendido sole che batte sulle mura aureliane, sul caseggiato degli inizi del Novecento, sul cortile che distribuisce agli ingressi delle varie scale. Felice di essere a Roma come agli inizi della mia vita nella Capitale, dalle infrastrutture ridicole, ma con un clima che si ciuccia ad una ad una tutte le città più all’avanguardia. Vatti a fare le ottobrate a Stoccolma, vai. Mi torna in mente lo sfogo in vernacolo dell’amica londinese quest’estate, indicando il sole: “Avoglia a disce tu stè a Londra, viat’a teje! C’mn’frega a meje ca stoc a Londra c’cuss stè qua!” (Trad. “Hai voglia a dire beata te che stai a Londra! Che me ne importa di stare a Londra se questo sta qua!”). Mario, questo il nome dello scaricatore, mi sembrava un po’ mogio. Si è scusato per il ritardo dicendo che era stato scaricato dal ragazzo che lo doveva aiutare. Non solo da lui. Mentre smontava letto ed armadio da portare via, infatti, si è sfogato con i pittori. La vicenda è semplice e drammatica: la moglie lo ha lasciato da un mese. Toth Mose III è partito in quarta consigliandogli un bel viaggio a Santo Domingo: “Te metti in aereo, te senti la pressione nelle orecchie e già stai mejo. La pressione te leva la depressione”. Mario scuoteva la testa: “So’ innamorato, nun me va d’annarmene, io la vojo riconquistà” “E poi la riconquisti”, lo interrompeva Toth Mose III, “Intanto te fai 15 giorni a Santo Domingo, tanto nun cambia gnente!”. La teoria di Toth Mose III era affascinante nella sua pura mascolinità, ma a quel punto ho ritenuto opportuno far sentire la mia voce di donna, sia per ristabilire gli equilibri sia ovviamente per impicciarmi. “E perché se n’è andata? C’è un altro?”. “No, so’ io che me so’ comportato male. Quante ne ha passate pe’ colpa mia, povera!”. Domanda che ti ridomanda, scopro che stanno insieme da quindici anni, hanno due figli e lui è stato, in ordine, cocainomane ed alcolista. “Ora so’ cambiato e glielo voglio dimostrà. Non bevo più nemmeno un bicchiere di vino!”. Toth Mose III ascoltava, commentando esattamente come riferisco: “Certo, ce devi stà co’ la capoccia, ma so’ inutili i sensi de colpa, ciò che è stato è stato. Il matrimonio è tutelato dallo Stato cattolico. Reagisci, nun farti prende da questo pessimismo cosmico leopardiano!”. A mio modo concordo con il filosofo egiziano spiegando a Mario che, se non c’è un altro, forse a lei serve semplicemente un po’ di tempo per avere di nuovo fiducia in lui. Il fatto di avere messo su famiglia non può che aiutarlo, i figli sono un legame per tutta la vita. Che lei poi gli consenta di vederli, di portarli a scuola e riprenderli all’uscita, è già un buon segno. Almeno non c’è quell’ostilità che si respira in molte situazioni simili. “L’altra sera mi ha permesso pure di rimanere a casa a dormire. Quindi che ce vede lei, posso sperà?”. Io alzo il pollice in segno di ottimismo e lui, che intanto si era informato sulla mia attività lavorativa, sorride per la prima volta. “Grazie. Se c’avessi più confidenza je chiederei de scriverme na lettera d’amore pe’ mi’ moje. Aò, sai che effetto?”. “Santo Domingoo!”, insisteva Toth Mose III, mentre quello rispondeva: “Sai che faccio io se salgo su un aereo? Prego che cade, a come sto!”. Dopo aver svolto tutto il lavoro da solo, con l’aiuto di Toth Mose III per portare sul furgone divano e vetrinetta, Mario se ne va quindi rinfrancato e dicendomi che per qualsiasi cosa ho il suo numero di cellulare. Io lo ringrazio non rispondendogli la stessa cosa, dato che lui ha pure il mio e non voglio trasformarmi nel suo consultorio. Una mattina soleggiata va bene, ma un altro giorno mica lo so, e metti che può piovere pure. “Tutto bene Oscarì? Daje che poi se famo na biretta!”, urla Toth Mose III al fratello Oscar. “Ma come? Me lavorate ‘mbriachi?”. Risata egizia su scala occidentale: “Nun se preoccupi che na biretta nun ce fa gente. Sul lavoro nun se esagera mai, quando siamo in borghese, invece, raddoppiamo le dosi. E comunque”, proclama faraonico agitando la cazzuola, “io sono lucido fino a quando non parto. Poi non rispondo più di me!”. “Benvenuto nel club”, avrei voluto dirgli, invece mi limito a sorridere ed a salutare la premiata ditta. “Ce venga a trovà. Lei è molto simpatica, sa?”. “Anche voi!”, affermo di cuore chiudendo la porta. Ed io che odiavo l’idea di avere operai in casa.

lunedì 13 ottobre 2008

L'ombra di Facebook

Un’ombra si allunga su questo blog e sulla vita in generale. Si chiama Facebook. Ad un certo punto tutti attorno a me hanno aperto una pagina Facebook, arricchendola, ampliandone il profilo e soprattutto riempiendola di commenti ed informazioni più disparate che fanno il giro di tutti coloro che hanno la stessa pagina e sono inseriti tra gli amici comuni, avvisati mediante mail ad ogni variazione della home page in particolare, della vita in generale. Certo, ci si può mantenere cauti, non eccedere con le notizie, ma a volte basta poco, un cambio di stato ad esempio, per scatenare il finimondo sulla bacheca consultabile da tutti. Affidarsi a Facebook è come confidarsi alla portiera. Facebook è l’addetto stampa che da un lato vuoi perché si sappia che esisti, dall’altro desidereresti sopprimere per riappropriarti di una dimensione più personale, fatta per esempio di sms o della vecchia telefonata da indirizzare ad una sola persona e magari, perché no, anche in privato. Osare con Skype, se il telefono sa di Novecento e ci si vuole sentire più XXI secolo, tanto per non staccarsi dal computer che tra un po’ ci porteremo anche in bagno, nostro compagno dalla mattina alla sera. E quindi, eccomi qui, dopo aver aperto un account Facebook ed aver trascurato il mio blog tra i rimproveri di chi me lo ricorda e le chiacchiere di chi commenta quanto accade su Facebook, fonte anche di tensioni tra Federica e Mirko. Chi sono? Una coppia che vede un’amante dei libri costretta a scrivere di tecnologia ed un perito informatico che si diletta a suonare bossanova. La prima che non cede a Facebook, il secondo che attraverso esso tesse le proprie relazioni sociali e imbottisce una rete di conoscenze e gossip tali da far sentire Federica, intenzionalmente e machiavellicamente, assolutamente fuori contesto. Obiettivo: farle aprire un account Facebook. E così quando si sta a cena si fanno riferimenti criptici per chi non ha Facebook, tanto che Federica lo tratta come fonte per eccellenza, anche di discriminazione. “Lo sai perché ve lo siete scritti su Facebook? Perché non mi calcoli in chat, perché non ho Facebook? Sei off line, scommetto che stai su Facebook”, e così via. Questo per chi è ignaro. C’è anche, però, chi incontri nella vita reale e poi ti fa sulla bacheca pubblica le domande relative a quanto hai sperimentato non virtualmente. A volte sono quesiti innocui, altre scatenano curiosità ed interrogativi che spesso non hanno ragion d’essere, ma crescono di vita propria tra gli amici comuni in rete, generando altre questioni dagli esiti imprevedibili. Il pettegolezzo che si fa tentacolare, autoprocreandosi da qualsiasi appiglio che la vita, anzi Facebook, gli offre. “Non mi avrà mai!”, sussurra piena di convinzione la coamica ancora per poco (co, eh, mica amica) quando sente quanto sia grande la quantità di scoperte che si fanno su Facebook; un po’, bisogna dirlo, anche per l’intenzione di chi apre la pagina. Se leggere che una persona da tempo persa di vista ha trovato l’anima gemella, per esempio, fa piacere ed incuriosisce (pettegolezzo benigno per un fatto positivo), apprendere di contro che un’altra persona che credevi impegnata è tornata single scatena il gossip comunque, ma dai toni ovviamente amari (tranne se l’altra metà della coppia era insopportabile e magari causa del fatto che non ci si vedeva più col piacere di prima). Per non parlare del tempo che, almeno agli inizi, si perde sfogliando le pagine di questo e quello. Mi ricorda gli inizi su Internet a perdersi nei meandri dei link, navigando all’infinito. Ore sottratte alla vita, alla scrittura, alla lettera che ti aspetta, alla lettura che ti cambierà in meglio. Forse le foto è meglio vedersele attorno ad una birra, forse i pettegolezzi è meglio scambiarseli a cena. Forse. Intanto Facebook. Bisogna farci i conti, come con l’epoca che ci è toccato vivere, Fede. Di certo non quella più conforme alla nostra indole veteronovecentesca, ma l’unica. Inutile protestare, sterile opporsi. Bisogna entrare nella follia contemporanea per tenersene davvero fuori, altrimenti è fuga che sa di snob, anche se questo classismo della mente ci piace tanto. Da oggi ricomincio a vedere anche il resto. C’è pure Facebook, ma non solo. E bisognerà imparare a gestirlo assieme agli altri deliri, il primo dei quali non ha età ed è trasversale a tutte le epoche.

martedì 30 settembre 2008

Lucciola post-contemporanea

No, questa è da raccontare. E in fretta, così se mi leggete eviterete di cercarmi, almeno solo per oggi pomeriggio (spero). Cosa non faccio per riempire questo blog? “Cosa è successo, insomma?”, si chiederanno i più curiosi. Non ho il cellulare, è la risposta che si riallaccia a due fattori: la mia proverbiale distrazione e la fissa del coamico che ultimamente, dopo aver dotato la casa di bellissime e praticissime tovagliette, propende per la tovaglia classica. Ieri sera, una serata come tante, dopo cena. Squilla il telefono centrale che mi fa prestare attenzione al fatto che il mio cellulare è come al solito sepolto in qualche tasca della borsa o dell’impermeabile in camera. Vado quindi a prenderlo, dato che spesso, povero, ha delle crisi d’identità da telefono fisso, visto che molto di frequente lo lascio lì dove sta. Non si è sentito mai accettato, ed a ragione. Da quando sono finiti gli anni Novanta non mi raccapezzo più, questa reperibilità perenne m’inquieta più della precarietà o del surriscaldamento del pianeta. “Non divagare”, direte voi venticinque lettori di questo blog (chissà chi coglierà la citazione manzoniana, mah). Prendo dunque il cellulare Nokia nero e lo metto sulla tovaglia ormai completamente nuda di piatti, posate e bicchieri. Una voglia matta di Internet intanto ci prende, anche perché io vorrei spedire degli articoli per sollevare l’attività odierna, ma il wireless della casa è ormai andato. “Proviamo con i cavi”, dice l’archicoamico dalle mille trovate. Allora prendo il mio MacBook e lo piazzo in cucina, sollevando un lembo della tovaglia e ripiegandolo sul cellulare che rimane così sepolto nel proprio sudario. Tutta presa dai miei articoli, da Facebook e da Youtube guardo impassibile il coamico che prende la tovaglia per sgrullarla di sotto. “Ho sentito un tonfo, c’era qualcosa?”, mi chiede mentre ripiega la tovaglia. Ed io categorica: “Assolutamente nulla, ma anche io ho sentito un rumore. Sarà stata una coincidenza”. “Già, e poi la tovaglia era leggera, non c’era nulla sopra”. “Infatti, non c’era nulla”. E torniamo entrambi ai nostri Mac e soprattutto alla rete, nostra quarta, presto terza, coamica. So che voi avete capito tutto, io ancora no, però, almeno non così presto. Come al solito si fa notte alta, la casa spegne le luci ed io mi ritrovo sola a scrivere. “Adesso basta, domani mi devo svegliare ad un’ora decente”. Cerco la sveglia, che coincide col mio cellulare. Non c’è. Cerco in camera, ma facendo mente locale ricordo di averlo portato in cucina. Dietro al televisore? Sopra? Vicino ai fornelli? Sul muretto? In fondo è nero, si mimetizza…Niente. Ormai avevo sonno, quasi le tre e nessuna traccia della mia sveglia. L’unica soluzione, l’ultima, era quella di chiamarmi col telefono centrale. L’avevo scartata per non svegliare gli altri, ma a quel punto dormivano sicuramente della grossa. Sarei corsa immediatamente dove avessi colto il trillo. Il cellulare squilla, nessun suono. Nessuno nessuno. “Che mistero è questo?”, mi domando mentre un fascio di luce lontano si avanza progressivo nella mente. Una luce blu, come quella del cellulare quando trilla. Faccio un ultimo giro in bagno, sto con l’orecchio pronto casomai il disgraziato si è ficcato nelle stanze dei dormienti. “Non è in casa, è uscito”, osservo dando a me stessa un po’ della matta. E dove sarebbe potuto andare? La luce mi abbaglia: giù, al piano di sotto! Riprendo il telefono, il cellulare riprende a squillare. Mi affaccio sul davanzale della finestra in cucina e lo vedo giù, ben piazzato vicino alle piante del terrazzo al secondo piano, luce nella notte di Casal Bruciato. Lo sento nitidamente, insistente, lucciola del XXI secolo tra i piani del caseggiato a riposo. “Eccolo, è uscito”. Veramente è stato buttato, non morendo. Questo cellulare mi assomiglia, per quanti sanno dell’investimento mortale per il parabrezza che si è rotto a contatto con la mia tempia sinistra, detta nel mio dialetto “lu suenn”, perché quando ci si sbatte è sonno perpetuo. Stamattina era stato tolto dal terrazzo. Ho provato a suonare al citofono della casa interessata, ma non c’era nessuno. La buonafede voglio salvarla perché se mi chiamo squilla ancora ed il coamico, tra le risate, mi ha assicurato che il terrazzo del secondo piano appartiene a gente di mezza età tranquilla che non penso si mette a fregare i cellulari altrui. Poi tutto può essere. A caval donato, e soprattutto a Casal Bruciato…Sperando in un lieto fine della vicenda, traggo da quest’episodio due insegnamenti, come accade con le favole di Esopo che suggeriscono sempre una morale. Primo: il Nokia è il telefono migliore, non ti abbandona mai, al massimo si allontana.
Secondo: gente come me è nata per utilizzare la tovaglietta.

lunedì 29 settembre 2008

Il regalo della testimone

Lo so che molti di voi si sono rassegnati. Ai post irregolari, (“Quand’è che ne scrivi uno? Al lavoro mi annoio!”), alle promesse mancate (“Ma insomma, la trilogia di Prati?”), allo sguardo assente e svagato (“Mi senti? Ti ricordi? Hai capito?”), ma il fatto che alla fine ci proviate ancora a venire qui, a darci un’occhiata, testimonia la fiducia di cui nonostante tutto godo. Cosa ho fatto dunque in questo periodo? La solita tiritera, condita da un po’ di depressione, fino a quando non si è tramutata in sgomento alla comunicazione che sarei dovuta partire per una minicrociera alla volta di Barcellona. Inutile entusiasmarsi, perché tanto ci sono scesa poco più di un’ora per risalire a bordo. Fortunatamente ho trovato un tempo splendido, dato che il mio massimo timore era imbattermi nel mare grosso come accadutomi al ritorno da una minicrociera da Palermo a Civitavecchia, quando il libeccio iniziò a soffiare sul Tirreno non dandomi scampo e costringendomi a passare una notte abbracciata al water, come dopo certe feste giovanili. Ne parlo con Floriana cui dico che posso portare un’altra ragazza dato che divido la stanza con una collega che porta un’amica e chiedendomi chi contattare dato che tutte lavorano. E quella senza dubbi dice: “Portaci me, prendo mezza giornata giovedì ed un giorno di permesso venerdì, voglio venireeee!”. Ed io le dico che va bene, per me…poi, mentre parlo con l’ufficio stampa della compagnia per comunicare gli estremi della sua carta d’identità, mi viene il lampo di genio: “Sai, sono la sua testimone, è il mio regalo per le nozze”. Quella rideva, magari però riuscivo a convincere la sposa. Provarci non mi costava niente, esattamente come la minicrociera. Questa cosa che i regali bisogna pagarli, poi, qualcuno me la deve spiegare. Soprattutto mi deve spiegare con cosa, dato che ho avuto il malaugurato momento di sincerità di dire a Floriana che mi avrebbe fatto piacere, in qualità di testimone, regalare a lei ed al suo futuro marito le fedi, dall’alto valore simbolico. E quella che cosa mi va a sghignazzare? “Bene, vuol dire che sceglieremo quelle con i brillantini!”. Un grande senso dell’umorismo, quello della futura sposa. Insomma, fatto sta che Floriana alla fine viene con me per davvero. Tanto vera è stata la sua adesione che al momento dell’appuntamento con la navetta per Civitavecchia la tipa delegata a raccogliere i pervenuti aveva il nome suo, non il mio. Questo me lo sono spiegato subito, dato che informata all’ultimo momento ho dato gli estremi del mio tesserino di giornalista, correggendoli il giorno dopo con quelli della carta d’identità di cui al momento ero sprovvista, al contrario di Floriana quando ho comunicato i dati per la prima volta. Servendo agli organizzatori solo il documento d’identità o il passaporto, come dettomi dall’ufficio stampa il giorno dopo, ho subito provveduto, ma evidentemente la lista è stata fatta già dal primo giorno. Lo stesso si sarebbe ripetuto all’imbarco? Per fortuna no, la mia autostima ne avrebbe un po’ risentito, da invitata essere considerata a rimorchio di Floriana sarebbe stato un po’ troppo. La patita delle crociere ha subito preso in mano la situazione, inquadrando cabina e sua ubicazione, mentre io, staccando completamente il cervello, mi affidavo a lei per qualsiasi azione non concernesse il mio lavoro. La chicca della crociera è stata la carta vip, che dava accesso a tutti i servizi della nave praticamente gratis, mettendo in conto i costi nientemeno che all’armatore stesso. Una pacchia. Non parlo degli alcolici, consumati in maniera modesta (solo una birra ed uno spritz in due giorni), perché Floriana non è mai stata una beona ed io sono veramente cresciuta, me ne rendo conto anche da questi particolari. La carta vip comprendeva anche la beauty farm e tutti i trattamenti connessi. Quindi Floriana, approfittando della sua pressione alta che la fa schizzare dal letto ad ore per me impensabili, andava lì a fare idromassaggio, sauna e bagno turco ogni mattina, tornando per sua stessa definizione “molle”, mentre io non sarei tornata mai più, avendo alle quattro del pomeriggio una minima inferiore a sessanta ed una massima che a malapena arriva ad ottanta. Discorsi da vecchi? No, discorsi da ipotesi. Durante la conferenza stampa si è girata in lungo ed in largo la nave, facendomi compagnia nell’aperitivo di rito e godendosi un mare liscio come l’olio che non mi ha distolto dalla mia Xamamina preventiva e causa di coma notturno e semidiurno. Abbiamo mangiato divinamente, parlato un po’ di tutto e, nella sosta di poco più di un’ora a Barcellona, la futura sposa ha avuto l’abilità di comprare tre completi da Zara; individuare uno Starbucks per prendere, senza carta vip e dunque pagando con soldi sonanti come ormai si era disabituata a fare, una cioccolata calda per me ed un frappuccino per lei; acquistare, sempre senza carta vip, due magliette ed una spilla da Hard Rock Café. Un fenomeno, un’indemoniata? No, un’ipertesa senza dubbio, di quelle gravi. Io, ipotesa, non ho fatto una piega. I miei acquisti li faccio da lei, che mi regala, nuovo, il vestiario appena messo che non le va più (e per forza, a furia di frappuccini e caramello…e meno male che a Roma non c’è Starbucks!). “Ehi, bella, se vuoi, la mia bomboniera sarà ciò che non mi va più”, mi ha detto la bastarda quando le ho riferito che questo viaggio era il mio regalo per le sue nozze. Allora ho pensato per l’ennesima volta di essere la degna testimone di una sposa così spiritosa. Il momento più triste del viaggio, l’unico veramente sottotono? Quando abbiamo dovuto riconsegnare alla reception la carta vip prima dello sbarco. “Adesso pagheremo pure l’aria che respiriamo”. L’ho detto in dialetto, facendo ridere Floriana e pensando che, in effetti, magari fossi riuscita a trovare un po’ d’aria come la intendo io a Roma. In effetti avremmo pagato sì, ma lo smog, puto inquinamento.

venerdì 12 settembre 2008

L'ago e la crema

Chi sa le mie disavventure estive avrà subito capito di cosa tratta questo post. Non mi soffermo sui dettagli tecnici che mi hanno visto in preda alla peggiore delle bronchiti nel pieno dell’estate, salvata con un urlo soffocato quando all’ospedale hanno proposto il mio ricovero ed io, senza fiato, ho scosso nervosamente la testa rimandando al mittente l’invito. Così il primario di pneumologia ha sospirato, beato lui che poteva, compilando una cura da cavallo che prevedeva due punture al giorno per una settimana. Un ago nella chiappa ogni dodici ore. Questo significava, più di tutto, obbligarmi alla sveglia verso le otto e mezza, dato che la sera, abitando nel centro del caos, non potevo costringere l’infermiera a dover affrontare i disagi di una zona a traffico limitato. E così la sveglia si tramutava in paura, e questa in un ago portatore di una miscela così densa che la sua sola immissione nel mio sedere mi procurava alte lamentazioni stretta al braccio di mamma che si sedeva di fronte a me, mentre papà scappava per non sentirmi. Io non ho mai fatto punture, e pare mi siano toccate da subito le più forti in assoluto. Un concentrato tale di antibiotici che l’infermiera faticava non poco a sciogliere, ingannando il tempo a chiacchierare con mia madre del più e del meno mentre io mi sentivo la condannata su cui la mannaia si sta per abbattere nell’indifferenza generale. Parlavano di spesa, di traffico, di matrimoni, ed io lì, personaggio di Allan Poe, eretica in attesa di Torquemada: soprattutto la mattina era incredibile come mi svegliassi di colpo e sul serio, uscendo dal mio stato comatoso, con l’iniezione di dolore, che mi procurava come un’intensa contrazione muscolare mano a mano che il liquido si faceva faticosamente strada attraverso il mio sedere, giorno dopo giorno più nero. Poi ero costretta a camminare massaggiandomi il deretano per far sciogliere la soluzione nel sangue e sentendo la medicina farsi strada nella gamba e dappertutto. Più che il dolore in sé, specie la mattina, era il ricordo e la prefigurazione della sofferenza la cosa peggiore, dato che mi faceva aprire gli occhi già alle sette, causando sudori freddi in pieno agosto. “Sta per arrivare, sta per arrivare”, bisbigliavo tremante nel letto toccandomi il sedere livido. Tempo di riaddormentami e sentivo il trillo del citofono, mio padre che si affacciava in camera per svegliarmi prima di filarsela e la mia immagine allo specchio che si muoveva come una condannata a morte per la casa. Mi presentavo in pigiama, il fastidio del risveglio misto a quello del rito che mi attendeva, mentre mia madre e l’infermiera sorridevano e la buttavano sulla sdrammatizzazione. Mamma, poi, ha iniziato subito a fare il conto alla rovescia, dicendo sin dal primo giorno: “Un poco di pazienza. Almeno dopo starai meglio. Non ti sei stancata di stare male?”. E così ho dovuto sorbirmi ogni giorno queste frasi mentre le stringevo il braccio e strepitavo per il dolore con l’ago conficcato nel sedere. Il secondo giorno già aveva la sfacciataggine di dirmi “stanno per finire”, mentre io ribattevo che erano appena iniziate. A metà settimana il suo conteggio ha iniziato ad avere una sua credibilità, ottenuta totalmente il penultimo giorno, fino a quando ha detto semplicemente: “Sono finite”. Per consolarmi ed addolcire le pene, mamma mi faceva trovare un cornetto alla crema sul tavolo della cucina. Io lo mangiavo e mi preoccupavo ancora di più: e se da allora avessi associato l’ago e la crema in un condizionamento di stampo pavloviano? La bronchite mi avrebbe dunque allontanato per sempre dai riti della colazione con cornetto alla crema? Sarei stata condannata a vita solo all’opzione cioccolato o nutella? Allora mi è venuto in mente un racconto di Allan Poe, “Il pozzo ed il pendolo”. Ecco, la mia risposta era “L’ago e la crema”, solo che il mio si concludeva bene, con il cornetto dopo la puntura, quello invece non lasciava scampo, dato che la stanza si stringeva addosso al prigioniero costringendolo a saltare in un pozzo posto in mezzo alla cella. Non a caso dietro il mio racconto c’è mamma, mentre dietro quello di Poe c’è l’Inquisizione. Questo mi ha aiutato a superare l’associazione negativa, sostituendola con un’altra. La crema non era densa come la medicina nel mio sedere, ma buona come la carezza di mia madre.
Non mi sembra una sostituzione da poco.
E forse è grazie ad essa se oggi la crema mi piace ancora di più.

lunedì 8 settembre 2008

Il fiero romano e l'archisposa

Bene, avete presente l’ultimo post? Vi ho lasciato che ero appena stata quasi autonominata testimone di nozze e mi avviavo al matrimonio dei miei ex coinquilini. Look alternativo per situazione diversa da quelle in cui mi sono ritrovata nel Sud. Oddio, anche gli sposini (auguri ancora!) hanno fatto delle meridionalate, come ho battezzato certe abitudini che in loro mi hanno meravigliato, facendomi sorridere. Lei che si chiude in camera con le amiche a provare l’acconciatura impedendo a lui di entrare o che il giorno prima delle nozze se ne va di casa per aspettarlo poi al Municipio. Sono aspetti che si richiamano alla tradizione, quindi meridionalate. La meridionalata scatta quando meno te la aspetti ed è trasversale, ti coglie all’improvviso, nascosta tra le pieghe dei fatti che segnano le tappe della vita. Nei momenti importanti, quando si tratta di lasciare il segno, tutti strizziamo l’occhio alla meridionalata. Il mio look non era da matrimonio meridionale, che mi ha visto quest’estate sfoggiare in un caso un vestito da Jacqueline Kennedy dei poveri e nell’altro un abito con fiocco in vita alla Carry Bradshaw de’ noantri. Decisamente troppo per una situazione che vedeva riuniti creativi a vario titolo, quindi per natura particolari, cool ed informali, ma attenti comunque ai colori ed alle sintonie di fondo, per le quali intendo anche i contrasti giusti al posto giusto. Insomma, una fatica cui ho ovviato con un look da ventenne un po’ sbarazzina, con gonna a palloncino blu avion e maglietta a rige sottili orizzontali dai colori tenui, scollo a barca e maniche a tre quarti. Sotto, l’inaugurazione delle ballerine, mai messe e sempre disdegnate. Quelle più sceme, bianche a piccoli pois sul grigio e due fascette dello stesso colore sul petto di ciascun piede. Un anno fa mi sarei guardata e cambiata subito, anzi, non ci sarei nemmeno arrivata a certe conclusioni, e parlo soprattutto di calzature. Gli sposi, inutile dirlo, erano bellissimi, sobri ed eleganti come solo il vero minimalismo sa essere, e contagiavano i presenti con la loro felicità come solo due innamorati sanno fare. Erano contenti e sudati, e noi con loro. Ad un certo punto, prima che si celebrasse la cerimonia al Municipio, mi sono seduta al bar con due amici per godermi la sfilata degli invitati. Un incrocio tra Cannes e Venezia, più attuale che mai dato che c’è la Biennale di architettura. Che destino il mio, di sicura perdizione: dalla solitudine leggente a quella scrivente, inizio la mia formazione con degli attori e varie compagnie di personaggi per approdare in una fase successiva a grafici ed architetti. Come contraltare di normalità, i giornalisti, che credevo essere in assoluto la categoria più anomala ed anormale della società. Poi si maledice la fatalità. In realtà la perdizione uno se la costruisce giorno dopo giorno con le proprie mani, da quando ha rifiutato categoricamente di condividere pensieri, parole, opere ed omissioni con quella parte di mondo che fa lavori normali, contrattualizzati, di otto ore e magari anche con gli straordinari pagati.
Secondo me tra i più personaggi in senso positivo c’erano il coamico, che per l’occasione ha sfoderato un look da iena completato da Converse All Star, e la sua amica storica con tanto di pantaloni grigi e gilet abbinato, canotta viola come le calze, uguali a quelle del coamico, scarpe nere stringate con impunture e una cravatta gialla. Quando sono arrivati tutti e due immettendosi nel cerchio degli amici/colleghi architetti, con cui hanno condiviso studi, professori e traversie universitarie, ho pensato: “Ecco, ora la scena è completa”. Deformazione teatrale? Forse, dato che subito dopo mi sono girata ed ho visto la sposa, architetto pure lei, con un abito ed un’acconciatura da panico, stupenda. Quelle prove a porte chiuse avevano dato il loro frutto. Chi era l’artefice di tutto ciò? Ovviamente altre amiche e colleghe, architetti, che hanno affermato: “Se riusciamo a tirare su degli edifici, riusciremo anche a costruirti un’acconciatura”. Così mi ha detto l’archisposa interrogata a fine festa, mentre ero a piedi nudi nel prato (nel parco no, veramente troppo teatro, allora) della villa messa generosamente a disposizione, dopo una festa in cui ognuno ha dato il meglio di sé, saltando e cantando ai ritmi del testimone dello sposo, grafico che ha scelto per l’occasione chi? Ma il suo amico dj di musica elettronica, naturalmente! E così, tra gli svarioni del celebrante che in quel di Trevignano si è ritrovato a dire in pochi minuti una serie di nomi stranieri che forse pensava di dover pronunciare nell’arco di una vita intera, caldo umido fino a notte alta, archicioè (da rappresentare con corna e pollice ben steso ad illustrarne la ficaggine) saltellanti e compagnia disegnante e musicante a ritmo di mouse ovviamente targato Apple, è passato anche questo matrimonio. Anzi, questa festa. Perché il matrimonio è soprattutto una festa, persa spesso tra formalità e compromessi per accontentare gli altri ed i genitori che “hanno gli obblighi” con coloro che li hanno invitati in un turbinìo di spese e persone veramente evitabili. In quest’occasione, poi, si sono gemellati definitivamente due mondi: quello del grafisposo, definito dal suocero nel discorso prima della torta “fiero romano”, e quello dell’archisposa, tedesca che di più non si può. Quando i loro papà si sono abbracciati pur non capendo l'uno una beneamata acca non solo della lingua, ma anche del mondo dell’altro, allora ho capito che questo grafico e quest’architetto hanno dato vita alla creazione più fica della loro esistenza. Auguri ancora, amici miei.

sabato 6 settembre 2008

La parola alla teste

Tra poche ore si sposeranno due amici, e fino a qui davvero nessuna novità. Epperò, prima di dedicarmi ai lavaggi ed alle sfilate di rito, devo comunicare una notizia. Già troppo ho atteso, certe news si danno al momento stesso, ma ieri sera ho preferito per l’ennesima volta l’alcol e la buona compagnia alla scrittura. Devo imparare la disciplina, maledizione. Certe notizie, se non si danno all’istante, si bucano, come si dice in gergo. Questa, però, è una nuova particolare, nel senso che la so solo io e contemporaneamente l’ho dibattuta l’altra sera nel mio paesello prima che fosse ufficializzata a Roma, sempre da me. Ebbene sì, i più svegli avranno capito già tutto. Testimone di nozze di Floriana. Seduta sul banco, davanti all’imputata-sposa ed interrogata di volta in volta dall’avvocato difensore o d’accusa di turno rappresentati dagli amici entusiasti (“Che figata, è un’ottima notizia!”) o catastrofici della situazione, che spesso esagerano la portata degli eventi per il disappunto di essere stati preferiti (“E adesso? Come farai coi soldi? Lo sai che i testimoni si svenano? Povera, che fregatura!”), rispondo con queste parole, dato che il magistrato, facciamo Giancarlo De Cataldo, mi dà finalmente facoltà d’intervenire. Sono molto onorata di aver ricevuto risposta affermativa alla mia domanda retorica di ieri, quando Floriana si è seduta al tavolo insieme al suo futuro marito per la cena cui sono stati invitati anche per chiarire un dubbio fasullo (“Florià, è questa l’occasione giusta per chiedermi di fare da testimone?”). Lei sobbalza e ride, dicendo al futuro marito: “Che ti avevo detto giù? Me lo chiederà lei stasera, me lo chiederà lei! Ti conosco come le mie tasche! La risposta è sì”, conclude col sorriso. E così Floriana ha risposto affermativamente alla mia domanda, rovesciando del tutto le parti. Anche per questo sono contenta: via la retorica del solito rito domanda-risposta, la prima della sposa e la seconda del testimone. I ruoli rimangono uguali, ma le parti si invertono. Al bando i finti sorrisi di felicità che nascondono le preoccupazioni economiche, subito espresse tra grandi risate. Anche questo mi fa capire che, per Floriana come per me, non ci poteva essere scelta più giusta. Solo un vero testimone, che è anzitutto amico, dice ciò che pensa. Dopotutto, De Cataldo mi ha fatto giurare di dire tutta la verità nient’altro che la verità. E l’ho giurato, seppure non sulla Bibbia, ma sui manga preferiti di Floriana. Floriana che mi chiama Maggie, come il suo cane che adora. Floriana che mi invita quando fa i dolci. Floriana che conosco da quando abbiamo quattordici anni, che frequento da più di dieci e che ha scritto cose estremamente vere nel post “due di quattro”, che potete trovare nel suo blog matrimoniale www.florianaealessandro.blogspot.com. Condivido, i testimoni sono quelli di una vita, quella passata e quella che sarà. Il presente lo testimonia. Per i figli altri sono i candidati, fiduciosi nell’umanità che si espande ed in persone che non conoscono. Io non so chi e come saranno i figli di Floriana. Per me saranno soprattutto i suoi figli, perché io conosco lei. Lei, il futuro marito e Maggie. In questo nucleo uno spazio per me c’è sempre stato: una casa calda, un cinema 24 ore su 24 rappresentato da Sky, un balcone-terrazza dove parlare e rilassarsi. Spero che i figli di Floriana ed Alessandro non facciano finire quest’atmosfera, altrimenti li affideremo ai padrini e madrine che verranno. Sono la testimone anche di un clima sereno, io, e da oggi più che mai ho diritto di intervento e di tutela. Quindi, Vostro Onore e cari lettori che siete qui ad interrogarvi sul mio sincero stato d’animo, dopo che ieri affogavo nella birra le mie certezze confermate suscitando in Floriana sospetti di suicidio ogni qualvolta mi allontanavo dalla cucina, la verità nuda e cruda, semplice e diretta, è che mi fa piacere, tolte tute le considerazioni di carattere pratico che comunque mi angustiano sempre ed in ogni occasione. Mi fa piacere per i motivi detti da Floriana e ripresi da me in questo post, che si sarebbe potuto chiamare anche “tre di quattro” o “quattro di quattro”, dato che ormai ci siamo tutti. De Cataldo approva e mi invita ad accomodarmi, io mi alzo e guardo l’imputata-sposa. Florià, non ti preoccupare, se svolto gli amici non li dimentico, come non dimentico nulla. E la tua scelta potrebbe rivelarsi ancora più felice, se fosse possibile. Se migliorare, infatti, è nel destino di certe cose belle, io comunque credo di aver raggiunto già il top in molti ambiti. L’ennesima riconferma viene da Floriana con questa scelta.

P.S. La trilogia di Prati è solo interrotta per motivi di pressante attualità. Riprenderà con la routine, dopo la cronaca del matrimonio cui mi accingo ad andare.

giovedì 24 luglio 2008

Le signore di Prati

Eh, lo so, ma ora è tardi e devo andare a letto. Lo scrivo appena mi sveglio, giurin giurello.

lunedì 21 luglio 2008

I cani di Prati

In occasione degli scioperi generali si anticipa la giornata e ci si accorge di quanto si è indovinato a scegliere una professione che fa tirar tardi, più che essere veramente diurni. Dopo essere stata a contatto con l’umanità del cartellino e del contratto a tempo indeterminato, per le generazioni precedenti soprattutto, ed aver sentito le solite recriminazioni contro lo stop dei mezzi pubblici che penalizza solo i poveracci, tanto i soliti fetentoni non prendono certo bus e metropolitane e dunque che gliene frega a loro, ma devono crepare, tutti e con lunghe sofferenze, scendo lasciando alle mie spalle il collaudato copione di proteste impotenti ed uguali nei secoli e mi chiedo cosa fare. I negozi ancora chiusi, peccato, i saldi sono appena iniziati, sarebbe stato bello ottimizzare i tempi e dare un’occhiata alle vetrine. Saramago in borsa, ma l’attività della lettura è troppo piacevole ed impegnativa per sacrificarla ad una fascia oraria in cui sbadiglio troppo, ed un capolavoro come “Cecità” non lo merita affatto. La musica nella memoria più che nelle orecchie, dato che gli auricolari sono passati a miglior vita e non li ho ancora sostituiti. Mi siedo dunque sulla panchina e convengo con me stessa che l’unica cosa da fare è osservare tra gli sbadigli l’umanità di questo strano quartiere in cui ho avuto la ventura di lavorare per questo malato anno. Attaccato a Città del Vaticano, ha un’impostazione urbanistica laica; le case, infatti, sono costruite in maniera tale da non poter vedere il Cupolone di San Pietro, a due passi. Il quartiere è noto per la concentrazione di studi legali, negozi, belle residenze e soprattutto ricchi che lo abitano. E se sono benestanti i padroni, lo sono anche i loro cani, che se la passano molto meglio del vario personale di servizio che li porta a spasso per i bisognini di primo mattino. Guardo i quattrozampe e la faccia di filippini con i sacchetti per gli escrementi canini. Gli animali arzilli, curiosi, baldanzosi, il quartiere è loro, la vita sorride al mattino dorato di un’altra giornata senza pensieri e con viveri assicurati dall’agiatezza dei loro padroni che spendono e spandono per loro, si vede dai collari, dal cappottino, dal pelo curato, dalla perfetta toletta. Se qualcuno mi facesse vivere così anch’io mi metterei a scodinzolare, penso. Poi faccio dei collegamenti, mi dico che buona parte del genere umano, specie quello senza ambizione o iniziativa, cerca un padrone così, che lo tenga come un cane di Prati, dando in cambio solo affetto e scodinzolìo. Ed allora riconsidero quanto immaginato, perché la mia dedizione, per quanto possa essere incoraggiata da condizioni materiali rassicuranti, ha bisogno del tormento e del cimento, per sbocciare davvero. Torno alla realtà. Il confronto tra la faccia dei cani di Prati e chi li porta a spasso è impietoso. I volti umani sono quando va bene assonnati, ma se ne scorgono molti di contriti, chissà quanti hanno le famiglie lontano e devono mandare una parte del loro compenso nella terra d’origine, accontentandosi di ciò che passa il convento e col pensiero fisso, per chi rimane ottimista, ad un domani migliore in cui le cacche di quelle bestie le raccolga magari qualcun altro, tipo il padrone del cane stesso. Troppa fantasia, la mia? Forse, ma allora come spiegare alcuni strattonamenti alle delicate bestie che guaiscono e vengono trascinate, certe occhiate tra l’esasperato ed il collerico represso quando i cani si fermano per annusare angoli, svicolando e deviando da percorsi stabiliti? Non tutti amano gli animali, e forse alcuni dipendenti vi trasferiscono il risentimento per i loro padroni che non sono in quel momento quelli che danno loro un lavoro, ma coloro che la Sorte ha deciso di far nascere tanto bene da potersi permettere di umanizzare delle bestie mentre i loro figli sono costretti ad arrabbattarsi. Secondo me alcuni non uccidono i cani solo perché altrimenti perderebbero il posto di lavoro, come non eliminano i padroni solo per la galera. L’odio c’è ed è evidente, lo scorgo tra le fessure dei miei occhi socchiusi per il sonno. Il rancore è tutto umano, e da umana lo colgo, mentre lo sprizzo vitale è tutto canino. Con la lingua di fuori, gli occhietti vispi e la camminata spavalda ed elegante insieme, si succedono bassotti, setter, cocker. Tutti di razza, bellissimi, a casa di sicuro coccolatissimi. Li contemplo, mi contemplo seduta su una panchina morta di sonno e di noia, costretta dallo sciopero generale alla fascia protetta e dunque ad arrivare un’ora prima l’apertura della sede di lavoro: e poi uno dice vita da cani, dovrebbe dire vita da pendolari. Anche le signore di Prati meriterebbero un post, lo scrivo domani. Sulla panchina di piazza Cola di Rienzo, infatti, elaboro sempre sbadigliando che prima di lasciare questo quartiere gli devo dedicare una trilogia. Dopo la trilogia della città di K. e la trilogia di New York, la trilogia di Prati. Una panchina è un buon punto di osservazione, ma continuo a preferire il balcone. Sta più in alto e non rischi che i cani vengano a liberarsi nelle tue vicinanze.

giovedì 17 luglio 2008

Il basilico ed il cactus

Nottata senza e zeppa di sogni, e soprattutto nottata. L’oggi mi vede stirarmi spesso le braccia verso l’alto, sbadigliando e girando gli occhi intorno. Pensa che ti ripensa, quasi quasi scrivo un post, mi dico. L’argomento è difficile da trovare, non va di lambiccarsi in estate e con l’ozio redazionale che incombe, quando i giochi nel turismo sono ormai fatti e non resta che aspettare l’autunno per tirare le fila di incrementi, più probabili cali, di arrivi e presenze. Ad un certo punto l’illuminazione, come avviene per l’amore quando si vede finalmente una persona con altri occhi. Lo sguardo si posa sulla finestra di fronte, la solita, e nota che oggi compare sul davanzale una piantina di basilico. Immediatamente la mente crea un’ideale traiettoria verso il cactus che è in ogni stanza dell’ufficio e da me utilizzato in modo da non far sbattere la finestra, aperta perché ho il condizionatore alle spalle in una stanza 3x3 e non lo attivo mai per un normale istinto di autoconservazione. Ebbene, il cactus è di fronte al basilico, o meglio, il basilico è stato messo esattamente di fronte al cactus. E si guardano, ed anch’io li guardo da un po’, mi giro a scatti per sorprenderli in qualche azione che da bravi vegetali mi stanno nascondendo, cerco di indovinare i messaggi nell’aria tra due entità così diverse pur se appartenenti allo stesso mondo. Come le persone. Il basilico è giovane e rigoglioso, una pianticella presa oggi, si vede. Nemmeno una foglia appassita o lievemente incolore, nel suo cascame fogliante quasi una presenza tropicale. Il mio cactus, inutile dirlo, è un po’ spugnoso al suo vertice, ha le spine annerite all’attaccatura in quanto mai annaffiato, pianta grassa va bene, ma qui si esagera, ed io più che il pollice verde ho il pollice verso per una marea di fatti che vedete un po’ voi se devo pure pensare al cactus. Mi ha fatto tenerezza e simpatia, per la prima volta, specie se raffrontato al basilico lussureggiante. Così tozzo ed affossato nella sua terra, zucca calva con un po’ di peluria e piena di antenne, extraterrestre tra le piante. In lui c’è deserto, solitudine ed un po’ di incuria, ma non cattiveria. È così umano, il mio cactus, nella sua ammaccata caducità, quanto innaturale il basilico nel suo look di plastica. Come vedere un uomo davanti ad un tronista, e se non sapete cosa sia quest’ultima figura che offusca ulteriormente la dignità umana, beati voi. Osservo il mio cactus nel vasetto giallo davanti alla finestra, ho un reticolato di significati al mio fianco e non me ne sono mai resa conto. Cosa starà comunicando al basilico? L’interrelazione tra i due mi intriga. Si piacciono? Sono due mondi distanti destinati a rimanere tali o stanno trovando un punto d’incontro? Forse il cactus sa che questo basilico seccherà e diventerà brutto, molto più brutto di lui, che della sua mancata bellezza ha fatto un connotato di fascino, invitando chi lo guarda ad andare oltre ma non troppo. Per chi varca una certa soglia, infatti, ci sono le spine. E può darsi che questa consapevolezza lo renda più tollerante nei confronti delle pose di quello, che forse ignora, forse è terrorizzato da questo avvenire di sfiorimento. Di certo sta meglio il cactus, anche se il successo sociale è del basilico, che già nella sua etimologia ha un riferimento regale. Non che il cactus non abbia i suoi cedimenti o le sue fragilità, ma quelle spine non sono nate a caso, e di certo è corazzato rispetto alla chioma verde del basilico che oggi ha adoperato anche il balsamo, secondo me. Vederli in successione, prima l’uno e poi l’altro, è un piacere. Come avrei potuto scoprire di avere un cactus tanto speciale se non lo avessi messo in relazione al basilico? Sono come Paperino e Gastone, l’uno definisce meglio le proprie caratteristiche al cospetto dell’altro. Un dubbio atroce mi assale: e se non si dicessero niente e sono solo due piante l’una di fronte all’altra, come vorrebbe uno scrittore naturalista tipo Zola? La risposta è presto trovata: il fatto che non abbia dati oggettivi a supportare tale tesi non vuol dire che il dialogo non possa esistere. Magari non ho orecchie per intenderlo, come mi capita in molti altri ambiti di natura umana. Rimane una certezza, e cioè che porterò il cactus con me a casa prima delle ferie, non lo farò marcire in redazione, svierò lo sguardo dal basilico per non mortificarlo ulteriormente quando avvizzirà e gli toglierò anche il cactus davanti, in modo che non si senta analizzato nel suo nudo decadere. Un’altra certezza, l’ultima: questo è il post più bello che potessi concepire oggi e in assoluto. Non avrei mai pensato che uno sbadiglio figlio di nottata sarebbe stato in grado di generare tali righe. Dormire di più? Non ci penso proprio, specie adesso che ho colto la vera natura del mio cactus.

mercoledì 16 luglio 2008

Pasticciaccio a Piazza Vittorio

“Sì, mi si è rotto il bus, no, non la metro, la sparerei troppo grossa, e poi se si rompe una metropolitana fa notizia, un bus no”. Così argomentavo stamattina mentre aspettavo il bus, uscita da casa in ritardo in quanto consapevole del mancato vantaggio che sarebbe derivato dalla mia puntualità, indifferente alle scarse attività della giornata. Allora perché stavo già pensando ad una scusa? Per difendermi da accuse eventuali quanto probabili, dato il clima. E me la sono tirata, perché la metro si ferma veramente, confondendo il mio ritardo in quel tempo inquantificabile che può seguire al blocco di una metropolitana in entrambe le direzioni a Roma. Essendo la linea quella del centro storico, rigurgitati sulla piazza assolata della stazione Termini eravamo lavoratori e turisti. Tutti ignoravamo la direzione delle navette che ci erano state messe a disposizione in numero di due unità, tanto che i più pratici come me hanno lasciato gli amletici dubbi ai vacanzieri optando per altri bus che ci avrebbero portato dopo molto più tempo alla stessa destinazione. E proprio nel bus ho maggiori lumi sull’incidente di piazza Vittorio, come avevano denominato underground la causa del blocco. “Un uomo si è buttato sui binari”, ho sentito da uno. “No, è un incidente”, ha risposto una signora. “Appunto, l’hanno spinto”, ha corretto il tiro un altro. Mi chiedevo da dove venissero tutte queste informazioni, fino a quando un ragazzo ha detto: “No, è una donna, si è buttata sotto. Ma ‘na pistolettata in testa no, eh? Che doveva rompe a tutta una città pure da morta”. Qualche risolino, io ammetto immediatamente di aver pensato la stessa cosa, anche se quella voce ha risvegliato una considerazione subito ricacciata al di sotto della coscienza. “Poraccia, chissà come s’è sentita”, ha bisbigliato una signora vicino a me. “Ora non sente più niente”, afferma qualche parte dentro di me. Roma non è proprio nota al mondo per il suo traffico scorrevole. Immaginate in cosa si sono trasformati le strade e soprattutto l’interno dei bus, il mio per primo, presi d’assalto da tutto il popolo underground. Più di una volta ho pensato che fosse finita, sarei morta lì, sul lager del 70 direzione Clodio, schiacciata da tutti, impossibilitata a muovermi, a scendere. “Alla prossima devo scendere”, ha detto una signora con un filo di voce così tenera da rompere il mormorio di lamentele di sottofondo. Allora c’è stata una risata solidale e partecipe, perché tutti avremmo avuto la stessa richiesta, prima o poi. Il bus ferma davanti a Palazzo Grazioli, residenza del premier. Le mie previsioni si avverano, viene citato. “A quello che gliene frega, ce sta seduto sui soldi, maledetto Berlusconi!”, urla uno da dietro. La signora vicino a me commenta: “E te pareva che non lo dovevano chiamà in causa”. Io sorrido: la mia Italietta, sempre uguale a se stessa, eppure un tempo è stata veramente grande. Il Rinascimento ha segnato un mondo. E questa bistrattata città? Ha avuto uno dei più grandi imperi che la storia ricordi. E chi ti vedo allora alla fermata del bus? Un centurione con la busta della spesa che voleva salire. La signora accanto a me ride: “Guardi, la divisa de dumila anni fa, c’ha pure il pennacchio, e poi la plastica del 2008!”. Sudato e bardato della sua armatura, il centurione prova a rompere le fila dello schieramento sul bus per inserirsi, ma il fronte non cede, non avrebbe ceduto nemmeno davanti alla falange macedone. “Nun ce sta posto. Vatte a pijià er cavallo, no?”, fa lo spiritoso un signore tra le risate generali, aggiungendo, mentre si chiudono le porte ed il centurione rimane sul marciapiede, “de sicuro fai prima de noi”. Mentre scrivo apprendo che la donna, in realtà ragazza, è salva, si è gettata incastrandosi tra i vagoni della metropolitana ma senza riportare amputazioni in quanto è caduta al centro dei binari. Secondo i medici dovrebbe salvarsi, secondo me pure. Sapere che è una scampata tragedia ad aver provocato dei disagi è la consolazione che mi riscatterebbe da una mattinata del genere.

mercoledì 9 luglio 2008

Più o meno uno

Ma sì, più o meno uno, cosa volete che importi? Siamo in Italia, vivo a Roma; la precisione, se non è di questo mondo, non appartiene di certo a questo Paese ed alla città che mi ha adottato, traghettandomi dai meno di 25 fino a qui. Domani per chi legge la data, ma oggi per chi scrive, si consuma il passo in più, l’unità che varca la soglia del 3. Più uno, meno uno per il 4. Tardi, presto, chi può dirlo, arriverà, tutto arriva, come è arrivata questa cifra in più. Me lo dico da stamane, me lo dico da sempre, lo consiglio spesso agli altri: “Hai fatto trenta, ora fai trentuno”. Ecco, appunto, è il mio caso di domani/oggi, quando non avrò tempo e modo di scrivere quanto provo a 31 come a 30 come a 29. Più o meno uno, che differenza fa? Me ne sento sempre di più, ne dimostro un po’ di meno, 28, 29 o 30. I 25 no, quelli sono veramente passati, e non solo per tratti somatici o connotati epidermici. Ma lì si parla di cinque, sei, che non è come uno, e questo persino in Italia, persino a Roma, forse finanche a Napoli, si riesce a capire che non è proprio la stessa cosa. In sei anni anche le acque più carsiche vengono a galla. Intanto De Andrè mi ricorda “quanto fan presto ad appassir le rose”, ma anche questo non l’ho mai dimenticato. I venti ho iniziato a perderli da quando ho avuto la piena consapevolezza di dovermi lasciare dietro il periodo segnato dal numero uno, bello nutrito in quanto ad eventi, davvero dirimenti. Più o meno uno, cosa importa? Era come a 19, 20. Ventuno ed una vita davanti. Adesso idem, ma dieci anni dopo. E non è lo stesso. Lo ripeto a costo di sembrare banale, noiosa e ripetitiva. Un altro mondo, la decina è un altro mondo, non come più o meno uno, non come oggi. Ieri e domani sì che sono lontani, anche se ricordo e prospetto, ma è tutto sfalsato dall'oggi, più o meno come un anno fa, più o meno come tra un anno. Più o meno, ma qui la differenza non è con l’età, ma coi vissuti, ed allora la forbice si allarga, come direbbero gli economisti, o non taglia più, o diventa maggiormente affilata. O si rompe. Questo non è un compleanno a deciderlo, non è un più o meno uno accolto con l’indifferenza (forse finta dato questo post) che merita. Non si festeggia più come prima, le candeline iniziano a diventare ridicole o penose, specie quelle uguali al numero degli anni. Tre simboliche l’anno scorso sono state le migliori, forse le ultime. Più o meno uno, che differenza fa? Ai cinque, ai dieci se ne parla, di quello che sarà o non sarà accaduto, del volto e dell’umore cambiato, di quanto raccolto, seminato e perso. Più o meno uno, lettori miei, cosa volete che importi? Ho fatto trenta, posso fare pure trentuno. Anzi, lo faccio, rimandando ma di poco. Domani, in realtà già oggi.

lunedì 7 luglio 2008

Una crudele fine

C’è modo e modo di finire, non essere più, diventare un ricordo. L’abbandono dolce, lento, malinconico e quello improvviso, sofferto, quasi urlato. Alla seconda tipologia appartiene l’addio consumatosi sabato tra me ed i miei auricolari iPod. Entrata in fretta e furia nella macchina di un amico in direzione lago, ad un certo punto della strada guardo in basso alla mia destra e vedo che il filo bianco termina mozzo. Senza dubbio la parte era quella degli auricolari, dato che ad un veloce sguardo curioso osservo l’altro capo, attaccato saldamente all’iPod. “Rallenta”, dico all’amico che ovviamente prima chiede il perché. Gli spiego velocemente il motivo, l’andamento si fa lento, ma lo so, è troppo tardi. Chiudendo gli occhi apro la portiera e ritiro come lenza da pesca quello che so ormai essere un cadavere. Quando li riapro, la scena è peggiore di quanto mi aspettassi. Gli auricolari completamente sventrati, con tanto di calamita in bella vista, i fili interni dritti come capelli dopo uno spavento, cavità bianche laddove prima c’erano coperture grigie. Fingo indifferenza e li ripongo, ma in realtà penso alla fine terribile dopo mille sofferenze, una lunga tortura prima di spirare, urla di dolore soffocate da contatto con l’asfalto per mezza Roma. Laddove era musica, da allora sarebbe stato silenzio. Ed io durante la carneficina dall’altra parte, ignara, un po’ come avviene quando gli animali entrano nelle lavatrici e vi rimangono in tutti i sensi una volta azionato l’elettrodomestico. “Compratene altri, e non quelli che non si sente niente, di un’altra marca”, mi consigliano davanti. “Ma come, ed il loro caratteristico colore bianco, l’abbinamento con l’iPod?”. “Fregatene, le altre si sentono meglio e costano pure di meno”. Tristezza. Con quelle parole li stavano ammazzando un’altra volta, nemmeno un elogio funebre dopo tanto patire. Li ripongo nella borsa, scheletro della grandezza passata. Amici traditi, dimenticati, abbandonati ad una sorte cinica e beffarda. Quante volte abbiamo aspettato insieme bus e metro, treni e macchine, fissando il panorama circostante attraverso i finestrini. Ed allora mi trasmettevano il suono, leggeri e fedeli, e quello diventava strada, scorci di città o di natura. Tutto si trasformava grazie a loro, ormai spirati. Eppure una risata ci scappa sempre. Penso dopo un po’, “qual è l’ultima canzone ascoltata, prima della tragedia?”. Ricordo subito e rido: “Giudizi universali” di Samuele Bersani. Mi sento meno colpevole e rimetto al Fato la loro morte, evidentemente già decisa in altre ed alte Sfere. Se la specie umana non può niente di fronte al destino che segna ciascuno, figuriamoci un paio di auricolari, per giunta di mia proprietà. Tra un oggetto nelle mie mani ed un malato terminale, sicuramente il secondo ha molte maggiori possibilità di vita, che così è: ironica, molte volte, specie la mia, in grado di cogliere la assoluta tragicità ma anche l’incontestabile ironia di una fine, pur se crudele.

giovedì 3 luglio 2008

Ai tornelli, ai tornelli!

“Ci vediamo ai tornelli”. “Dove?”. Così esplicitai la mia ignoranza anni fa, appena arrivata a Roma dalla provincia ed ignara del termine che designa gli ingressi e le uscite della metropolitana, dove ti viene richiesto di mostrare o timbrare il biglietto. Luogo di litigi o di panico puro per chi viaggia alla portoghese, di routinario attraversamento per chi è munito di titolo di viaggio e di integrazione con un modo ecologico di vivere la città per me che accosto orgogliosa il tesserino magnetico, guardando la luce verde che prelude l’apertura delle porte. Roma ormai si è modernizzata. È sempre più difficile viaggiare a scrocco, ed era pure ora. Adesso attendiamo tabelloni orari funzionanti in ogni stazione, non solo a Termini. Ma torniamo al tema dei tornelli, che mi riportano alle corse di cavalli. Sì, lettori miei, perché quest’immagine mi balza alla mente quando dall’interno della metro che sta per chiudere le porte vedo le persone che si affrettano a varcare i tornelli per raggiungere i vagoni quasi in partenza. Allora è tutto un affastellarsi di gente che si accalca, si spintona, solleva braccia con borse da lavoro o bagagli voluminosi per fare prima. L’altro giorno, all’ennesimo spettacolo, ho iniziato a fare delle scommesse, esattamente come alle corse dei cavalli ma con me stessa, sorridendo. Per inciso, un giorno quest’abitudine di sorridere o di ridere apertamente al ricordo di episodi reali o immaginati mi procurerà una fracca di botte, come si direbbe a Roma dove vivo. Le mazzate arriveranno ovviamente in un mezzo pubblico da qualcuno su cui si posa il mio sguardo e che si chiederà ostile cosa ci possa essere di così divertente nella sua figura, che ovviamente io nemmeno vedo, perché gli occhi della mente sono altrove. Finito l’inciso, torno alle mie scommesse: “Secondo me la vecchia non ce la fa, troppo decrepita, ha pure il bastone. Quel ragazzo sì, al suo tornello non c’è nessuno, ha avuto l’abilità di prendere quello più esterno e sguarnito. Punto sul giovane, pure carino. Troppo piccolo, non ha nemmeno un segno sul viso, vabbè, tanto chi lo vedrà più, sta nel vagone in fondo ed io nel primo. E tra quei due? La signora con la busta della spesa e l’uomo con la ventiquattr’ore. Vince la signora, lui dimostra maniere gentili, la fa passare avanti, anche se lei ha la spesa è in buona salute ed ha gambe per correre. Per un pelo, ma ce la fa”, e via dicendo. Inutile dirvi la soddisfazione quando ci azzecco, quasi reclamo una vincita all’Atac. Poi penso che in effetti non ho testimonianze in merito e che non c’è un concorso, per cui come al solito trattasi di deliri personali. Però è molto divertente, aiuta ad affrontare la giornata che incombe. A volte mi scopro a tifare per i più deboli, quelli su cui non avrei mai scommesso ma alla fine mi suscitano moti di tenerezza. Tanto non vinco nessuna cifra, posso pure contraddirmi. Eccomi dunque fomentata per il vecchietto in cerca del guizzo vitale, per l’obesa che non riesce ad avere il giusto slancio, per le mamme con i figli piccoli in braccio. “Dai, forza, credici!”, incito sempre dentro di me, perché se esclamassi queste frasi farei la figura dell’ennesima pazza in giro, il che poi non è del tutto falso, anche se una persona veramente normale io non l’ho mai incontrata. Noiosi sì, purtroppo, e guarda caso si tratta di quelli meno affetti da follia. Le porte si chiudono, chi c’è c’è. Mi viene quasi da salutare chi non ce l’ha fatta con partecipe solidarietà. Domani potrebbe toccare a me, mica si vince sempre nella vita, e poi è dura perdere certe corse che magari non passano più. Uno sciopero e sei a terra, per tutta la giornata. Il discorso porterebbe lontano e si addentrerebbe in sentieri filosofici, per cui lo finisco qua. Estate, tempo di leggerezza e di gossip. Tornerà un altro inverno con le sue riflessioni al fuoco lento di mutati stati d’animo.

mercoledì 2 luglio 2008

Professionalità nel WC

Spesso si parla di professionalità sottopagate, sfruttate, umiliate. La mia qualche giorno fa ha avuto un’altra sorte. Se n’è andata dritta dritta nel WC. So che un tesserino non fa la professionalità, tra i miei colleghi c’è più di qualche zappa che lo detiene ignorando il corretto uso di virgole, quando va bene. E tuttavia un tesserino, anche se in questo forse sono un po’ antica, dovrebbe dimostrare una certa applicazione per il perseguimento di un obiettivo, quale appunto, nel mio caso, quello di non farsi considerare una che scrive così, estemporaneamente, ma che ne fa una professione. Dai tempi della fine degli studi i miei riconoscimenti vengono socialmente accostati al bagno. Se con la laurea, come tutti mi dicevano, ti ci pulisci il deretano, dato che ha il valore della carta igienica, è normale che poi il tesserino conquistato scrivendo a (troppo) poco lo lasci direttamente nel WC. D’altronde non c’è da meravigliarsene se da qualche giorno, e non sai perché o forse sempre per lo stesso motivo dello scarso valore attribuito alle cose che fai, lo metti nella tasca posteriore dei tuoi pantaloni pinocchietto, a contatto con quel deretano pulito con la carta igienica della laurea. È così che, in un improvviso quanto raro moto di pipì pomeridiana, scopri il tuo didietro e lo poggi sul WC, accorgendoti solo prima di scaricare che il tesserino è lì dentro, nel liquido giallo. Ti dici “che schifo”, poi ridi, e neanche poco, perché alla fine si parla pur sempre di te, e sai di essere autoironica e desiderosa di sempre maggiori spunti per il tuo blog. Infine pensi che è tutto molto metaforico, ma che lo sarebbe stato di più se al posto della pipì ci fosse stato qualcosa di solido. La professionalità nella cacca, sicuramente un’immagine forte ed attuale, quasi da foto per una mostra sulla condizione lavorativa contemporanea. Penso a tutto questo indugiando sull’operazione di salvataggio, ma il tesserino nella fogna sarebbe stato veramente troppo a livello simbolico, oltre a mettere in serio pericolo il già delicato scarico lavorativo che si ottura frequentemente. Così lo prendo (in fondo la pipì era la mia, tutto questo fare la schifiltosa aveva del ridicolo) e col mio senso pratico che ormai fa scuola lo lavo sotto l’acqua corrente, stringendolo in un involucro di carta per asciugare le mani. Perfetto, operazione compiuta, brava Valentina che ridi, sorridi e non perdi (quasi) mai la calma. Ripongo l’involucro nella borsa da lavoro, ovviamente cancellando l’accaduto per ricordarlo alle Poste dopo, quando provo a pagare la bolletta della luce col Postamat e mi chiedono un documento d’identità. “Non c’è problema, ho il tesserino, l’ho usato anche per votare”, e lo consegno. Non puzzava, per fortuna, e l’impiegato mi dice di aspettare che lo fa vedere al direttore, tornando subito dopo. “La prima pagina è attaccata alla foto, risulta un tutt’uno”. Mio Dio, la mia foto abbronzantissima da giornalista ventisettenne pugliese rovinata per sempre! Facciamo per staccare la pagina ed alla fine ci riusciamo. Mi rimane solo un occhio, il resto è distrutto. Mi sento triste ed un po’ Polifemo. Dovevo pensarci che tutta quella pressione avrebbe appiccicato le pagine, ma d’altronde, non si stava forse parlando di me? Non bisogna forse accettare la propria inettitudine in determinati ambiti, per vivere meglio? “Per noi va bene, ma lo deve rifare, non può girare così. Con questo lei ci lavora”. “Certo. È che mi è caduto nell’acqua proprio oggi. Sa, può succedere”, dico sorridendo dopo aver pensato per una scheggia di secondo a confessare la verità, specie vedendo le mani dell’impiegato che maneggiavano il tesserino tranquillamente. Sarebbe stato bello vederne la reazione: “Se sapesse dove mi è caduto, nel Wc, dopo la pipì”. Ma chi avevo di fronte era troppo gentile e non ho voluto aumentare il suo grado di mortificazione per la necessità di un duplicato. La stagione è giusta, posso di nuovo abbronzarmi e fare un’altra foto priva del mio pallore invernale. Professionalità asciutta ed abbronzata. Sempre meglio che nel WC.

martedì 1 luglio 2008

Pancioni come funghi

Un giorno ti svegli e sono tutte in attesa. Non di una vita migliore come la sottoscritta, ma proprio di una vita altra e contemporaneamente propria. A livello affettivo, la più propria in assoluto. Tutte future mamme, che si aggirano coi loro pancioni per le strade e sulle spiagge. La novità è che le conosci e sono pure tue amiche, queste eroine del ventunesimo secolo che in condizioni economiche precarie o indefinite scommettono sul futuro, popolandolo di nuovi soggetti. Camminano affascinanti pur se impacciate da tanto peso, e con l’espressione radiosa ti comunicano quanto hanno vomitato e patito i primi mesi. La nascita si avvicina, tu fai i conti delle culle che si riempiranno e le guardi felici, chiedendoti come fanno. Il giusto compagno al fianco? La consapevolezza di fare la cosa giusta? L’orologio biologico che segna le sue ore inesorabile e dunque da rispettare? Non riesci a capire, non ti ci raccapezzi. Continuano a fare le cose di sempre: teatro, lavoro, vita sociale. E ridono. Sudano, si affaticano il doppio con questo caldo, si fanno mettere le mani sulla pancia da tutti quei simpaticoni che vogliono ‘sentire’ il bambino, rispondono innumerevoli volte alle stesse domande. Sempre sorridenti dagli occhi, le future mamme; una luce le avvolge, risultano leggere anche se appesantite dalla creatura che scalcia, posizionandosi ora verso il fegato, ora verso i polmoni con conseguenti problemi che ti fanno mozzare il fiato quando vedi le loro espressioni di dolore ai movimenti interni. Allora ti impressioni e ti metti la mano sulla pancia, solidale, anche se non riesci proprio bene a capire. Ne parli con le altre non incinta e te le immagini in attesa, inizi a vedere pancioni dappertutto, come funghi nel bosco fitto dell’età adulta che intravedi facendoti strada tra ramaglie e sterpi. Senza fretta, tanto ci arrivi, lo sai. Il come ti preoccupa un po’, ma con una birra passa. Anche il con chi ti desta qualche pensiero, ma basta raddoppiare la dose di luppolo e la tranquillità sorniona è assicurata. Intanto i pancioni crescono, si moltiplicano, ridono. Te li immagini con occhi, naso e bocca, poi pensi alle manine che stringono dita adulte, quelle dita che appartengono alle tue amiche e coetanee. E allora inizi a cambiare l’approccio della tua incredulità, che deriva dalla ragione quando la ragione qui non c’entra nulla. I figli sono del cuore, non della mente. Chiaro che possono essere un atto d’incoscienza, ma nei casi delle mie amiche di atti di cuore si tratta. E gli atti di cuore vanno rispettati ed ammirati, più che capiti. Non c’è niente da comprendere dinnanzi ad una nuova vita, che al massimo ti fa riflettere su quanto ci siamo allontanati dalla vita stessa e dalla sua natura, se hai bisogno di un ragionamento per arrivare alla constatazione che non c’è azione più naturale del fare figli. Purtroppo, mi dico spesso guardando i potenziali genitori e rabbrividendo per chi genereranno. Per fortuna, sospiro al cospetto delle amiche che non sono né coraggiose, né temerarie, né incoscienti, né sprovvedute. Si sono semplicemente messe sulla stessa lunghezza d’onda della propria natura che le ha chiamate a procreare. E ad assecondare la natura in generale e la propria in particolare raramente si sbaglia.

lunedì 30 giugno 2008

Aria d'estate

Come ogni anno, arriva l’aria d’estate. Non quella che invoglia ad andare al mare, a pensare alla tintarella ed alla dieta, o almeno non solo. La mia aria d’estate, da quando sono a Roma, è molto più prosaica e letteralmente olfattiva. Si può senz’altro chiamare puzza. Puzza d’estate e delle persone che sudano, o meglio non si lavano. Perché è disumano puzzare come i puzzoni che mi passano accanto di primo mattino. Le puzze sono le più varie, e non coinvolgono solo forti sudorazioni o acide esalazioni da ascelle dimenticate nella bolgia di peli in bella mostra grazie a canotte assassine. Ci sono anche le puzze dello smog a contatto con l’asfalto bruciato dal sole e dall’aria condizionata di macchine ed autobus, la puzza particolare della metropolitana, che con il caldo si trasforma in riparo maledetto dal sole ma anche in qualcosa di diverso rispetto al luogo non proprio salutare di sempre. I classici odori dell’underground, infatti, si mescolano a quelli modificati del genere umano gocciolante sudore, in una combinazione da stordimento, anche se i massimi livelli in questo senso si toccano durante l’attesa del bus con altra gente assetata di ombra come te in posti sprovvisti di banchina, a cielo aperto. A quel punto puzza e malumore vanno a braccetto, e tu ti scopri a farti schermo sugli occhi con la mano e guardando più in là sulla strada, in attesa dell’invocato bus. Ti giri e stanno tutti come te, e ricordi, non sai per quale motivo, film di cowboys ed indiani quando ti facevano credere che i cattivi fossero i secondi. La memoria ha il sopravvento, ripensi a quando l’estate durava tre-quattro mesi, ai libri da leggere per l’inizio dell’anno, ai gelati in paese, alle pareti spesse e fresche di casa, alla masseria di tua zia. Per un attimo ti viene la sindrome di Chatwin e ti chiedi: “Che ci faccio qui?”, inizi a riflettere e senti un’esaltazione collettiva sotto forma di boato per il bus finalmente giunto. L’aria condizionata funziona, ma la puzza non scompare, assumendo una connotazione più metallica, come un frigorifero maleodorante. Il freddo non sconfigge i cattivi odori, che sono più forti di tutto, tanto è vero che si sprigionano pure con la morte. Niente uccide la puzza. C’è poi una caratteristica di molti autobus in cui sono salita. A volte sono con i finestrini ermeticamente chiusi quelli con l’aria condizionata rotta, mentre hanno spesso spifferi vari quando è funzionante. Tutto il contrario, quel contrario che mi fa pensare ai tempi della scuola superiore, in cui sistematicamente si chiedeva “un crackers” o “i cracker”. Allora mi indisponevo parecchio, adesso mi accontento di arrivare sana e salva alla mia destinazione, possibilmente senza avere addosso le puzze annusate con le narici coperte dalla mano. Prima mi facevo scrupoli per non mortificare il vicino, adesso sbuffo senza pietà, guardando di sottecchi il responsabile. Fino a quando non scatterà un’esplicita sanzione sociale, certi non capiranno mai che lavarsi è innanzitutto un dovere, se non per se stessi almeno per gli altri. Come pure è un dovere dimagrire non occupando tre o quattro posti di individui normopeso, schiacciati da pance e sederi madidi ed incommensurabili. Per fortuna che l’aria d’estate è anche quella di vento e di mare che si imprime sulla pelle, segnando un altro anno che timbra a fuoco il viso arrossato, inaugurando una nuova abbronzatura. La stagione del sole è iniziata, fuori i teli ed i costumi, al via i fine settimana all’aria aperta per guarire e sperare ancora.
I cinque giorni lavorativi con tanto di disavventure olfattive diventano allora solo degli spiacevoli effetti collaterali dello jodio entrato nelle narici, nei bronchi, nelle vene.

venerdì 20 giugno 2008

La fase della Venere di Milo

Inizio subito dicendo che questo post risente direttamente della fase in questione. Per problemi di Word, infatti, ho dovuto riprenderlo ben tre volte, e prima di ciascuna mi sono cascate le braccia. Ovvio il senso metaforico dell’espressione. Quante volte ci cascano le braccia in una giornata? A me innumerevoli. Da quando apro gli occhi al mio ingresso in redazione è tutta una fase Venere di Milo. Fa un caldo da morire e devi andare al lavoro invece che al mare, qualche uccello del malaugurio parla di pioggia nel fine settimana, sui giornali titoli deliranti che raccontano di un mondo capovolto, con gente piena di nulla e di soldi, talenti squattrinati e cultura calpestata a tutti i livelli. La ragione un lusso per pochi. Anch’io, però faccio cascare le braccia. Ieri sera, per esempio, mentre stretta nel mio fisico un po’ dimagrito venivo presa d’assalto da un attacco di tosse tra gli sguardi scoraggiati, apprensivi ed un po’ severi delle amiche pronte a ricordare “che bel corpo avessi prima”. Come, prima? Specchio riflesso, le braccia cascano pure a me. Per non parlare di quando, nelle mie due case non di proprietà, una ad Ostuni e l’altra a Roma, mi metto a cercare disperatamente oggetti di cui dovrei conoscere perfettamente l’ubicazione. “Figlia mia, mi fai cascare le braccia, sembra che non abiti qui”, mi diceva mamma quando abitavo con lei e papà. La fase della Venere di Milo mi ha attraversato anche in questi Europei, nelle partite dell’Italia contro Olanda e Romania. In certi momenti ho sperato che le braccia non cascassero anche a Buffon, altrimenti sarebbe stata la fine. Ricordo un aneddoto divertente di Oscar Wilde, naturalmente letto. Un giorno la Venere di Milo arrivò in America e tentarono di attaccarle le braccia, pensando le si fossero staccate durante il trasporto dal Vecchio Continente. Questo episodio inventato (o forse no?) descrive bene la considerazione che certi europei hanno per la cultura degli statunitensi e che mi riporta a tante figuracce di connazionali, conosciuti e non. Sorrido ad un’immagine, un pensiero fantasioso: e se le braccia cascassero a tutti quelli che hanno utilizzato quest’espressione almeno una volta nella vita? Le strade sarebbero piene di busti muniti di teste dal destino pure precario, dato che ai colpi di testa non rinuncia nessuno, prima o poi. Alcuni, a questo punto, si farebbero riattaccare le braccia come da desiderio americano nel racconto di Wilde. Altri ce le avrebbero perché troppo distratti da se stessi o mai veramente scoraggiati da uscite che umane sono ma non sembrano. Io girerei senza braccia. Sarebbe la mia personale forma di protesta e di ritorno ad una grecità colpevolmente dimenticata. E la vita pratica….mi domanderete, come si fa a vivere senza braccia? Siamo sul piano della fantasia, risponderei io. Senza braccia non si può scrivere, tra le altre cose. Le braccia servono eccome, e per fortuna cascano ma anche no. Volete mettere il gusto del gesto ad ombrello quando congediamo determinati periodi o certi soggetti?

martedì 3 giugno 2008

Il mistero della cosa svelato/a

La cosa faceva rima con una parola: sposa. Il mistero è stato svelato sabato, chiudendo il mese ed aprendo le danze, che veramente erano già belle vivaci. Sulla pista dei matrimoni senza fine, dunque, anche Floriana ed Alessandro tra poco più di un annetto. Perfetto, ma anche no. Una mano sul cuore e lacrime. Una mano sul portafoglio e lacrime. Motivi diversi, stesso effetto. La comunicazione è avvenuta, come convenuto, sabato pomeriggio. I due romani dietro la protagonista e le due amiche londinesi davanti, immortalate dalla webcam. Attesa sfibrante della loro comparsa che mi ha portato a maledire Internet: “Dieci anni fa l’avremmo già saputo senza quest’attesa! Chi c’è c’è, chi non c’è pazienza”, mi sono sorpresa ad esclamare. Quando abbiamo visto tutti e quattro il file mostratoci da Floriana e che ritraeva due sposi in abito da cerimonia, abbiamo capito. Ho subito pensato che il destino di gente come me è avere ragione nelle sue paure preventive come certe guerre. Eccolo là, il puro timore che mi ha fatto mettere le mani in faccia mentre da Londra esultavano. Espressione da urlo di Munch, la mia, facilitata dal fatto che Floriana mi dava le spalle e subito individuata dalle girls via webcam. “Smettila!”, mi hanno urlato da Londra, ed io ho subito obbedito. In fondo era una buona notizia. In fondo. E toccato quello c’è sempre il doppiofondo: i bebè che verranno. Non faccio nemmeno in tempo a pensarci che Floriana afferma: “Sì, è ora, anche perché vogliamo un figlio”. Azz! Non so più dove mettere le mani, le cui dita così finiscono in bocca. Immediato il richiamo da Londra: “Maresca togli le dita dalla bocca!”. Quando si dice rompere a distanza. Floriana rideva di tutta la situazione, comica per facce ed osservazioni. Bene, non stavamo scivolando nella retorica un po’ stucchevole di queste comunicazioni, tutt’altro. “Hai più di un anno per metterti i soldi da parte, basta un euro al giorno”, mi dice la F.M., come ho saputo si chiamano quelli nella condizione sua e di Alessandro. Futura Moglie e Futuro Marito: la frequenza delle mie palpitazioni non teme nessuna interferenza, se non quella dei ricordi di Floriana dietro al mio banco, in classe, e quella di Floriana che culla il suo bambino nel futuro. E mi viene un nodo alla gola, mentre la retorica ha la meglio e, finita la comunicazione via web, l’abbraccio commossa. “Bah, e mo’ stai piangendo?”. Ed io, facendo un cenno d’assenso con la testa, bisbiglio: “Un po’”. Ma la lacrimuccia scompare appena si materializza l’amico andato fuori a fumare, che urla esasperato: “E quella che piange sempre!”. Sempre no, solo quando faccio di tutto per non scivolare nella retorica e nelle reazioni che reputo banali. Di riuscire ci riesco, ma poi se passo dal piano razionale a quello emotivo, e per fortuna la maturità mi ha permesso di farlo in un piccolo salto, allora è finita e sono umana come gli altri o quasi. Disumano, invece, è il numero dei matrimoni che cresce, cresce, cresce, come la panna montata. Sarebbe ingiusto, però, mettere il matrimonio di Floriana tra gli altri. Il suo è IL matrimonio, il primo vero della serie, quello più giusto per una persona cui non pesa alzarsi per cullare il suo procuginetto che la sveglia dopo brevi sonnellini mentre lei si sta per addormentare e la trova sorridente, mentre io al suo posto darei vita ad un caso che quello di Cogne al confronto impallidirebbe. Sì Floriana, sei pronta, te lo dico a nome di tutti. Ed a nome di tutti, come ci hai chiesto, aggiungo che ti daremo una mano nell’organizzazione del matrimonio. Solo non ci coinvolgere nel vegliare la notte le tue creature. Quello solo un genitore lo può fare, o chi un genitore vuole a breve diventare.

mercoledì 28 maggio 2008

Il mistero della cosa

Siamo tutti sulle spine. Riconducendo la questione nello specifico da cui parte, siamo in quattro sulle spine. Quattro, come le ruote di una macchina ed i celeberrimi Fantastici, ma anche come gli elementi e gli angoli di un quadrato. E chi ha messo questi quattro, di cui naturalmente io faccio parte, sulle spine? Floriana al suo ritorno dalla Puglia. Durante un’innocente quanto solita telefonata in pausa pranzo, ieri mi dice che sta organizzando un incontro via web con le amiche di sempre volate a Londra e di tenermi pronta per andare a casa sua con un altro amico che vive a Roma perché ci deve far vedere una cosa. Ora, io già aborro questo termine che non definisce nulla ed è emblema di vaghezza. Mi ricordo quando ero piccola e già intollerante nei confronti di tali approcci linguistici indefiniti, che mi portavano a non prendere oggetti chiamati dal mondo adulto a me circostante “cose” o, peggio, “cosi”. “Passami quel coso, prendimi quella cosa”. Ed io facevo l’effetto eco: “Coso? Cosa?”, mentre il mondo si spazientiva e si alzava a prendere il coso o la cosa. Sarebbe bastata una definizione perché esaudissi la richiesta, ma quel mondo, non capendo la mia resistenza non violenta, quasi gandhiana, all’indolenza lessicale, ha sempre preferito affibbiarmi svogliatezza nel senso comune del sostantivo. Tale digressione serve a capire quanto è radicata la mia idiosincrasia per il termine “cosa”. Immaginate dunque cosa succede quando tale non-nome definisce una sorpresa che sto temendo come non mai. Cosa può essere “cosa”, per Floriana, in questa frenesia di matrimoni e procreazione che mi circonda? Un’ecografia con il suo bambino, come ho pensato subito? Un anello con tanto di annuncio della data di nozze, come suggeriva la londinese pro tempore stasera su Messenger? O una foto di quando eravamo piccoli trovata in qualche cassetto in modo da farci svenire tutti contemporaneamente per la nostalgia? Cosa ci mostrerai, Floriana? Mio Dio, penso con le mani in testa fra un articolo ed un altro, nelle pause meditative che creano rughe sulla fronte: questi giochetti alla mia età perdono tutto il fascino rivestito fino a qualche tempo fa da divertita attesa per trasformarsi, assieme alla mia voce, in una gracchiante afasia. Faccio i conti di quanto mi costi quest’anno l’amore altrui, partecipatomi a chiare lettere attraverso inviti e chiarimenti senza possibilità di smentita: “Vogliamo soldi, abbiamo il mutuo. Abbiamo tutto, dateci soldi. Non abbiamo granché, ma preferiamo un viaggio (che non si compra a battute su Word, purtroppo, altrimenti avrei regalato a tutti il giro del mondo)”. Decisamente per me è troppo, anche se questi amori fossero eterni, al contrario del mio conto in banca. Il terrore di un annuncio corre sul filo spinato dei nervi provati dalla malinconia e del mio stomaco che ancora risente dell’ultima abbuffata di frutti di mare crudi, anche se nei tempi d’oro dallo straordinario appetito avrei fatto di più, stando malissimo ma solo un giorno, invece di trascinarmi disgustata da tutti i cibi per una settimana. Vedo i fiori per la sposa e le mie opere di bene monetarie. Al varco, la bancarotta. Perché non sia mai che si sposa qualcuno cui tengo e lesino qualcosa. Per Floriana, poi, è tragedia pura. I suoi fiori d’arancio saranno i miei crisantemi finanziari: ero ammalata e mi ha curato, sottraendomi ad una casa gelida, ospitandomi tra le sue mura dai termosifoni funzionanti e preparandomi le minestrine in un fine settimana dalle indimenticabili febbri. Quel calore non lo ripaga nessuna cifra. Le mani sulla testa si fanno più serrate, mentre il sangue comincia a pulsare veloce davanti alle parole scritte ed alle pagine da riempire prima di mandare il giornale in tipografia. “Porca miseria, la miseria!”, penso allarmata da un semplice annuncio che potrebbe rimandare pure ad altro; ma a questo punto il copione delle vite attorno a me è così simile che non penso di sbagliare. Perché nessuno dei miei conoscenti mi fa più comunicazioni normali? Perché tutte le sorprese finiscono sull’altare? “Perché hai trent’anni?”, chiederebbe qualcuno dei lettori e non solo.
E allora risponderei, con la testa sempre tra le mani ed una pagina bianca di panico: “Perché, perché?”.
Ma soprattutto, Floriana: cosa?

domenica 25 maggio 2008

La barrique del matrimonio

“La barrique è come il matrimonio”. Questa la frase del giorno, pronunciata da un enologo abruzzese durante una delle tante degustazioni fatte tra ieri ed oggi in un vinoso fine settimana fuori porta. Facendoci assaggiare due bicchieri di Montepulciano, uno trattato in botte e l’altro no, c’è stata questa massima poi spiegata nel dettaglio. “Fatevi dire questa perla di saggezza da un separato, e segnatevela: nel matrimonio vengono messi a fuoco e si ingrandiscono tutti i difetti. Quando questi sono insopportabili e non si combinano si scoppia, al contrario di quando ci si riesce ad incastrare bene caratterialmente, tanto da creare rapporti solidi e duraturi. La barrique è uguale: quando la componente dura e quella morbida del vino si tengono, ne esalta le qualità, altrimenti lo distrugge”. Io ed i miei compagni di bevute abbiamo preso appunti, nel mio caso mentali. Il legno toglie il carattere primario, cioè quello relativo al frutto, rendendolo più morbido, vellutato, meno diretto o “cafone”, per citare sempre l’esperto. Di conseguenza il vino prodotto in barrique ha bisogno, in quanto più strutturato, di piatti più importanti, tipo una tagliata di vitello ancora sanguinante. A questo punto ho assistito all’espressione disgustata della trentenne per il compleanno della quale un bel gruppetto romano si è spostato in Abruzzo. Lei, infatti, ha abbracciato il credo vegano, e perciò rabbrividisce laddove io mangio. “Alimentazione non violenta” è la sua espressione che rende perfettamente il personaggio, impegnato nella difesa dei valori di sempre tra le strade di un paese di montagna abruzzese circondato da ginestre e papaveri, ma non alieno da dinamiche tristi ed un po’ ridicole. Per esempio la vicenda di mister Z., come chiamerò per rispetto della privacy colui il quale è stato l’oggetto di discussione della festa tra i paesani che si credevano inascoltati da altri, sbagliando di grosso. La sottoscritta, infatti, appena ha colto la frase indirizzata da una giovane madre ad un invitato: “Vieni più vicino, perché la questione è abbastanza privata”, ha raddrizzato le antenne impigrite dal ritrito scambio di battute. Impicciona? No, curiosa. Si dà il caso che i due fossero molto vicini a me, quindi potessi ascoltare senza difficoltà quello che si dicevano. La giovane madre, infatti, lamentava la sua esclusione al prossimo matrimonio di mister Z. con una certa strega che ha proibito la sua partecipazione alle nozze di quest’amica di lui, madre divorziata con cui mister Z. ha avuto una storia giovanile, come ha confessato alla sua metà in un rigurgito di sincerità andando poi dall’amica a dire: “Lei non ti vuole, io non so che fare. A questo punto a te la scelta”. Ora, una considerazione in me nasce subito, riconfermata da quanto ha aggiunto dopo l’amico e non solo, dato che è stato l’argomento affrontato al pub quando ho ammesso pubblicamente di aver ascoltato tutto fra le risate generali di quanti pensavano che stessi solo parlando con loro. Come se nel frattempo non si potesse anche prestare orecchio a cosa dicono gli altri!Penso all’istante, infatti: “Mister Z. è scemo e vile. Cosa può fare un’amica in questa condizione se non assecondare la strega e non mettersi in mezzo?”. Mister Z. è un ex bassista. Lei gli ha fatto lasciare il gruppo, ha aggiunto quest’amico che, quando aveva i rasta, ha avuto una storia con la sorella, lasciata perché uguale alla strega. Le sorelle streghelle, come le ho soprannominate subito, pare siano l’una confidente dell’altra. Si consigliano strategie e studiano i modi per piegare ai personali capricci i loro partner, recidendoli dall’ambiente circostante. Con alcuni non ci riescono, tipo l’ex rastone. Ma il mondo è fatto anche di mister Z., da me associato a Jack Frusciante dopo aver appreso la sua uscita dal gruppo. Quindi pare che il Frusciante abruzzese sia un vero e proprio succube. Gli amici si dividono in due scuole di pensiero: quanti pensano che prima o poi si romperà le scatole e l’amore cederà il passo alla stanchezza, anche se si sposano a breve, e quanti invece scommettono sulla durata della storia perché mister Z. è un tradizionalista e quando dice “per sempre” davanti all’altare così è. Se non lo lascia la strega, sostengono questi, madre divorziata inclusa, è perso, andato, per tutti. Informata ormai dei fatti, anche se nessuno lo era che io lo fossi, mi sono subito interrogata: io di quale partito facevo parte? Possibilista o pessimista? Oggi non ho dubbi: etilista. A decidere sarà la barrique del matrimonio che, lungi dall’essere indissolubile, come sostiene mia madre, fa venire i nodi al pettine, come sostiene l’enologo. Se ben assortiti reggeranno, sennò scoppieranno. Certo, una strega ed uno stupido succube si tengono abbastanza bene, perché l’una ha bisogno dell’altro. Tocca solo vedere se lo stupido è tale a prescindere o perché innamorato. Ma questo dato non ho potuto appurarlo nel breve spazio di mia permanenza perché impossibilitata a conoscere mister Z.-Jack Frusciante, dalla strega segregato. Peccato.

venerdì 23 maggio 2008

Diritto di spritz

C’è un unico diritto trasversale, e non riguarda né la materia civile né quella penale, peraltro suscettibili di rivisitazioni come tutte le cose umane. Epperò, dove lo mettete il piacere di una bevuta in compagnia, meglio se all’aperto in una Roma finalmente ricalpestabile dopo giorni di accanite piogge? Sin dai tempi dei greci ed ancor prima, penso sia una delle abitudini più radicate e meritorie. Oggi, dopo aver seguito una conferenza via web in streaming, ho ricevuto una telefonata da parte di un’amica in Capitale per dei corsi. Ora, l’amica in questione non è propriamente quella con cui si sono condivisi segreti chiedendo alla professoressa di andare al bagno insieme mano nella mano, abitudine tutta femminile da sempre detestata ed a ragione. L’amica in questione, detta Bobba, all’anagrafe Francesca, è magistrato pur non provenendo da una famiglia di toghe, e questo, nel nostro Paese, cioè che qualcuno riesca a fare quello che ha sempre sognato senza natali illustri in quel settore, è già un piccolo miracolo al merito. La reciproca simpatia nacque in un pugno di giorni estivi di anni fa. Dopo un lungo silenzio, quando l’anno scorso venne a Roma per il concorso, mi chiamò per chiedermi ospitalità come se fosse stata la cosa più naturale, ed io, meravigliandomi di lieto stupore, la andai a prendere alla stazione. Riprendemmo a parlare come se ci fossimo lasciate il giorno prima dopo anni di conoscenza. Quanta differenza rispetto a certi rapporti storici che prosciugano le parole, nel presente come nel futuro! Ci siamo date appuntamento a piazza di Spagna, e mentre l’attendevo respiravo la bellezza di una giornata lunga che permette di prendere l’aperitivo ancora con la luce, ricordando quando giungevo a Roma in visita a mia zia e dovevo stare attenta, in questi posti, ad evitare le macchine fotografiche di chi scattava imprecando al passaggio di teste impreviste. Ora ci sono le digitali, il problema è risolto. Ripensavo agli occhi con cui guardavo il centro di Roma allora come nei primi anni in Capitale. Una volta Federica, l’amica terzomondista e per niente arrivista, mi disse: “Come invidio te e tutti quelli che riescono a guardare Roma con gli occhi del turista!”. Io non la capii pienamente, ma il tempo mi ha reso perfettamente chiaro il suo sentimento. Anche io, pian piano, impercettibilmente, ho smesso di contemplare Roma. La vivo di fretta e più sotto o in interni che sopra ed all’aperto. Pure quando sono sui bus, tendo a soffermarmi maggiormente sulle persone che sui luoghi attraversati; anche per evitare scippi. Nel turbinìo di questi pensieri compare la Bobba con un suo amico e collega. Ci salutiamo abbracciandoci senza convenevoli di circostanza. “Aperitivo?”. Annuisco e li conduco dove avevo già stabilito. Figuriamoci se la gente del Nordest (entrambi sono friulani) rinuncia(no?) a bere. Ed è scontato anche cosa. La mia richiesta di prosecco viene seguita da quella di due spritz, cui mi adeguo subito in onore dei Vostri Onore. E mentre ci parlavamo delle rispettive attività, io pensavo che avevo vicini due magistrati, e questo mi ha fatto una certa impressione. Me la ricordo la Bobba, sconvolta da come si beveva al Sud, convinta di avere lo scettro della beona in quanto friulana. E invece l’abbiamo stesa col Primitivo di Manduria 18 gradi, consumato a fiumi presso l’enoteca del mio bianco paese in anni dai collassi etilici ormai inarrivabili. Oggi formava un duo molto divertente con l'amico-collega. Li ho ribattezzati “toghe rosse” a causa del colore delle loro giacche. Lui, poi, aveva una piantina come Léon nell’omonimo film di Luc Besson, e quindi ho cominciato a chiamarlo alla stessa maniera. Ad un certo punto eravamo tutti un po’ storditi mentre loro fotografavano le chiese gemelle ed io fingevo di scagliarmi contro il destino che mi vede sempre a contatto con turisti, nel lavoro e nella vita, convenendo infine che Roma rende tutti un po’ turisti, specie coi colori e la temperatura di stasera. Io, poi, a proposito di girovaghi, porto sempre con me lo stradario, che non si sa mai dove mi mandano per lavoro. Stasera, per esempio, avevo una cena, ma tra lo spritz e gli intrichi di strade del centro, mentre aspettavamo il bus che avrebbe condotto i magistrati da un’amica, ho preso la mia bussola cartacea per una veloce consultazione. “Ma come, giri con la piantina”? “Perché, voi?”, ho risposto indicando il vegetale tra le mani di Léon. E così la Corte ha riso ed io con essa. Un abbraccio ha suggellato l’arrivederci all’arrivo del bus, che ha fatto una bella figura davanti ai forestieri. Dieci minuti di attesa e posti a sedere. Mi sono sentita orgogliosa in qualità di detentrice di Metrebus card: Atac, servizio efficiente e spedito. Almeno per questa corsa. Quindi mi sono avviata alla metro, deliziata. Happy spritz? Forse, ma avevo anche rivisto la città in cui vivo con gli occhi emotivi del ricordo e di un futuro che non è più quello di una volta. Happy Roma.

giovedì 22 maggio 2008

Ombrelliadi (II)

Ed eccomi qui, col secondo post dedicato alle Ombrelliadi che riprende quello di ottobre scorso per studiare un’altra figura vittima degli acquazzoni, particolarmente virulenti in questi giorni. Nello scritto di ottobre ho analizzato le peripezie di chi prende i mezzi pubblici con i disagi connessi a questa condizione, abbondantemente ampliati dalle raffiche di pioggia. Oggi mi voglio soffermare sul pedone, cioè chi non è necessariamente costretto a prendere bus o metropolitane, ma esce per fare delle commissioni, magari nei pressi di casa, o anche chi lascia il tram e si avvia a piedi per qualche meta in particolare. La cornice è sempre quella bagnata, quindi la persona in oggetto di sicuro è munita di ombrello. Ma per certe circostanze, a Roma, non c’è ombrello che tenga, o meglio, bisogna tenere l’ombrello basso, bagnandosi in testa. E poiché questa è una parte che spesso si preferisce tenere asciutta, è chiara la porzione corporea destinata ad inzupparsi: quella che va dai piedi alle ginocchia. La situazione classica è quella che vede il malcapitato attendere il proprio turno per attraversare la strada. Un’occhiata al semaforo pedonale rosso nel grigiore bagnato che permea la città dai manifesti scollati con inviti a partire per qualche meta esotica e calda in prossimità dell’ennesima bella stagione, respinta da condizioni climatiche simili a quelle autunnali. Si guarda con preoccupazione il guado d’acqua che s’interpone prima dell’attraversamento. Le strisce bianche sono il fondale lontano di pozze dove sarebbe interessante anche fare diving, se l’acqua fosse più pulita e non si rischiasse di essere investiti durante l’immersione. Il malcapitato guarda con un groppo alla gola quanto l’aspetta. Come farà quando il semaforo diventerà verde? Mai preoccuparsi per il futuro, comunque, dato che interviene sempre un fattore non considerato a sparigliare le carte, anzi, a sollevare le acque. In questo caso il fattore non considerato è il classico str…. che passa a tutta velocità per non trovare il rosso e fa vedere al malcapitato uno tsunami che si abbatte, quando va bene, dalla vita in giù, sempre che il malcapitato, a questo punto un po’ incacchiato, sia stato pronto a proteggersi dalla marea fangosa con l’ombrello. A questo punto, anche se il bistrattato pedone ha davanti il semaforo verde, ci vede solo rosso ed al 99,9% dei casi ha già indirizzato le più spietate e fantasiose sentenze all’indirizzo di chi ormai è lontano. Per colmo di sventura, se la pioggia è continua ed abbondante, la pozza si riempie velocemente d’acqua, così se non si è veloci non si può nemmeno approfittare di quell’originale opera di drenaggio a spese di mise ed ossa fradice. A volte, però, non c’è bonifica che tenga e si assiste al malcapitato che guarda dove irrimediabilmente andrà a bagnarsi, sconsolato. Per metri e metri, nessun approdo superiore al livello della pioggia, vero e proprio mare, molto nostrum. Hai voglia ad invocare le figure bibliche. Mosè non avrebbe mai potuto farsi largo tra certi guadi romani, e Noè avrebbe osservato la sua arca affondare tra i sabotatori della Capitale al grido: “Aò, nun basteno le auto blu? Ora scenni a soffrì, co’ noi!”. Roma è sempre generosa, in tutte le sue manifestazioni. Anche quando è bastarda, lo fa in grande. I goccioloni delle sue piogge stanno a significare che questo assunto non si applica soltanto al carattere dei suoi abitanti, ma anche al suo clima. Se fa caldo, si muore; se piove, si annega e la città si blocca. Tutto in grande stile, come si conviene ad una Capitale. Che poi le cose in sé siano buone o cattive, non è argomento di questo post. Di sicuro sono grandiose, e tanto basta per fare di Roma quello che è: un palcoscenico di monumenti e teatranti a cielo aperto, anzi, spalancato.
In questi giorni, bagnato.

giovedì 15 maggio 2008

La rivolta degli oggetti

Altro che rapporto passivo col mondo circostante. Appena mi stacco dalla dimensione speculativa ed avvio un’azione, qualsiasi essa sia, gli oggetti mi si rivoltano contro. Si animano, prendono vita, saltano. Ieri sera, per esempio, anzi stanotte. Stavo facendo la valigia per partire alla volta del matrimonio di Serena (vedere post precedente per chi non lo avesse letto). In genere i preparativi per la partenza sono fatti la notte stessa della data, a qualsiasi orario si avvii il mezzo su cui salirò. Ora, è tradizione che in queste circostanze smarrisca sempre qualcosa, e generalmente si tratta di oggetti che è importante riportare giù. I biglietti no, quelli sono sempre lì a ricordarmi che parto a fare non si sa cosa, perché spesso ciò che perdo riguarda il motivo stesso del mio viaggio o qualcosa di molto importante per la mia missione al Sud. E così nottate in bianco e giro in tondo, fino a quando quest’oggetto non si materializza dopo varie messe a soqquadro dei pochi metri quadri che ho a disposizione. Oggetti dispettosi, che si nascondono, ridono e, quando raggiungo l’acme della disperazione e del sonno, riappaiono divertiti. Malefici. Stanotte, però, hanno superato se stessi. Già mi meravigliavo di non aver perso niente quando la boccetta dell’olio estivo si è avvicinata al mio gomito con l’intento di schizzare via dalla sua postazione. Ad un certo punto sento un rumore alla mia destra e vedo una macchia giallastra a terra. Mi precipito a raccogliere la bottiglia prima che tutto il suo contenuto si riversi sul pavimento, ma nel fare questo il filo dell’abat-jour mi viene tra i piedi. Per evitarlo sollevo la gamba e quello la segue, così ad un certo punto ho la bottiglia d’olio salda, si fa per dire, tra le mani, e l’abat-jour a terra, a pochi metri dalla macchia d’olio. La situazione stava precipitando, mentre il coamico, che mi aveva augurato poco prima la buonanotte e si era ritirato nella stanza adiacente, sicuramente stava scuotendo la testa in orizzontale, con un sorriso compassionevole stampato sulla faccia: “Valentinuccia…”. Nella mia stanza, ripeto, la situazione stava precipitando. Non sotterfugi stupidi come da tradizione, allora. Gli oggetti mi avevano dichiarato guerra vera e propria. Innanzitutto c’era da chiudere quella bottiglia pericolosa e da lavarla assieme alle mani, completamente oliose. Faccio per prendere il tappo e lui, capriccioso e pieno di buonumore, mi salta dalle mani più volte. Vola e torna in un giochetto ingannevole che mi fa pensare di averlo catturato per pochi istanti, dopo i quali schizza via andandosi a posizionare sulle magliette poste nella scatola aperta della roba estiva. Guardo il volo a bocca aperta, costernata: “Questo no, eh!”, sussurro mentre vado a riprendere il riottoso dalla scatola, pronta a constatare il danno. Per fortuna era finito su una maglietta vecchia che indosso in casa. Guardo il tappo con sorriso di trionfo, lo prendo e lo ficco sulla bottiglia, sciacquando il tutto. Proprio l’acqua mi fa venire un’idea che testimonia la mia assoluta mancanza di buonsenso, per usare il gentile termine con cui la comica ha descritto la scena di quando è tornata a casa e mi ha visto con le gambe incrociate, seduta a terra a contemplare il mio capolavoro finale ed attendendo cattolicamente un aiuto dall’alto. Col mocio, infatti, bagnato nell’acqua, avevo spalmato l’olio per quasi tutta la stanza, diventata dunque scivolosa e piena di piccole gocce. Speravo fossero d’acqua, anche se un sospetto cominciava ad aleggiare, fino a quando la Provvidenza materializzatasi nella comica al rientro mi ha spiegato, mentre agiva di conseguenza, che “per l’olio ci vuole il sapone, come quando si lavano i piatti. Poi si procede ad assorbire con un panno asciutto”. Parlava, si malediceva per essere entrata in camera e strofinava. Io ridevo. Uno spettacolo fantastico. Se non mi ha dato dell’idiota stanotte, non lo farà mai più. Le parlavo di assenza di cognizioni chimiche, lei di logica (sempre assenza di). Poi è andata a letto, stremata. Era troppo stanca perché le potessi spiegare la trama ordita dagli oggetti contro di me, stanotte particolarmente feroce. In genere si limitano a sfuggirmi scatole mentre i coperchi vi rimangono saldamente aggrappati, o si staccano dalle lattine le linguette che servirebbero ad aprirle, lasciandomi con un inutile pezzo di metallo in mano ed un’imprevista invulnerabilità del contenitore. Sartre diceva che “gli altri sono l’inferno”. Concordo. Specie perché fra te e gli altri s’interpongono una serie di oggetti la cui gestione mi è spesso impossibile. Ma solo per loro volontà, sia chiaro.