venerdì 27 marzo 2009

The ladies of the ring

Bene, signore e signori, o forse sarebbe meglio dire signore e signorine, o future signore, anche se ormai l'appellativo di signorina è passato in disuso e siamo tutti signore e signori. Tali gli effetti della democrazia. Il conto alla rovescia si fa sempre più incalzante, il tempo d'attesa sempre più breve. Siamo a meno tre mesi dal matrimonio di Floriana, quello cui farò da testimone e che mi costerà la tredicesima, per capirci (a voi dedurre se la tredicesima è ridicola o l'impegno economico importante). La settimana inizierà con le pubblicazioni dei futuri sposi, quel rito che molto folcloristicamente, per usare un eufemismo, dalle mie parti prende il nome di 'mezza zita', dove la zita sarebbe la sposa. Ricordiamoci che questo blog potrebbe essere letto anche da individui che vivono tra le Alpi, non solo da gente di mare e di Sud, per cui i termini non appartenenti all'italiano comune richiedono una traduzione. Floriana si sposa, e fin qui nessuna novità, come non è nuovo che dall'albero di Natale al costume da bagno il passo sia ormai breve, in questa vita dai tempi sempre più galoppanti. Il fatto che merita nota e che ha caratterizzato quest'autunno/inverno, tanto da giustificare il titolo del post, è che ad un certo punto la parte femminile del gruppo con cui si esce ripetendo sempre le stesse idiozie da più di dieci anni si è trasformata nella Compagnia dell'Anello. Solo che qui non bisogna liberarsi di nessun anello, al contrario. E' la parte maschile del gruppo a liberarsi di una certa somma nell'acquisto del ring. La futura sposa, a sua volta, il ring lo riceve, ne parla, lo mostra, racconta la cornice che lo ha visto diventare parte del dito. Per me, comunque, memorabile rimane sempre la scena di quando Ridge, non proprio un mio amico, fa trovare l'anello a Brooke, non proprio una sposa modello, incastrato nella flute di champagne tra gli improperi che mia madre lanciava alla stupidaggine di lui ed ai facili costumi di lei. Le storie a me vicine, tornando alla cronaca, hanno una successione quasi matematica. Apre le danze Floriana a fine ottobre con un anello ricevuto in un locale del nostro paese. Il futuro marito fuma una sigaretta fuori e quando rientra sposta da una parte il tavolo tra i suoi insulti 'che tanto ci passavi lo stesso', capendo solo quando lo vede in ginocchio cosa sta per accadere. Un ictus? Certo che no, soprattutto quando a questa posa si aggiunge un astuccio sollevato. Allora butta le noccioline sussurrando una nota parolaccia che richiama il sesso maschile ed ascolta la fatidica domanda tra gli sguardi stravolti dei presenti in sala, cugino e fidanzata in primis. A Natale il balletto continua con Alessandra, che riceve il giorno della vigilia il prezioso cerchio nientemeno che al mare, sulla spiaggia dove nacque l'amor. Nessuna data e nessun ginocchio piegato, ma un impegno preciso a sistemarsi appena possibile. Nemmeno il tempo per ripetere un altro milione di volte la storia di Floriana che arriva questa chicca dibattuta sotto l'albero, sopra l'albero, in chiesa, fuori dalla chiesa, con gli amici e da soli. The end? Macché, non c'è due senza tre! A San Valentino arriva l'anello di Maura, consegnato in ginocchio a Parigi con proposta di data precisa, corrispondente ai 15 anni di fidanzamento. E così anche l'eterna fidanzata finirà di essere tale in agosto. "Tutto arriva e tutto passa", dice mia madre. Amen, ed il mio post prende questo titolo che avrebbe anche potuto essere 'In ginocchio da te', se pure l'anello di Alessandra fosse stato accompagnato da genuflessione. Con questi matrimoni fissati o annunciati diventiamo di botto adulti. E più poveri. Mica si cresce gratis, soprattutto se te ne accorgi con un invito nuziale. Quando si esce, adesso, è tutto uno sfolgorìo, i compaesani che ci incrociano debbono mettersi gli occhiali da sole per evitare di essere accecati dal luccichìo che si sprigiona dalle future spose. La Compagnia dell'Anello avanza, inesorabile, e tutti si piegano storditi dal suo passaggio raggiante e radioso: radiante, insomma. The ladies of the ring guardano tutti con aria compiaciuta, danno una pacca di compassione partecipe a quelle senza anello e le rassicurano coi loro occhi pieni di orafo fulgore che anche per loro arriverà il giorno in cui riceveranno un pegno d'amore da parte di chi le adora ed adorerà per sempre, con ovvia ed umana parentesi quando si tratta di saldare il conto in gioielleria. Ebbene, care ladies, come Floriana sa perché da testimone non gliel'ho potuto nascondere, anche la sottoscritta ha un ring datole per la laurea dai genitori. "Non lo hai mai portato al dito!", ha esclamato meravigliata. "Per non mettervi in imbarazzo", ho riposto io chiedendomi se talvolta credo veramente alle mie affermazioni e scatenando la risata di Floriana. "Eddai, che fico, non hai dovuto nemmeno aspettare che te lo regalasse uno! Ora te lo puoi mettere, allora!". Certo, ma non per questo faccio parte della Compagnia dell'Anello. The ladies of the ring pensano alla vita a due, non a sopravvivere all'unica che si è avuta in sorte.

martedì 10 marzo 2009

Decadenti e decaduti

"Sono l'Impero romano alla fine della decadenza". Così Verlaine riassumeva in un sonetto la propria condizione di disfacimento, specchio di un'epoca in crisi e consapevole dello sgretolamento progressivo dei pilastri ottocenteschi. Il Novecento era alle porte, e con esso la follia delle guerre mondiali e la perdita dell'io che aveva trovato e provato nel XIX secolo un'impostazione razionale. Questa frase, sepolta nelle memorie liceali, ha fatto capolino nella prosaicità di un'attesa in metropolitana, leggendo su un supplemento finanziario sfogliato distrattamente, tra grafici con linee a picco e quotazioni borsistiche misteriose, la seguente frase: "Il decadente capitalismo internazionale, nelle cui mani siamo finiti, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso". Queste affermazioni appartengono a John Keynes e furono scritte nel 1933. Quello che fa grandi gli economisti è la loro capacità di giudicare in prospettiva, di avere uno sguardo a lunga gittata. Ciò rende tutta la miseria degli esperti attuali, che nella migliore delle ipotesi non hanno capito niente, nella peggiore sono corresponsabili consapevoli dei disastri attuali. Chi ci ha lucrato ed è stato zitto per interesse non lo ammetterà mai, quindi è sterile qualsiasi ricerca in questa fase di confusione suprema dove a patire, manco a dirlo, sono sempre gli stessi, quelli che pure prima della crisi non è che se la passassero benissimo. Sono entrata nel mondo del lavoro e del turismo, nella fattispecie, dopo l'11 settembre; tutti già a parlare di tempi bui, rievocando i meravigliosi anni '80 e '90, quando i soldi scorrevano a fiumi. Fase di transizione, ok. A me però questa transizione pare sempre più una condizione perenne, definitiva, come la precarietà di certe vite legate a lavori che fino ad una manciata di anni fa avrebbero garantito un'esistenza dignitosa. Sto parlando di professioni che richiedono una laurea, una specializzazione, una pratica non indifferente, la cosiddetta gavetta, appannaggio solo degli sfigati che quando sono veramente tali la fanno a vita. La condizione di decadente è molto dissimile da quella del decaduto, sebbene la preceda. Il decadente è anche un gaudente, se la spassa fino a quando può, più o meno consapevole che si sta consumando un mondo. Per il decaduto il mondo è già consunto, un'epoca si è chiusa per sempre. Così è stato per mio padre, primo della famiglia a lavorare dopo che mio nonno e tutti gli avi hanno vissuto di rendite fondiarie. Nonno si è goduto la vita, papà no, per quanto c'è da dire che anche i suoi cugini hanno iniziato a lavorare, e questo a prescindere dalla condotta dei loro padri, sicuramente irreprensibili, almeno rispetto a quella testa di indisciplina fenomenale di mio nonno, allegro nella vita e nelle finanze. Altro periodo storico, la terra non rendeva più come prima. Epperò i cugini di mio padre hanno avuto gioco più facile con i loro padri, eredità cospicue di beni tenuti come Dio comanda. Mio padre per rimettere in sesto la casa dissestata di famiglia scampata alle vendite e donata per miracolo da nonno si è dannato l'anima, ha speso tutto quello che aveva accumulato con il lavoro e qualcosa di più, ha fatto prestiti ed accettato di vivere con la suocera che ha venduto a sua volta la casa assieme a quella dove abitavamo quand'ero piccolissima. E qui mi fermo ad analizzare: un lavoro garantito, dei risparmi, due case, una famiglia numerosa, tre figlie non sono mica poche...Riconsidero la questione: forse il decadutismo, faccia seguente al decadentismo, non riguarda mio padre, quanto piuttosto me. Lui ha vissuto la sua giovinezza in un mondo in crescita, alla sua nascita fortunata si è aggiunto il boom degli anni '60, le sorti del mondo economico occidentale sembravano magnifiche e progressive. Quando crollò il comunismo mi colpì una frase di cui ho dimenticato l'autore: "Non è tanto una tragedia che sia caduto il comunismo, quanto che il capitalismo rimanga l'unico sistema economico in piedi". Questo capitalismo, aggiungo io, già stigmatizzato da Keynes, ora da tutti tardivamente riscoperto. "Ero l'Impero romano adesso decaduto", potrebbe essere allora il manifesto del Decadutismo che prende le mosse dal Decadentismo di Verlaine. Un mondo è finito. Forse si sta rigenerando, ma di sicuro è all'impasse. Il buonsenso mi dice che era inevitabile andasse così: l'avvitamento impazzito di certi trucchi finanziari e le favolose ricchezze accumulate in pochi anni da spregiudicati maghi della speculazione meritavano uno stop. Non so se e con quale capitalismo ripartiremo, né se riusciremo ad emanciparci dalla condizione di acritici consumatori grazie ai portafogli più vuoti e ad una soglia di attenzione che spero ci rendano più cittadini e consapevoli, allontanando la barbarie generata dall'irrazionalità delle paure e pensando a come riempire di contenuti una vita spesso distratta dagli acquisti inutili. I miei coetanei ed io siamo precipitati ad una soglia minima di speranze e di prospettive. "La mia generazione ha perso", cantava Gaber sconsolato. "La mia generazione è persa", rispondo con un significativo cambio di ausiliare ed un sottotitolo che dà un barlume di futuro: "se continua a guardare un mondo ormai decaduto".
Decadenti e decaduti, dopotutto, hanno ugualmente a che fare con le proprie decadi, che a loro volta decadono. Tempus fugit.

lunedì 2 marzo 2009

Le feste che passano

Anche questa festa è passata. Per chi non sapesse, alludo al ritrovo di persone più o meno note organizzato di volta in volta a seconda della casa in cui riparo e delle persone con cui vivo. Pensata come occasione per far conoscere il proprio mondo agli iniziali estranei con cui si condivide l'appartamento, la festa è diventata di anno in anno momento di incontro di persone che ormai si conoscono già, in quanto quei mondi venuti a contatto si sono poi frequentati e magari anche piaciuti. Così è stato automatico invitare, oltre a chi ha lasciato la casa per una convivenza, anche gli amici storici che questa persona ha portato al vecchio indirizzo, quando eravamo via Fezzan e via Casal Bruciato. Un modo forse sottile, ma neanche tanto, per ribadire che determinati fili rimangono sempre tesi, a dispetto del tempo che cambia fatti e persone. In via Grandis hanno fatto il loro ingresso vecchie e nuove conoscenze, gli invitati si sono mescolati tra di loro per fare quattro chiacchiere, nuovi e vecchi colleghi, amicizie dell'università, del liceo e dell'infanzia, amici di amici, colleghi di amici, amici di colleghi, fidanzati di amici e di colleghi. Il nostro claim è sempre lo stesso da via Fezzan, 'porta chi vuoi, ma soprattutto da bere'. Questo spiega perché gli invitati ci prendano in parola e contribuiscano ad arricchire la festa di presenze altre, che si aggiungono insieme a nuove bottiglie di vino o di birra, mentre la casa mette a disposizione una base alcolica a prova di bomba. Due bottiglie di Campari, di Gin, di Martini rosso, di rum, di vodka pura, di vino frizzante, di Aperol, cui si sommano varie unità di Coca Cola, Lemon Soda, acqua tonica e succo di pera. Per me era un pochino, ma ho dovuto desistere davanti alle sopracciglia inarcate di coloro con i quali ho fatto la spesa. Patatine, olive e stuzzicherie hanno accompagnato il tutto. I più venali staranno già facendo il conto di quanto ci sia venuta a costare questa festa. Rispondo che, soprattutto in tempi di crisi, bisogna rendersi la vita più leggera, e questo giustifica un prezzo da pagare in quanto il piacere di stare insieme è sempre più inestimabile. Così la penso io, almeno. Le feste che si sono succedute si sono portate appresso gli inevitabili cambiamenti ed umori del momento, con soggetti più o meno brillanti a seconda del periodo vissuto. Non è detto, infatti, che ad una festa si dia il meglio di sé, ma rimane un piacere constatare, per chi apre la porta, che l'invitato ha tenuto ad esserci nonostante l'eventuale umore variabile. D'altronde una festa serve anche a raddrizzare un buonumore compromesso. Come al solito questi eventi scattano la fotografia del momento anagrafico vissuto, e questo forse spiega perché la stanza 'dance' ha conosciuto subito un abbassamento di volume ad opera degli invitati stessi che si sono seduti su tappeti e cuscini ed hanno iniziato a parlare. "Tanto non ballava nessuno e così ci siamo permessi". Eccerto che non ballava nessuno, i 20 anni sono passati da quel dì, e poi che ben ricordi i nostri party sono stati sempre occasione di grandi chiacchierate e bevute, quindi proprio non so che cosa avrebbe dovuto portare a muovere i piedi più delle mani, preziose invece per miscelare meglio il cocktail del momento. Giovani adulti, o adulti giovani, che si portano appresso i segni di una transizione da cui spesso esala il puzzo del guado o dell'autocommiserazione. I nostri genitori avevano già famiglia, casa e lavoro assicurati, noi tremiamo al pensiero di non averli mai, almeno per chi ha avuto il tipico modello da ceto medio che ha fatto quest'Italia o Italietta, giudicate voi. Io però me le ricordo le foto dei miei quando si sono sposati giovani, ed a tutti gli aggettivi si pensa tranne che a questo. Mio padre trentaduenne è molto simile a mio padre quarantenne ed addirittura cinquantenne, se si fa eccezione per un po' di grigiore e di pancetta sopraggiunta. Non avevano le nostre aspettative di vita, non si sarebbero confrontati con i prodigi della scienza e della medicina cui assistiamo noi di giorno in giorno, non viaggiavano né potevano comunicare in tempo reale con chi era lontano e non avevano tanti modelli di vita in un mondo che, per forza o per amore, li conduceva dagli studi all'altare. Era una società molto più povera di stimoli e molto più ricca di contenuti? Si stava meglio quando si stava peggio? Ed i nostri fratelli maggiori, i ventenni degli anni '80, cosa ci hanno lasciato, cosa ci hanno insegnato? Un cumulo di rovine e l'impulso sfrenato a consumare quando ormai gli scaffali sono vuoti. Ed allora forse sarebbe il caso di ripartire da noi, senza modelli cui uniformarci acriticamente, senza utopie da sbandierare, senza alibi sfiancanti. I fari del passato sono ormai appannati; con l'equilibrio squinternato che l'età ci riconosce, senza fare i patetici antieroi mucciniani o dover aspettare una storia di successo cui ancorarci per sperare, ripartiamo da noi. Da ciò che siamo, da quello che vogliamo ed amiamo veramente. Lamentarsi serve solo se è funzionale ad una protesta strutturata, altrimenti è solo un esercizio di pessimismo. Le feste che passano mi insegnano sempre la medesima cosa: quanto ami rivedere gli amici e conoscerne altri, conversare con loro, un piacere che non ha prezzo, e quanto sia inestimabile il valore di una passione, unico faro atto a dirigere una vita privata di modelli dalle contingenze. Ciò che ci piace fare, ciò che uno sente o sa di essere. Secondo me bisogna ripartire da qui, nella valle di lacrime dell'attualità.