No, non vi spaventate, nessun riferimento alla religione. Ieri sono entrata nell’Inferno della casa. Riferimenti a contenziosi domestici? Niente affatto, solo ad una zona della dimora romana per anni ricettacolo di qualunque oggetto o abito non trovasse collocazione nelle stanze per mancanza di spazio. Parlo del ripostiglio, da me preso d’assalto ieri pomeriggio per necessario, imprescindibile ed improrogabile trasloco. Necessario perché ci hanno dato il benservito, imprescindibile perché dopo questa comunicazione sconvolgente mi sono resa conto che la saturazione degli spazi casalinghi lo era molto di più, improrogabile perché abbiamo firmato il contratto a partire dal primo novembre. Dunque ci siamo, il conto alla rovescia è partito e quasi vicino allo zero. Motivo per cui ieri pomeriggio mi sono inoltrata nel ginepraio di bagagli, buste (sacchetti per chi legge a nord di Roma), fili, carte, pezze, stracci, detersivi e custodie abbandonate del ripostiglio-Inferno-della-casa. Il trekking nella foresta pluviale venezuelana è stato più rilassante. Lì un po’ di rami in cui farsi strada, qui la quotidianità impazzita, rimandata, abbandonata alla massima del “poi si pensa”, all’autoconvincimento illusorio del “metterò a posto, un giorno” o dell’ancora più illusorio “butterò”, che si avvera solo con un trasloco.
Mio nonno diceva che nella vita bisogna traslocare spesso, così si eliminano tutti quegli oggetti che chissà perché non buttiamo mai, scoprendone l’effettiva inutilità solo al cambio di casa. Ora che ci penso, mio nonno diceva anche di tagliare i rami secchi, ma in altri contesti, dato che lui non ha mai fatto trekking nella foresta pluviale. Nell’Inferno spesso vengono smarriti degli oggetti che siamo convinti siano lì, ma che in realtà appartengono al Purgatorio, ovvero l’ingresso di casa in cui abbiamo affastellato tutto quello che non entrava più nei gironi del ripostiglio. Per fare un esempio, le borse di mare con tanto di ghiaccio sintetico dentro e palette per mescolare l’insalata erano sulla poltrona del Purgatorio, trovate perché si cercava la borsa da spesa prima di andare al mercato. Mi aspetto altri grandi ritrovamenti prima dell’addio definitivo a questo cimitero dell’ordine. Lo sfratto ha fatto rima con la consapevolezza che eravamo letteralmente esplosi, in procinto di iniziare una guerra senza esclusione di colpi con le cose ribelli ed insofferenti a schemi o catalogazioni. Mi scopro animista pronta a contemplare che direzione prenderanno queste cose nella nuova casa e diffidando del Paradiso, che si realizzerà all’insegna dell’Inferno da scontare e del Purgatorio da vivere. Che colpa ci posso fare io se fascicoli e cartelle stampa a volte migrano in cucina? Se giornali e libri mirati a diffondere sapere dappertutto, come è loro compito, sfuggono dagli scaffali e si posano su sedie e tavolo comuni? Immagino già nella nuova casa un indice alzato ed agitato a mo' di metronomo in segno di divieto, una posa simile a quella del Cristo Redentore di Rio a scongiurare l’esodo degli oggetti, la loro migrazione, il loro pellegrinaggio verso un destino ignoto come il nostro. Non ci sarà animismo nella nuova casa, ma determinismo meccanicistico cosale. Addio realismo magico, addio metempsicosi degli oggetti. Il Paradiso si sconterà vivendo il Purgatorio dell’organizzazione e l’Inferno della condanna per chi elude elvetici precetti. Addio Sud, meridione caciarone e vagamente studentesco. E’ l’ora del Nord e dell’ordine, che non tollera suspense sul destino degli oggetti, dando in cambio la possibilità di guadagnare tempo in attività diverse dalla loro ricerca.
lunedì 29 ottobre 2007
venerdì 26 ottobre 2007
Ombrelliadi
Sono iniziate anche quest’anno, puntuali al primo affacciarsi di Giove Pluvio. Parlo delle Ombrelliadi, vere e proprie competizioni silenziose ed umide col vicino di tram o di marciapiede. Gli scontri a volte sono sportivi, altre volte meno, ma alle gocce di sangue si sostituiscono quelle d’acqua. S’inizia al mattino, con la constatazione verticale che piove. Ancora in pigiama e dietro la finestra, dalla tapparella perennemente in alto perché mi secca alzarla ed abbassarla ogni santo giorno della vita, prendo atto che alla lotta quotidiana se ne sovrapporrà un’altra senza esclusioni di colpi. La realtà conferma le aspettative guerrafondaie: sul marciapiede comincia l’incrocio delle ombrellate, specie con le signore anziane che non si spostano di un millimetro e mi costringono ad alzare il mio ombrello ad un’altezza tale che a quel punto è meglio se lo chiudo proprio. Quando la pioggia è a vento, poi, è tutta una gara a chi si tiene di più l’ombrello nella direzione giusta, in un vero e proprio scontro metropolitano di scudi. Chi schioda di un passo è perduto, finito, destinato a perdersi nel turbine acquoso o a sprofondare nelle sabbie mobili fangose di foglie bagnate quando va bene (c’è anche la cacca dei cani). La salita sul tram/bus è tutto un altro capitolo. Se prima della metropolitana, infatti, le persone hanno tutto il tempo di chiudere l’ombrello mentre scendono le scale (ma oggi mi è capitato di osservare una ragazza con l’ombrello bene aperto mentre timbrava il biglietto), prima del tram/bus è tutta una gara a chi si vuole bagnare di meno, chiudendo l’ombrello il più tardi possibile prima di salire ed impedendo così il passaggio a quanti vogliono fare la stessa cosa, ma soprattutto a chi è desideroso di scendere con l’ombrello pure quasi aperto, in un gioco d’improperi che definire colorito è sicuramente un eufemismo. Raggiunta la tanto agognata postazione sul tram o bus, poi, ci sono due opzioni: la prima è che si trova posto a sedere, dunque tutto si risolve nell’accostare l’ombrello fradicio a sé per non bagnare gli altri, bagnando se stessi; la seconda è rimanere in piedi accanto ad altri con gli ombrelli ugualmente fradici. Tale opzione è la più frequente, perché sono in molti, con la pioggia, a lasciare i motorini, e Roma si regge sui due ruote. Lì si tocca l’espressione più pura della solidarietà o dell’ostilità universale: dato che, stretti come sardine, ci si bagna reciprocamente e si è impossibilitati a muoversi, c’è chi reagisce con un sorriso filosofico (“Tanto me so’ già bagnato/a, ‘na goccia de più, ‘na goccia de meno…”) e chi invece protesta esplicitamente ( “Ma un po’ più in là non se pò ffà?”) o implicitamente (grugnendo o sbuffando, basta in quest’ultimo caso augurarsi l’assenza di fiatella, alitosi per gli italiani). Ma quelli che suscitano il mio odio più schietto sono coloro che emergono a pioggia finita. Il campionario di umanità appena descritto, infatti, può essere a suo modo divertente, mentre odiosi sono coloro che passeggiano con gli ombrelli chiusi ondulanti. Ebbene sì, non so se vi è mai capitato, ma ci sono persone che, con gli ombrelli grandi chiusi, fanno seguire a questi la stessa andatura della loro camminata, indirizzando la punta minacciosa all’indietro in fasi alterne e fregandosene se dietro c’è qualcuno che magari non se ne accorge, commettendo l’errore di non calibrare i propri passi sui loro. A costoro mi viene spesso la tentazione di afferrare la punta ombrellina e di bloccarla, provocando una subitanea perdita d’equilibrio. Poi ci sono quelli che tengono gli ombrelli chiusi in orizzontale sotto al braccio sulle scale mobili della metro e tu sei immobile dietro di loro con la punta addosso a mo’ di arma contro il petto. A costoro, invece, sfilerei l’ombrello, lanciandolo ai piedi delle scale. A questo punto meglio l’ombrello aperto, in metropolitana, anche perché (e forse aveva ragione la ragazza di stamattina), spesso ci piove, come dimostrano frequenti secchi pieni di sozzume liquido in alcuni punti sotterranei della Capitale. Che dire, lettori miei? È tutta una guerra.
Ma magari tutte le guerre grondassero solo acqua (seppure sporca).
Ma magari tutte le guerre grondassero solo acqua (seppure sporca).
martedì 23 ottobre 2007
La colonna adriatica
Spesso, quando si supera un periodo difficile o si regge una situazione pesante, si fa il paragone con la colonna. Quest’ultima richiama anche le mie scarse nozioni di storia dell'arte, da attribuire ad un professore molto avanti con le mode che impiegava le sue ore di metà anni Novanta ad un cellulare dalle dimensioni enormi, bisnonno dei nostri telefonini. Arte greca e stile dorico, ionico e corinzio. Altrettanti capitelli, molto più numerosi i minuti di chiacchiere dell’ex prof. nella sua ora votata al duro lavoro dell’insegnante. A volte, molto frequentemente per dirla tutta, mi sento una colonna che regge alle offese del tempo e dei vandali. Naturalmente perdendo pezzi e constatando crolli attorno e su di me, rovina tra le rovine delle stagioni che si susseguono, ma sempre munita di una certa dignità. Non colonna portante, perché a malapena porto me stessa e qualche frase a termine, né colonna dorica, troppo austera e spartana per i mie lazzi. La corinzia invece è troppo frivola; contraddice le scarpe scure ed i cappelli che osano senza stupire. Dato che le poche cose fatte le ho comunque fatte bene, voglio qui sottolineare che sconosciuta mi è l’entasi, ovvero il rigonfiamento dato a qualsiasi tipo di colonna per evitare l’illusione ottica del suo restringimento di profilo. ‘Sti greci pensavano proprio a tutto, bisogna seguirne l’esempio. Io non ho rigonfiamenti se non laddove sono apprezzati, quindi sono una colonna senza entasi. “Una colonna ionica”, proclamai una sera in cucina al coamico architetto che conveniva sulla maggiore eleganza del secondo stile, ovviamente da lui orientato sessualmente. “La colonna ionica è molto gay” (Non vi preoccupate, a casa parliamo anche di reality). Naturalmente cerco di sterzare il pride moment architettonico verso altri elementi: “Scusa, e allora i telamoni che reggono le logge?” “E pure quelli sono gay” “Ma la colonna ionica non è gay, è solo bella e sobria, la sintesi di un equilibrio tra dorico e corinzio”, “Appunto per questo è gay”. Battaglia persa, e chi lo conosce ha capito anche il gioco, trito e ritrito, di parole. La vicenda mi vede quasi mortificata, quello strampalato coming out sulle note di Argan non mi andava giù. “E poi tu non puoi essere una colonna ionica” Cosa? Insinuazioni sulla possibilità del buongusto etero? Lo guardo un po’ torva. “Vale, tu al massimo sei una colonna adriatica”. Risate e risate. Che simpatico mattacchione, il coamico, che mi ricollega al mio mare, che ricollego al suo amore (galeotto fu l’Adriatico) in un cerchio di Giotto. I tarantini e parte dei salentini appartengono al versante ionico, ma gli altri pugliesi devono vedersela con l’Adriatico. Non so se è la sponda giusta o meno, ma di sicuro è la mia. Alcuni vagano dall’una all’altra sponda (i bisex?) in condizioni di differente ventilazione. Se l’Adriatico è mosso (e spesso lo è, molto provato dalla continue diserzioni verso l’altra sponda) lo Ionio è tranquillo, sereno, placido: la bonaccia glamour. Ma che m’interessa di come vivono i pacificati se la sorda inquietudine risuona solo nel cavallone? E allora, aspettando quello (chi ha detto stallone?) giusto, quello degno che ami corpo ed anima femminile, mi pianto sullo scoglio come colonna adriatica senza entasi e senza fretta. Cosa volete che sia, nel frattempo, po’ di sale sulle ferite del fusto? Quando sarà il turno dell’ondata giusta verrà rimosso completamente, permettendo alla colonna la simbiosi perfetta col suo mare, che occhieggia ricambiato.
lunedì 22 ottobre 2007
Giallo Barcaccia
I futuristi sono tornati, o almeno così pare dopo la rivendicazione di chi avrebbe versato anilina nella fontana di Trevi, decretando un nuovo colore ribattezzato dai media come Rosso Trevi. Forse perché Garavani si è ritirato a vita privata portandosi appresso il suo celebre rosso Valentino? Le cronache del giorno vedono l’indagato difendersi dalle accuse e sostenere che le telecamere hanno filmato un uomo a lui somigliante. Il denunciato, però, non lesina dichiarazioni, interviste e conferenze stampa, visibilità di cui lo priverei se innocente. Spetta a chi ha compiuto il gesto esporsi e spiegare il perché di un atto sicuramente pittoresco e colorito, oltre che colorato e dalla poetica pittorica. Lo spettacolo per i soliti turisti sarà stato davvero unico. Vuoi mettere l’originalità delle loro foto al cospetto di quelle tutte uguali già viste con acqua trasparente e monetine sullo sfondo? Vuoi mettere l’invidia di amici e parenti alla notizia che loro c’erano alla rinascita del movimento futurista, avanguardia cui il Nostro si è richiamato? Veramente l’effetto ha destato una certa impressione senza essere impressionista. Scomoderei l’Espressionismo, dato che quanto ha colpito di più è stata l’immagine veramente forte di sangue evocata da questa fontana in cui Anitona si è immersa nella “Dolce Vita”. Il richiamo esplicitato dal presunto colpevole è anche contro la Festa del Cinema di questi giorni. La fontana si vendica ed attira curiosi, stornandoli dalla Bellucci & co., dive contemporanee di un mondo cinematografico che parla effetti speciali, mentre la Bellucci, purtroppo, parla in una dizione che attira doppiatori anche dalla provincia di Bari, giustamente convinti di poterle dare almeno una caratterizzazione comica. Altro tema che ha determinato l’azione, la denuncia del precariato. Se tutti siamo esposti ad un’irritante variabilità, ormai anche climatica, perché preservare i monumenti nella loro eterna fissità cromatica? Bisogna dare il via libera ai colori e ad un sano surrealismo dei gesti, sicché mi candido ed annuncio la mia prossima azione emulativa.
Sarò un esponente dell’avanguardia fauvista. Il movimento mi spetta di diritto dopo la folgorazione avvenuta in camera di mia sorella, che ha appeso alle pareti una copia del quadro di Matisse “La Danza”. Io però declinerò questa corrente in una chiave gastronomica suggeritami dalla terra che ha ospitato i mei natali, non potendo tacere a me ed al mondo, che presto saprà, l’assonanza ortografica tra i fauves e le fave rese cremose da sapienti mani. Perfette se cotte sul fuoco nella pignata (apposito contenitore in cui si cucinano i legumi) e rigirate fino a quando non assumono una pastosità densa e cremosa di colore giallo, simile al preparato necessario per fare il gatò di patate. Un po’ di cicoriella come confavatico e via, il piatto è servito. Perché evocare sangue quando ciò cui aspirano tutti è di certo una bella mangiata? E così un giorno, ambasciatrice di Puglia a Roma, i turisti mi vedranno avanzare verso piazza di Spagna con una grande pignata di fave, riversandone il contenuto nella Barcaccia preventivamente svuotata (qui mi servono complici, l’appello è lanciato). Le rivendicazioni? Le più svariate. Tra le più urgenti, l’estinzione del congiuntivo nell’indifferenza generale e la mancanza dei necessari stimoli per cimentarsi nel Sudoku. Ne seguono altre che accompagneranno ogni riempimento di Barcaccia, a quel punto invocato da tutti indifferentemente, in qualsiasi movimento si riconoscano. Cucchiaiate di fave al bordo della fontana, turisti in visibilio, Puglia in auge, boom di visitatori nel Lazio e dal Gargano in giù fino al tacco dello Stivale, partnership tra le due Regioni e chissà quant’altro. Una foto mica la mangi, le fave sì. Il limite dei fauvisti è essersi fermati al colore, alla forma, ma alla gente, si sa, interessa la sostanza, specie se commestibile.
Quindi, miei lettori, siete avvisati; a breve entrerò in ballo io, fauvista delle Puglie e madre di un nuovo colore: Giallo Barcaccia.
Sarò un esponente dell’avanguardia fauvista. Il movimento mi spetta di diritto dopo la folgorazione avvenuta in camera di mia sorella, che ha appeso alle pareti una copia del quadro di Matisse “La Danza”. Io però declinerò questa corrente in una chiave gastronomica suggeritami dalla terra che ha ospitato i mei natali, non potendo tacere a me ed al mondo, che presto saprà, l’assonanza ortografica tra i fauves e le fave rese cremose da sapienti mani. Perfette se cotte sul fuoco nella pignata (apposito contenitore in cui si cucinano i legumi) e rigirate fino a quando non assumono una pastosità densa e cremosa di colore giallo, simile al preparato necessario per fare il gatò di patate. Un po’ di cicoriella come confavatico e via, il piatto è servito. Perché evocare sangue quando ciò cui aspirano tutti è di certo una bella mangiata? E così un giorno, ambasciatrice di Puglia a Roma, i turisti mi vedranno avanzare verso piazza di Spagna con una grande pignata di fave, riversandone il contenuto nella Barcaccia preventivamente svuotata (qui mi servono complici, l’appello è lanciato). Le rivendicazioni? Le più svariate. Tra le più urgenti, l’estinzione del congiuntivo nell’indifferenza generale e la mancanza dei necessari stimoli per cimentarsi nel Sudoku. Ne seguono altre che accompagneranno ogni riempimento di Barcaccia, a quel punto invocato da tutti indifferentemente, in qualsiasi movimento si riconoscano. Cucchiaiate di fave al bordo della fontana, turisti in visibilio, Puglia in auge, boom di visitatori nel Lazio e dal Gargano in giù fino al tacco dello Stivale, partnership tra le due Regioni e chissà quant’altro. Una foto mica la mangi, le fave sì. Il limite dei fauvisti è essersi fermati al colore, alla forma, ma alla gente, si sa, interessa la sostanza, specie se commestibile.
Quindi, miei lettori, siete avvisati; a breve entrerò in ballo io, fauvista delle Puglie e madre di un nuovo colore: Giallo Barcaccia.
venerdì 19 ottobre 2007
Macless (quando less is less)
"Less is more". Quante volte ho letto questa massima sul magnete attaccato al frigorifero della cucina romana in tempi recenti ma che mi sembrano passati da un’eternità. Epoche in cui ignoravo l’esistenza di Rem Koolhas, che non c'entra niente con questa sentenza da lui anzi contestata, e conoscevo una manciata di architetti, non sapendo che si trattava della punta di un iceberg dalle dimensioni ancora ignote ma sicuramente spropositate. Less is more, dunque, come invito a semplificare per creare così un valore aggiunto. Affascinante, dal punto di vista concettuale; anche condivisibile operativamente. Un articolo è tanto meglio scritto quanto più sfrondato di elementi accessori o meramente esornativi, e queste ultime parole me le potevo proprio risparmiare, per esempio, senza pregiudicare il post in alcuna maniera e confermando il precetto: less is more. Ma tra il dire ed il fare, anzi tra il creativo e l’esecutivo, esimi arch., c’è di mezzo la deprivante realtà. Che dire se ad un certo punto mi sono ritrovata senza supporto tecnologico casalingo, senza casa, senza speranza e dunque senza felicità? Macless, homeless, hopeless ed happyless. Tutto insieme o quasi. Ovviamente anche loveless, vagamente friendless e depress (battutona leggibile anche nel senso della mia appartenenza al mondo della stampa, ma la finisco qui altrimenti cambiate blog). In tutto questo periodo quel magnete mi è tornato in mente: non trovavo il more nel less comunque rigirassi le situazioni, tutte sinonimo di luckyless. Insomma, una cosa se non c’è non c’è, o ci vogliamo inventare champagne al posto della Peroni, quando disponibile? Drinkless. A questo punto quasi italianless, quindi mi riprendo per affermare quanto con certe massime ci si meni il torrone (mi è venuta così) senza pensare che non sono proprio applicabili all’universo-mondo. Insomma, less is more ma anche no, mo’ ci vuole! (Per gli avidi e più assidui lettori di questo blog, una riconferma col sorriso di quanto mi superi nell’autocitarmi, per i più distratti o discontinui un curioso invito a leggere i post precedenti, per chi dovesse continuare a sbuffare con queste mie frasi…come mai non hai lasciato prima il post? Allora non ti annoiavi poi così tanto, dai, stai quasi alla fine). Riprendo IL FILO (ih ih ih) del discorso per dichiarare che quando si è al GRADO ZERO si è al GRADO ZERO, comunque uno se la RACCONTI (ma come mi vengono? Sto in modalità endless). Quindi, nei periodi di pienezza less is more, ma nei periodi di amarezza/amaresca less is semplicemente e scandalosamente, sic et simpliciter, ceteris paribus e status quo (il latino si vendica, troppo inglese), less. Non c’è niente da fare. Uno che vede l’estratto conto in rosso ed esclama “less is more” o ha una forte dose di ironia o sa che la situazione è temporanea o ha già prenotato il proprio posto alla mensa della Caritas. Quando torno a casa ancora-per poco-questa casa con alle spalle ben due Mac della redazione e davanti a me solo pc morti, cimitero casalingo in cui stramazza il XXI secolo, cosa devo pensare? Quale frase può descrivere tutto questo ed altro ancora che non sto a dire, anzi, a ripetere? (Qui mi scuso per aver leggermente ingannato quanti si convincevano di annoiarsi a tale lettura. Il post non era proprio alla sua fine. Honestessless). Sperando che ritorni il periodo del less is more, cui sento non manca molto nel gioco dei corsi e ricorsi, per ora mi fermo alla constatazione che less is less, ha ragione Koolhas.
E scusate questo post delirious Amaresca, ma mi sono divertita assai a scriverlo così, stopless.
Ora però stop.
E scusate questo post delirious Amaresca, ma mi sono divertita assai a scriverlo così, stopless.
Ora però stop.
giovedì 18 ottobre 2007
Kiss me Licia
E’ sicuramente il nome della stagione estate/autunno 2007. Sì, nel mio blog mi permetto anche di coniare nuove stagioni. L’estunno 2007 ha visto tanti volti e nomi, ma uno si è imposto su tutti: Licia. In realtà, andando indietro nel tempo, questo nome faceva capolino già da un po’ nella mia vita, diciamo almeno dalla primavera, quando certe unioni si sono consolidate ed hanno iniziato ad accampare il diritto alla propria esistenza dal punto di vista non solo sentimentale, ma anche sociale. Licia come nuovo che avanza scalzando il vecchio col suo passo siculo guarnito da sandalo griffato e capace di disporsi in falange macedone, ma anche Licia come abbandono di antiche remore solitarie con approdo al comune delirio amoroso che sfida qualsiasi calcolo delle probabilità, dato che i coamici si sono fidanzati nella stessa via che della protagonista di “Quo vadis?” porta il nome. Tal nome, quindi, è anche la risposta sottintesa alla domanda (“Quo vadis?”, ovvero, “’Ndo vai?”) che non rivolgo quando li vedo prendere la porta e sparire per giorni e notti, mentre in me fioriscono le intuizioni più belle per bestseller e ritornelli ipotizzati e ripassati.
I ricordi si volgono ad un cartone cult e ad una sigla antica: “Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso…”. Provo improbabili cover che non sto qui a riferire per rispetto della privacy degli interessati ed andando più in là rispetto a quegli anni infantili e più in qua con quelli della formazione, rammento che questo nome indica anche, sotto l’Impero Romano, una regione dell’Asia anteriore. Non male per una semplice parola di cinque lettere con ben tre vocali, vero? Licia ed amore, dunque, se si eccettua l’ultimo riferimento alla storia romana, studiata comunque in anni nei quali appassionarsi a queste cose era pur sempre un atto d’amore per il sapere. Ma qui mi voglio produrre in un post dedicato alle persone innamorate di altre persone. Amore nelle sue diverse sfaccettature: quello possessivo e geloso, quello consolidato ed affiatato, quello tenero ed entusiasta. Tre atteggiamenti per tre coppie di una mia certa conoscenza che possono a buon diritto stare sotto l’ombrello di Licia per ripararsi dai rovesci dell’insofferenza e dai lampi della solitudine. Sotto quest’ombrello, mentre piove l’indifferenza del mondo ed Andrea e Giuliano incontrano Licia, le coppie si scambiano dolci occhiate e baci al miele. Roba da insulina, proprio. Sì, questi sono i Licia moment’s, almeno quelli socialmente visibili, ché il resto saranno pure fatti riservati dei protagonisti. Quindi tenerume e carinerie, dolcezze e carezze, pioggia di attenzioni e riparo d’amore, ma mi dispiace constatare quanto manchi a tutto questo romanticissimo panorama una band. Mi spiego: i Bee Hive erano qualcosa di più del gruppo in cui suonava Mirko di Licia. Costituivano la colonna sonora dei vari momenti del cartone animato. Non sono tanto sprovveduta da ignorare che ogni coppia che si rispetti ha la sua hit (o hot) list, ma al pubblico, sempre più incollato allo schermo in attesa di futuri ed immancabili sviluppi, servono delle note che rimandino esattamente ad una certa situazione descritta dalle mie parole di prima.
E quindi, come descrivere in musica tutto ciò senza entrare in conflitto con i gusti di ciascuno e salvaguardando il diritto al sorriso partecipe di chi osserva tutte queste straordinarie coincidenze? Oggi piove, e si finisce sempre là: “Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso…”; con le cover è più divertente, ma penso che l’unica melodia possibile sia quella intonata da Cristina D’Avena. Ergo, se Licia dev’essere ed è, “Kiss me Licia” sia.
E buon amore a tutti, specie a chi ancora non ce l’ha.
I ricordi si volgono ad un cartone cult e ad una sigla antica: “Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso…”. Provo improbabili cover che non sto qui a riferire per rispetto della privacy degli interessati ed andando più in là rispetto a quegli anni infantili e più in qua con quelli della formazione, rammento che questo nome indica anche, sotto l’Impero Romano, una regione dell’Asia anteriore. Non male per una semplice parola di cinque lettere con ben tre vocali, vero? Licia ed amore, dunque, se si eccettua l’ultimo riferimento alla storia romana, studiata comunque in anni nei quali appassionarsi a queste cose era pur sempre un atto d’amore per il sapere. Ma qui mi voglio produrre in un post dedicato alle persone innamorate di altre persone. Amore nelle sue diverse sfaccettature: quello possessivo e geloso, quello consolidato ed affiatato, quello tenero ed entusiasta. Tre atteggiamenti per tre coppie di una mia certa conoscenza che possono a buon diritto stare sotto l’ombrello di Licia per ripararsi dai rovesci dell’insofferenza e dai lampi della solitudine. Sotto quest’ombrello, mentre piove l’indifferenza del mondo ed Andrea e Giuliano incontrano Licia, le coppie si scambiano dolci occhiate e baci al miele. Roba da insulina, proprio. Sì, questi sono i Licia moment’s, almeno quelli socialmente visibili, ché il resto saranno pure fatti riservati dei protagonisti. Quindi tenerume e carinerie, dolcezze e carezze, pioggia di attenzioni e riparo d’amore, ma mi dispiace constatare quanto manchi a tutto questo romanticissimo panorama una band. Mi spiego: i Bee Hive erano qualcosa di più del gruppo in cui suonava Mirko di Licia. Costituivano la colonna sonora dei vari momenti del cartone animato. Non sono tanto sprovveduta da ignorare che ogni coppia che si rispetti ha la sua hit (o hot) list, ma al pubblico, sempre più incollato allo schermo in attesa di futuri ed immancabili sviluppi, servono delle note che rimandino esattamente ad una certa situazione descritta dalle mie parole di prima.
E quindi, come descrivere in musica tutto ciò senza entrare in conflitto con i gusti di ciascuno e salvaguardando il diritto al sorriso partecipe di chi osserva tutte queste straordinarie coincidenze? Oggi piove, e si finisce sempre là: “Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso…”; con le cover è più divertente, ma penso che l’unica melodia possibile sia quella intonata da Cristina D’Avena. Ergo, se Licia dev’essere ed è, “Kiss me Licia” sia.
E buon amore a tutti, specie a chi ancora non ce l’ha.
lunedì 15 ottobre 2007
Mo' ci vuole
Ci sono espressioni che entrano nella memoria di un periodo, seppure breve ed indaffarato come quello che sto attraversando. Giornate scandite da parole e definizioni vecchie e nuove, che non sono ignote ma non vengono pronunciate spesso, così quando si inizia a farlo ci si prende gusto. Prendiamo il caso di ‘Mo’ ci vuole’, che ha momentaneamente soppiantato il ‘Ma anche no’ utilizzato ormai a profusione da amici e conoscenti, tanto da provocare la severa alzata di scudi della coamica che cassa qualsiasi discorso con queste tre parole.
‘Mo’ ci vuole’ è l’espressione del mio editore di Napoli per commenti vari ed eventuali a fatti altrettanto vari e diversamente eventuali. Il fatto che abbia citato l’editore di Napoli, per esempio, già dà a voi lettori pretesti per inserire il ‘Mo’ ci vuole’. Degli esempi? “Editore di Napoli? Allora vedilo e poi muori di fame, mo’ ci vuole”, “Un giornale edito a Napoli? Sarebbe meglio una pizza o un babà, mo’ ci vuole", "Allora scrivi per la gloria, mo’ ci vuole", and so on.
Il ‘Mo’ ci vuole’ è un rafforzativo di un’affermazione o di una domanda retorica (‘nu cafè che mo’ ci vuole?’). Per coloro che abitano da Roma in su, valdostani compresi, spiego i termini in oggetto: mo’ non è altro che un modo meridionale di definire l’adesso, l’ora, l’hic et nunc latino, insomma, per essere ancora più chiari con i colleghi (ex, mo’ ci vuole, ahimè!) liceali. ‘Ci vuole’ lo capiscono tutti. Epperò la magia della lingua, soprattutto vernacolare, è che l’unione dei termini non è la semplice somma dei loro significati, perché evoca.
‘Mo’ ci vuole’ non si traduce con ‘Ci vorrebbe adesso’ o ‘Starebbe proprio bene’, perché è semplicemente ‘Mo’ ci vuole’, lapillo di vesuviana memoria. Quindi, alla domanda ‘ma ci vuole cosa, mo’?' La risposta è ‘esattamente quanto detto prima, qualsiasi cosa sia’. Chiaro, no? Sicchè questo ha illuminato i miei dialoghi sin dal primo mattino, quando il coamico mi ha chiesto perché non riposassi dopo un fine settimana lavorativo: “Perché oggi è lunedì ed il fine settimana lavorativo è una fregatura, mo’ ci vuole!”, e guardando Omnibus su La7 il mio pensiero partenopeo si rivolgeva ai giornalisti, Piroso con gli occhi segnati dalla stanchezza in primis: “Ma questi di sonno stanno proprio morendo, mo’ ci vuole; con le primarie hanno fatto prima mattina, mo’ ci vuole; stanno davvero sulla notizia, mo’ ci vuole”. I pensieri si sono tramutati in parole, ovviamente. Uscendo col coamico ed osservando gente in infradito con questo tempo ormai autunnale, ho proclamato “un bel paio di calzettoni pesanti, mo’ ci vuole”, al suo augurio di buona giornata, con tanto di malcontento mio per un week-end saltato, ho risposto semplicemente un "mo’ ci vuole proprio", così come pure la risoluzione di riprendere le redini di questo blog su invito dei tanti, (mai troppi, mo’ ci vuole) che m’invitano a farlo perché smaniosi di leggere i miei deliri, mo’ ci vuole. E così eccomi qui, pronta alla tessitura di questi strani fili che compongono la mia trama esistenziale, o semplicemente trama.
Ci voleva proprio questo post, mo’ ci vuole.
‘Mo’ ci vuole’ è l’espressione del mio editore di Napoli per commenti vari ed eventuali a fatti altrettanto vari e diversamente eventuali. Il fatto che abbia citato l’editore di Napoli, per esempio, già dà a voi lettori pretesti per inserire il ‘Mo’ ci vuole’. Degli esempi? “Editore di Napoli? Allora vedilo e poi muori di fame, mo’ ci vuole”, “Un giornale edito a Napoli? Sarebbe meglio una pizza o un babà, mo’ ci vuole", "Allora scrivi per la gloria, mo’ ci vuole", and so on.
Il ‘Mo’ ci vuole’ è un rafforzativo di un’affermazione o di una domanda retorica (‘nu cafè che mo’ ci vuole?’). Per coloro che abitano da Roma in su, valdostani compresi, spiego i termini in oggetto: mo’ non è altro che un modo meridionale di definire l’adesso, l’ora, l’hic et nunc latino, insomma, per essere ancora più chiari con i colleghi (ex, mo’ ci vuole, ahimè!) liceali. ‘Ci vuole’ lo capiscono tutti. Epperò la magia della lingua, soprattutto vernacolare, è che l’unione dei termini non è la semplice somma dei loro significati, perché evoca.
‘Mo’ ci vuole’ non si traduce con ‘Ci vorrebbe adesso’ o ‘Starebbe proprio bene’, perché è semplicemente ‘Mo’ ci vuole’, lapillo di vesuviana memoria. Quindi, alla domanda ‘ma ci vuole cosa, mo’?' La risposta è ‘esattamente quanto detto prima, qualsiasi cosa sia’. Chiaro, no? Sicchè questo ha illuminato i miei dialoghi sin dal primo mattino, quando il coamico mi ha chiesto perché non riposassi dopo un fine settimana lavorativo: “Perché oggi è lunedì ed il fine settimana lavorativo è una fregatura, mo’ ci vuole!”, e guardando Omnibus su La7 il mio pensiero partenopeo si rivolgeva ai giornalisti, Piroso con gli occhi segnati dalla stanchezza in primis: “Ma questi di sonno stanno proprio morendo, mo’ ci vuole; con le primarie hanno fatto prima mattina, mo’ ci vuole; stanno davvero sulla notizia, mo’ ci vuole”. I pensieri si sono tramutati in parole, ovviamente. Uscendo col coamico ed osservando gente in infradito con questo tempo ormai autunnale, ho proclamato “un bel paio di calzettoni pesanti, mo’ ci vuole”, al suo augurio di buona giornata, con tanto di malcontento mio per un week-end saltato, ho risposto semplicemente un "mo’ ci vuole proprio", così come pure la risoluzione di riprendere le redini di questo blog su invito dei tanti, (mai troppi, mo’ ci vuole) che m’invitano a farlo perché smaniosi di leggere i miei deliri, mo’ ci vuole. E così eccomi qui, pronta alla tessitura di questi strani fili che compongono la mia trama esistenziale, o semplicemente trama.
Ci voleva proprio questo post, mo’ ci vuole.
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