venerdì 20 giugno 2008

La fase della Venere di Milo

Inizio subito dicendo che questo post risente direttamente della fase in questione. Per problemi di Word, infatti, ho dovuto riprenderlo ben tre volte, e prima di ciascuna mi sono cascate le braccia. Ovvio il senso metaforico dell’espressione. Quante volte ci cascano le braccia in una giornata? A me innumerevoli. Da quando apro gli occhi al mio ingresso in redazione è tutta una fase Venere di Milo. Fa un caldo da morire e devi andare al lavoro invece che al mare, qualche uccello del malaugurio parla di pioggia nel fine settimana, sui giornali titoli deliranti che raccontano di un mondo capovolto, con gente piena di nulla e di soldi, talenti squattrinati e cultura calpestata a tutti i livelli. La ragione un lusso per pochi. Anch’io, però faccio cascare le braccia. Ieri sera, per esempio, mentre stretta nel mio fisico un po’ dimagrito venivo presa d’assalto da un attacco di tosse tra gli sguardi scoraggiati, apprensivi ed un po’ severi delle amiche pronte a ricordare “che bel corpo avessi prima”. Come, prima? Specchio riflesso, le braccia cascano pure a me. Per non parlare di quando, nelle mie due case non di proprietà, una ad Ostuni e l’altra a Roma, mi metto a cercare disperatamente oggetti di cui dovrei conoscere perfettamente l’ubicazione. “Figlia mia, mi fai cascare le braccia, sembra che non abiti qui”, mi diceva mamma quando abitavo con lei e papà. La fase della Venere di Milo mi ha attraversato anche in questi Europei, nelle partite dell’Italia contro Olanda e Romania. In certi momenti ho sperato che le braccia non cascassero anche a Buffon, altrimenti sarebbe stata la fine. Ricordo un aneddoto divertente di Oscar Wilde, naturalmente letto. Un giorno la Venere di Milo arrivò in America e tentarono di attaccarle le braccia, pensando le si fossero staccate durante il trasporto dal Vecchio Continente. Questo episodio inventato (o forse no?) descrive bene la considerazione che certi europei hanno per la cultura degli statunitensi e che mi riporta a tante figuracce di connazionali, conosciuti e non. Sorrido ad un’immagine, un pensiero fantasioso: e se le braccia cascassero a tutti quelli che hanno utilizzato quest’espressione almeno una volta nella vita? Le strade sarebbero piene di busti muniti di teste dal destino pure precario, dato che ai colpi di testa non rinuncia nessuno, prima o poi. Alcuni, a questo punto, si farebbero riattaccare le braccia come da desiderio americano nel racconto di Wilde. Altri ce le avrebbero perché troppo distratti da se stessi o mai veramente scoraggiati da uscite che umane sono ma non sembrano. Io girerei senza braccia. Sarebbe la mia personale forma di protesta e di ritorno ad una grecità colpevolmente dimenticata. E la vita pratica….mi domanderete, come si fa a vivere senza braccia? Siamo sul piano della fantasia, risponderei io. Senza braccia non si può scrivere, tra le altre cose. Le braccia servono eccome, e per fortuna cascano ma anche no. Volete mettere il gusto del gesto ad ombrello quando congediamo determinati periodi o certi soggetti?

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