Parlando con un amico della stessa madrelingua, il discorso si è appuntato sulla barbarie in cui il nostro linguaggio è caduto, specie in determinati ambiti di lavoro. Nelle aziende, ormai, è tutto un fiorire di “plus”, termine notoriamente latino che per una qualche strana alchimia, spiegabile solo con il fatto che le classi dirigenti non vengono più dal Liceo Classico, viene detto e letto, all’inglese, “plas”. Sì, signori, come se si trattasse di un pub, che comunque molti anziani, ignoranti della lingua di Sua Maestà Elisabetta, leggono rispettosamente come sta scritto, e fino a qui nulla quaestio (e storpiatemi pure questa!) Plas, plas, plas, mi viene l’orticaria, esattamente come quando si dice “midia” e non “media”, termine pure questo latino e sacrificato all’inglese per ragioni ravvicinabili solo ad una nuova Babele, quella definitiva. Ma il vertice dello smarrimento esistenziale, quando fu necessario reggere il volto perchè non cadessero le mandibole, piovve una sera come tante da Mtv, quando Camilla parlò di “claimax”. O abominio, o saette! Non si risparmiano nemmeno le figure retoriche come quella del climax, allora! Ma perché tutto quello che viene letto o appreso deve avere una matrice anglosassone? E soprattutto, si è padroni di quello che si dice? Non si tratta solo di volontà di far capire, ma di comprendere a propria volta quanto si sta dicendo.
Quest’amico mi raccontava di una scritta, “caveat”, anteriore alle varie diapositive di una presentazione (fatta con Power Point o cos’altro? Qui ve lo concedo, il nome non sarà latino). Giallo: che significa caveat? Il nostro discorso è partito dal motto “cave canem” (attento al cane) e quindi tradotto direttamente in “warning” (perché passare dall’italiano? Ormai è inutile), ma in realtà potrebbe significare anche “poni attenzione, concentrati”. Questione di sfumature, così care a chi ci perdeva minuti preziosi nelle versioni durante i compiti in classe. Avviene che questi termini entrino negli automatismi del lavoro, senz’anima come i suoi ritmi. Ma accade pure che qualche nuovo arrivato, meno smaliziato a questi meccanismi e voglioso di fare bella figura con la curiosità tipica dei novizi, si azzardi a chiedere, ed allora grande è l’imbarazzo dei capi, mentre spropositati sono gli sforzi per non scoppiare a ridere da parte di chi queste domande se le è sempre fatte, ma in silenzio. “Che significa caveat?” ed i capi balbettano, abituati ad usare termini come “mission”, “asset”, “switchare” e simili.
Non è un attacco alla lingua ed al pragmatismo anglosassone, che si specchiano a vicenda, ma una derisione ed una denuncia dell’uso “politichese” di certe parole, quando non si sa né da dove vengono né cosa significano, ma ci si riempie la bocca di esse per stordire, confondere o impressionare il prossimo. Io la ritengo un’operazione di scarsissimo rispetto per l’altro, quasi offensiva.
Molti hanno detto che il mio libro, per esempio, è articolato e richiede un certo impegno nella lettura, sia per la scelta del lessico che per le strutture grammaticali usate. Niente di impossibile, per carità, ma non una lettura da bagno, ecco. Nessuno però mi ha chiesto cosa avessi voluto dire in certe pagine, e questo lo reputo un piccolo successo. Non amo il genere umano, ma i miei lettori sì, e li stimo troppo per ingannarli. Mi scoprirebbero subito, sono troppo intelligenti. E’ inutile che la gente se la mena quando non se lo può permettere; ci si può perdere anche comprendendosi benissimo, quindi perché aumentare la confusione sotto il cielo di un qui pro quo (qui la lettura come da scritta è d’obbligo) continuo?
Quindi, per concludere, caveat ai plus inglesi, dicono molto di più di quanto si pensi sul meno di chi li enuncia.
domenica 29 aprile 2007
giovedì 26 aprile 2007
La mia liberazione
Scusate l’assenza di ieri, ma era il mio giorno di liberazione: 25 aprile, non si lavora, quindi non si accende il pc. Binomio molto semplice, quasi ovvio, ma non scontato nel XXI secolo. Ieri è stata una giornata inizi anni ’90: sveglia nel primo pomeriggio come nei migliori giorni di riposo da liceale, un po’ di televisione a sottolineare una continuità ideale col passato che non passa e poi visita ad un’amica che non è stata tanto bene. Una giornata pienamente novecentesca, l’iPod che taceva perché scarico. E poiché non ci sono ancora navicelle spaziali a solcare il cielo della città, nemmeno l’impatto col mondo esterno è stato traumatico. Sì, giusto qualche cellulare qui e là, ma il cui trillo è stato mitigato dallo scroscio della pioggia torrenziale, altro dato del secolo scorso, specie se accompagnato da quel tipico odore di buon bagnato che riporta a quando si saltava nelle pozzanghere con grandi urla degli adulti. La comparsa di qualche dvd alla vetrina Feltrinelli? Bastava spostare lo sguardo verso i libri, constatando per l’ennesima volta come non ci fosse il mio tra quelli esposti (e non solo, perché bisogna ordinarlo). Questo mi ha fatto ripiombare al presente? Niente affatto, avrei potuto scrivere, anzi scrivevo, pure al Liceo. Forse non così, ma scrivevo.
Anche a casa della mia amica è andato tutto bene, Novecento puro: patatine e crodino come nella migliore delle tradizioni, solo che le prime non erano le classiche San Carlo, ma quelle alla panna acida d’Ikea, e questo puzzava già un po’ di nuova era. Non era comparso ancora lui, però: il pc. Magari ce la facevo, per un giorno, a liberarmene. E invece no! L’amica lo accende per farmi sentire dei file audio…e per di più sorge la tentazione, da parte mia, di consultare la posta elettronica…”Non farlo, non farlo, è la liberazione, non farlo”. Resisto, partigiana di un mondo analogico destinato a scomparire assieme ai miei paradigmi. Resisto ai condizionamenti tecnologici, necessari e sacrosanti sul lavoro, ma bellissimi da archiviare nelle feste. Questo è il mio concetto di resistenza/liberazione: riprendere i miei tempi, uscire con la pioggia e bagnarmi per andare da un’amica, anche se un pc mi promette divertimento e svago a porte chiuse ed al caldo. Una resistenza povera, forse, ma del tutto personale, l’unica che posso veramente provare su una pelle che ricorda le giornate novecentesche e si disfa, almeno nella liberazione (scritta non a caso con la lettera minuscola), di un web day, che si prenderà sempre più rivincite tra una sortita da Ikea, un’incursione da H&M ed un corso di formazione professionale sulla precarietà come stile di vita.
S’impara sempre qualcosa di nuovo, nel XXI secolo, quando tante battaglie per velocizzare i tempi sono vinte e troppe per normalizzare l’esistenza sono perdute.
Anche a casa della mia amica è andato tutto bene, Novecento puro: patatine e crodino come nella migliore delle tradizioni, solo che le prime non erano le classiche San Carlo, ma quelle alla panna acida d’Ikea, e questo puzzava già un po’ di nuova era. Non era comparso ancora lui, però: il pc. Magari ce la facevo, per un giorno, a liberarmene. E invece no! L’amica lo accende per farmi sentire dei file audio…e per di più sorge la tentazione, da parte mia, di consultare la posta elettronica…”Non farlo, non farlo, è la liberazione, non farlo”. Resisto, partigiana di un mondo analogico destinato a scomparire assieme ai miei paradigmi. Resisto ai condizionamenti tecnologici, necessari e sacrosanti sul lavoro, ma bellissimi da archiviare nelle feste. Questo è il mio concetto di resistenza/liberazione: riprendere i miei tempi, uscire con la pioggia e bagnarmi per andare da un’amica, anche se un pc mi promette divertimento e svago a porte chiuse ed al caldo. Una resistenza povera, forse, ma del tutto personale, l’unica che posso veramente provare su una pelle che ricorda le giornate novecentesche e si disfa, almeno nella liberazione (scritta non a caso con la lettera minuscola), di un web day, che si prenderà sempre più rivincite tra una sortita da Ikea, un’incursione da H&M ed un corso di formazione professionale sulla precarietà come stile di vita.
S’impara sempre qualcosa di nuovo, nel XXI secolo, quando tante battaglie per velocizzare i tempi sono vinte e troppe per normalizzare l’esistenza sono perdute.
martedì 24 aprile 2007
La diagonale della vecchia
Oggi, a pranzo con dei colleghi a Trastevere, immagini vivide metropolitane dopo un discorso che si ricollega idealmente al mio post di ieri. L’ambiente, le macchine, il collasso di qui a qualche decennio messo in moto da un atteggiamento sbagliato che trova in certa cultura il suo inizio: un esempio, il possesso dell’automobile eletta a status symbol. Mi si faceva notare che, se ci si tange in un mezzo pubblico, ci si scusa e via, mentre se ci si tange con la macchina si scende col cric, minacciosi. Un simbolo, prima che un mezzo, questa macchina, e guai a chi la sfiora!
Come troppo spesso accade, la parte più inedita e memorabile del discorso è arrivata alla fine, quando si doveva rientrare dalla pausa pranzo. Il collega, amante della bicicletta, suo unico mezzo di trasporto, inizia a descriverci con il classico surrealismo di chi aderisce veramente alle cose ‘la diagonale della vecchia’, vero e proprio incubo per chiunque si sposti a due ruote. La tipologia interessata dalla descrizione è la vecchia con buste in mano, quelle che, per intenderci, a Milano chiamano ‘sacchetti’ (“perché le buste sono quelle da lettera”, spiegano i ciuccianebbia ai terroni attoniti like me).
La parola al collega: “Nell’ambito di questa tipologia ci sono tre varianti: la vecchia con una busta, la vecchia con due buste, la vecchia col carrello. La prima è sicuramente la più pericolosa, dato che tende a sbilanciarsi da un lato, la seconda è più stabile. La migliore è la terza, dato che il carrello funge d’appoggio, vera e propria coda”. Io avrei detto “terza gamba”, ma quest’immagine della vecchia con la coda era veramente il top: mi riportava ai visitors, lucertoloni dell’omonimo telefilm anni ’80. Insomma, per il collega “qualunque sia la variante di questa vecchia, ad un certo punto ci sarà una diagonale di tipo vettoriale che la porterà a deviare dal proprio percorso”. Qui il problema del due ruote e la mia domanda: come fare ad evitare l’impatto non essendo tale diagonale calcolabile in virtù delle varie situazioni e delle diverse vecchie? Il collega alza le spalle e si appella all’esperienza. “Cioè, fammi capire – lo incalzo – stai dicendo che la misteriosa quanto scientifica 'diagonale della vecchia' richiede un approccio empirico, un metodo puramente induttivo?” “Esattamente – mi risponde serio – La deduzione non può nulla, è una questione d’intuizione”. La mia preoccupazione si rivolge a chi s’imbatte inizialmente in questo fenomeno e dunque non lo riconosce come tale, al contrario dei veterani che lo annusano invece col giusto anticipo, come certi abusivi col condono edilizio. Il collega mi tranquillizza: qualche impatto c’è, ma dopo un po’ di lamenti tutto si risolve, in quanto la vecchia non si fa nulla. Premessa necessaria, certo, è rallentare alla vista di una vecchia come di un qualsiasi pedone, e ciò perché una diagonale, e questo ce lo aggiungo io, può capitare a tutti nella vita. 'La diagonale della vecchia' è una teoria fantastica, come tutte quelle generate dalla pratica di vita. Chi ne trova la soluzione usando dei paradigmi scientifici che ne garantiscano l’esattezza dovrebbe vincere il Nobel. A che punto esatto spaziale e temporale sopraggiunge la deviazione? Come si fa a calcolare la pesantezza della busta? E’ per colpa del suo carico, infatti, che il percorso rettilineo subisce una correzione. O no?
Quesiti da Superquark, chiamate Alberto Angela a scioglierli! O semplicemente ad accompagnare le varie vecchie a casa, portando loro le buste. Forse la vera soluzione al rompicapo della 'diagonale della vecchia' è proprio questa.
Laddove la ragione pura alza le mani in segno di resa, le mani si alzano e attivano in segno di una ragione superiore: quella pratica.
E scusate se qui ho citato le ragioni di Kant (mi scusasse pure lui).
Come troppo spesso accade, la parte più inedita e memorabile del discorso è arrivata alla fine, quando si doveva rientrare dalla pausa pranzo. Il collega, amante della bicicletta, suo unico mezzo di trasporto, inizia a descriverci con il classico surrealismo di chi aderisce veramente alle cose ‘la diagonale della vecchia’, vero e proprio incubo per chiunque si sposti a due ruote. La tipologia interessata dalla descrizione è la vecchia con buste in mano, quelle che, per intenderci, a Milano chiamano ‘sacchetti’ (“perché le buste sono quelle da lettera”, spiegano i ciuccianebbia ai terroni attoniti like me).
La parola al collega: “Nell’ambito di questa tipologia ci sono tre varianti: la vecchia con una busta, la vecchia con due buste, la vecchia col carrello. La prima è sicuramente la più pericolosa, dato che tende a sbilanciarsi da un lato, la seconda è più stabile. La migliore è la terza, dato che il carrello funge d’appoggio, vera e propria coda”. Io avrei detto “terza gamba”, ma quest’immagine della vecchia con la coda era veramente il top: mi riportava ai visitors, lucertoloni dell’omonimo telefilm anni ’80. Insomma, per il collega “qualunque sia la variante di questa vecchia, ad un certo punto ci sarà una diagonale di tipo vettoriale che la porterà a deviare dal proprio percorso”. Qui il problema del due ruote e la mia domanda: come fare ad evitare l’impatto non essendo tale diagonale calcolabile in virtù delle varie situazioni e delle diverse vecchie? Il collega alza le spalle e si appella all’esperienza. “Cioè, fammi capire – lo incalzo – stai dicendo che la misteriosa quanto scientifica 'diagonale della vecchia' richiede un approccio empirico, un metodo puramente induttivo?” “Esattamente – mi risponde serio – La deduzione non può nulla, è una questione d’intuizione”. La mia preoccupazione si rivolge a chi s’imbatte inizialmente in questo fenomeno e dunque non lo riconosce come tale, al contrario dei veterani che lo annusano invece col giusto anticipo, come certi abusivi col condono edilizio. Il collega mi tranquillizza: qualche impatto c’è, ma dopo un po’ di lamenti tutto si risolve, in quanto la vecchia non si fa nulla. Premessa necessaria, certo, è rallentare alla vista di una vecchia come di un qualsiasi pedone, e ciò perché una diagonale, e questo ce lo aggiungo io, può capitare a tutti nella vita. 'La diagonale della vecchia' è una teoria fantastica, come tutte quelle generate dalla pratica di vita. Chi ne trova la soluzione usando dei paradigmi scientifici che ne garantiscano l’esattezza dovrebbe vincere il Nobel. A che punto esatto spaziale e temporale sopraggiunge la deviazione? Come si fa a calcolare la pesantezza della busta? E’ per colpa del suo carico, infatti, che il percorso rettilineo subisce una correzione. O no?
Quesiti da Superquark, chiamate Alberto Angela a scioglierli! O semplicemente ad accompagnare le varie vecchie a casa, portando loro le buste. Forse la vera soluzione al rompicapo della 'diagonale della vecchia' è proprio questa.
Laddove la ragione pura alza le mani in segno di resa, le mani si alzano e attivano in segno di una ragione superiore: quella pratica.
E scusate se qui ho citato le ragioni di Kant (mi scusasse pure lui).
lunedì 23 aprile 2007
iAtac
Aria d’estate. Calda, a tratti torrida, la sera ancora carezzevole. Ma soprattutto puzzolente, anzi, puzzona. Sì, perché la gente puzzano. Meglio, la gente non si lavano, come si dice dalle parti della Capitale, dove il bus si chiama ‘auto’, al plurale ‘auti’ (come ‘euri’. Teribbile, ma ineluttabile).
Stamattina ero sull’auto, direzione Termini. Giornata caldissima, ma quanti gradi segni la colonnina di mercurio te ne accorgi solo quando entri in un auto Atac (azienda dei trasporti de Roma). Hai voglia a mettere le cuffiette dell’iPod per non sentire cosa gli altri si urlano al cellulare. (Anzi, urleno. Userò spesso le ‘e’ al posto delle ‘a’ in questo post per dare un senso di adesione alla realtà capitolina). Il resto lo senti, tutto. L'olezzo stantio di una mezza giornata di sole e che è lo stesso già di primo mattino, quando ti rendi conto che, se tra un mese a me ed ai miei coamici spetterà pagare l’acqua, molti riceveranno di sicuro il rimborso.
La gente non se laveno e sudeno, e hai voglia a mettere il profumo strategico sul polso col quale coprire il naso durante il tragitto. Spesso non sei in grado di muovere nemmeno il braccio, schiacciata tra i puzzoni, e comunque quando la situazione sfiora la ressa meglio tutelare altre parti, e siccome non sei la dea Kalì devi lasciare il naso scoperto. Povero naso! A volte vorrei che si staccasse ed iniziasse a circolare per tutto l’auto in segno di protesta, tra lo stupore generale. Poi dovrebbe inclinarsi e sparare dalle narici su tutta la gente che risparmieno sull’acqua. Ma non fuoco (mai così amico come in questo caso), bensì bagnoschiuma. Spetterebbe poi ai vigili del fuoco, chiamati dai controllori e con le apposite pompe idranti, fare il resto. I più sporchi si dissolverebbero nel nulla. Di loro non rimarrebbe traccia, soprattutto olfattiva. Allora il mio naso potrebbe tornare dove era e respirare solo il sano smog delle sorti magnifiche e progressive di quest’umanità del terzo millennio.
Invece no. Il naso non va da nessuna parte, ed i controllori salgono sull’auto solo per controllare il biglietto, multando chi ne è sprovvisto e non chi puzza.
L’Atac dovrebbe rivedere i propri criteri. Chi puzza scoraggia l’utenza che non puzza a prendere gli auti, di questo si vuole tener conto? Poi aumentano le auto, quelle vere, e l’inquinamento. Quindi gli sporchi, anche se indirettamente, sporcheno, e direttamente disturbeno i fragili equilibri psicofisici di chi riserva agli odori una giusta parte d’importanza della propria giornata.
“Cinquanta euro (o euri) prego” “Ma io ho obliterato il biglietto” “Non c’entra, lei puzza. Se non paga subito, sono cento euro (o euri) con bollettino a casa, dove le invieremo anche un kit di pulizia personale firmato che sarà costretto/a a comprare ed usare, pena l'interdizione generale dall'uscita che non sia il cortile di casa sua, se ne è provvisto/a”.
Ecco, dovrebbe avvenire questo. Invece niente, e la puzza continua ad abbattersi sugli indifesi, avendo la meglio. “Dov’è la giustizia?” mi chiedo tormentandomi come un personaggio della tragedia greca al cospetto degli orgogliosi puzzoni con la loro aria trionfante e piena di pena nei miei confronti, soggetto pagante ed usante acqua.
Dura vita, quella di chi prende gli auti in città, con sberleffi da parte degli inquinanti cittadini, chiusi nei propri abitacoli condizionati da aria ed odori scelti direttamente. Me li guardo tutti, ai semaferi rossi, mentre il ribollire dei corpi sudati, misto a puzze che nulla hanno di umano, raggiunge alchimie omicide impensabili persino per Hitler, che sorride e schiuma di rabbia dall’aldilà, superato. Noi, nell’aldiquà, schiumiamo e basta, esasperati. (Per i non romani, ‘schiumare’ è un’espressione alquanto esplicita che spiega quanto accade quando si suda molto). Loro, dalle macchine o sui motorini, ricambiano le occhiate, sgasando. Effetto serra che levete (per i non romani, ‘che levete’ lo traduco con ‘molto sviluppato, dunque levati che è troppo’, anzi, ‘spostate’. Ah, meravigliosa sintesi della Caput Mundi!)
D’altronde, quando ero al Sud, anzi, più a Sud, pensavo che per vivere a Roma avrei fatto ricorso a tutti i mezzi. Proprio tutti, infatti, in senso letterale. L’Atac per me non ha segreti, gli auti riempiono le mie giornate. Potrei dedicare chili di scritti alla vita sull’auto, dove la gente danno il peggio di sé. E perciò annuncio che non sarà l’unico post in merito.
Nonostante da Natale io abbia un iPod, che mi dicono gli esperti fanatici è anche un modo di essere, sono e rimango soprattutto iAtac.
Stamattina ero sull’auto, direzione Termini. Giornata caldissima, ma quanti gradi segni la colonnina di mercurio te ne accorgi solo quando entri in un auto Atac (azienda dei trasporti de Roma). Hai voglia a mettere le cuffiette dell’iPod per non sentire cosa gli altri si urlano al cellulare. (Anzi, urleno. Userò spesso le ‘e’ al posto delle ‘a’ in questo post per dare un senso di adesione alla realtà capitolina). Il resto lo senti, tutto. L'olezzo stantio di una mezza giornata di sole e che è lo stesso già di primo mattino, quando ti rendi conto che, se tra un mese a me ed ai miei coamici spetterà pagare l’acqua, molti riceveranno di sicuro il rimborso.
La gente non se laveno e sudeno, e hai voglia a mettere il profumo strategico sul polso col quale coprire il naso durante il tragitto. Spesso non sei in grado di muovere nemmeno il braccio, schiacciata tra i puzzoni, e comunque quando la situazione sfiora la ressa meglio tutelare altre parti, e siccome non sei la dea Kalì devi lasciare il naso scoperto. Povero naso! A volte vorrei che si staccasse ed iniziasse a circolare per tutto l’auto in segno di protesta, tra lo stupore generale. Poi dovrebbe inclinarsi e sparare dalle narici su tutta la gente che risparmieno sull’acqua. Ma non fuoco (mai così amico come in questo caso), bensì bagnoschiuma. Spetterebbe poi ai vigili del fuoco, chiamati dai controllori e con le apposite pompe idranti, fare il resto. I più sporchi si dissolverebbero nel nulla. Di loro non rimarrebbe traccia, soprattutto olfattiva. Allora il mio naso potrebbe tornare dove era e respirare solo il sano smog delle sorti magnifiche e progressive di quest’umanità del terzo millennio.
Invece no. Il naso non va da nessuna parte, ed i controllori salgono sull’auto solo per controllare il biglietto, multando chi ne è sprovvisto e non chi puzza.
L’Atac dovrebbe rivedere i propri criteri. Chi puzza scoraggia l’utenza che non puzza a prendere gli auti, di questo si vuole tener conto? Poi aumentano le auto, quelle vere, e l’inquinamento. Quindi gli sporchi, anche se indirettamente, sporcheno, e direttamente disturbeno i fragili equilibri psicofisici di chi riserva agli odori una giusta parte d’importanza della propria giornata.
“Cinquanta euro (o euri) prego” “Ma io ho obliterato il biglietto” “Non c’entra, lei puzza. Se non paga subito, sono cento euro (o euri) con bollettino a casa, dove le invieremo anche un kit di pulizia personale firmato che sarà costretto/a a comprare ed usare, pena l'interdizione generale dall'uscita che non sia il cortile di casa sua, se ne è provvisto/a”.
Ecco, dovrebbe avvenire questo. Invece niente, e la puzza continua ad abbattersi sugli indifesi, avendo la meglio. “Dov’è la giustizia?” mi chiedo tormentandomi come un personaggio della tragedia greca al cospetto degli orgogliosi puzzoni con la loro aria trionfante e piena di pena nei miei confronti, soggetto pagante ed usante acqua.
Dura vita, quella di chi prende gli auti in città, con sberleffi da parte degli inquinanti cittadini, chiusi nei propri abitacoli condizionati da aria ed odori scelti direttamente. Me li guardo tutti, ai semaferi rossi, mentre il ribollire dei corpi sudati, misto a puzze che nulla hanno di umano, raggiunge alchimie omicide impensabili persino per Hitler, che sorride e schiuma di rabbia dall’aldilà, superato. Noi, nell’aldiquà, schiumiamo e basta, esasperati. (Per i non romani, ‘schiumare’ è un’espressione alquanto esplicita che spiega quanto accade quando si suda molto). Loro, dalle macchine o sui motorini, ricambiano le occhiate, sgasando. Effetto serra che levete (per i non romani, ‘che levete’ lo traduco con ‘molto sviluppato, dunque levati che è troppo’, anzi, ‘spostate’. Ah, meravigliosa sintesi della Caput Mundi!)
D’altronde, quando ero al Sud, anzi, più a Sud, pensavo che per vivere a Roma avrei fatto ricorso a tutti i mezzi. Proprio tutti, infatti, in senso letterale. L’Atac per me non ha segreti, gli auti riempiono le mie giornate. Potrei dedicare chili di scritti alla vita sull’auto, dove la gente danno il peggio di sé. E perciò annuncio che non sarà l’unico post in merito.
Nonostante da Natale io abbia un iPod, che mi dicono gli esperti fanatici è anche un modo di essere, sono e rimango soprattutto iAtac.
giovedì 19 aprile 2007
PRESSioni
Tutto inizia con una cena da me preparata per gli amici e colleghi giornalisti. Cena stampa, sempre affamata di notizie. Anzi, sempre affamata e basta, come dimostrato dall’eco delle pentole raschiate a fondo. Prevedibili e puntuali i riferimenti all’attualità, cioè a Vallettopoli. Cena metafora del nostro Belpaese. Tutti a lamentarsi di contratti traditi, di carovita e di precarietà tra un piatto di bucatini ed un bicchiere di vino, mentre la sottoscritta curava gli ultimi dettagli del polpettone. Il dichiarato scontento per quanto non va non toglie l’appetito; meno male. Una gag teatrale ci stava tutta. Così, con le presine nelle mani ai fianchi, mi giro dalla cucina alla living room ed affermo: “Comunque, questa cena è la dimostrazione di un sistema che non cambierà mai”. Sguardi interrogativi. “Mentre vi lamentate e mangiate, ubriacandovi di parole e non solo, c’è sempre qualcuno che alla fine lavora davvero!” Ovviamente mi riferivo alla mia persona, rappresentante impresentabile della working class. Inevitabili le reazioni, tra il divertito e lo sfottò, il cui contenuto è più o meno questo: “Per una volta che fai una cosa…ma per cortesia!” Nessuna indignazione, solo sghignazzamenti per il surreale tentativo di autoannoverarmi tra i lavoratori. “Questi amici mi conoscono proprio bene”, penso.
Vallettopoli richiama parole e riferimenti da bar dello sport. Non c’è da meravigliarsi, dati i personaggi coinvolti. E proprio durante la conversazione a tavola ci scappa un termine, “frocio”, sfuggito ad una mia amica che, mortificata ed attonita, dopo un comico e rumoroso tentativo d’arrampicata sui vetri della gaffe, mi chiama in disparte d’urgenza. “Ora il tuo coinquilino mi odierà, ed avrà ragione da vendere. Non so come mi sia sfuggito, quel termine non appartiene veramente alla mia cultura”. “Quel termine” è frocio, e da allora è sempre così. Delegittimazione totale e senza esclusioni, almeno fino a ieri, col salvifico frocio vileda che ha rimesso in pista una possibilità di libera espressione. La censura è piovuta nella casa, “quel termine” spettro da rifuggire nel suo designare persone che chiedono rispetto per le proprie scelte di vita.
“Ma figurati se si offende, è abituato e poi ha capito il contesto!” (Per i più distratti, sono ritornata al racconto della cena). Sguardo ben noto della commensale: senso di colpa schiacciante, impossibilità di continuare la cena senza un chiarimento. La prendo per mano e la porto dal coamico, che lavava la prima tornata di piatti (another worker mentre a tavola si parlava di certa stampa spazzatura). Ovviamente assisto ad un balletto di “Scusa” e “Non ti preoccupare”, “Io non volevo” “Nemmeno me ne sono accorto”, “Sono mortificata” “Figurati, anzi, mi sono divertito quando ho visto come tentavi di rimediare” “Oddio…”. L’ultima parola dell’amica prima di ricondurla al tavolo, dove il polpettone tirato col latte era diventato protagonista della conversazione. Si era passati ai discorsi seri, finalmente!
Ingenuamente, reputavo la faccenda archiviata e senza strascichi. Invece, il senso di colpa della mia amica avrebbe creato una serie di riflessioni, impensabili senza le sue scuse. Perché il coamico ha iniziato a riflettere, da quella sera. E a vietare, con pressioni psicologiche figlie del ragionamento racchiudibile nel motto “Il rispetto passa dal linguaggio”.
La presunta gaffeuse, non contenta di quanto combinato, a fine cena mi guarda e, a tavolata stranamente muta, mi fa: “Ma lo sai che da quando vivi con loro sei meno str…a?” (Divertitevi a riempire i puntini). Ovviamente non ha detto proprio così; mi pare abbia parlato di una maggiore umanità, ma il senso che ho dato a queste parole è riassumibile in quanto scritto tra virgolette, anche perché è quanto le ho ribattuto mentre i coamici battevano le mani, entusiasti per il benefico effetto avuto su di me e certificato da chi mi conosce ormai da cinque anni.
La cena si chiude con un interrogatorio alla cuoca; non sugli ingredienti della cena, bensì sulla frequenza ed il nome del programma radiofonico cui, di lì a pochi giorni, avrei dovuto rilasciare un’intervista sul libro di racconti (Per i più distratti, ‘Grado Zero’, edizioni Il Filo). Io nicchiavo nel dare informazioni mentre i giornalisti mi incalzavano. “Finalmente dall’altra parte della trincea”, pensavo. Volevano dati, orari, nomi. Quanto pressa, la press! Una domanda, la più pertinente, dalla coamica: “Ma perché non lo vuoi dire?” “Cui prodest?” chiedo circondata da una stupenda umanità figlia del Liceo Classico. “In fondo, il mio, è e rimane un urlo nel deserto!” Risate anche qui, più di esasperazione che di buonumore. Quella sera non ho ceduto. Il giorno dopo, quando sapevo che sarebbero stati tutti tranquilli (al massimo qualche ricerca su Internet o presso la casa editrice) l’ho detto. Si è avverato quanto pronosticato, quella stessa sera in macchina, dal ragazzo dell’amica scatenacensure alle sue recriminazioni durante il rientro a casa: “Lo dirà quando la smetterete di chiedere, fa parte del personaggio”.
Più umana forse, meno personaggio no di sicuro.
Vallettopoli richiama parole e riferimenti da bar dello sport. Non c’è da meravigliarsi, dati i personaggi coinvolti. E proprio durante la conversazione a tavola ci scappa un termine, “frocio”, sfuggito ad una mia amica che, mortificata ed attonita, dopo un comico e rumoroso tentativo d’arrampicata sui vetri della gaffe, mi chiama in disparte d’urgenza. “Ora il tuo coinquilino mi odierà, ed avrà ragione da vendere. Non so come mi sia sfuggito, quel termine non appartiene veramente alla mia cultura”. “Quel termine” è frocio, e da allora è sempre così. Delegittimazione totale e senza esclusioni, almeno fino a ieri, col salvifico frocio vileda che ha rimesso in pista una possibilità di libera espressione. La censura è piovuta nella casa, “quel termine” spettro da rifuggire nel suo designare persone che chiedono rispetto per le proprie scelte di vita.
“Ma figurati se si offende, è abituato e poi ha capito il contesto!” (Per i più distratti, sono ritornata al racconto della cena). Sguardo ben noto della commensale: senso di colpa schiacciante, impossibilità di continuare la cena senza un chiarimento. La prendo per mano e la porto dal coamico, che lavava la prima tornata di piatti (another worker mentre a tavola si parlava di certa stampa spazzatura). Ovviamente assisto ad un balletto di “Scusa” e “Non ti preoccupare”, “Io non volevo” “Nemmeno me ne sono accorto”, “Sono mortificata” “Figurati, anzi, mi sono divertito quando ho visto come tentavi di rimediare” “Oddio…”. L’ultima parola dell’amica prima di ricondurla al tavolo, dove il polpettone tirato col latte era diventato protagonista della conversazione. Si era passati ai discorsi seri, finalmente!
Ingenuamente, reputavo la faccenda archiviata e senza strascichi. Invece, il senso di colpa della mia amica avrebbe creato una serie di riflessioni, impensabili senza le sue scuse. Perché il coamico ha iniziato a riflettere, da quella sera. E a vietare, con pressioni psicologiche figlie del ragionamento racchiudibile nel motto “Il rispetto passa dal linguaggio”.
La presunta gaffeuse, non contenta di quanto combinato, a fine cena mi guarda e, a tavolata stranamente muta, mi fa: “Ma lo sai che da quando vivi con loro sei meno str…a?” (Divertitevi a riempire i puntini). Ovviamente non ha detto proprio così; mi pare abbia parlato di una maggiore umanità, ma il senso che ho dato a queste parole è riassumibile in quanto scritto tra virgolette, anche perché è quanto le ho ribattuto mentre i coamici battevano le mani, entusiasti per il benefico effetto avuto su di me e certificato da chi mi conosce ormai da cinque anni.
La cena si chiude con un interrogatorio alla cuoca; non sugli ingredienti della cena, bensì sulla frequenza ed il nome del programma radiofonico cui, di lì a pochi giorni, avrei dovuto rilasciare un’intervista sul libro di racconti (Per i più distratti, ‘Grado Zero’, edizioni Il Filo). Io nicchiavo nel dare informazioni mentre i giornalisti mi incalzavano. “Finalmente dall’altra parte della trincea”, pensavo. Volevano dati, orari, nomi. Quanto pressa, la press! Una domanda, la più pertinente, dalla coamica: “Ma perché non lo vuoi dire?” “Cui prodest?” chiedo circondata da una stupenda umanità figlia del Liceo Classico. “In fondo, il mio, è e rimane un urlo nel deserto!” Risate anche qui, più di esasperazione che di buonumore. Quella sera non ho ceduto. Il giorno dopo, quando sapevo che sarebbero stati tutti tranquilli (al massimo qualche ricerca su Internet o presso la casa editrice) l’ho detto. Si è avverato quanto pronosticato, quella stessa sera in macchina, dal ragazzo dell’amica scatenacensure alle sue recriminazioni durante il rientro a casa: “Lo dirà quando la smetterete di chiedere, fa parte del personaggio”.
Più umana forse, meno personaggio no di sicuro.
mercoledì 18 aprile 2007
L'accordo del frocio vileda
Gli amici mi dicono che sono passati quasi due mesi dall’ultimo aggiornamento del blog. Pur tendendo a non fidarmi, controllo il calendario e scopro che hanno ragione. Due mesi domani, per la precisione. Gli amici mi dicono che il blog risente di toni gradevoli per un Giangiacomo Feltrinelli, un Jean Jacques Rousseau e qualche altra buonanima. Quanto parlano, questi amici: allora questa volta mi fido e, chiuso il secondo numero del giornale di aprile, apro la vena dei racconti.
Quelli seri, che fanno ridere.
Rientra in casa la mia coamica (coinquilina è ingiusto, amica è generico) dicendomi di aver visto in una casa un mocio vileda bellissimo, arcobaleno. Entrambe pensiamo ad un aggettivo, forse con parole differenti. “E’ così colorato e gay, voglio pulire con lui!” Io provo a contrapporre il classico rosso, beccandomi della “banale” come mi aspettavo. In verità la scelta del mocio colorato aveva scatenato in me un’associazione ed un nome che il coamico (coinquilino è ingiusto, amico è generico), non so se avrebbe gradito. La faccenda si faceva delicata, il detestato politically correct sempre più vicino nell’imprescindibile necessità di dare un appellativo ad oggetti e persone che fanno il loro ingresso in casa. Un gay vileda? Manco a parlarne, suonava orribile. Provo ad uniformare il percorso colorato della coamica, in modo da non porre la questione all’attenzione collettiva: niente da fare. Non rimaneva che parlare chiaro, questo mio tifo per il mocio etero si faceva sempre più fiacco e privo di ragioni. “Senti, io approvo, ma solo se lo posso chiamare frocio vileda”. “Non è a me che devi chiederlo”, mi risponde senza scomporsi la coamica (in realtà ci sganasciamo tra una frase e l’altra, ma senza mai perdere la razionalità dei discorsi più illogici).
Perfetto, senza volerlo (?) avevo trovato un modo per sdoganare un termine archiviato per una storia che racconterò domani. Tutto vero, in questo blog. Vita vissuta. Arriva il coamico ed accoglie la richiesta con uno scroscio di risate, confermando il comune senso dell’umorismo della casa e liberandosi da quelle aspettative impaurite che ha la maggior parte degli uomini quando viene loro posta con la giusta suspense una questione ancora non chiara per loro, ma già dibattuta ed approvata da due donne. Essere in minoranza è sempre una bella sfida, sebbene sui colori tocchi spesso a me difendere le scelte tradizionali, spesso bocciate.
Perdo sempre e con allegria al cospetto dei coamici. In questo caso l’accordo è garantito, sia sui colori che sulle parole.
Miracoli del frocio vileda.
Quelli seri, che fanno ridere.
Rientra in casa la mia coamica (coinquilina è ingiusto, amica è generico) dicendomi di aver visto in una casa un mocio vileda bellissimo, arcobaleno. Entrambe pensiamo ad un aggettivo, forse con parole differenti. “E’ così colorato e gay, voglio pulire con lui!” Io provo a contrapporre il classico rosso, beccandomi della “banale” come mi aspettavo. In verità la scelta del mocio colorato aveva scatenato in me un’associazione ed un nome che il coamico (coinquilino è ingiusto, amico è generico), non so se avrebbe gradito. La faccenda si faceva delicata, il detestato politically correct sempre più vicino nell’imprescindibile necessità di dare un appellativo ad oggetti e persone che fanno il loro ingresso in casa. Un gay vileda? Manco a parlarne, suonava orribile. Provo ad uniformare il percorso colorato della coamica, in modo da non porre la questione all’attenzione collettiva: niente da fare. Non rimaneva che parlare chiaro, questo mio tifo per il mocio etero si faceva sempre più fiacco e privo di ragioni. “Senti, io approvo, ma solo se lo posso chiamare frocio vileda”. “Non è a me che devi chiederlo”, mi risponde senza scomporsi la coamica (in realtà ci sganasciamo tra una frase e l’altra, ma senza mai perdere la razionalità dei discorsi più illogici).
Perfetto, senza volerlo (?) avevo trovato un modo per sdoganare un termine archiviato per una storia che racconterò domani. Tutto vero, in questo blog. Vita vissuta. Arriva il coamico ed accoglie la richiesta con uno scroscio di risate, confermando il comune senso dell’umorismo della casa e liberandosi da quelle aspettative impaurite che ha la maggior parte degli uomini quando viene loro posta con la giusta suspense una questione ancora non chiara per loro, ma già dibattuta ed approvata da due donne. Essere in minoranza è sempre una bella sfida, sebbene sui colori tocchi spesso a me difendere le scelte tradizionali, spesso bocciate.
Perdo sempre e con allegria al cospetto dei coamici. In questo caso l’accordo è garantito, sia sui colori che sulle parole.
Miracoli del frocio vileda.
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