mercoledì 28 maggio 2008

Il mistero della cosa

Siamo tutti sulle spine. Riconducendo la questione nello specifico da cui parte, siamo in quattro sulle spine. Quattro, come le ruote di una macchina ed i celeberrimi Fantastici, ma anche come gli elementi e gli angoli di un quadrato. E chi ha messo questi quattro, di cui naturalmente io faccio parte, sulle spine? Floriana al suo ritorno dalla Puglia. Durante un’innocente quanto solita telefonata in pausa pranzo, ieri mi dice che sta organizzando un incontro via web con le amiche di sempre volate a Londra e di tenermi pronta per andare a casa sua con un altro amico che vive a Roma perché ci deve far vedere una cosa. Ora, io già aborro questo termine che non definisce nulla ed è emblema di vaghezza. Mi ricordo quando ero piccola e già intollerante nei confronti di tali approcci linguistici indefiniti, che mi portavano a non prendere oggetti chiamati dal mondo adulto a me circostante “cose” o, peggio, “cosi”. “Passami quel coso, prendimi quella cosa”. Ed io facevo l’effetto eco: “Coso? Cosa?”, mentre il mondo si spazientiva e si alzava a prendere il coso o la cosa. Sarebbe bastata una definizione perché esaudissi la richiesta, ma quel mondo, non capendo la mia resistenza non violenta, quasi gandhiana, all’indolenza lessicale, ha sempre preferito affibbiarmi svogliatezza nel senso comune del sostantivo. Tale digressione serve a capire quanto è radicata la mia idiosincrasia per il termine “cosa”. Immaginate dunque cosa succede quando tale non-nome definisce una sorpresa che sto temendo come non mai. Cosa può essere “cosa”, per Floriana, in questa frenesia di matrimoni e procreazione che mi circonda? Un’ecografia con il suo bambino, come ho pensato subito? Un anello con tanto di annuncio della data di nozze, come suggeriva la londinese pro tempore stasera su Messenger? O una foto di quando eravamo piccoli trovata in qualche cassetto in modo da farci svenire tutti contemporaneamente per la nostalgia? Cosa ci mostrerai, Floriana? Mio Dio, penso con le mani in testa fra un articolo ed un altro, nelle pause meditative che creano rughe sulla fronte: questi giochetti alla mia età perdono tutto il fascino rivestito fino a qualche tempo fa da divertita attesa per trasformarsi, assieme alla mia voce, in una gracchiante afasia. Faccio i conti di quanto mi costi quest’anno l’amore altrui, partecipatomi a chiare lettere attraverso inviti e chiarimenti senza possibilità di smentita: “Vogliamo soldi, abbiamo il mutuo. Abbiamo tutto, dateci soldi. Non abbiamo granché, ma preferiamo un viaggio (che non si compra a battute su Word, purtroppo, altrimenti avrei regalato a tutti il giro del mondo)”. Decisamente per me è troppo, anche se questi amori fossero eterni, al contrario del mio conto in banca. Il terrore di un annuncio corre sul filo spinato dei nervi provati dalla malinconia e del mio stomaco che ancora risente dell’ultima abbuffata di frutti di mare crudi, anche se nei tempi d’oro dallo straordinario appetito avrei fatto di più, stando malissimo ma solo un giorno, invece di trascinarmi disgustata da tutti i cibi per una settimana. Vedo i fiori per la sposa e le mie opere di bene monetarie. Al varco, la bancarotta. Perché non sia mai che si sposa qualcuno cui tengo e lesino qualcosa. Per Floriana, poi, è tragedia pura. I suoi fiori d’arancio saranno i miei crisantemi finanziari: ero ammalata e mi ha curato, sottraendomi ad una casa gelida, ospitandomi tra le sue mura dai termosifoni funzionanti e preparandomi le minestrine in un fine settimana dalle indimenticabili febbri. Quel calore non lo ripaga nessuna cifra. Le mani sulla testa si fanno più serrate, mentre il sangue comincia a pulsare veloce davanti alle parole scritte ed alle pagine da riempire prima di mandare il giornale in tipografia. “Porca miseria, la miseria!”, penso allarmata da un semplice annuncio che potrebbe rimandare pure ad altro; ma a questo punto il copione delle vite attorno a me è così simile che non penso di sbagliare. Perché nessuno dei miei conoscenti mi fa più comunicazioni normali? Perché tutte le sorprese finiscono sull’altare? “Perché hai trent’anni?”, chiederebbe qualcuno dei lettori e non solo.
E allora risponderei, con la testa sempre tra le mani ed una pagina bianca di panico: “Perché, perché?”.
Ma soprattutto, Floriana: cosa?

domenica 25 maggio 2008

La barrique del matrimonio

“La barrique è come il matrimonio”. Questa la frase del giorno, pronunciata da un enologo abruzzese durante una delle tante degustazioni fatte tra ieri ed oggi in un vinoso fine settimana fuori porta. Facendoci assaggiare due bicchieri di Montepulciano, uno trattato in botte e l’altro no, c’è stata questa massima poi spiegata nel dettaglio. “Fatevi dire questa perla di saggezza da un separato, e segnatevela: nel matrimonio vengono messi a fuoco e si ingrandiscono tutti i difetti. Quando questi sono insopportabili e non si combinano si scoppia, al contrario di quando ci si riesce ad incastrare bene caratterialmente, tanto da creare rapporti solidi e duraturi. La barrique è uguale: quando la componente dura e quella morbida del vino si tengono, ne esalta le qualità, altrimenti lo distrugge”. Io ed i miei compagni di bevute abbiamo preso appunti, nel mio caso mentali. Il legno toglie il carattere primario, cioè quello relativo al frutto, rendendolo più morbido, vellutato, meno diretto o “cafone”, per citare sempre l’esperto. Di conseguenza il vino prodotto in barrique ha bisogno, in quanto più strutturato, di piatti più importanti, tipo una tagliata di vitello ancora sanguinante. A questo punto ho assistito all’espressione disgustata della trentenne per il compleanno della quale un bel gruppetto romano si è spostato in Abruzzo. Lei, infatti, ha abbracciato il credo vegano, e perciò rabbrividisce laddove io mangio. “Alimentazione non violenta” è la sua espressione che rende perfettamente il personaggio, impegnato nella difesa dei valori di sempre tra le strade di un paese di montagna abruzzese circondato da ginestre e papaveri, ma non alieno da dinamiche tristi ed un po’ ridicole. Per esempio la vicenda di mister Z., come chiamerò per rispetto della privacy colui il quale è stato l’oggetto di discussione della festa tra i paesani che si credevano inascoltati da altri, sbagliando di grosso. La sottoscritta, infatti, appena ha colto la frase indirizzata da una giovane madre ad un invitato: “Vieni più vicino, perché la questione è abbastanza privata”, ha raddrizzato le antenne impigrite dal ritrito scambio di battute. Impicciona? No, curiosa. Si dà il caso che i due fossero molto vicini a me, quindi potessi ascoltare senza difficoltà quello che si dicevano. La giovane madre, infatti, lamentava la sua esclusione al prossimo matrimonio di mister Z. con una certa strega che ha proibito la sua partecipazione alle nozze di quest’amica di lui, madre divorziata con cui mister Z. ha avuto una storia giovanile, come ha confessato alla sua metà in un rigurgito di sincerità andando poi dall’amica a dire: “Lei non ti vuole, io non so che fare. A questo punto a te la scelta”. Ora, una considerazione in me nasce subito, riconfermata da quanto ha aggiunto dopo l’amico e non solo, dato che è stato l’argomento affrontato al pub quando ho ammesso pubblicamente di aver ascoltato tutto fra le risate generali di quanti pensavano che stessi solo parlando con loro. Come se nel frattempo non si potesse anche prestare orecchio a cosa dicono gli altri!Penso all’istante, infatti: “Mister Z. è scemo e vile. Cosa può fare un’amica in questa condizione se non assecondare la strega e non mettersi in mezzo?”. Mister Z. è un ex bassista. Lei gli ha fatto lasciare il gruppo, ha aggiunto quest’amico che, quando aveva i rasta, ha avuto una storia con la sorella, lasciata perché uguale alla strega. Le sorelle streghelle, come le ho soprannominate subito, pare siano l’una confidente dell’altra. Si consigliano strategie e studiano i modi per piegare ai personali capricci i loro partner, recidendoli dall’ambiente circostante. Con alcuni non ci riescono, tipo l’ex rastone. Ma il mondo è fatto anche di mister Z., da me associato a Jack Frusciante dopo aver appreso la sua uscita dal gruppo. Quindi pare che il Frusciante abruzzese sia un vero e proprio succube. Gli amici si dividono in due scuole di pensiero: quanti pensano che prima o poi si romperà le scatole e l’amore cederà il passo alla stanchezza, anche se si sposano a breve, e quanti invece scommettono sulla durata della storia perché mister Z. è un tradizionalista e quando dice “per sempre” davanti all’altare così è. Se non lo lascia la strega, sostengono questi, madre divorziata inclusa, è perso, andato, per tutti. Informata ormai dei fatti, anche se nessuno lo era che io lo fossi, mi sono subito interrogata: io di quale partito facevo parte? Possibilista o pessimista? Oggi non ho dubbi: etilista. A decidere sarà la barrique del matrimonio che, lungi dall’essere indissolubile, come sostiene mia madre, fa venire i nodi al pettine, come sostiene l’enologo. Se ben assortiti reggeranno, sennò scoppieranno. Certo, una strega ed uno stupido succube si tengono abbastanza bene, perché l’una ha bisogno dell’altro. Tocca solo vedere se lo stupido è tale a prescindere o perché innamorato. Ma questo dato non ho potuto appurarlo nel breve spazio di mia permanenza perché impossibilitata a conoscere mister Z.-Jack Frusciante, dalla strega segregato. Peccato.

venerdì 23 maggio 2008

Diritto di spritz

C’è un unico diritto trasversale, e non riguarda né la materia civile né quella penale, peraltro suscettibili di rivisitazioni come tutte le cose umane. Epperò, dove lo mettete il piacere di una bevuta in compagnia, meglio se all’aperto in una Roma finalmente ricalpestabile dopo giorni di accanite piogge? Sin dai tempi dei greci ed ancor prima, penso sia una delle abitudini più radicate e meritorie. Oggi, dopo aver seguito una conferenza via web in streaming, ho ricevuto una telefonata da parte di un’amica in Capitale per dei corsi. Ora, l’amica in questione non è propriamente quella con cui si sono condivisi segreti chiedendo alla professoressa di andare al bagno insieme mano nella mano, abitudine tutta femminile da sempre detestata ed a ragione. L’amica in questione, detta Bobba, all’anagrafe Francesca, è magistrato pur non provenendo da una famiglia di toghe, e questo, nel nostro Paese, cioè che qualcuno riesca a fare quello che ha sempre sognato senza natali illustri in quel settore, è già un piccolo miracolo al merito. La reciproca simpatia nacque in un pugno di giorni estivi di anni fa. Dopo un lungo silenzio, quando l’anno scorso venne a Roma per il concorso, mi chiamò per chiedermi ospitalità come se fosse stata la cosa più naturale, ed io, meravigliandomi di lieto stupore, la andai a prendere alla stazione. Riprendemmo a parlare come se ci fossimo lasciate il giorno prima dopo anni di conoscenza. Quanta differenza rispetto a certi rapporti storici che prosciugano le parole, nel presente come nel futuro! Ci siamo date appuntamento a piazza di Spagna, e mentre l’attendevo respiravo la bellezza di una giornata lunga che permette di prendere l’aperitivo ancora con la luce, ricordando quando giungevo a Roma in visita a mia zia e dovevo stare attenta, in questi posti, ad evitare le macchine fotografiche di chi scattava imprecando al passaggio di teste impreviste. Ora ci sono le digitali, il problema è risolto. Ripensavo agli occhi con cui guardavo il centro di Roma allora come nei primi anni in Capitale. Una volta Federica, l’amica terzomondista e per niente arrivista, mi disse: “Come invidio te e tutti quelli che riescono a guardare Roma con gli occhi del turista!”. Io non la capii pienamente, ma il tempo mi ha reso perfettamente chiaro il suo sentimento. Anche io, pian piano, impercettibilmente, ho smesso di contemplare Roma. La vivo di fretta e più sotto o in interni che sopra ed all’aperto. Pure quando sono sui bus, tendo a soffermarmi maggiormente sulle persone che sui luoghi attraversati; anche per evitare scippi. Nel turbinìo di questi pensieri compare la Bobba con un suo amico e collega. Ci salutiamo abbracciandoci senza convenevoli di circostanza. “Aperitivo?”. Annuisco e li conduco dove avevo già stabilito. Figuriamoci se la gente del Nordest (entrambi sono friulani) rinuncia(no?) a bere. Ed è scontato anche cosa. La mia richiesta di prosecco viene seguita da quella di due spritz, cui mi adeguo subito in onore dei Vostri Onore. E mentre ci parlavamo delle rispettive attività, io pensavo che avevo vicini due magistrati, e questo mi ha fatto una certa impressione. Me la ricordo la Bobba, sconvolta da come si beveva al Sud, convinta di avere lo scettro della beona in quanto friulana. E invece l’abbiamo stesa col Primitivo di Manduria 18 gradi, consumato a fiumi presso l’enoteca del mio bianco paese in anni dai collassi etilici ormai inarrivabili. Oggi formava un duo molto divertente con l'amico-collega. Li ho ribattezzati “toghe rosse” a causa del colore delle loro giacche. Lui, poi, aveva una piantina come Léon nell’omonimo film di Luc Besson, e quindi ho cominciato a chiamarlo alla stessa maniera. Ad un certo punto eravamo tutti un po’ storditi mentre loro fotografavano le chiese gemelle ed io fingevo di scagliarmi contro il destino che mi vede sempre a contatto con turisti, nel lavoro e nella vita, convenendo infine che Roma rende tutti un po’ turisti, specie coi colori e la temperatura di stasera. Io, poi, a proposito di girovaghi, porto sempre con me lo stradario, che non si sa mai dove mi mandano per lavoro. Stasera, per esempio, avevo una cena, ma tra lo spritz e gli intrichi di strade del centro, mentre aspettavamo il bus che avrebbe condotto i magistrati da un’amica, ho preso la mia bussola cartacea per una veloce consultazione. “Ma come, giri con la piantina”? “Perché, voi?”, ho risposto indicando il vegetale tra le mani di Léon. E così la Corte ha riso ed io con essa. Un abbraccio ha suggellato l’arrivederci all’arrivo del bus, che ha fatto una bella figura davanti ai forestieri. Dieci minuti di attesa e posti a sedere. Mi sono sentita orgogliosa in qualità di detentrice di Metrebus card: Atac, servizio efficiente e spedito. Almeno per questa corsa. Quindi mi sono avviata alla metro, deliziata. Happy spritz? Forse, ma avevo anche rivisto la città in cui vivo con gli occhi emotivi del ricordo e di un futuro che non è più quello di una volta. Happy Roma.

giovedì 22 maggio 2008

Ombrelliadi (II)

Ed eccomi qui, col secondo post dedicato alle Ombrelliadi che riprende quello di ottobre scorso per studiare un’altra figura vittima degli acquazzoni, particolarmente virulenti in questi giorni. Nello scritto di ottobre ho analizzato le peripezie di chi prende i mezzi pubblici con i disagi connessi a questa condizione, abbondantemente ampliati dalle raffiche di pioggia. Oggi mi voglio soffermare sul pedone, cioè chi non è necessariamente costretto a prendere bus o metropolitane, ma esce per fare delle commissioni, magari nei pressi di casa, o anche chi lascia il tram e si avvia a piedi per qualche meta in particolare. La cornice è sempre quella bagnata, quindi la persona in oggetto di sicuro è munita di ombrello. Ma per certe circostanze, a Roma, non c’è ombrello che tenga, o meglio, bisogna tenere l’ombrello basso, bagnandosi in testa. E poiché questa è una parte che spesso si preferisce tenere asciutta, è chiara la porzione corporea destinata ad inzupparsi: quella che va dai piedi alle ginocchia. La situazione classica è quella che vede il malcapitato attendere il proprio turno per attraversare la strada. Un’occhiata al semaforo pedonale rosso nel grigiore bagnato che permea la città dai manifesti scollati con inviti a partire per qualche meta esotica e calda in prossimità dell’ennesima bella stagione, respinta da condizioni climatiche simili a quelle autunnali. Si guarda con preoccupazione il guado d’acqua che s’interpone prima dell’attraversamento. Le strisce bianche sono il fondale lontano di pozze dove sarebbe interessante anche fare diving, se l’acqua fosse più pulita e non si rischiasse di essere investiti durante l’immersione. Il malcapitato guarda con un groppo alla gola quanto l’aspetta. Come farà quando il semaforo diventerà verde? Mai preoccuparsi per il futuro, comunque, dato che interviene sempre un fattore non considerato a sparigliare le carte, anzi, a sollevare le acque. In questo caso il fattore non considerato è il classico str…. che passa a tutta velocità per non trovare il rosso e fa vedere al malcapitato uno tsunami che si abbatte, quando va bene, dalla vita in giù, sempre che il malcapitato, a questo punto un po’ incacchiato, sia stato pronto a proteggersi dalla marea fangosa con l’ombrello. A questo punto, anche se il bistrattato pedone ha davanti il semaforo verde, ci vede solo rosso ed al 99,9% dei casi ha già indirizzato le più spietate e fantasiose sentenze all’indirizzo di chi ormai è lontano. Per colmo di sventura, se la pioggia è continua ed abbondante, la pozza si riempie velocemente d’acqua, così se non si è veloci non si può nemmeno approfittare di quell’originale opera di drenaggio a spese di mise ed ossa fradice. A volte, però, non c’è bonifica che tenga e si assiste al malcapitato che guarda dove irrimediabilmente andrà a bagnarsi, sconsolato. Per metri e metri, nessun approdo superiore al livello della pioggia, vero e proprio mare, molto nostrum. Hai voglia ad invocare le figure bibliche. Mosè non avrebbe mai potuto farsi largo tra certi guadi romani, e Noè avrebbe osservato la sua arca affondare tra i sabotatori della Capitale al grido: “Aò, nun basteno le auto blu? Ora scenni a soffrì, co’ noi!”. Roma è sempre generosa, in tutte le sue manifestazioni. Anche quando è bastarda, lo fa in grande. I goccioloni delle sue piogge stanno a significare che questo assunto non si applica soltanto al carattere dei suoi abitanti, ma anche al suo clima. Se fa caldo, si muore; se piove, si annega e la città si blocca. Tutto in grande stile, come si conviene ad una Capitale. Che poi le cose in sé siano buone o cattive, non è argomento di questo post. Di sicuro sono grandiose, e tanto basta per fare di Roma quello che è: un palcoscenico di monumenti e teatranti a cielo aperto, anzi, spalancato.
In questi giorni, bagnato.

giovedì 15 maggio 2008

La rivolta degli oggetti

Altro che rapporto passivo col mondo circostante. Appena mi stacco dalla dimensione speculativa ed avvio un’azione, qualsiasi essa sia, gli oggetti mi si rivoltano contro. Si animano, prendono vita, saltano. Ieri sera, per esempio, anzi stanotte. Stavo facendo la valigia per partire alla volta del matrimonio di Serena (vedere post precedente per chi non lo avesse letto). In genere i preparativi per la partenza sono fatti la notte stessa della data, a qualsiasi orario si avvii il mezzo su cui salirò. Ora, è tradizione che in queste circostanze smarrisca sempre qualcosa, e generalmente si tratta di oggetti che è importante riportare giù. I biglietti no, quelli sono sempre lì a ricordarmi che parto a fare non si sa cosa, perché spesso ciò che perdo riguarda il motivo stesso del mio viaggio o qualcosa di molto importante per la mia missione al Sud. E così nottate in bianco e giro in tondo, fino a quando quest’oggetto non si materializza dopo varie messe a soqquadro dei pochi metri quadri che ho a disposizione. Oggetti dispettosi, che si nascondono, ridono e, quando raggiungo l’acme della disperazione e del sonno, riappaiono divertiti. Malefici. Stanotte, però, hanno superato se stessi. Già mi meravigliavo di non aver perso niente quando la boccetta dell’olio estivo si è avvicinata al mio gomito con l’intento di schizzare via dalla sua postazione. Ad un certo punto sento un rumore alla mia destra e vedo una macchia giallastra a terra. Mi precipito a raccogliere la bottiglia prima che tutto il suo contenuto si riversi sul pavimento, ma nel fare questo il filo dell’abat-jour mi viene tra i piedi. Per evitarlo sollevo la gamba e quello la segue, così ad un certo punto ho la bottiglia d’olio salda, si fa per dire, tra le mani, e l’abat-jour a terra, a pochi metri dalla macchia d’olio. La situazione stava precipitando, mentre il coamico, che mi aveva augurato poco prima la buonanotte e si era ritirato nella stanza adiacente, sicuramente stava scuotendo la testa in orizzontale, con un sorriso compassionevole stampato sulla faccia: “Valentinuccia…”. Nella mia stanza, ripeto, la situazione stava precipitando. Non sotterfugi stupidi come da tradizione, allora. Gli oggetti mi avevano dichiarato guerra vera e propria. Innanzitutto c’era da chiudere quella bottiglia pericolosa e da lavarla assieme alle mani, completamente oliose. Faccio per prendere il tappo e lui, capriccioso e pieno di buonumore, mi salta dalle mani più volte. Vola e torna in un giochetto ingannevole che mi fa pensare di averlo catturato per pochi istanti, dopo i quali schizza via andandosi a posizionare sulle magliette poste nella scatola aperta della roba estiva. Guardo il volo a bocca aperta, costernata: “Questo no, eh!”, sussurro mentre vado a riprendere il riottoso dalla scatola, pronta a constatare il danno. Per fortuna era finito su una maglietta vecchia che indosso in casa. Guardo il tappo con sorriso di trionfo, lo prendo e lo ficco sulla bottiglia, sciacquando il tutto. Proprio l’acqua mi fa venire un’idea che testimonia la mia assoluta mancanza di buonsenso, per usare il gentile termine con cui la comica ha descritto la scena di quando è tornata a casa e mi ha visto con le gambe incrociate, seduta a terra a contemplare il mio capolavoro finale ed attendendo cattolicamente un aiuto dall’alto. Col mocio, infatti, bagnato nell’acqua, avevo spalmato l’olio per quasi tutta la stanza, diventata dunque scivolosa e piena di piccole gocce. Speravo fossero d’acqua, anche se un sospetto cominciava ad aleggiare, fino a quando la Provvidenza materializzatasi nella comica al rientro mi ha spiegato, mentre agiva di conseguenza, che “per l’olio ci vuole il sapone, come quando si lavano i piatti. Poi si procede ad assorbire con un panno asciutto”. Parlava, si malediceva per essere entrata in camera e strofinava. Io ridevo. Uno spettacolo fantastico. Se non mi ha dato dell’idiota stanotte, non lo farà mai più. Le parlavo di assenza di cognizioni chimiche, lei di logica (sempre assenza di). Poi è andata a letto, stremata. Era troppo stanca perché le potessi spiegare la trama ordita dagli oggetti contro di me, stanotte particolarmente feroce. In genere si limitano a sfuggirmi scatole mentre i coperchi vi rimangono saldamente aggrappati, o si staccano dalle lattine le linguette che servirebbero ad aprirle, lasciandomi con un inutile pezzo di metallo in mano ed un’imprevista invulnerabilità del contenitore. Sartre diceva che “gli altri sono l’inferno”. Concordo. Specie perché fra te e gli altri s’interpongono una serie di oggetti la cui gestione mi è spesso impossibile. Ma solo per loro volontà, sia chiaro.

lunedì 12 maggio 2008

La prima amica va via

“Una serenata??”. Proprio così, con un doppio punto interrogativo, inizia la mia risposta ad un invito ricevuto telefonicamente da un amico per interposta persona. Il futuro marito di una mia compagna di classe lo aveva chiamato per invitarci alla serenata in programma la sera dopo, cioè ad una settimana precisa dalle nozze, ormai prossime. “Sì, una serenata a Serena”. Involontaria quanto comica coincidenza di termini. “Qui a Roma è normale, è una tradizione”, mi dice Floriana, cui rivolgo le mie perplessità prima della inevitabile florianata (un anno, due?). “Voglio venireee! Domani stiamo là pure io ed Ale. Ci tengo!". Anche Floriana è una mia compagna di classe, e dunque, i più arguti lo avranno già intuito, pure di Serena. “E vabbè, venite, che ti devo dire?”. Dopo aver chiuso la seconda telefonata, comunque, la mia riflessione finale è identica a quella della prima: “Era meglio morire da piccoli”. Così, la sera dopo, mi avvio all’appuntamento, con tanta fame perché non faccio in tempo a cenare. Il futuro sposo contento di vederci ed attorniato da altri amici, prevalentemente coppie. Stavano sistemando il necessario per suonare mentre Serena era in bagno a prepararsi per una cena fuori, come lui le aveva detto. A quel punto del racconto il mio stomaco vuoto ha brontolato. Evitata la possibilità che potesse dunque scendere per buttare la spazzatura o venir fuori in pigiama, rimaneva la questione attrezzatura musicale nel cortile: se l’avesse vista? Anche qui Cristiano aveva pensato a tutto: insieme all’amministratore del condominio aveva fatto affiggere dei volantini che avvisavano di prossime prove per un concerto medievale, così lei non si sarebbe insospettita. Perfetto. Verso le 9.30 entriamo tutti nel cortile. Un tavolo con fave, pecorino e tre bocce di plastica con un ottimo vino rosso dietro di noi. Il tipo, di età matura, inizia a cantare mentre un altro gli tiene dietro con la tastiera. Il mio timore di gavettone si spegne quando si accendono le luci e tutti si appoggiano alle ringhiere, in maggioranza donne, in atteggiamento disteso. Il caseggiato, avanti e dietro di noi, si riempie di persone sui balconi. Spuntano mezzibusti anche dai seminterrati. Ed io penso la stessa cosa di quando prendo la metropolitana: “Madò, quanti siamo!”. Sopra di noi, nella fossa della musica, tanti occhi. E quello cantava, cantava e cantava. Cristiano in attesa con una rosa rossa tra le mani sulla schiena. Di Serena nemmeno l’ombra. E quello cantava. Iniziano le risatine nervose di alcuni amici, con qualche commento prosaico: “T’immagini sta facendo la più grande ca…ta della sua vita?”. Nel bagno, infatti, al secondo piano, c’era la luce accesa, ed alcuni, me inclusa, iniziavamo a pensare a Serena sulla tazza. Ad un certo punto appare. Scoppia l’applauso generale dai balconi e da terra. Non c’è teatro che si possa equiparare alla vita. Si commuove immediatamente, e a vederla così, con le lacrime agli occhi, il pancione ed un’espressione che non mi sarei mai aspettata che potesse avere, dopo tutte quelle assunte nei mille spettacoli di cui è stata attrice protagonista, mi si sono inumidite le palpebre e si è accorciato il respiro. Sì, ancora di più, per coloro che conoscono il mio asma. In aggiunta, dovevo contenere la tosse seguita al fiato mozzo, in una scena da vecchiaia anticipata per nulla piacevole. Ad un certo punto un’amica porta, da parte di Cristiano, la rosa a Serena, che poi gliela rilancia, sempre tra gli applausi. Lui allora sale e rimangono abbracciati ad ascoltare la serenata. A quel punto non avevo più bisogno di cibo, ma di vino. Non a caso, appena scesi, dopo che Cristiano intona (si fa per dire) la canzone “Rose rosse per te”, decido che è tempo di bere. Con la scusa di dare un po’ di vino alla futura sposa, inizio a riempire bicchieri a tutti, me inclusa. Come sottofondo musicale, Gino Paoli; e quello cantava, cantava. E quelli, abbracciati, lo ascoltavano. Era quella, dunque la colonna sonora della serata? No, arriva alla fine, insperata, da brivido. Fave, pecorino, vino rosso. In effetti mancava solo lui: il super Califfo. “L’urtimo amico va via/domani se va a sposà/ se gioca la libertà/pure lui/pure lui/Er vecchio gruppo ‘ndo sta/me li so’ persi così/se so’ scordati de me/tanto amici e poi tiè”. Annuisco e rido amaresca, specie all’ultima frase, che mi riporta ad un detto locale: “Amici amici, amici lu ca..”. E vabbè, Serè, pure te, pure te. La prima amica va via. A riprodursi. “Te saluto gioventù/te ne sei annata pure tu/adesso a me che me rimane più?”.

lunedì 5 maggio 2008

Ei fu

Oggi, cinque maggio, rifletto su una figura che non c’è più, pur avendo avuto ampia parte nel costituirsi della storia del nostro Paese. Anzi, più che la sua scomparsa, ormai nota a tutti, mi preme delinearne i contorni nuovi alla luce della modernità, risvegliatasi con una precisa definizione a seguito della sua assenza, da cui scaturisce un giudizio come si usa fare con tutti gli accadimenti del passato. La figura si aggira tra noi, vigile e mai dimenticata nelle sue battaglie spesso vittoriose, infine cancellate dalla disfatta totale. Di chi sto parlando? Ovviamente di lui, l’extraparlamentare; radicale e massimista che ha perso il suo scranno al Parlamento nella XVI legislatura. I banchi vuoti non corrispondono alla sua scomparsa. Tale è la distanza tra politica e mondo reale. Egli si aggira ancora tra noi. Ha due braccia, due gambe, due occhi, quando va bene un cervello ed un numero di capelli inversamente proporzionale all’età. Passeggia per le strade con aria furtiva e un po’ sinistra. Forse troppo, per il vento che ha ripreso a spirare nel Paese, il cui tricolore garrisce a destra. L’altro giorno leggevo di psicosi Ufo in Arizona, dove più di una persona ha visto dei puntini rossi in cielo disposti, pare, in modo tale da escludere che si potesse trattare di astri o velivoli non classificati. Extraterrestri, dunque. Questo in America. Noi in Italia, che ci siamo scocciati dal piano Marshall in poi di essere considerati a rimorchio dello zio Sam, rispondiamo agli extraterrestri con qualcosa di molto terrestre: l’extraparlamentare. Un atterraggio traumatico sull’acciottolato, davanti a Palazzo Madama ed a Montecitorio. Gli extraparlamentari si sono puliti le giacche sporche dopo la caduta a seguito dell’impatto, hanno sistemato il nodo della cravatta griffata e, con fare tra lo stupito e l’amareggiato, hanno preso a camminare tra gli altri terrestri, sui marciapiedi. Le tasche più colme di risorse, certo, ché il Palazzo non lascia mai poveri, anche quando chiude le sue porte. Ma la nostalgia degli incarichi, della lotta, dell’Ideale non espresso in sede istituzionale rimane; così anche dalle nostre parti, come in Arizona, ci sono avvistamenti di tanti puntini rossi, molto umani e dalla gradazione più o meno intensa a seconda degli individui. I bambini li indicano ai genitori che li spingono a guardare avanti, mentre i più impressionabili formano dei comitati denominati “Ho visto anch’io un extraparlamentare”. Ei fu, siccome trombato, data la mortale urna…Ma questo vale solo per le stanze dei bottoni. L’extraparlamentare ha anche una vita terrestre, e quindi, ripeto, è tra noi. Niente navicelle, né auto blu; solo concertazione solitaria per una piattaforma di desolazione con mozione ontologica di sfiducia. L’extraparlamentare si stupisce del suo riflesso allo specchio. Dunque esiste ancora, nonostante l’accaduto. Quel prefisso alla qualifica che lo connotava fino ad un mese fa non significa un suo annullamento. Allora il suo puntino si fa più rosso, i comitati si moltiplicano ed i bambini tornano a strattonare i genitori, lasciando loro le mani ed obbligandoli a prenderli in braccio per evitare le fauci comuniste, dai noti canini tritabimbi. Così finiscono le epoche, aspettando Metternich o Godot. Chiunque non arrivi a seguito di questa rivoluzione senza sangue, di tale Waterloo senza se e senza ma, abbiamo assistito alla nascita di una nuova categoria sulle ceneri di vecchi schemi. Fu vera gloria? L’ardua sentenza, in tale congiuntura, spetta solo ai prossimi poster elettorali.