venerdì 21 dicembre 2007

La cheesecake taumaturgica

Bene, recupero subito, più che il tempo, il post perduto, prima di perdere il privilegio di mangiare la cheesecake di Floriana, che mi ha sollevato l’umore in maniera indescrivibile. Ecco il racconto: eravamo tutte intente a parlare, parlare e parlare, e ad un certo punto mi viene presentato questo piattino con pezzo di dolce sopra. “Provala”, mi dice, ed io obbedisco perché sono un’amica fedele.
Alla prima forchettata succede qualcosa: un mondo di meraviglie esplode nella mia bocca, mentre le papille festeggiano al miracolo e cominciano ad avere la meglio sulle parole, che intanto però procedono nella faccia mutata dell’interlocutrice. Badate che sto parlando di secondi, massimo un minuto, tempo che quel delirio di dolcezza saporita si dileguasse per lasciare lo spazio ad un’altra forchettata. Prima di ricimentarmi nel dolce atto, quando chi mi era di fronte aveva quasi le corna del demonio senza che io ne capisssi il perché, interrompo la mia loquela e proclamo: “Floriana, ma questa cheesecake è fantastica!”. E lei: “E finalmente! Mi chiedevo quando lo avresti detto!”. A quel punto ci siamo messe a ridere tutt’e due. La modestia come tratto comune, non c’è dubbio.
La cheesecake di Floriana è un’esperienza indimenticabile, da lacrime agli occhi. Quella, nella fattispecie, ha avuto un certo tempismo, alleviando determinati mali meglio di qualsiasi confronto. La cheesecake taumaturgica, e Floriana all’origine di questa magia, di cui non vuole rivelare i segreti professionali da brava fatina della cucina. Nel suo forno si creano mille meraviglie di nascosto agli occhi del mondo. Io rido e mangio, altri s’indispettiscono invidiosi e vogliono le ricette gelosamente custodite. Lei in tutto ciò continua ad ascoltare e registrare quanto le capita di sentire da parte di indottrinati in materia, mantenendo la bocca cucita per quanto la riguarda. Fantastica scena, sembra quasi che non sappia cucinare quando chiede ma non dà l’alternativa della sua esperienza, se non per pochissimi e fuggevoli accenni. Dopo si torna ad ascoltare, non sia mai si accede al cuore del segreto. Fermarsi alla cheesecake, però, sarebbe un reato. Ci sono anche i muffin, di una bontà che quasi ti spaventi e piangi quando finiscono, e chissà quante altre delizie che non faccio in tempo a mangiare o assaggiare perché sempre in corsa o, nell’ultimo caso delle pettole, col cellulare a casa tutto il giorno, ed io fuori. La verità è questa, e guardate a cosa si deve arrivare quando non si vuole perdere il privilegio di una cheesecake del genere: quando cucina Floriana c’è da andarsene di testa. Nel mio caso, poi, non ci vuole nemmeno molto, ma questo non toglie la sua abilità. Ora ho un timore, e cioè che verrò sommersa da richieste di post ad personam con minacce di ogni tipo. Ho valutato bene questo, ma ho proceduto comunque, perché troppo dolorosa sarebbe la perdita della cheesecake. “Dobbiamo emanciparci dalla sudditanza psicologica della cucina di Floriana”, disse una sera la coamica al mio ennesimo racconto di delizie originate nella sua dimora. La casa ha apprezzato e gradito in massa le sue performance, ma reclama una sua dimensione gastronomica, vuole camminare coi suoi piedi, anzi, gustare quello che produce con lo stesso effetto sortito dai misteri culinari di Floriana. Con la cena di Natale di ieri un po’ ci siamo riusciti: un risotto al radicchio strepitoso per merito di una mirabile joint-venture d’amore e di abbronzatura. Epperò sui dolci c’è ancora da cimentarsi, e non lo so, eh, con questo forno come andrà. Il 2008 ce lo dirà.
Intanto me ne vado in Puglia per le festività, quindi ci sentiamo l’anno prossimo, e speriamo che sia dolce senza diventare stucchevole. Il rischio è forte. Avrei voluto fare un cadeaux ai miei lettori e mettere in rete il mio racconto di Natale, ma poi ho pensato che fosse un pensiero troppo dolce.
In fondo (ma anche in superficie) questo blog è Amaresca.
Auguri a tutti, anche se non so per cosa.

martedì 18 dicembre 2007

Shit's head

In questo blog non scrivo parolacce, l’ho subito deciso. Non si tratta di netiquette, quanto di rispondenza alle mie abitudini, che non mi vedono abusare di ‘brutte parole’, come diceva mia nonna. Certo che le dico, le parolacce, ma spesso in dialetto, lingua usata quando mi arrabbio, e qualche volta in italiano, quando m’indigno. Questo è il tipico caso in cui non si può parlare né di arrabbiatura né di indignazione, piuttosto di disagio ed inquietudine per una testa che non si è scelta, ma ci si ritrova sul collo, a volte fin troppo. Data la straordinarietà della situazione, perché in genere di questa testa sono molto soddisfatta, mi ha dato grandi soddisfazioni e forse lo farà ancora, uso la lingua inglese di cui tanto si abusa per tradurre quello che ho in animo sulla mia testa: “Cap d’ m…a”. Questa la dicitura in dialetto, dove il complemento di specificazione è uguale all’italiano, solo che in vernacolo orale si calca di più sulla ‘m’.
Cosa significa avere una shit’s head?
Significa prima di tutto augurarsi il buongiorno in maniera diversa da qualche settimana fa. Se prima mi dicevo “Good morning, Vietnam”, ora al suono della sveglia mi dico: “Hello, shit’s head”. Rido con un ghigno e mi sveglio, allo specchio solo un riflesso di quello che sono. Una nuvola marrone sovrasta la mia figura, mentre gli olezzi escrementizi del coamico, superiori a scarichi e finestre spalancate con annessi tornadi, mi riportano alla realtà. “Good morning, shit’s head”, mi ripeto attivandomi per i lavaggi mattutini, ma sempre pensando che tutte quelle azioni le sta compiendo una shit’s head. “Cap d’m…a”, mi soffio allo specchio per l’ultima volta dopo essermi asciugata la faccia che porterò fuori per tutta la giornata. Che cosa significa essere una shit’s head, al giorno d’oggi? Innanzitutto averlo scoperto e prenderne atto con sorpresa per la sorpresa. Chi ha, anzi è, una shit’s head, lo sa benissimo, come chi è una dick’s head. Solo che quest’ultima spesso se ne frega, non lo ammette neanche o, se lo fa, ride di gusto, riconfermando di essere una dick’s head. La shit’s head, invece, è consapevole del suo guado, non si accontenta di constatarlo e va a fondo in tutti i sensi.
Quando risale ha pescato le ragioni della ragione già nota fin dalla superficie del pantano, tornando a contemplarlo senza riuscire a smuoverne le acque stagnanti. Shit’s head come stasi mentre tutto potrebbe essere in movimento, le circostanze chiamano all’azione ed una mano invisibile blocca lo scattare di quel click dopo il quale nulla appare più come prima, pur essendo tutto sempre identico.
Le shit’s head sentono che i colori del mondo cambiano a seconda di come li si guarda perchè ci sono passate da certi sentieri di fiori in fondo ai quali, però, c’erano solo cactus e deserto, dove è bello sdraiarsi e stare fino a quando non s’intravvede un altro paesaggio che attira non tanto per come è in sé, ma per la diversità di un orizzonte abbandonato da tempo. La schit’s head rimane sulla duna, con un pugno di sabbia in mano e di mosche nell’altra, attenta agli scorpioni che la notte turbano il sonno, assente da quando ha visto il mare. Ne ricorda sapore e riflessi, vi si specchia in coscienza, sa che è lì che dovrebbe andare, buttandocisi a capofitto. Epperò trema di freddo e non solo nella notte dell’escursione a nuova vita, restando nella vecchia. Lo stare come attività, come a sette e mezzo. Carta? No, sto. Inutili i perché, le domande e gli esempi a profusione sulla possiblità di prendere il mare aperto. Shit’s head sta. Si chiede perché non torna a quel periodo col vento in poppa e quale sia la ragione per cui il passato non passa, e si risponde che la ragione sta in una sola risposta: “perché sei una cap d’ m…a”. L’autoirona la fa ridere parecchio di una risata amaresca. Le parole sono tutto quello che ha, quindi cerca di utilizzarle al meglio.
Quando vi si avvicina, è quasi mare(sca).

martedì 11 dicembre 2007

La banda della tartina

Raccolgo l’invito a scrivere del materiale umano in cui spesso m’imbatto per ragioni di lavoro.
Tengo a precisare, per chi non mi conosce e potrebbe pensare ad un giudizio sprezzante, che non sono per niente aliena alla fame ed all’alcool, per cui il motivo del presente post non pesca nella condanna per l’abuso di entrambi. Alle conferenze, però, come alle mostre, ai vernissage, alle presentazioni ed a tutte quelle situazioni che riconfermano come vada sempre a finire tutto nella pancia, ci sono dei tipi che mangiano di più e non c’entrano nulla col contesto. Non sono lì per scrivere, commentare, relazionare. La loro unica ed esclusiva relazione è quella col cibo, guardato con occhi sbarrati e cupidi sin dal loro ingresso in sala. So le obiezioni: “Come se gli addetti ai lavori non pensassero pure a quello…”; certamente, ma noialtri abbiamo anche delle responsabilità, almeno io di sicuro. Se dopo questi eventi non tornassi con una notizia o un’intervista subirei la reprimenda della capa, che mi farebbe giustamente notare come il mio stipendio non dipenda dal cibo ingurgitato alle conferenze.
La scena, in genere, è questa: col bicchiere semi-pieno (o semi-vuoto, dipende dai punti di vista), intenta ad imbastire chiacchiere a caccia di esclusive, scoop o semplicemente umanità del pezzo medio o grosso di turno, scorgo subito grazie al mio occhio allenato il componente di una formazione trasversale e dalle mille ramificazioni, tentacolare più di Cosa Nostra, infiltrata più del Mossad: la banda della tartina. Guardingo e sfrontato insieme, l’affiliato di questa banda, che non ha bisogno di tesserino ma solo di una grande faccia tosta, s’insinua tra gli invitati e lo sguardo sdegnato degli uffici stampa, spesso coscienti dei connotati di questi individui, sempre gli stessi, ma impossibilitati a scacciarli per evitare sceneggiate o situazioni sconvenienti. Incuranti di dare persino una parvenza lavorativa alla loro presenza, si aggirano subito tra i tavoli per ingozzarsi spingendo il malcapitato in fila oppure si siedono durante la conferenza, in caso di buffet a margine evento, lanciando ogni tanto al tavolo un’occhiata languida e piena di desiderio come quella che io riservo alla top five dei libri più venduti. Io scrivo, li guardo e sorrido. A volte qualcuno di loro scambia questo atteggiamento per solidarietà e saluta, anche perché nel frattempo certi personaggi li ho persino conosciuti. Uno si è infilato addirittura in un viaggio stampa. Non lavora per nessuna testata, non affolla nemmeno le fila dei colleghi in pensione che non scrivono più ma magnano come ossessi lamentandosi di glicemia e colesterolo. Uno, insomma, che come propria collocazione esistenzial-sociale ha soltanto quella dell’imbucato professionista, che si differenzia dall’imbucato praticante perché la sua esperienza è tale da permettergli di infilare parentado, amici e, meraviglia delle meraviglie, racimolare anche qualcosa di commestibile o di bevibile da portare a casa: pietanze, bottiglie, cestini. Il dono è tanto più stupefacente perché spesso non è previsto nemmeno per gli invitati, ma viene carpito furbescamente dall’emanazione bipede della banda della tartina che si rivolge direttamente ai camerieri, lasciandoli così basiti da costringerli in una sorta d’imbarazzo rovesciato a cedere quanto richiesto.
L’impudenza è tale che qualcuno degli interpellati quasi si scusa per non aver preceduto la richiesta. Spettatrice di queste performance, non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo tale straordinario talento non sia stato incanalato in altre attività più nobilitanti o generatrici di reddito.
Mi sembra uno spreco, infatti, che queste doti servano solo a tappare la pausa pranzo o cena, come ad un aderente della banda della tartina deve sembrare uno spreco tutto quel cibo che avanza e che quindi deve essere portato a casa. La sua, ovviamente. Credo si sia capito che ho verso questa categoria un approccio piuttosto ironico; riservo il sarcasmo ad un’altra conventicola, quella che invece fa ‘in’ un evento, lo rende happening, accadimento mondano degno di trafiletto sul Messaggero e che ti fa dire “C’ero anch’io” a chi rimane colpito da questo genere di cronache, spesso ubicato nei quartieri altolocati. Perché se si nominassero queste persone agli avventori del bar sotto casa mia la risposta sarebbe “E ‘sti c…i?”. Parlo della banda del nome, cioè di tutti coloro che si ritrovano sotto al grande albero della fama per differenti motivi, anche se forse sarebbe meglio parlare di cognome: in Italia è tutto.

martedì 4 dicembre 2007

I ragazzi del porto accanto (II)

Bene, vi ho lasciato ieri che aspettavamo dopo il pranzo ricco di sapori e compagnia gli amici della coamica e non solo. Per un breve lasso di tempo siamo ritornati in tre, e per commentare meglio i fatti abbiamo messo su un the. Poiché i commenti dopo occasioni così ghiotte sono lunghi ed articolati, sobbalziamo al suono del citofono. Solo quando guardiamo l’orologio ci rendiamo conto che è già l’ora dell’aperitivo, e quindi degli amici, che poi si riducono ad uno per l’impossibilità dell’altro di raggiungerci. Cambio immediato di set: le tazze vengono riposte nel lavello e siamo subito pronti con coppe di patatine e popcorn. Un film, proprio. Altra scena, altri discorsi, stesse risate. Il personaggio in questione ci viene a trovare in doppia veste di amico e vicino, e perciò ci confrontiamo sul campionario di umanità ultrapop (nel senso di ultrapopolare) che ci tange in questo nuovo quartiere. Dopo il suo saluto, citofono again ed arrivo del ragazzo della coamica. Noto prontamente i suoi ormai alti livelli di saturazione sociale, anche se la presenza di birre in cucina la tengono per un altro po’ legata ad uno spazio eminentemente comune. Vero è che non si sottrae mai ad un momento sociale coi più intimi, mentre il coamico, come sempre accade quando sta molto bene e si rilassa, cade in narcolessi in camera sua. Io allora, approfittando del ritirarsi di ciascuno nelle proprie stanze, prendo il mocio (eh, sì, alla fine ha vinto lui sul frocio vileda) e comincio a lavare, dato che il mio turno era stato il giorno prima, la casa riluceva e mi dava fastidio iniziare la settimana come se non avessi fatto niente. La gente sono sempre graditi ma sporcano, si sa. Mentre lavo suona il campanello, la coamica ricaricatasi in camera dopo una giusta dose d’intimità col ragazzo, che se ne va, esce per la birra rimanente, come da miei pronostici. “E ora chi è?” Io faccio spallucce e le dico subito che in cucina non si può entrare perché è bagnato, aumentando così il suo smarrimento. Il coamico, intanto, continuava a ronfare, come constatato dal ragazzo, nonché mio amico, intanto sopraggiunto. Al citofono era lui. Rimaniamo tutti e tre nell’ingresso: il mio amico che mi guardava, la coamica che puntava al frigo con le birre ed io che contemplavo il pavimento bagnato, subendomi pure le lagnanze di entrambi di non fare tanto la casalinga precisa, che pure se non asciugava al 100% si poteva entrare. E si entra. Ci rimettiamo a tavola a parlare “dell’interminabile giornata sociale”, per dirla con la coamica, che iniziava seriamente a dubitare della sua fine con occhi spaesati e sui quali si affacciava un panico venato di luppolo. Proprio a quel punto risuona il citofono, il coamico intanto si desta e ci guardiamo nuovamente tra il divertito e lo sgomento: ed ora chi sarà? Era l’amica al mio fianco durante il pranzo che aveva dimenticato la borsa. Facendo lei parte della cerchia degli intimi, s’intrattiene con noi a parlare di un suo periodo difficile. “Mi chiedo quando ne uscirò”, ci dice mentre la ascoltiamo, e pur essendo molto presa da suoi racconti non mi freno dal dichiarare: “Noi invece ci chiediamo quando usciremo da questa domenica”. Risate e risate ad undici inoltrate. Andava avanti così da quasi dodici ore. Gomiti appoggiati sul tavolo, chiacchiere ed attesa di un citofono che suonasse, per aprire la porta e sentire sempre nuove storie, vecchi e noti fatti, racconti. L’umanità vuole solo che le vengano narrate storie, in fondo. È per questo che a tratti mi sento profondamente filantropa. E poi la mancata organizzazione del tutto rendeva ancora più avvincente l’accaduto, senza contare che il mio spazio è stato sempre la cucina, se si eccettuano i minuti passati nella mia camera spalancata per illustrare ai presenti il tramonto, come se fosse il mio personale film (un po’ lo è, in effetti). Ho accennato che abbiamo tempi e durate differenti alle performance sociali, in casa, ed io sicuramente ne esco vincitrice. Questo non tanto per indole, quanto per antiche abitudini a visite che avrebbero sfibrato anche Marta Marzotto. Il commento finale lo lascio alla nostra ultima ospite che si voleva congedare in fretta mentre noi la invitavamo a sedersi ed a dirci ancora, a sfogarsi. “Come siete belli!”, ha esclamato mentre ridevamo e la facevamo ridere. Eravamo belli perché è stata una bella domenica, col suo vero senso e che ha tenuto per un po’ lontano quel malessere tipico della giornata e noto ad una fetta d’umanità più vasta di quanto pensassi. Ma questo è un altro post.

lunedì 3 dicembre 2007

I ragazzi del porto accanto (I)

Oggi è il primo lunedì di dicembre, ma qui voglio ricordare una bella domenica di novembre, nata senza organizzazione e morta quando ho spento le luci in cucina per andare a dormire, decretando la fine dell’ennesima e diversa puntata di questo serial che acchiappa sempre più pubblico. Ennesima perché una puntata popolata da vari personaggi è quasi regolare nella mia casa romana in coabitazione, e questo perché siamo tre persone veramente socievoli, anche se con tempi e durate differenti. Diversa in quanto quella domenica il nostro porto di mare si è riempito veramente parecchio di una fauna varia ed eventuale, sia considerata in sé che nelle interazioni reciproche. Basti dire che a tavola eravamo ben undici, numero risultante dall’unione di due pranzi paralleli con rispettivi commensali. Abbiamo mangiato nella camera-piazza d’armi del coamico, che aveva appena comprato due tavoli Ikea ‘Ingo’, i quali uniti in un ampio ‘Bingo’, come sagacemente notato dalla coamica in strepitosa forma sociale, hanno consentito a tutti di sedere per gustare i ravioli ripieni di mascarpone e ricotta conditi con zucca e due teglie di lasagna preparata da colei che avrebbe dovuto ospitarmi a casa sua ma poi è stata da me convogliata a casa mia, dove il coamico aveva i suoi amici che poi sono anche miei, come anche la mia cuoca è amica sua, dato che ci ha passato il picco dell’estate (e che estate, con quali picchi!) insieme. Insomma, ormai il tetto è comune, gli amici sono comuni, mancano solo i fidanzati in partnership… Qui però, e per un accordo tanto comune quanto tacito, vige il più stretto concetto di proprietà privata. A cose fatte, le carte rimangono come stanno, anche se agli inizi può sorgere un po’ di confusione. Si procede su equilibri (ri)stabiliti (quanto rido mentre scrivo, immaginando certi noti lettori!)
Tornando alla cronaca, un bel pranzo, preceduto da degni preparativi tra stampi da riempire, pasta da passare e ripieno da sistemare lavando i primi piatti sporchi, mentre gli invitati già arrivavano ed i più volenterosi si rimboccavano le maniche per aiutare a preparare i ravioli (fatti a mano, mica pizza e fichi!). Anche i posti a sedere hanno avuto un significato tutto speciale. La mia amica di fronte, vicino al coamico, la coamica vicino al fratello del ragazzo della mia amica, ed io all’altro capo del tavolo, tra la mia ex coinquilina nonché attuale amica, compagna di università dei coamici, ed una loro amica molto intima, ormai di casa per tutti e tre sin dalla vecchia edizione (alias vecchia abitazione). All’altro lato, una coppia di amici di quasi tutti, a fine pranzo di tutti e con una fan in più per uno di loro, ed il ragazzo del coamico, mio amico da tempi in cui ignoravo l’esistenza di questi due matti con cui divido il tetto e le nostre vite procedevano parallele, senza possibilità d’incrocio immediato.
Con la luce del finestrone alle spalle ed il tramonto designato di lì a breve a celebrare la mia digestione, guardavo i coamici di fronte che allungavano portate e centellinavano vino (facile immaginare chi dei due facesse ciascuna attività per chi li conosce), e mi sembrava il vero senso della domenica. Una domenica molto meridionale, con tutte quelle persone a mangiare insieme e la coamica che teneva banco tra le risate collettive con un’aneddotica irresistibile sui costumi di certo popolo della notte. “Sei pronta per stasera?”, mi domanda a pranzo avviato, ed io faccio cenno di sì ricordando che arriveranno per un aperitivo i suoi due amici storici, quelli dei tempi liceali. Persone rarissime, con le quali si può spaziare dal romanesco al latino senza imbattersi nemmeno per sbaglio in un serial o in una parola in inglese, e che perciò sento anche un po’ amici miei senza facili equazioni. Questione di affinità, siglata anche da una foto che ci vede ritratti in tre sul lettone della coamica all’ultima festa, ciascuno intento a fare una cosa diversa. La foto è stata denominata dal coamico che l’ha scattata “Trio”, ma in realtà dovrebbe avere come appellativo “Tre caratterini”. O caratteracci? O caratteristi? Poiché per quanto mi riguarda vanno bene tutte e tre le definizioni, di volta in volta scelgo quella più idonea alla situazione. E siccome sono nel mood caratterista, che è di gran lunga preferibile a quello caratteriale, lascio ai miei lettori il gradito compito di venirmi a trovare domani per leggere la seconda ed ultima parte della cronaca di una vera domenica di novembre a casa nuova.