Da qualche giorno a questa parte ho una caduta verticale del mio entusiasmo. A cosa può essere dovuto? Sicuramente al ciclo che sta per affacciarsi e genera sempre stati d’animo un po’ saturnini, forse al fatto che nel mio condominio ci sono problemi di acqua alle tubature e stanno tutti fuori di testa inclusi noi, perché stare senz’acqua non è affatto divertente in nessuna stagione dell’anno. Ci posso anche aggiungere l’ingiusta condanna dei condomini che hanno identificato in noi, non si sa bene perché data la nostra assoluta e certificabile estraneità ai fatti, i tre responsabili di un’ascensore che rimane spesso aperto. Le rimostranze vengono fatte anche urlandoci le peggiori cose a porta chiusa, mentre ovviamente noi sentiamo tutto. Quest’episodio fatto di ingiurie ascoltate è avvenuto l’altra sera, mentre ero a letto per una fastidiosa influenza. E qui giungiamo al dunque. Questa caduta d’entusiasmo, infatti, dura da quando mi ha colto l’influenza. Come se la febbre avesse segnato uno spartiacque tra due epoche. Madonna mia. Sono stata priva di forze per tutto il fine settimana. Sabato mi sono detta: “Almeno mi guardo il tramonto in santa pace”, e mi sono adagiata febbricitante nel letto, appoggiata a due cuscini, attendendo che il sole calasse. A calare quasi immediatamente, invece, sono state le mie palpebre sotto i colpi delle medicine. “Nooo – mi dicevo – nooo, devi resistere, ci sarà un bellissimo tramonto!”. Buio. Ad un certo punto, come richiamata da antica forza, ho riaperto gli occhi, ma il sole era già dietro San Giovanni. La tipica scia rossastra occupava la prima parte del cielo, poi azzurro e solcato, in quel momento, dalla scia bianca di un aereo. “Uffa, ho perso il tramonto”, mi sono detta mentre cercavo di guardare il più a lungo possibile quell’immagine e cedendo a Morfeo un’altra volta. Ho riaperto gli occhi che era piena sera. Allora mi sono ricordata di una frase di Jim Morrison che campeggiava nei diari delle scuole superiori (non nel mio, io non avevo un diario): “Se una mattina ti svegli e non vedi più il sole, o sei morto o sei tu il sole”. Io invece ho pensato, l’altro giorno: “Se chiudi gli occhi e non vedi più il tramonto, o sei morto o sei tu il tramonto. O stai al tramonto, astro calante che sei”.
Forse ho la pressione bassa, anche dell’umore. Forse sto come i tubi condominiali dell'acqua, danneggiati in qualche parte oscura che non si riesce a trovare nonostante tutti i tecnici. Forse ho avuto la febbre d’esistenzialismo.
Forse di qua, forse di là, una domanda: ma passerà?
giovedì 31 gennaio 2008
mercoledì 23 gennaio 2008
Nero Rubini
“Porca miseria, mannaggia a me!”. Inizia così, con un’imprecazione detta in pugliese, la mia settimana. Lunedì mattina, arrivo in redazione, realizzo gli impegni pomeridiani, ricordo che c’è una mostra sugli ulivi con tanto di conferenza di presidente ed assessore regionale al Turismo, che avrei dovuto tallonare per lavoro lasciando Nichi in pasto agli altri cronisti. Ma in realtà, aprendo l’allegato di invito, il volto mi si è illuminato per un’altra presenza assicurata in tale occasione: Sergio Rubini, cioè colui al quale scrissi più di due anni fa per ottenere una prefazione al mio libello di racconti. Ottenni l’indirizzo del suo agente e mi produssi in un’email, speranzosa in una risposta mai pervenuta. Bene, il destino me lo rimetteva davanti, era un segno. Male, avevo dimenticato il libro da regalargli. Un altro segno? Poiché sono fatalista solo quando mi conviene, dico che a questo secondo aspetto si può ovviare e, dopo qualche secondo di riflessioni, ricordo che il mio amico d’infanzia, attore impegnato in uno spettacolo teatrale, ha il suo giorno libero. Lo chiamo e gli chiedo cosa ne pensa di questa mia matta idea. “Mi sembra buona”, dice. Ed io: “Mannaggia alla testa mia ho dimenticato il libro. Se non me lo vai a prendere, addio”. Momento di silenzio. Non poteva? Non voleva? “Naturalmente vieni con me, così facciamo due servizi”. Sì, proprio così, lettori miei, con questo linguaggio ed accento da vero film di Rubini. “Perché, a te non piacerebbe conoscerlo?” Balbettii. “Vabbè, poi vediamo, mo’ fammi andare”. E così, appurata la presenza a casa della coamica, indispensabile per ovvi motivi, ci mando l’attore che arriva in redazione due ore dopo, mentre lo scarico in bagno mi si era bloccato e l’orologio segnava l’approssimarsi della conferenza. “Andiamo?” “Non tengo la faccia, Vale, fai tu”. “Sei sicuro?”. Non cambia idea, quindi stampo curriculum e foto che mi aveva mandato e che ovviamente davano dei problemi di apertura…sennò dov’è la suspense? Mi saluta dicendomi che mi richiama in serata, ha la macchina in tripla fila. “Non ti preoccupare, sta parlato!”, gli dico mentre si allontana. Sì, lo so, il nostro linguaggio è strano, ma con delle cozze ed il rumore del mare ha una sua poesia. Infilo tutto nel libro: la copia della lettera mandata al suo agente e naturalmente conservata, curriculum e foto attoriali e mi avvio. Obiettivo Rubini. Ci raggiunge in piena conferenza facendosi strada tra due ali, lo vedo nettamente alla mia sinistra. Alto, magro e tutto nero, dai capelli alle scarpe. Una magrezza impressionante, un’altezza davvero notevole. Si siede mentre gli altri parlano, assente come pochi, anche se pronto a prendere la parola. Spaesato, ecco. “Povero”, mi dico “Non mi hai ancora conosciuto e già stai così”. Ad un certo punto l’addetto stampa di Nichi fa sventolare il suo orecchino e, in una posa plastica che enfatizza il riflesso delle luci sulla calvizie, comunica che ci sarà un’interruzione di dieci minuti per permettere alle televisioni presenti di intervistare il governatore della Puglia. L’assessore al Turismo comincia a parlare con Renato Pozzetto, la cui figlia ha comprato una casa ad Ostuni. Seduto sul divano in solitudine, lontano ed a pochi metri da me, Rubini. Solo, magro e nero: artista. Mi è facilissimo avvicinarlo, tendendogli la mano e presentandomi. “Ho per lei un regalo”; “Che bello”, fa lui, curioso di vedere cosa uscirà dalla mia borsa di lavoro. Quando gli pongo il libro e gli spiego della lettera, mi dice di non averne saputo nulla, chiedendomi se nel libro ci sono i miei riferimenti. “C’è la lettera stessa”, gli dico, aggiungendo che vi troverà anche curriculum e foto di un attore pugliese mio amico. A questo punto mi sarei aspettata la frase “e che sono, il collocamento?”. Invece mi ha detto: “Ricevo materiale da attori molto spesso, da scrittori raramente”. “Questo era in serbo per lei da due anni”. Ci stringiamo la mano, mi ringrazia e si risiede. Sempre solo. Serginho. “Se lasci il libro sul divano t’spacc la cap sobba a nu cuezz (Ti rompo la testa contro uno scoglio)”, penso. Quale grande soddisfazione quando, poco dopo, lo vedo andar via con la mia opera sottobraccio, messa al fianco di un altro libro chiuso in busta rossa Feltrinelli (un segno? Dobbiamo riscomodare il destino?). Faccio la mia intervista all’assessore, parlo anche un po’ con Nichi e col suo addetto stampa, mangio una burrata che mi sporca il cappotto dopo una gomitata al piatto da parte della solita vecchia imbucata mangiatutto e guardo le foto degli ulivi, che tanto spiegano della mia terra. Il tronco tenace e terragno di terra rossa, “terra di Sud, terra di confine, terra di dove finisce la terra”. Nei suoi nodi l’intrico del linguaggio, nelle sue cavità il nero che sa esplodere in colore, sapori e folclore mai fine a se stesso.
Nero Rubini.
Nero Rubini.
sabato 19 gennaio 2008
La terza via
Giorni convulsi, questa settimana. Tali che ho preferito leggere piuttosto che scrivere. Giorni grigi, questa settimana, climaticamente e per quello che mi (ci) è toccato in sorte di leggere, specchio di quello che sta succedendo in questo Paese ad interim perenne. Una caligine morale e razionale avvolge le anime e la congiuntura storica, accidiosa e spenta come un cielo che non riesce nemmeno ad emettere un fulmine ed i cui tuoni borbottano tra nubi troppo spesse per lasciare passare suoni definiti. Scienza e fede, potere giudiziario e legislativo, centrodestra e centrosinistra mai così simili tra loro ed uniti da un lungo applauso al campione della cosiddetta Prima Repubblica, mai finita, maggioritario e proporzionale con sbarramento, basta che si salvino più poltrone possibile nella monnezza generale, umana e non. Dall’altra parte, gente chiamata a prendere nota di quanto avviene nel finto stupore di ciò che ognuno sa già per esperienza personale, e cioè che un concorso truccato o una promozione grazie ad una tessera di partito è cosa scontata, ovvia, normale in un Paese che può attraversare tutte le Repubbliche che vuole, sulla carta, ma rimane sempre fedele a se stesso. “Per fare in modo che tutto rimanga così com’è, è necessario che tutto cambi”. Avevo meno di vent’anni quando lessi per la prima volta “Il Gattopardo”, ma ho fatto subito mie quelle parole. Pessimismo e fastidio, come in un celebre intervallo della trasmissione “Ciro, il figlio di target”? No, perché ad un certo punto di questa settimana, dalla scalinata più bella del mondo, rotolano con un implicito marameo al sistema di sicurezza migliaia di palline colorate rosse, gialle, verdi e blu che rimbalzano fino alla Barcaccia, riempiendola. Lo Stivale conosce, dopo il rosso Trevi, la quadricromia dei nuovi Futuristi: “Tattarattattà, i fratelli d’Italia si son rotti le palle. Dal rosso Trevi alla quadricromia, noi futuristi ascendiamo alle vette più eccelse e ci proclamiamo signori della luce perché già beviamo alle fonti del sole. Una macchia di colore vi tumulerà. Noi siam da tempo calpesti e derisi perché non abbiam governi decisi”. Se il dibattito tra scienziati e sacerdoti mi aveva riportato agli anni di studi filosofici, la Barcaccia colorata mi ha rallegrato come agli albori della personale produzione artistica, prima che arrivasse il labor limae e l’urgenza della disciplina cui regolare i ritmi della creazione. Il colore ha seppellito lo scoramento come la risata anarchica la tristezza delle grisaglie, di qualsiasi tinta esse siano. In più mi ha dato l’orgoglio di aver profetizzato, in tempi non sospetti, un’azione nei confronti della Barcaccia, come dimostra il mio relativo post di ottobre. Certo non pensavo ad altri e provocatoriamente attribuivo il gesto a me, dato che non osavo sperare in un bis di questo tipo. Ora i critici si accapigliano sulla natura di questo blitz, se sia stato di natura artistica o meno, mentre altri si accapigliano sull’assenza del Pontefice alla "Sapienza", se si sia trattato di un atto censorio o meno. Poco mi cale. E’ dai tempi del Kant liceale che perseguo la terza via. Tra autorità della scienza ed autorità religiose ho scelto i maestri d’arte, cattivi o buoni che siano. Tra fenomeno della ragion pura e noumeno della ragion pratica, è stato la critica del giudizio il mio ponte, attraversando il quale si perde e conquista tanto, soffrendo ma anche divertendosi, roteando biglie colorate sul grigiore della quotidianità che, grazie a Dio, sa ancora impazzire fugando la fissità ondulatoria del pendolo che scandisce la vita di tutti. Se persino un fino e grande pensatore e poeta come Dante se ne esce con un verso come “Pape Satàn, pape Satàn aleppe”, qualche ragione la follia l’avrà pure, come la ragione ha la follia di voler spiegare tutto. Costruire qualcosa di pensato che dia il senso di questo assunto è la direzione che ho scelto di seguire. A volte basta davvero poco, altre è un’impresa titanica. Le palle colorate come un castello sul mare rivisto per la prima volta, riscoprendo significati colpevolmente accantonati tra una riga di lavoro ed un punto da rivendicare nelle miserie giornaliere. Fortuna che non si esaurisce tutto nelle questioni di principio e di certi principi.
Fortuna che ho abbracciato la terza via.
Non è certo la più facile, ma esalta al pari di poche cose della vita.
Fortuna che ho abbracciato la terza via.
Non è certo la più facile, ma esalta al pari di poche cose della vita.
sabato 12 gennaio 2008
La linea rossa
Oggi vorrei ricordare un episodio venutomi in mente l’altro giorno, mentre guardavo il supermercato chiudermi la saracinesca in faccia, costringendomi ad una pizza. Innanzitutto i riferimenti spazio-temporali: fine ottobre 2007, casa che porta il nome del deserto più bello visto fino ad ora. Dovevamo lasciarla, come sapete, e perciò diamo un party d’addio per i più intimi. Niente festone, come preventivato, causa trasloco stancante all’indomani e necessità di preservare le energie. E come li vuoi accogliere, gli intimi quanto gli estranei per farli diventare intimi? Con del vino, ovvio. Sicchè mi avvio tosto al supermercato di fronte a casa per fare un po’ di rifornimento, portando la borsa con le ruote regalatami da mia madre. “Ti sarà utile quando vai al mercato”, mi disse. Sì, ogni mattina che Dio ha creato, infatti, ci vado. Non prendo nemmeno sonno per scrivere la nota delle verdure che acquisterò e pulirò con le mie mani nell’infinito tempo libero della settimana romana. Beati i pensionati di paese, che vedono scorrere il tempo mentre ad altre latitudini se ne contempla col panico il volo. Però tale borsa poteva essermi davvero utile, questa volta, dato che le bottiglie sarebbero state non meno di una decina ed io ero una sola. Quindi me la porto dietro e scodinzolante al supermercato, il suo rosso abbinato a quello del puma sulle scarpe ginniche. Anche il vino sarebbe stato rosso, senz’altro, come il mio maglione abbinato al puma delle scarpe ginniche. Quando si dice che gli animali ti condizionano la vita (ed il look). Così eccomi di fronte alle bottiglie da prendere. Sicuramente l’addio si sarebbe celebrato con del vino pugliese, ma anche con un tocco di Sicilia, di Abruzzo e di Toscana. Inizio a prendere le bottiglie e ad adagiarle nella borsa in maniera, badate bene, VERTICALE. Il fatto è che contemporaneamente sapevo benissimo che quella posizione fosse la più disgraziata ed avrebbe generato qualche disastro. E sempre in contemporanea, nell’ottimismo ed il sentimento di fiducia dei folli, quello stesso che mi fa essere sicura del calo dell’esosa rata del condominio romano, mi dico: “No, a me non succederà”. Con piglio deciso quanto intriso di una certa vaghezza, la borsa con due-tre bottiglie, trascino l’oggetto rosso verso i vini non pugliesi. Un rumore sordo di vetri alle mie spalle. Il disastro era compiuto. Arresto subito la borsa e la rimetto in VERTICALE da inclinata che era, e con straordinaria disinvoltura mi metto a contemplare il suo piscio rosso. “Ok, allora è successo”, mi dico con una calma che nulla aveva di umano. Mi dico che l’alienazione ha raggiunto livelli inimmaginabili. Marx e tutta la sua classe operaia avrebbero avuto un brivido. Dopo la constatazione, il capolavoro. Inclino di nuovo la borsa in cerca degli altri vini, come se nulla fosse successo (e naturalmente dopo aver adagiato le bottiglie in maniera ORIZZONTALE). Una linea rossa segna il mio passaggio. Altro che Rosso Trevi, Rosso Supermercato. Mi sentivo un’artista d’avanguardia. Anche il supermercato come il puma delle mie scarpe ginniche. Io sì che lasciavo il segno al mio passaggio. Gli altri? Indifferenti come me all’accaduto. Ho ritenuto opportuno andare alla cassa giusto quando ho cominciato a nausearmi della puzza di alcool emanata dalla borsa. La bottiglia spaccata in tre pezzi. La borsa che filtrava con una lentezza esasperante e continua gocce di Primitivo di Manduria. Ed avevo pure il ciclo. Una risata tra il goffo ed il complice quando mi confesso alla cassiera, dicendo che pago anche la bottiglia rotta e scusandomi per l’accaduto. “Non si preoccupi, ce ne eravamo accorti, poi si pulisce. La guardavamo da mezz’ora circa, in effetti, cioè da quando è accaduto il fatto”. Immagino che si siano interrogati sul mio continuare a cercare gli altri vini contemplando la mia faccia fintamente estranea alla vicenda mentre la borsa al mio fianco grondava vino. “La metta più in là, per favore” “Cosa?” “La borsa, continua a sporcare”. “Certo, scusi”. Pago velocemente ed imbocco l’uscita. Per fortuna pioveva, così la scia si confondeva col marciapiede bagnato. Un po’ mi è dispiaciuto. Finiva il mio quarto d’ora, anzi la mia mezz’ora, di celebrità. Sarei tornata nei colori opachi della quotidianità, dove una come me non lascia davvero traccia. Ovviamente la bottiglia è stata buttata nel bidone atto a raccogliere il vetro, ed ovviamente da allora la borsa ha smesso di fare pipì corposa e strutturata, rimanendo rossa, ma non producendo più rosso. Solo puzza. Così, mentre in cucina prendeva vita il party d’addio, la borsa era capovolta in bagno a sgocciolare dopo una bella doccia. Aveva celebrato con me l’addio ad una casa molto amata con il colore della passione, finita la quale, in genere, ci si lava. Dopo la linea rossa è iniziata quella blu, che da Tiburtina mi porta dovunque.
Ogni periodo ha il suo colore.
Ogni periodo ha il suo colore.
martedì 8 gennaio 2008
Metropausa
Oggi ho scoperto perché, tutto sottratto, mi piace andare anche nella metropolitana di Roma, che qui in città viene definita, più per pigrizia che per affetto, semplicemente metro. Ieri ero ancora piena del tube pride di Londra, e guardavo con sdegno e scuotendo il capo le ridicole linee romane che s’intrecciavano a Termini e venivano intersecate da quelle ferroviarie. Era ancora vivido il reticolo di Londra, la varietà dei colori, i mille cambi possibili. La mia linea era quella blu, direzione Cockfosters. Anche a Roma è quella blu, direzione Rebibbia. Direzione Laurentina la domenica, quando vado da zia. Volete mettere Cockfosters con Rebibbia? Insomma, pensavo a tutte queste cose surreali e ridevo dopo lo sdegno perché mi accorgevo che era finto, se riuscivo a riderne come stavo facendo. Deliri del rientro, senza dubbio. Stamattina mi sono svegliata con una voglia neutra di vivere. Né troppa, né troppo poca. Ad un certo punto, però, scendendo verso la metro dopo aver lasciato il consueto bus e un ricordo di me tra vecchie canzoni ascoltate, mi prende uno strano senso di pace. Un benessere immotivato quanto precario, lo sentivo. Ma perché? A cosa ricollegare questo guizzo di serenità? Lo scopro mentre si aprono le porte e sto per entrare nel vagone. In metro il cellulare non prende. Ecco perché! Non mi si poteva chiamare! Entravo in metropausa. Ora qualcuno penserà che chissà quali telefonate spiacevoli ricevo. No, affatto. Semplicemente ne ricevo abbastanza, un po’ per il lavoro, un po’ anche, fortunatamente, dagli amici, come per esempio Volk, che ieri mi ha chiamato per chiedermi come stessi e come avessi passato il Capodanno londinese. Mi ha fatto molto piacere non essere in metro, in questo caso. E allora perché, anzi, per chi, infilo la metro con un sospiro di sollievo? La risposta è presto trovata: la mia capa. In genere chiama sin dal mattino, e non dandomi nemmeno il tempo di darle il buongiorno mi dice tutto quello che c’è da fare. Non è cattiva, in nessun senso, ma è profondamente ansiosa, e questo spiega tanti atteggiamenti che altri scambiano per aggressività. Se poi aggiungete che lavoriamo in situazioni veramente critiche dal punto di vista organizzativo, si spiega tutto. D’altro canto, però, io sono flemmatica. Solo apparentemente, forse. Di sicuro la mattina. Fino a mezzogiorno non sono in piene forze, che recupero dalle cinque in poi del pomeriggio, giusto in tempo per spenderne un po’ nella calca, nuovamente in metro. Anche in questo caso momenti di benessere, perché una giornata di lavoro è finita. Quindi metro e benessere è il mio binomio? Mah. Di certo metro e divertimento, specie quando non avevo l’iPod e sentivo i commenti della ggente sui vari argomenti: cronaca, politica, economia, vita vissuta e desiderata. La metro è meglio di un giornale. Adesso guardo i volti e canto, a volte anche ad alta voce perché mi dimentico se c’è più o meno rumore. Me ne accorgo quando mi si guarda, ed allora abbasso la voce ed abbozzo un sorriso. Abbozzo, eh, che non si sa mai. Questa è dunque la scoperta di oggi. Il momento più bello della mattina è quando prendo la metro e tutto tace, tranne il mio iPod. Pensate che mattine di cacca, se le cose stanno così. Per fortuna ho sempre odiato la mattina, quindi non posso imputare quest’ostilità al momento attuale, ed un po’ mi rinfranco. Cerco di immaginare l’incubo della prima ora a scuola, quando la mia inquietudine si prolungava senza interruzioni da casa fino al banco, perdurante, tenace. Nemmeno un iPod, nemmeno una metro!
Che tempi bui, lettori miei.
Per fortuna che sono andati.
Tanto, pure a pensarla diversamente, sono andati comunque.
Che tempi bui, lettori miei.
Per fortuna che sono andati.
Tanto, pure a pensarla diversamente, sono andati comunque.
lunedì 7 gennaio 2008
Raminga è tornata
Raminga è tornata. Si tratta di una scimmietta Trudi che Floriana ha portato con noi a Londra, ad imitazione di un suo amico contattato su Myspace e presentatomi un sabato sera. Lui la porta ovunque vada, testimoniando con tanto di fotografie il suo viaggiare. Raminga a S.Pietro, in un pub dietro piazza Navona etc. A Londra è stata fotografata dappertutto dal temibile duo Floriana-Rodianella che, essendo rimasta con me per ultima a Londra, ha assicurato a Floriana foto fino alla partenza finale. Raminga a Trafalgar Square, sulla mia spalla a Piccadilly Circus, sulla mia testa quando non voleva essere messa in tasca per tornare. Lì è rimasta tutto il tempo ad Ostuni, fino al suo approdo in un’altra capitale. Raminga è tornata a Roma, dopo tanto vagare. Cos’ha da dire, lei che è tanto riservata? Essendo stata nella mia tasca così a lungo ed avendola sempre rispettata nei suoi tempi, assicurandole che l’avrei riportata alla legittima proprietaria come sto per fare, mi ha chiesto di essere sua portavoce. Le paparazze ufficiali ce le ha, le manca una speaker. Mi riservo dunque il diritto di esprimere al meglio i suoi pensieri ed i suoi desideri. Innanzitutto Raminga vuole che il suo ritorno a casa romana da mamma Flo venga festeggiato con tanto di cheesecake, altrimenti non si muove da casa mia dove la tengo su a maccheroni e vino. Quella mangiata da Starbucks non era un granchè e vuole rifarsi con la migliore mai assaggiata. Raminga pensa che Londra sia stata una parentesi fantastica con persone libere di mandarsi affan…., cosa che succede solo con i veri amici. Tutti insieme ed ognuno per proprio conto, anche la baby-sitter che ha accantonato un po’ il suo buonismo. Non lo ammetterà mai, ma quel giorno è stata felice di rimanere da sola a casa mentre tutti eravamo fuori, come la coppia del gruppo lo è stata il giorno dopo quando è rimasta padrona incontrastata della dimora e dell’alcova, come la sottoscritta lo è stata quando la coppia se n’è andata e le ha lasciato l’ampio letto da occupare. Raminga ha riso tanto ed apprezzato il fatto che nemmeno una parola di cortesia formale sia stata pronunciata, benché le attenzioni reciproche non siano mancate. Si è divertita nei camerini a fare le prove degli abiti mentre nascevano irresistibili gag. Si innervosiva quando, per il solo fatto di essere in piedi anche in mezzo al nulla, gli inglesi le chiedevano se fosse in coda, e magari qualche volta gliela pestavano pure, non senza aver pronunciato quel loro continuo “sorry”. La mattina constatava come la razza padrona del mondo, dal vasto impero coloniale, ignorasse invenzioni di sicuro effetto, soprattutto igienico, come il bidet o il miscelatore. Raminga ha fatto anche un’overdose di patate in e con tutte le salse, ha assaggiato la medusa al ristorante cinese dove ha mangiato leggerissimo e non fritto come in Italia, si è leccata i baffi e la coda per il piacere dopo il giapponese, le è piaciuta persino la pizza ‘hut’ che la mamma Floriana, di gusto gastronomico filoamericano, l’ha portata a provare per la prima volta. Pollice verso per i pasti consumati col cappuccino. Raminga scuote il capo: si pasteggia con un buon vino, al peggio con l’acqua. Raminga assapora ancora tutta la birra bevuta, da quella al pub dall’impeccabile cucina thai a quella sorseggiata tra le strade di Soho. London Pride non è solo un marchio, è un atto di fedeltà. Anche se non c’è più la Carnaby Street che le ho raccontato, il Dottor Marteen’s Megastore che pensava gigantesco a Covent Garden ed ha visto strade più strette di quanto si figurasse dai miei resoconti, l’ok a Londra lo dà tutto. La sua metropolitana è sempre una folgorazione, il suo logo geniale, la vita artistica lì sotto qualcosa di lontano dagli autodidatti de noantri. Là regna il merito anche per suonare nei corridoi underground. Come è sotto, è sopra. Pure qua. Raminga si è tappata le orecchie ed il naso al ritorno nella metro di Roma. Improvvisazione e puzza. La Capitale l’ha accolta con la stessa pioggerellina londinese, ed è qualcosa che a queste latitudini non si può sopportare. Lasciateci almeno il sole ad alleviare le pene, gli altri vengono qui anche perché affamati di luce, oltre che di buoni cibi. Si capisce, dunque, perché dopo tanto vagare la scimmietta abbia deciso oggi di restarsene nella mia camera, comunicandomi questi pensieri ed aspettando la cheesecake. Eh, lo so cosa penserete, che mi sto sostituendo a lei agendo arbitrariamente. Raminga sarei dunque io? Chi non lo è, in questo mondo che ci vuole sradicati? Se poi si aggiunge che discendiamo tutti dalla scimmia…
A proposito, le ho lasciato il cellulare, dovesse avere bisogno di qualcosa. Per cui oggi, se mi chiamate, non vi potrò rispondere. Sorry.
A proposito, le ho lasciato il cellulare, dovesse avere bisogno di qualcosa. Per cui oggi, se mi chiamate, non vi potrò rispondere. Sorry.
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