La promessa. E qui l'interrogativo: ma è il post della promessa o è la promessa del post? Sì, perché la futura sposa (anzi, quasi moglie) di cui sarò testimone ormai mi estorce promesse, o meglio, inoltra richieste di post. Post on demand, insomma. Bene, questa la premessa della promessa, che mi ha visto desta presto in quanto alle nove già mi dovevo trovare a piazza Bologna per comprare il mazzo di fiori insieme al paggetto nudo, ovvero Alessandro che sta passando ore in palestra con l'obiettivo di non sfigurare quando si esibirà in costume adamitico alle nozze cui mancano, attenzione attenzione, solo due mesi precisi. Mazzo qui, mazzo lì, battute su 'sto mazzo che non vi sto a dì (scusate, risento ancora dell'effetto ode, vedi precedente post), mentre il figlio di Allah sta finendo, chiama la FS (futura sposa, nulla a che vedere con le ferrovie) per sapere dove fossimo e se fossimo insieme. Da premettere che il paggetto nudo mi aveva fatto lo squillo per sincerarsi che fossi sveglia. Da sottolineare, dunque, il clima di fiducia generale in cui si naviga e, spesso, si annega. San Tommaso ci fa un baffo, proprio! Arriviamo, parcheggiamo e naturalmente la FS stava uscendo di casa con FM (futuro marito, niente a che vedere con la radio), sua madre e sua zia. Il paggetto a quel punto lascia il mazzo nella macchina dei festeggiati e torna con me in automobile per seguire il tragitto che ci porta alla circoscrizione, dove vi è apposito ufficio matrimoni della cui targhetta FS non manca di fare la foto. FM agitato, ma soprattutto stanco, apre la porta per chiedere se è tutto pronto, e l'addetta si affaccia con un'aria tra la polemica e lo sfottò: "Aò, calma, tutta 'sta fretta c'hai?". Secondo me c'aveva fretta sì, ma di andare un po' a dormire, perché FM lavora anche di notte. Che tocca fare per potersi permettere un matrimonio...
Ad ogni modo l'addetta, appena ci ha sentito parlare, ha detto ad FM: "Ma che, stai da solo te?". E quando FS ha chiesto come avesse fatto a capire, la signora ha risposto: "L'accento, no?". Fantastico. Puglia forever e l'addetta che diventa amica di FM: "Allora pe' tte ce sto io!". Solidarietà tra romani invasi da meridionali (ma meglio le invasioni da sud, no?). Firmano con una penna che lasciamo perdere, usciamo e scattiamo le foto, ma il mio pensiero sempre lì stava. "La devi smettere di parlare di ostriche, poi la fai sentire male se non ci sono!", mi rimprovera il paggetto in macchina, ma io ero certa di quel che andavo dicendo: "E perché mai mi avrebbe detto che le mangiavamo a pranzo, allora?". "Ah, ti ha detto così?". Mi dispiace paggetto, ma per quanto palestrato, come la testimone non sarai mai informato. Un sorrisetto sotto al suo nasetto: "Megghje, allora!" (Trad. "Meglio, allora!", ovvero era contento pure lui per questa scelta ittica). Si va a casa, si stappa lo champagne, si prende il portafiori per il mazzo, si riempie d'acqua per il mazzo, si sistema il mazzo, si fanno le foto al mazzo, roba che io già l'avrei buttato subito, con tutto il mazzo che ha richiesto per essere maggiormente messo in vista. Altra attività è stata acchiappare QM (quasi marito, dopo la firma) per le foto di rito, dato che tendeva a scappare, ed io so pure dove. Voleva andare a riposarsi, poverino! Quello che finalmente ha fatto dopo il servizio, ovviamente con mazzo sullo sfondo a testimoniare che il matrimonio richiede impegno. Noi pugliesi, invece, siamo rimasti a parlottare un po': testimone, paggetto, madre e zia della QM nonché QM stessa (dai, l'avete capito, quasi moglie, dopo la firma!). Finalmente scatta l'ora X, anzi l'ora O di ostrica. QM va a svegliare il suo omosoprannomino ed io comincio a dare più di uno schiaffetto al paggetto, il quale dà origine a suoni strani tipo: "Oh, spì, vuè fnì, ih ih" ed altri che non sono in grado di riprodurre per iscritto. Ci avviamo al ristorante e ripenso all'osservazione della zia di QM: "Quando vedo un mazzo di fiori penso sempre ad un qualcosa da festeggiare". E dalli col mazzo! Io ho cominciato a pensare a festeggiamenti seri quando ho visto il ben di Dio di pesce che ci è passato sotto gli occhi e soprattutto sotto ai denti, ostriche incluse! E mentre da bravi pugliesi, cui si era aggiunto nel frattempo un testimone romano dello sposo, ci strafocavamo dell'impossibile, QM al mio fianco mi narrava da brava organizzatrice le vicissitudini che ci avevano portato lì e che poi erano riconducibili ad un semplice dato di fatto: era lunedì, e sia la pizzeria che il ristorante delle renne, come lo chiamo io perché vi si cucinano pietanze scandinave, erano chiusi. "Che culo!", ho esclamato di cuore perché amo sia la pizza, romana e napoletana, che la cucina del mondo, intendiamoci, ma volete mettere una mangiata di pesce? QM si sganascia dalle risate assieme alla madre ed alla zia, mentre continuavano a scorrere litri di vino ed eravamo seduti lì già da due ore. Ci siamo alzati barcollanti e felici verso le quattro e qualcosa, dall'una e qualcosa che eravamo entrati. Qualcosa di assurdo, se ci pensate, ma di molto meridionale. Qualcosa di noi, insomma. A quel punto ho salutato i QM e famiglia QU (ormai è quasi unica, no?), e me ne sono andata a casa di paggetto la cui affittuaria mi aveva invitato per festeggiare il suo compleanno. Tempo di tirarmi su dal divano di paggetto dopo un sonno comatoso ed era già ora di cena. Neverendig food per testimons, nata forse per soffrire, di sicuro per mangiare!
lunedì 27 aprile 2009
martedì 21 aprile 2009
I miei auguri a Roma
Siccome sto a Roma da quarche anno
je vojo fa' l'auguri pel compleanno
e non avendo tante abbilità tra cui decide
me so' detta: "Mo je scrivo du' righe".
Poi però me so' allargata
ed è venuta fori tutta 'sta tirata,
ma d'artronde co' sta grande città
a regolarme non gliela posso proprio fa.
Me ricordo quanno, appena arrivata,
incontrai una de Milano tutta 'ncazzata:
"Povera lei, neh, qua ho avuto il tormento,
l'unica attività dei romani è il lamento.
Avevo un tovagliolo sporco al ristorante
mica me l'ha cambiato il cameriere, quell'ignorante!
Ha detto 'Signò, giralo che dietro è pulito!',
Davvero, neh, trattamento del genere non s'è mai sentito"!
A raccontarme 'sta sua personale sortita
'a signora me pareva ancora stranita.
A parte che je aveva sicuro detto girelo, con la 'e',
ma io all'epeca mica 'ste cose le potevo sapè;
secondo poi, de risate me spaccai
e dritta pella mia strada, la Nomentana, tirai.
Era tutto il mio linguaggio in evoluzzione
in questa Capitale che mi ha fatto la dizzione
ed io che sto in fissa con le parole
mo' ce sto propio a rota, me escono da sole.
Io tendo a chiude le vocali, li romani ad aprì,
e questa è la loro lingua, si la voi capì,
lo strumento pe' interpretà er popolo romano
che del cinismo e dello sberleffo è massimo sovrano.
Ne hanno viste tante e pe' troppi secoli li romani
de zozzerie fatte da tutti l'esseri umani,
capoccia e poracci qui passeno ed hanno sfilato
senza che er romano ne rimanesse mai 'mpressionato.
Po arrivà pure er fijio de 'na regina,
si non c'ha n'orecchio è sempre 'er tazzina',
e per i calvi, che sieno con le panze o snelli,
er coro è sempre questo: "A belli capelli!"
La ggente sono matti o feroci, ché non se sa?
E fanno davero de tutto nella vita pe' svortà
specie quanno non s'aspetteno più gnente
campano pe' campà e nun glie' frega de n'accidente.
Er popolo de Roma de nulla è sorpreso
je rimane solo er derby a dà un risultato conteso.
Pure ar cardinale il cedimento je perdona,
specie si la debolezza se colloca come bbona.
Se a certi romani je rode da matina a ssera
è solo perché sanno come va a finì la tiritera
e cioè che sia fritto o sia arosto
er piatto je finisce sempre in quer posto.
"Anvedilo, aò, mortacci tua, fermete là!".
'Sta cosa delli morti è stata dura da accettà;
da me so' sacri, non se toccheno, se lasciano sta',
qui a Roma è una gara a chi più ne ha.
Cadono come se piovesse, er Verano sta scoperchiato,
oh, avessi trovato mai un romano pe' 'sto fatto turbato!
Certo, dipende poi da come li dici,
ma li morti maggiori voleno tra amici.
"Bella" e "S'arebbeccamo" so' er ciao ed er commiato,
ma in mezzo ce sta un monno da me esaminato.
"Li mortacci tua" fa simpatia e rompe gli indugi
senza troppi giri, senza tanti sotterfugi.
Poi se inizia a parlà, "tante vorte" ovunque e ripetitivo
nel discorso che se apre con "Carcola" e se chiude col "ve'" interrogativo.
La borza, la danza, la cchiesa, la ssedia e non aggiungo altro nome
perché la mia preferita è la domanda: "Hai capito come?"
E quanno arriva er momento che se parla de buffi, tutti stanno a sentì
e ad un certo punto uno fa: "A rigà, ma se po' campà così?"
Allora s'arza 'na gara de lagne che levete
e si non ce partecipi rimani come un ebbete.
Ad un certo punto, poi, pe' non strippà,
la gara delle disgrazie se deve accannà.
Se ricomincia con gli "a Lè" e gli "a Nì",
ma che è, 'na novità che semo nati pe' soffrì?
Se apparecchia ed a tavola con la vita se fa pace,
perché ai romani de magnà 'na cifra je piace.
E non ce sta gnente da giudicà o da capì
in questa Città Eterna che te la devi sentì.
Devi fa pippa, che te viene solo bbene
quanno assisti a certe leggendarie scene
tipo er vecchio che chiede cor bijetto: "Tutto er giorno ce posso girà?"
all'autista che je risponne: "Sì, se non c'hai un cazzo da fa!".
Pure gli autisti me prendono de mira,
'ste signore turiste dall'aria fina
che non c'hanno le gambone delle sore romane,
protagoniste delle migliori commedie umane.
Ad abbacchio, pajata e fagioli colle cotiche cresciute
se so' gonfiate e stanno lì, da tutti benvolute
pelle strade colle ciavatte a dà alli micetti da magnare
perché le sore de Roma, se sa, so' tutte gattare.
Na vorta, nella metro, co' na puzza che non se po' raccontà,
una me disse: "Semo troppi e come li sorci ce vojono fa stirà!"
Poi, 'na vorta risalita, me girai verso er semafero, ed uno che se 'nventa?
"A come t'antitoli, movite che più verde de così nun ce diventa!"
E mentre ancora c'ho la ridarella e già vedo la luce gialla,
questo genio me sfreccia davanti con la musica a palla.
E ancora nell'auto lamenti sulla maleducazzione
da parte de 'na straniera e nordica delegazzione
che je piacerebbe sostituì de Roma i teroni
co' na fracca de padani e polentoni.
A ripetizzione criticoni e l'autista, un mito, je ha detto:
"Aò, ma che, a venì qua state a ffa un fioretto?
Devi sta' a casa, si te piace di più e ce l'hai,
che qua a dì fregnacce non aspettamo voi, anzi, semo pure assai!"
E quanno quelli scendono, incassata la botta,
sull'auto è tutto un grido: "Che fiji de 'na mignotta!",
e te viene da cantà "Te c'hanno mai mannato" de Albertone,
che te riporta a Roma come Nannarella ed il Cupolone.
Quanti l'hanno cantata, da Belli a Trilussa, dar Califfo ai Vianella,
i Fabrizi, Panelli, Proietti, Verdone, pe' non parlà de Gabriella.
"Er problema sta a monte, ar monte dei pegni", diceva er Pomata,
che co' Mandrake me mostrò in un film 'na Roma da subbito amata.
'Sti romani sembreno pigri, e poi invece di bambini
chiamano i più piccoli nientemeno che regazzini
che se ce pensate è 'na soluzione più compricata;
ma 'sta città non ha da esse capita, ha da esse col core accettata,
anche quanno pe' le strade centrali der sabbeto ce gireno i burini,
che se chiameno tra loro 'amò' e cammineno vicini,
tireno i petti in fori e delle firme lucide iniziano la sfilata
de quella che è 'na collettiva e trionfante scoattata.
Se tutti li guardeno se sentono 'na ciaifra gajardi
ma a studialli bene se vede che so' codardi
e che se je fai 'Buh!' te lasciano pure l'occhialoni da sole e 'na cinta
che io non li metterebbi nemmeno pe' finta.
I romani er bus lo chiameno auto, auti se più di uno,
ma tanto avoja a chiamalli, non ne passa mai nessuno.
La lingua de 'sto popolo è come 'na zaccagnata,
colpisce al core, te fa 'n'indimenticabbile pennellata.
Così se entra 'na buzzicona e se siede in un treno
er romano verace je dice: "A secca, magna de meno!"
E la coda alla vaccinara, che "con le mano" va magnata?
Robba che quanno me lo disse er bujaccaro me so' tajata!
Non ve racconto calle, e v'aggiungo una citazione
pe' uno che non volete: "Manco pe' battocco ar portone!".
Quanno uno invece ce prova co' tutti i mezzi
qua te dicheno "Aò, te sta a batte i pezzi!",
e pe' uno che tra poracci se sente 'sta grandezza
ce sta pronta la definizzione "gallo sulla monnezza".
Se il fatto è lungo e non procede, allora è più fico
da di' che "stamo ancora a carissimo amico".
Se te regge la pompa vor dì che gliela poi fa
ma se non te va allora te tocca da piscià.
Pe' testimonià una particolare irruenza nell'entrare
ce sta un solo verbo, che è 'imboccare',
e si se vede che sei troppo vanitoso
qua te urleno "quanto te 'a senti calla, a coso!".
Si sei tra mille cose occupato
allora er termine giusto è 'impicciato',
mentre si te pija male pe' un fatto non gradito,
l'espressione, da 'nvertì, è "ar culo un dito".
Quanno l'estate vede tutti sudà
er romano comincia invece a schiumà,
che secondo me rende mejo er concetto
perché te dà proprio n'immaggine de riggetto.
Si te dice bene o te dice male
non se sa mai er soggetto, ma tanto è uguale.
E st'espressione: "Ma cche davero?"
svela tutta la sorpresa ed il mistero,
mentre te sfonni una cofana della qualunque
e parli del come, del mentre e del dunque.
Ché cene e vissuti dobbiamo con l'altri steccare
per non morire, che qui se dice 'stirare'.
E se in Puglia ho lasciato i fratelli
qui c'ho trovato l'amici più belli,
quelli a cui te leghi pe' na vita
e che me fanno dì a Roma un "grazie" de dimenzione infinita.
Chi se la prende col cameriere o l'autista
è perché sbroccando ha perso de vista
che la vita te consuma e 'sta città te spolpa
ma de quanto è 'nfame er monno Roma Capoccia non c'ha colpa.
'Sta Capitale accoglie da secoli tutti, è enorme,
ed a ciascuno se mostra in tutte le sue forme.
Sta a te la scelta de sapella accettà
o de decide de condannalla senza pietà.
Il romano sa di esse fortunato o,
colle sue parole, de "ave' sculato"
pel fatto de sta sotto al cielo aperto di un museo
che ha come suo maggiore simbolo er Colosseo.
Quanno tra li vicoli de secoli passeggia la sera
o er tramonto sur Tevere s'avera
j'entra nel sangue come un friccicorio
che piano piano se fa mormorio.
E' la Roma sua che je dice: "Lassali parlà,
non vedi che alla fine stanno tutti qua?
Che so' la città più bella ar monno ce 'o sanno anche quelle infamità
che passeno er tempo a cercarme in ogni modo de calunnià.
C'hanno la tigna e la rogna, e so' rosiconi
perché non conoscono né cielo né stagioni".
Allora er romano arza l'occhi in su
e vede la luna rossa come un cocomero, anzi, de più
sui resti de un passato che te parla ad ogni ora
e si lo sai ascoltà te fa sentì orgoglioso ancora.
Capisce subbito che a tutto ce deve sta
e che Roma sua sa sempre come farse perdonà.
La città e la squadra restano l'unica cosa seria,
er resto so' sole, inganni e miseria.
Aumenta d'improvviso la sua suscettibilità,
te dice che co' Roma non ce devi troppo scherzà
ed i toni se fanno veramente incazzosi
quanno sente i soliti serpenti velenosi.
Perché vabbè le critiche, ma se stai seriamente a smerdà
allora te indica la bicicletta e t'invita a pedalà,
e se scatta er momento un po' sotto de devi cacà
perché ar romano je parte la brocca e comincia a menà.
I romani so' paciosi, se abbandoneno alla sorte,
ma sanno pure che chi mena pe' primo mena du' vorte!
E si je tocchi pure la squadra te rendono pan per focaccia
prendono du' serci, 'na lama e te tajano la faccia,
in ricordo de' quanno ce staveno li rusticani duelli
co' gli Er Più che minacciaveno de spanzarse roteando li cortelli.
Che vabbè alle fraschette a cantà "mo' je dimo, mo' je famo",
ma sul senso dell'appartenenza propio non scherzamo.
Davanti a 'na porchetta so' tutti frizzi e lazzi
ma se je tocchi Roma, altro che 'sti cazzi!
Pe' parte mia hanno la piena raggione
che la romanità è come 'na religgione
e tu non la poi insurtà, sobrio o spugna
qua vale sempre er detto: "A chi tocca nun se 'ngrugna!"
Io je vojo tanto bene a Roma, e solo una grande Capitale
me poteva dà una lezzione così universale:
li romani, come tutti l'omini, non so' alla fine nè cattivi nè boni,
ma si te li voi tene' amici ar mejo, non je devi da rompe li cojoni!
je vojo fa' l'auguri pel compleanno
e non avendo tante abbilità tra cui decide
me so' detta: "Mo je scrivo du' righe".
Poi però me so' allargata
ed è venuta fori tutta 'sta tirata,
ma d'artronde co' sta grande città
a regolarme non gliela posso proprio fa.
Me ricordo quanno, appena arrivata,
incontrai una de Milano tutta 'ncazzata:
"Povera lei, neh, qua ho avuto il tormento,
l'unica attività dei romani è il lamento.
Avevo un tovagliolo sporco al ristorante
mica me l'ha cambiato il cameriere, quell'ignorante!
Ha detto 'Signò, giralo che dietro è pulito!',
Davvero, neh, trattamento del genere non s'è mai sentito"!
A raccontarme 'sta sua personale sortita
'a signora me pareva ancora stranita.
A parte che je aveva sicuro detto girelo, con la 'e',
ma io all'epeca mica 'ste cose le potevo sapè;
secondo poi, de risate me spaccai
e dritta pella mia strada, la Nomentana, tirai.
Era tutto il mio linguaggio in evoluzzione
in questa Capitale che mi ha fatto la dizzione
ed io che sto in fissa con le parole
mo' ce sto propio a rota, me escono da sole.
Io tendo a chiude le vocali, li romani ad aprì,
e questa è la loro lingua, si la voi capì,
lo strumento pe' interpretà er popolo romano
che del cinismo e dello sberleffo è massimo sovrano.
Ne hanno viste tante e pe' troppi secoli li romani
de zozzerie fatte da tutti l'esseri umani,
capoccia e poracci qui passeno ed hanno sfilato
senza che er romano ne rimanesse mai 'mpressionato.
Po arrivà pure er fijio de 'na regina,
si non c'ha n'orecchio è sempre 'er tazzina',
e per i calvi, che sieno con le panze o snelli,
er coro è sempre questo: "A belli capelli!"
La ggente sono matti o feroci, ché non se sa?
E fanno davero de tutto nella vita pe' svortà
specie quanno non s'aspetteno più gnente
campano pe' campà e nun glie' frega de n'accidente.
Er popolo de Roma de nulla è sorpreso
je rimane solo er derby a dà un risultato conteso.
Pure ar cardinale il cedimento je perdona,
specie si la debolezza se colloca come bbona.
Se a certi romani je rode da matina a ssera
è solo perché sanno come va a finì la tiritera
e cioè che sia fritto o sia arosto
er piatto je finisce sempre in quer posto.
"Anvedilo, aò, mortacci tua, fermete là!".
'Sta cosa delli morti è stata dura da accettà;
da me so' sacri, non se toccheno, se lasciano sta',
qui a Roma è una gara a chi più ne ha.
Cadono come se piovesse, er Verano sta scoperchiato,
oh, avessi trovato mai un romano pe' 'sto fatto turbato!
Certo, dipende poi da come li dici,
ma li morti maggiori voleno tra amici.
"Bella" e "S'arebbeccamo" so' er ciao ed er commiato,
ma in mezzo ce sta un monno da me esaminato.
"Li mortacci tua" fa simpatia e rompe gli indugi
senza troppi giri, senza tanti sotterfugi.
Poi se inizia a parlà, "tante vorte" ovunque e ripetitivo
nel discorso che se apre con "Carcola" e se chiude col "ve'" interrogativo.
La borza, la danza, la cchiesa, la ssedia e non aggiungo altro nome
perché la mia preferita è la domanda: "Hai capito come?"
E quanno arriva er momento che se parla de buffi, tutti stanno a sentì
e ad un certo punto uno fa: "A rigà, ma se po' campà così?"
Allora s'arza 'na gara de lagne che levete
e si non ce partecipi rimani come un ebbete.
Ad un certo punto, poi, pe' non strippà,
la gara delle disgrazie se deve accannà.
Se ricomincia con gli "a Lè" e gli "a Nì",
ma che è, 'na novità che semo nati pe' soffrì?
Se apparecchia ed a tavola con la vita se fa pace,
perché ai romani de magnà 'na cifra je piace.
E non ce sta gnente da giudicà o da capì
in questa Città Eterna che te la devi sentì.
Devi fa pippa, che te viene solo bbene
quanno assisti a certe leggendarie scene
tipo er vecchio che chiede cor bijetto: "Tutto er giorno ce posso girà?"
all'autista che je risponne: "Sì, se non c'hai un cazzo da fa!".
Pure gli autisti me prendono de mira,
'ste signore turiste dall'aria fina
che non c'hanno le gambone delle sore romane,
protagoniste delle migliori commedie umane.
Ad abbacchio, pajata e fagioli colle cotiche cresciute
se so' gonfiate e stanno lì, da tutti benvolute
pelle strade colle ciavatte a dà alli micetti da magnare
perché le sore de Roma, se sa, so' tutte gattare.
Na vorta, nella metro, co' na puzza che non se po' raccontà,
una me disse: "Semo troppi e come li sorci ce vojono fa stirà!"
Poi, 'na vorta risalita, me girai verso er semafero, ed uno che se 'nventa?
"A come t'antitoli, movite che più verde de così nun ce diventa!"
E mentre ancora c'ho la ridarella e già vedo la luce gialla,
questo genio me sfreccia davanti con la musica a palla.
E ancora nell'auto lamenti sulla maleducazzione
da parte de 'na straniera e nordica delegazzione
che je piacerebbe sostituì de Roma i teroni
co' na fracca de padani e polentoni.
A ripetizzione criticoni e l'autista, un mito, je ha detto:
"Aò, ma che, a venì qua state a ffa un fioretto?
Devi sta' a casa, si te piace di più e ce l'hai,
che qua a dì fregnacce non aspettamo voi, anzi, semo pure assai!"
E quanno quelli scendono, incassata la botta,
sull'auto è tutto un grido: "Che fiji de 'na mignotta!",
e te viene da cantà "Te c'hanno mai mannato" de Albertone,
che te riporta a Roma come Nannarella ed il Cupolone.
Quanti l'hanno cantata, da Belli a Trilussa, dar Califfo ai Vianella,
i Fabrizi, Panelli, Proietti, Verdone, pe' non parlà de Gabriella.
"Er problema sta a monte, ar monte dei pegni", diceva er Pomata,
che co' Mandrake me mostrò in un film 'na Roma da subbito amata.
'Sti romani sembreno pigri, e poi invece di bambini
chiamano i più piccoli nientemeno che regazzini
che se ce pensate è 'na soluzione più compricata;
ma 'sta città non ha da esse capita, ha da esse col core accettata,
anche quanno pe' le strade centrali der sabbeto ce gireno i burini,
che se chiameno tra loro 'amò' e cammineno vicini,
tireno i petti in fori e delle firme lucide iniziano la sfilata
de quella che è 'na collettiva e trionfante scoattata.
Se tutti li guardeno se sentono 'na ciaifra gajardi
ma a studialli bene se vede che so' codardi
e che se je fai 'Buh!' te lasciano pure l'occhialoni da sole e 'na cinta
che io non li metterebbi nemmeno pe' finta.
I romani er bus lo chiameno auto, auti se più di uno,
ma tanto avoja a chiamalli, non ne passa mai nessuno.
La lingua de 'sto popolo è come 'na zaccagnata,
colpisce al core, te fa 'n'indimenticabbile pennellata.
Così se entra 'na buzzicona e se siede in un treno
er romano verace je dice: "A secca, magna de meno!"
E la coda alla vaccinara, che "con le mano" va magnata?
Robba che quanno me lo disse er bujaccaro me so' tajata!
Non ve racconto calle, e v'aggiungo una citazione
pe' uno che non volete: "Manco pe' battocco ar portone!".
Quanno uno invece ce prova co' tutti i mezzi
qua te dicheno "Aò, te sta a batte i pezzi!",
e pe' uno che tra poracci se sente 'sta grandezza
ce sta pronta la definizzione "gallo sulla monnezza".
Se il fatto è lungo e non procede, allora è più fico
da di' che "stamo ancora a carissimo amico".
Se te regge la pompa vor dì che gliela poi fa
ma se non te va allora te tocca da piscià.
Pe' testimonià una particolare irruenza nell'entrare
ce sta un solo verbo, che è 'imboccare',
e si se vede che sei troppo vanitoso
qua te urleno "quanto te 'a senti calla, a coso!".
Si sei tra mille cose occupato
allora er termine giusto è 'impicciato',
mentre si te pija male pe' un fatto non gradito,
l'espressione, da 'nvertì, è "ar culo un dito".
Quanno l'estate vede tutti sudà
er romano comincia invece a schiumà,
che secondo me rende mejo er concetto
perché te dà proprio n'immaggine de riggetto.
Si te dice bene o te dice male
non se sa mai er soggetto, ma tanto è uguale.
E st'espressione: "Ma cche davero?"
svela tutta la sorpresa ed il mistero,
mentre te sfonni una cofana della qualunque
e parli del come, del mentre e del dunque.
Ché cene e vissuti dobbiamo con l'altri steccare
per non morire, che qui se dice 'stirare'.
E se in Puglia ho lasciato i fratelli
qui c'ho trovato l'amici più belli,
quelli a cui te leghi pe' na vita
e che me fanno dì a Roma un "grazie" de dimenzione infinita.
Chi se la prende col cameriere o l'autista
è perché sbroccando ha perso de vista
che la vita te consuma e 'sta città te spolpa
ma de quanto è 'nfame er monno Roma Capoccia non c'ha colpa.
'Sta Capitale accoglie da secoli tutti, è enorme,
ed a ciascuno se mostra in tutte le sue forme.
Sta a te la scelta de sapella accettà
o de decide de condannalla senza pietà.
Il romano sa di esse fortunato o,
colle sue parole, de "ave' sculato"
pel fatto de sta sotto al cielo aperto di un museo
che ha come suo maggiore simbolo er Colosseo.
Quanno tra li vicoli de secoli passeggia la sera
o er tramonto sur Tevere s'avera
j'entra nel sangue come un friccicorio
che piano piano se fa mormorio.
E' la Roma sua che je dice: "Lassali parlà,
non vedi che alla fine stanno tutti qua?
Che so' la città più bella ar monno ce 'o sanno anche quelle infamità
che passeno er tempo a cercarme in ogni modo de calunnià.
C'hanno la tigna e la rogna, e so' rosiconi
perché non conoscono né cielo né stagioni".
Allora er romano arza l'occhi in su
e vede la luna rossa come un cocomero, anzi, de più
sui resti de un passato che te parla ad ogni ora
e si lo sai ascoltà te fa sentì orgoglioso ancora.
Capisce subbito che a tutto ce deve sta
e che Roma sua sa sempre come farse perdonà.
La città e la squadra restano l'unica cosa seria,
er resto so' sole, inganni e miseria.
Aumenta d'improvviso la sua suscettibilità,
te dice che co' Roma non ce devi troppo scherzà
ed i toni se fanno veramente incazzosi
quanno sente i soliti serpenti velenosi.
Perché vabbè le critiche, ma se stai seriamente a smerdà
allora te indica la bicicletta e t'invita a pedalà,
e se scatta er momento un po' sotto de devi cacà
perché ar romano je parte la brocca e comincia a menà.
I romani so' paciosi, se abbandoneno alla sorte,
ma sanno pure che chi mena pe' primo mena du' vorte!
E si je tocchi pure la squadra te rendono pan per focaccia
prendono du' serci, 'na lama e te tajano la faccia,
in ricordo de' quanno ce staveno li rusticani duelli
co' gli Er Più che minacciaveno de spanzarse roteando li cortelli.
Che vabbè alle fraschette a cantà "mo' je dimo, mo' je famo",
ma sul senso dell'appartenenza propio non scherzamo.
Davanti a 'na porchetta so' tutti frizzi e lazzi
ma se je tocchi Roma, altro che 'sti cazzi!
Pe' parte mia hanno la piena raggione
che la romanità è come 'na religgione
e tu non la poi insurtà, sobrio o spugna
qua vale sempre er detto: "A chi tocca nun se 'ngrugna!"
Io je vojo tanto bene a Roma, e solo una grande Capitale
me poteva dà una lezzione così universale:
li romani, come tutti l'omini, non so' alla fine nè cattivi nè boni,
ma si te li voi tene' amici ar mejo, non je devi da rompe li cojoni!
martedì 7 aprile 2009
X Gattor
Strano risveglio, stamane. Apro la porta e non vedo il solito felìde Achille, ormai da me ribattezzato Achilluzzo, insinuarsi nel varco. Non accorgermi della sua testolina grigia che entra nella camera o non contemplarlo nel suo saltino in avanti di approvazione, quando seduto aspetta solo che quella maniglia venga mossa per poi farmi il suo classico otto attorno alle gambe, mi ha destabilizzato un po'. Dove si era cacciato? Silenziosa, nella casa priva di altri viventi oltre noi due, lo cerco ritrovandolo dopo un attimo, dato che non abito proprio a Versailles, sul letto del coamico con gli occhi chiusi. Allora a mani conserte lo contemplo, il tempo che lui avverta i miei impercettibili rumori ed apra gli occhi: che gatto! Appena mi guarda lo apostrofo: "Miciuscolo!", e lui per tutta risposta mi bela un 'mi-a-a-o' e si mette a pancia all'insù, con le zampette ripiegate in una chiara richiesta di coccole, la stessa di ogni santa sera che torno a casa o da un viaggio. Accorre e si sdraia, facendo le fusa già al solo gesto. Non immaginavo esistessero dei gatti così affettuosi. Sono animali straordinari, ti danno tanto pur essendo indipendenti. Dovremmo prenderne esempio, noi umani. Stamattina questo gesto così collaudato mi ha dato il senso di un'intimità, di una profonda conoscenza, perché lo sapevo che mi avrebbe belato il suo 'miao' di coccole ed io ero lì per rispondere a quella richiesta con parole di uno stupido che più stupido non si può: "Sei tutto coccole e distintivo, sei la tigre di via Grandis, il miciuscolo più miciuscolo che ci sia, belluscolo miciuscolo"; poi ci sono le canzoni, improponibili cover: "Sei gatto gatto gatto come te/sei gatto solamente tu", "Gatto/solo per te la mia canzone vola", e mi fermo qui per carità di patria. D'altronde lui mi istiga, aumentando ad ogni definizione le fusa in un crescendo che si sente anche dalla stanza adiacente. Achilluzzo, il miciuscolo, come ho iniziato a soprannominarlo appena ho rilevato i tratti evidenti della crescita, testimonianza del fatto che i nomignoli sono affettivi, più che descrittivi, è di sicuro provvisto di un X Gattor che gli ha permesso di portarmi a questo stato semipermanente di delirio. Quando sono in viaggio guardo le sue foto sul cellulare e mi chiedo quanto lo possa trovare cresciuto; in Puglia, seduta a leggere un libro, lo immagino al mio fianco, come in questo momento mentre scrivo. Non sia mai si perde qualche riga, appena interrompo con la tastiera viene vicino e si sporge a leggere, poi si riappisola. "Eh sì, è proprio noioso, eh?", gli dico mentre si risistema il corpo grigio-nero a ciambella, più miciuscolo ed Achilluzzo che mai. Non lo porterei mai al 'cat pride', non mi piacerebbe sfoggiarlo a destra e a manca. Lì ci sono felini e padroni in gran tiro, tutti si sparano le pose. Achilluzzo non è così, lui ha dovuto combattere con la vita e gli stenti, i primi giorni. E' un gatto forte e concreto, i cui segni di una nascita non proprio fortunata, che lo ha visto piccolissimo incastrarglisi il labbro in una lamiera di un'automobile, sono ancora visibili. Una parte piccolissima di labbro non c'è più, conferendogli quella bellezza che solo le imperfezioni sanno dare. La durezza lo ha temprato senza togliergli dolcezza. Mi destabilizza quando mi guarda con quegli occhioni verdi mentre me ne vado via, a registrare le fesserie di qualcuno da riportare su carta. Ricordo che era così anche con mio nipote quando si posava sul vetro della porta, i palmi aderenti in tutta la loro minuscola apertura, mentre mi accomiatavo augurandogli la buonanotte e dandogli appuntamento per il giorno dopo. Nei suoi occhi la stessa triplice domanda di Achilluzzo: "Perché aspettare? Perché non adesso? Perché te ne vai?". Sto esagerando? Forse, ma il suo sguardo mi segue fino a che non chiudo la porta e maledico il mondo ad ogni mandata. "Ciao Achilluzzo, mi raccomando, comportati bene, ci vediamo stasera", e giù ad imprecare dentro di me, anche contro questo inedito senso di colpa. Oggi, però, dopo le coccole, l'ho visto salire sul tavolo sotto la finestra e guardare dal vetro il mondo esterno. Gli studiavo la testa, le orecchie mobili, l'altezza; sta arrivando anche il suo momento di uscire, forse se lo sente. Mi sono avvicinata per osservare meglio la sua espressione, lui si è girato e dopo un breve 'miao' ha ripreso la sua contemplazione. "Achilluzzo, tutto arriva, porta pazienza", gli ho detto allora. Di profilo era un'immagine splendida: un gatto alla finestra. Niente di eccezionale? Probabile, ma non se il gatto in questione ha l'X Gattor. Allora tutto cambia. Un X Gattor che al 'cat pride' se lo sognano, grande come una casa, alto come il Colosseo. L'X Gattor proprio di chi si sente gatto, non di chi lo ostenta.
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