venerdì 21 dicembre 2007
La cheesecake taumaturgica
Alla prima forchettata succede qualcosa: un mondo di meraviglie esplode nella mia bocca, mentre le papille festeggiano al miracolo e cominciano ad avere la meglio sulle parole, che intanto però procedono nella faccia mutata dell’interlocutrice. Badate che sto parlando di secondi, massimo un minuto, tempo che quel delirio di dolcezza saporita si dileguasse per lasciare lo spazio ad un’altra forchettata. Prima di ricimentarmi nel dolce atto, quando chi mi era di fronte aveva quasi le corna del demonio senza che io ne capisssi il perché, interrompo la mia loquela e proclamo: “Floriana, ma questa cheesecake è fantastica!”. E lei: “E finalmente! Mi chiedevo quando lo avresti detto!”. A quel punto ci siamo messe a ridere tutt’e due. La modestia come tratto comune, non c’è dubbio.
La cheesecake di Floriana è un’esperienza indimenticabile, da lacrime agli occhi. Quella, nella fattispecie, ha avuto un certo tempismo, alleviando determinati mali meglio di qualsiasi confronto. La cheesecake taumaturgica, e Floriana all’origine di questa magia, di cui non vuole rivelare i segreti professionali da brava fatina della cucina. Nel suo forno si creano mille meraviglie di nascosto agli occhi del mondo. Io rido e mangio, altri s’indispettiscono invidiosi e vogliono le ricette gelosamente custodite. Lei in tutto ciò continua ad ascoltare e registrare quanto le capita di sentire da parte di indottrinati in materia, mantenendo la bocca cucita per quanto la riguarda. Fantastica scena, sembra quasi che non sappia cucinare quando chiede ma non dà l’alternativa della sua esperienza, se non per pochissimi e fuggevoli accenni. Dopo si torna ad ascoltare, non sia mai si accede al cuore del segreto. Fermarsi alla cheesecake, però, sarebbe un reato. Ci sono anche i muffin, di una bontà che quasi ti spaventi e piangi quando finiscono, e chissà quante altre delizie che non faccio in tempo a mangiare o assaggiare perché sempre in corsa o, nell’ultimo caso delle pettole, col cellulare a casa tutto il giorno, ed io fuori. La verità è questa, e guardate a cosa si deve arrivare quando non si vuole perdere il privilegio di una cheesecake del genere: quando cucina Floriana c’è da andarsene di testa. Nel mio caso, poi, non ci vuole nemmeno molto, ma questo non toglie la sua abilità. Ora ho un timore, e cioè che verrò sommersa da richieste di post ad personam con minacce di ogni tipo. Ho valutato bene questo, ma ho proceduto comunque, perché troppo dolorosa sarebbe la perdita della cheesecake. “Dobbiamo emanciparci dalla sudditanza psicologica della cucina di Floriana”, disse una sera la coamica al mio ennesimo racconto di delizie originate nella sua dimora. La casa ha apprezzato e gradito in massa le sue performance, ma reclama una sua dimensione gastronomica, vuole camminare coi suoi piedi, anzi, gustare quello che produce con lo stesso effetto sortito dai misteri culinari di Floriana. Con la cena di Natale di ieri un po’ ci siamo riusciti: un risotto al radicchio strepitoso per merito di una mirabile joint-venture d’amore e di abbronzatura. Epperò sui dolci c’è ancora da cimentarsi, e non lo so, eh, con questo forno come andrà. Il 2008 ce lo dirà.
Intanto me ne vado in Puglia per le festività, quindi ci sentiamo l’anno prossimo, e speriamo che sia dolce senza diventare stucchevole. Il rischio è forte. Avrei voluto fare un cadeaux ai miei lettori e mettere in rete il mio racconto di Natale, ma poi ho pensato che fosse un pensiero troppo dolce.
In fondo (ma anche in superficie) questo blog è Amaresca.
Auguri a tutti, anche se non so per cosa.
martedì 18 dicembre 2007
Shit's head
Cosa significa avere una shit’s head?
Significa prima di tutto augurarsi il buongiorno in maniera diversa da qualche settimana fa. Se prima mi dicevo “Good morning, Vietnam”, ora al suono della sveglia mi dico: “Hello, shit’s head”. Rido con un ghigno e mi sveglio, allo specchio solo un riflesso di quello che sono. Una nuvola marrone sovrasta la mia figura, mentre gli olezzi escrementizi del coamico, superiori a scarichi e finestre spalancate con annessi tornadi, mi riportano alla realtà. “Good morning, shit’s head”, mi ripeto attivandomi per i lavaggi mattutini, ma sempre pensando che tutte quelle azioni le sta compiendo una shit’s head. “Cap d’m…a”, mi soffio allo specchio per l’ultima volta dopo essermi asciugata la faccia che porterò fuori per tutta la giornata. Che cosa significa essere una shit’s head, al giorno d’oggi? Innanzitutto averlo scoperto e prenderne atto con sorpresa per la sorpresa. Chi ha, anzi è, una shit’s head, lo sa benissimo, come chi è una dick’s head. Solo che quest’ultima spesso se ne frega, non lo ammette neanche o, se lo fa, ride di gusto, riconfermando di essere una dick’s head. La shit’s head, invece, è consapevole del suo guado, non si accontenta di constatarlo e va a fondo in tutti i sensi.
Quando risale ha pescato le ragioni della ragione già nota fin dalla superficie del pantano, tornando a contemplarlo senza riuscire a smuoverne le acque stagnanti. Shit’s head come stasi mentre tutto potrebbe essere in movimento, le circostanze chiamano all’azione ed una mano invisibile blocca lo scattare di quel click dopo il quale nulla appare più come prima, pur essendo tutto sempre identico.
Le shit’s head sentono che i colori del mondo cambiano a seconda di come li si guarda perchè ci sono passate da certi sentieri di fiori in fondo ai quali, però, c’erano solo cactus e deserto, dove è bello sdraiarsi e stare fino a quando non s’intravvede un altro paesaggio che attira non tanto per come è in sé, ma per la diversità di un orizzonte abbandonato da tempo. La schit’s head rimane sulla duna, con un pugno di sabbia in mano e di mosche nell’altra, attenta agli scorpioni che la notte turbano il sonno, assente da quando ha visto il mare. Ne ricorda sapore e riflessi, vi si specchia in coscienza, sa che è lì che dovrebbe andare, buttandocisi a capofitto. Epperò trema di freddo e non solo nella notte dell’escursione a nuova vita, restando nella vecchia. Lo stare come attività, come a sette e mezzo. Carta? No, sto. Inutili i perché, le domande e gli esempi a profusione sulla possiblità di prendere il mare aperto. Shit’s head sta. Si chiede perché non torna a quel periodo col vento in poppa e quale sia la ragione per cui il passato non passa, e si risponde che la ragione sta in una sola risposta: “perché sei una cap d’ m…a”. L’autoirona la fa ridere parecchio di una risata amaresca. Le parole sono tutto quello che ha, quindi cerca di utilizzarle al meglio.
Quando vi si avvicina, è quasi mare(sca).
martedì 11 dicembre 2007
La banda della tartina
Tengo a precisare, per chi non mi conosce e potrebbe pensare ad un giudizio sprezzante, che non sono per niente aliena alla fame ed all’alcool, per cui il motivo del presente post non pesca nella condanna per l’abuso di entrambi. Alle conferenze, però, come alle mostre, ai vernissage, alle presentazioni ed a tutte quelle situazioni che riconfermano come vada sempre a finire tutto nella pancia, ci sono dei tipi che mangiano di più e non c’entrano nulla col contesto. Non sono lì per scrivere, commentare, relazionare. La loro unica ed esclusiva relazione è quella col cibo, guardato con occhi sbarrati e cupidi sin dal loro ingresso in sala. So le obiezioni: “Come se gli addetti ai lavori non pensassero pure a quello…”; certamente, ma noialtri abbiamo anche delle responsabilità, almeno io di sicuro. Se dopo questi eventi non tornassi con una notizia o un’intervista subirei la reprimenda della capa, che mi farebbe giustamente notare come il mio stipendio non dipenda dal cibo ingurgitato alle conferenze.
La scena, in genere, è questa: col bicchiere semi-pieno (o semi-vuoto, dipende dai punti di vista), intenta ad imbastire chiacchiere a caccia di esclusive, scoop o semplicemente umanità del pezzo medio o grosso di turno, scorgo subito grazie al mio occhio allenato il componente di una formazione trasversale e dalle mille ramificazioni, tentacolare più di Cosa Nostra, infiltrata più del Mossad: la banda della tartina. Guardingo e sfrontato insieme, l’affiliato di questa banda, che non ha bisogno di tesserino ma solo di una grande faccia tosta, s’insinua tra gli invitati e lo sguardo sdegnato degli uffici stampa, spesso coscienti dei connotati di questi individui, sempre gli stessi, ma impossibilitati a scacciarli per evitare sceneggiate o situazioni sconvenienti. Incuranti di dare persino una parvenza lavorativa alla loro presenza, si aggirano subito tra i tavoli per ingozzarsi spingendo il malcapitato in fila oppure si siedono durante la conferenza, in caso di buffet a margine evento, lanciando ogni tanto al tavolo un’occhiata languida e piena di desiderio come quella che io riservo alla top five dei libri più venduti. Io scrivo, li guardo e sorrido. A volte qualcuno di loro scambia questo atteggiamento per solidarietà e saluta, anche perché nel frattempo certi personaggi li ho persino conosciuti. Uno si è infilato addirittura in un viaggio stampa. Non lavora per nessuna testata, non affolla nemmeno le fila dei colleghi in pensione che non scrivono più ma magnano come ossessi lamentandosi di glicemia e colesterolo. Uno, insomma, che come propria collocazione esistenzial-sociale ha soltanto quella dell’imbucato professionista, che si differenzia dall’imbucato praticante perché la sua esperienza è tale da permettergli di infilare parentado, amici e, meraviglia delle meraviglie, racimolare anche qualcosa di commestibile o di bevibile da portare a casa: pietanze, bottiglie, cestini. Il dono è tanto più stupefacente perché spesso non è previsto nemmeno per gli invitati, ma viene carpito furbescamente dall’emanazione bipede della banda della tartina che si rivolge direttamente ai camerieri, lasciandoli così basiti da costringerli in una sorta d’imbarazzo rovesciato a cedere quanto richiesto.
L’impudenza è tale che qualcuno degli interpellati quasi si scusa per non aver preceduto la richiesta. Spettatrice di queste performance, non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo tale straordinario talento non sia stato incanalato in altre attività più nobilitanti o generatrici di reddito.
Mi sembra uno spreco, infatti, che queste doti servano solo a tappare la pausa pranzo o cena, come ad un aderente della banda della tartina deve sembrare uno spreco tutto quel cibo che avanza e che quindi deve essere portato a casa. La sua, ovviamente. Credo si sia capito che ho verso questa categoria un approccio piuttosto ironico; riservo il sarcasmo ad un’altra conventicola, quella che invece fa ‘in’ un evento, lo rende happening, accadimento mondano degno di trafiletto sul Messaggero e che ti fa dire “C’ero anch’io” a chi rimane colpito da questo genere di cronache, spesso ubicato nei quartieri altolocati. Perché se si nominassero queste persone agli avventori del bar sotto casa mia la risposta sarebbe “E ‘sti c…i?”. Parlo della banda del nome, cioè di tutti coloro che si ritrovano sotto al grande albero della fama per differenti motivi, anche se forse sarebbe meglio parlare di cognome: in Italia è tutto.
martedì 4 dicembre 2007
I ragazzi del porto accanto (II)
lunedì 3 dicembre 2007
I ragazzi del porto accanto (I)
Tornando alla cronaca, un bel pranzo, preceduto da degni preparativi tra stampi da riempire, pasta da passare e ripieno da sistemare lavando i primi piatti sporchi, mentre gli invitati già arrivavano ed i più volenterosi si rimboccavano le maniche per aiutare a preparare i ravioli (fatti a mano, mica pizza e fichi!). Anche i posti a sedere hanno avuto un significato tutto speciale. La mia amica di fronte, vicino al coamico, la coamica vicino al fratello del ragazzo della mia amica, ed io all’altro capo del tavolo, tra la mia ex coinquilina nonché attuale amica, compagna di università dei coamici, ed una loro amica molto intima, ormai di casa per tutti e tre sin dalla vecchia edizione (alias vecchia abitazione). All’altro lato, una coppia di amici di quasi tutti, a fine pranzo di tutti e con una fan in più per uno di loro, ed il ragazzo del coamico, mio amico da tempi in cui ignoravo l’esistenza di questi due matti con cui divido il tetto e le nostre vite procedevano parallele, senza possibilità d’incrocio immediato.
Con la luce del finestrone alle spalle ed il tramonto designato di lì a breve a celebrare la mia digestione, guardavo i coamici di fronte che allungavano portate e centellinavano vino (facile immaginare chi dei due facesse ciascuna attività per chi li conosce), e mi sembrava il vero senso della domenica. Una domenica molto meridionale, con tutte quelle persone a mangiare insieme e la coamica che teneva banco tra le risate collettive con un’aneddotica irresistibile sui costumi di certo popolo della notte. “Sei pronta per stasera?”, mi domanda a pranzo avviato, ed io faccio cenno di sì ricordando che arriveranno per un aperitivo i suoi due amici storici, quelli dei tempi liceali. Persone rarissime, con le quali si può spaziare dal romanesco al latino senza imbattersi nemmeno per sbaglio in un serial o in una parola in inglese, e che perciò sento anche un po’ amici miei senza facili equazioni. Questione di affinità, siglata anche da una foto che ci vede ritratti in tre sul lettone della coamica all’ultima festa, ciascuno intento a fare una cosa diversa. La foto è stata denominata dal coamico che l’ha scattata “Trio”, ma in realtà dovrebbe avere come appellativo “Tre caratterini”. O caratteracci? O caratteristi? Poiché per quanto mi riguarda vanno bene tutte e tre le definizioni, di volta in volta scelgo quella più idonea alla situazione. E siccome sono nel mood caratterista, che è di gran lunga preferibile a quello caratteriale, lascio ai miei lettori il gradito compito di venirmi a trovare domani per leggere la seconda ed ultima parte della cronaca di una vera domenica di novembre a casa nuova.
mercoledì 28 novembre 2007
Aspettando (il) domani
Ma il domani si può preparare, programmare, propiziare con tanti piccoli domani. Si vive solo oggi e nell’oggi, è vero, ma si aspetta sempre un domani migliore. Per molti la vita è un’attesa, ma io al verbo infinito aspettare, che dà il senso di una durata superiore, preferisco il gerundio aspettando. Mi ricorda qualcosa d’imminente ma anche il Godot di Beckett che non è mai arrivato, aiutandomi a prendere meno sul serio la faccenda. Aspetto dunque domani aspettando il domani. Forse questo spiega la mancata angoscia e la tranquillità di oggi rispetto alle surreali e terribili allucinazioni dell’oggi.
martedì 13 novembre 2007
A braccia tese
Io sento tutte queste braccia tese che mi puntano, cari lettori, da molto tempo. Mettono a fuoco la mia persona e la crivellano con i bossoli della rassegnazione e dell’impotenza. Se tutto questo non mi abbatte è solo perché ho una grande dimensione progettuale, ma puramente individuale, mentre i problemi sul tappeto, i morti ammazzati, sono quelli della mia generazione, che non ha mai reagito a questi attacchi, che non ha mai opposto resistenza, che non si è mai nemmeno arrabbiata, al contrario delle tifoserie dopo l’omicidio. Eppure io li sento, gli spari, silenziosi e giornalieri, che ci privano di speranza. Oggi per qualcuno non c’è più niente da fare, e merita di riposare con il dolore dei familiari. Che gli indignati se la prendano, oltre che con chi ha la colpa di questo forzato sonno, anche con tutti coloro che mandano al macero la carta su cui ogni giovane scrive i propri sogni.
giovedì 8 novembre 2007
Vecchio adagio
martedì 6 novembre 2007
La filosofia del "Poi si pensa"
Perché quando l’urgenza preme, l’affanno cresce e l’asma sale alle stelle con l’ansia, e tu non sai nemmeno dove buttarti perché dove ti giri sbagli o non vedi uscite di sorta o non hai la forza di imboccarle, queste tre parole vengono in soccorso, accolte come un’annunciazione di lieta novella. “Poi si pensa”, ti dici mentre fai bolle di sapone dalla finestra ed i cellulari squillano, i campanelli trillano, gli altri (che per Sartre, e non solo, sono l’Inferno) incalzano con le richieste o i capricci eterni del genere umano. “Poi si pensa”, sospiri quando guardi al futuro e ti vengono i brividi di horror vacui che partono dal presente ed originano dal passato. E “poi si pensa” hai dichiarato ieri quando ti è venuto in mente di scrivere questo post al telefono con un’amica discepola del poisipensismo. Poi, però, dopo che ci pensi, fai. Soltanto che fai molto dopo, o quando il dopo viene prima di quanto tu (non) hai pensato. Al trasloco poi si sarebbe pensato e si è agito, idem con questo post. Traditrice del poisipensismo? Affatto, perché se credi in esso fai solo quando costretto da causa di forza maggiore.
“Poi si pensa” non vuol dire “non si farà mai”, ma “agirò per questa cosa il più tardi possibile e solo quando sarà strettamente necessario, intanto non ci penso”.
Dilazione che tocca altissimi livelli, quasi una poesia di infinito rimandare.
E il rimandare mi è dolce in questo mare (di deliri).
lunedì 5 novembre 2007
Cuor di Fezzan
lunedì 29 ottobre 2007
Inferno, Purgatorio e Paradiso
Mio nonno diceva che nella vita bisogna traslocare spesso, così si eliminano tutti quegli oggetti che chissà perché non buttiamo mai, scoprendone l’effettiva inutilità solo al cambio di casa. Ora che ci penso, mio nonno diceva anche di tagliare i rami secchi, ma in altri contesti, dato che lui non ha mai fatto trekking nella foresta pluviale. Nell’Inferno spesso vengono smarriti degli oggetti che siamo convinti siano lì, ma che in realtà appartengono al Purgatorio, ovvero l’ingresso di casa in cui abbiamo affastellato tutto quello che non entrava più nei gironi del ripostiglio. Per fare un esempio, le borse di mare con tanto di ghiaccio sintetico dentro e palette per mescolare l’insalata erano sulla poltrona del Purgatorio, trovate perché si cercava la borsa da spesa prima di andare al mercato. Mi aspetto altri grandi ritrovamenti prima dell’addio definitivo a questo cimitero dell’ordine. Lo sfratto ha fatto rima con la consapevolezza che eravamo letteralmente esplosi, in procinto di iniziare una guerra senza esclusione di colpi con le cose ribelli ed insofferenti a schemi o catalogazioni. Mi scopro animista pronta a contemplare che direzione prenderanno queste cose nella nuova casa e diffidando del Paradiso, che si realizzerà all’insegna dell’Inferno da scontare e del Purgatorio da vivere. Che colpa ci posso fare io se fascicoli e cartelle stampa a volte migrano in cucina? Se giornali e libri mirati a diffondere sapere dappertutto, come è loro compito, sfuggono dagli scaffali e si posano su sedie e tavolo comuni? Immagino già nella nuova casa un indice alzato ed agitato a mo' di metronomo in segno di divieto, una posa simile a quella del Cristo Redentore di Rio a scongiurare l’esodo degli oggetti, la loro migrazione, il loro pellegrinaggio verso un destino ignoto come il nostro. Non ci sarà animismo nella nuova casa, ma determinismo meccanicistico cosale. Addio realismo magico, addio metempsicosi degli oggetti. Il Paradiso si sconterà vivendo il Purgatorio dell’organizzazione e l’Inferno della condanna per chi elude elvetici precetti. Addio Sud, meridione caciarone e vagamente studentesco. E’ l’ora del Nord e dell’ordine, che non tollera suspense sul destino degli oggetti, dando in cambio la possibilità di guadagnare tempo in attività diverse dalla loro ricerca.
venerdì 26 ottobre 2007
Ombrelliadi
Ma magari tutte le guerre grondassero solo acqua (seppure sporca).
martedì 23 ottobre 2007
La colonna adriatica
lunedì 22 ottobre 2007
Giallo Barcaccia
Sarò un esponente dell’avanguardia fauvista. Il movimento mi spetta di diritto dopo la folgorazione avvenuta in camera di mia sorella, che ha appeso alle pareti una copia del quadro di Matisse “La Danza”. Io però declinerò questa corrente in una chiave gastronomica suggeritami dalla terra che ha ospitato i mei natali, non potendo tacere a me ed al mondo, che presto saprà, l’assonanza ortografica tra i fauves e le fave rese cremose da sapienti mani. Perfette se cotte sul fuoco nella pignata (apposito contenitore in cui si cucinano i legumi) e rigirate fino a quando non assumono una pastosità densa e cremosa di colore giallo, simile al preparato necessario per fare il gatò di patate. Un po’ di cicoriella come confavatico e via, il piatto è servito. Perché evocare sangue quando ciò cui aspirano tutti è di certo una bella mangiata? E così un giorno, ambasciatrice di Puglia a Roma, i turisti mi vedranno avanzare verso piazza di Spagna con una grande pignata di fave, riversandone il contenuto nella Barcaccia preventivamente svuotata (qui mi servono complici, l’appello è lanciato). Le rivendicazioni? Le più svariate. Tra le più urgenti, l’estinzione del congiuntivo nell’indifferenza generale e la mancanza dei necessari stimoli per cimentarsi nel Sudoku. Ne seguono altre che accompagneranno ogni riempimento di Barcaccia, a quel punto invocato da tutti indifferentemente, in qualsiasi movimento si riconoscano. Cucchiaiate di fave al bordo della fontana, turisti in visibilio, Puglia in auge, boom di visitatori nel Lazio e dal Gargano in giù fino al tacco dello Stivale, partnership tra le due Regioni e chissà quant’altro. Una foto mica la mangi, le fave sì. Il limite dei fauvisti è essersi fermati al colore, alla forma, ma alla gente, si sa, interessa la sostanza, specie se commestibile.
Quindi, miei lettori, siete avvisati; a breve entrerò in ballo io, fauvista delle Puglie e madre di un nuovo colore: Giallo Barcaccia.
venerdì 19 ottobre 2007
Macless (quando less is less)
E scusate questo post delirious Amaresca, ma mi sono divertita assai a scriverlo così, stopless.
Ora però stop.
giovedì 18 ottobre 2007
Kiss me Licia
I ricordi si volgono ad un cartone cult e ad una sigla antica: “Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso…”. Provo improbabili cover che non sto qui a riferire per rispetto della privacy degli interessati ed andando più in là rispetto a quegli anni infantili e più in qua con quelli della formazione, rammento che questo nome indica anche, sotto l’Impero Romano, una regione dell’Asia anteriore. Non male per una semplice parola di cinque lettere con ben tre vocali, vero? Licia ed amore, dunque, se si eccettua l’ultimo riferimento alla storia romana, studiata comunque in anni nei quali appassionarsi a queste cose era pur sempre un atto d’amore per il sapere. Ma qui mi voglio produrre in un post dedicato alle persone innamorate di altre persone. Amore nelle sue diverse sfaccettature: quello possessivo e geloso, quello consolidato ed affiatato, quello tenero ed entusiasta. Tre atteggiamenti per tre coppie di una mia certa conoscenza che possono a buon diritto stare sotto l’ombrello di Licia per ripararsi dai rovesci dell’insofferenza e dai lampi della solitudine. Sotto quest’ombrello, mentre piove l’indifferenza del mondo ed Andrea e Giuliano incontrano Licia, le coppie si scambiano dolci occhiate e baci al miele. Roba da insulina, proprio. Sì, questi sono i Licia moment’s, almeno quelli socialmente visibili, ché il resto saranno pure fatti riservati dei protagonisti. Quindi tenerume e carinerie, dolcezze e carezze, pioggia di attenzioni e riparo d’amore, ma mi dispiace constatare quanto manchi a tutto questo romanticissimo panorama una band. Mi spiego: i Bee Hive erano qualcosa di più del gruppo in cui suonava Mirko di Licia. Costituivano la colonna sonora dei vari momenti del cartone animato. Non sono tanto sprovveduta da ignorare che ogni coppia che si rispetti ha la sua hit (o hot) list, ma al pubblico, sempre più incollato allo schermo in attesa di futuri ed immancabili sviluppi, servono delle note che rimandino esattamente ad una certa situazione descritta dalle mie parole di prima.
E quindi, come descrivere in musica tutto ciò senza entrare in conflitto con i gusti di ciascuno e salvaguardando il diritto al sorriso partecipe di chi osserva tutte queste straordinarie coincidenze? Oggi piove, e si finisce sempre là: “Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso…”; con le cover è più divertente, ma penso che l’unica melodia possibile sia quella intonata da Cristina D’Avena. Ergo, se Licia dev’essere ed è, “Kiss me Licia” sia.
E buon amore a tutti, specie a chi ancora non ce l’ha.
lunedì 15 ottobre 2007
Mo' ci vuole
‘Mo’ ci vuole’ è l’espressione del mio editore di Napoli per commenti vari ed eventuali a fatti altrettanto vari e diversamente eventuali. Il fatto che abbia citato l’editore di Napoli, per esempio, già dà a voi lettori pretesti per inserire il ‘Mo’ ci vuole’. Degli esempi? “Editore di Napoli? Allora vedilo e poi muori di fame, mo’ ci vuole”, “Un giornale edito a Napoli? Sarebbe meglio una pizza o un babà, mo’ ci vuole", "Allora scrivi per la gloria, mo’ ci vuole", and so on.
Il ‘Mo’ ci vuole’ è un rafforzativo di un’affermazione o di una domanda retorica (‘nu cafè che mo’ ci vuole?’). Per coloro che abitano da Roma in su, valdostani compresi, spiego i termini in oggetto: mo’ non è altro che un modo meridionale di definire l’adesso, l’ora, l’hic et nunc latino, insomma, per essere ancora più chiari con i colleghi (ex, mo’ ci vuole, ahimè!) liceali. ‘Ci vuole’ lo capiscono tutti. Epperò la magia della lingua, soprattutto vernacolare, è che l’unione dei termini non è la semplice somma dei loro significati, perché evoca.
‘Mo’ ci vuole’ non si traduce con ‘Ci vorrebbe adesso’ o ‘Starebbe proprio bene’, perché è semplicemente ‘Mo’ ci vuole’, lapillo di vesuviana memoria. Quindi, alla domanda ‘ma ci vuole cosa, mo’?' La risposta è ‘esattamente quanto detto prima, qualsiasi cosa sia’. Chiaro, no? Sicchè questo ha illuminato i miei dialoghi sin dal primo mattino, quando il coamico mi ha chiesto perché non riposassi dopo un fine settimana lavorativo: “Perché oggi è lunedì ed il fine settimana lavorativo è una fregatura, mo’ ci vuole!”, e guardando Omnibus su La7 il mio pensiero partenopeo si rivolgeva ai giornalisti, Piroso con gli occhi segnati dalla stanchezza in primis: “Ma questi di sonno stanno proprio morendo, mo’ ci vuole; con le primarie hanno fatto prima mattina, mo’ ci vuole; stanno davvero sulla notizia, mo’ ci vuole”. I pensieri si sono tramutati in parole, ovviamente. Uscendo col coamico ed osservando gente in infradito con questo tempo ormai autunnale, ho proclamato “un bel paio di calzettoni pesanti, mo’ ci vuole”, al suo augurio di buona giornata, con tanto di malcontento mio per un week-end saltato, ho risposto semplicemente un "mo’ ci vuole proprio", così come pure la risoluzione di riprendere le redini di questo blog su invito dei tanti, (mai troppi, mo’ ci vuole) che m’invitano a farlo perché smaniosi di leggere i miei deliri, mo’ ci vuole. E così eccomi qui, pronta alla tessitura di questi strani fili che compongono la mia trama esistenziale, o semplicemente trama.
Ci voleva proprio questo post, mo’ ci vuole.
venerdì 21 settembre 2007
Sopravvivere a se stessi
I pensieri d’autunno sono diversi a seconda dei casi vissuti e degli anni passati, ma recano come costante la stessa traccia di foglia secca raccolta sulla Nomentana ed infilata nella svuotata ed impolverata bottiglia di Bordeaux.
La deliziosa malinconia delle cose che cadono mentre accadono e si colorano di tinte struggenti. Di qui a qualche giorno le ottobrate romane, eco di ore vuote e piene d’ombra, che fanno chiaroscuro con la luce della lampada sulle pagine. Voglia ed impossibilità di assolutizzare il relativo, amaresca autunnale in risposta all’autunno dolciastro cantato anni fa, quando bastare a se stessi era il motto della vita, foglia caduca solo in senso letterario. “Non si muore d’estate”, diceva Pavese, e non si capisce l’autunno a vent’anni, completo io. Questa stagione attua la sua piena fascinazione quando si chiudono le epoche, non quando si sovrappongono le ere nuove. Non vale pensare all’inverno, alla primavera o ai cicli della Natura. L’autunno come Assoluto che sfugge ed ogni tanto compare in un odore, un gesto, un movimento di labbra, un luogo. Un balcone con una sedia vuota, un muro con ritratti assenti. La fuga dei minuti e della padronanza dei propri processi, il languore della ragione che non si autoassolve nelle chiazze cangianti delle chiome arboree settembrine. Il nichilismo senza appello del vivere un numero limitato di stagioni trottando come folli alla ricerca di un motivo per farlo, con tanto di caricaturali spiegazioni. La ricerca è già senso in sé. Siamo sicuri? Mah. Chi raccoglie tutte le altre foglie scartate dalla mia personalissima selezione? Lo spazzino, che attende anche la mia. Prima o poi deve finire, è anche il suo destino.
Ricordo gli autunni passati, mai stagione è stata più incline alle rapsodie in blu della memoria. A trent’anni riesco a ricordarmi anche gli autunni futuri, quando bastare a se stessi più che motto è una condanna, e non rimane che sopravvivere a se stessi per espiarla con gli strumenti della maturità a disposizione. Sono caduti gli anni come le foglie e come i soldati di Ungaretti, sono caduti gli alibi ma non il senso d’inadeguatezza.
Se bastare a se stessi era la forza degli autunni passati, sopravvivere a se stessi è la sfida di quelli che mi attendono.
Bastare è accontentarsi, sopravvivere è andare oltre quello strato di foglie autunnali che tappezzano la mente pregna di lutti estivi.
giovedì 20 settembre 2007
Piove, piccione infame
I buoni cattolici lo ricordano sempre. Per oggi anch’io.
martedì 11 settembre 2007
Lei è della Cia?
lunedì 10 settembre 2007
Segnali di fumo
Contestualizziamo: viviamo nell'era in cui è condiviso che fumare fa male, bisogna smettere di fumare, è stupido avvelenarsi, da immaturi credersi adulti grazie ad una sigaretta, folle pensare ad un valore aggiunto di fascino apportato dal fumo. Vi immaginate Bogart col succo di frutta in 'Casablanca'? Eppure tutta vitamina. Bah. Lungi da me sostenere il contrario di un'opinione condivisa come quella ostile al fumo; stavo per perdere mio padre a causa delle sigarette, ci mancherebbe altro. Però ci sono dei momenti, liberatori e non schiavizzanti se rimangono tali, in cui aspirare puro veleno si trasforma in una pratica dolce e salvifica, quando ci si deve assolvere dall'accusa di esistere e si accusa il peso di vivere. Allora il fumo riempie i vuoti degli spazi e dell'anima, che vi trova quasi un suo corrispettivo impalpabile quando è avvelenata. Il mio fumo, però, non è espulsione di veleno, che deposito sulla lingua per incanalarlo nelle frecciatine sarcastiche quotidiane. E' fumo che strugge e mi distrugge, genera e mi rigenera. L'aspirazione accende pensieri sopiti che seguono le volute di nicotina, perse nell'aria notturna su un balcone che sa di sfratto e di cambiamento. Gli anni passati, ma soprattutto quelli futuri. Le aspirazioni mentre aspiro, le delusioni da espirare, il veleno da respirare per l'unica espiazione possibile: esserci senza reticenze nè accidia, mio difetto più grande. Tutto questo in una sigaretta? Ma è una sigaretta alla moviola, cari lettori: la sua accensione significa digressioni, flashback, proiezioni. L'accendino dà fuoco alle polveri, all'immaginazione ed alla cronaca, sempre frammiste in queste notti autunnali, ricordo di serate mai esistite. Rimiro la via che mi ha accolto a Roma piena di belle speranze, la tenda sul balcone come un sipario che non riesce a trattenere il fumo ed il calore di pareti da trasformare in estranee nel più breve tempo possibile. La mente vola e s'invola, cerca dimora, trova solo scatoloni da riempire e mozziconi da buttare, di vita e di paura, di speranze e di ossessioni.
E finita l'eterna quanto solitaria e rara sigaretta? Mi allontano dalla balaustra, a passo di gambero torno allo stipite della finestra testimone dell'accensione e per un infinito secondo, a braccia conserte, contemplo lo spettacolo dei panni eternamente stesi del coamico che riportano ad improvvisate sistemazioni serali estive con tanto di tappeto e televisore, a frise consumate spiando il vicinato, a discorsi, confessioni ed a un semi-addio prima della scorsa stagione estiva, quando partii con la quasi certezza che fosse finita la condivisione di spazi e vissuti con la coamica in procinto di tornarsene nel suo altro luogo di elezione. Poi ha vinto Roma, e non solo. Il balcone sa anche degli odori di spray un po' tossico spruzzato dal coamico precedente, il disco grafico, con il suo amico 'a delinquere'. Il gatto e la volpe, uniti per imprese tutte da ridere. Appigli alla malinconia col sorriso dopo pensieri affumicati, da ridere e deridere per temperamenti lontani dal mio, fumante credibili deliri.
Ma non vi preoccupate: nessun vizio, se non quello di forma(zione).
giovedì 6 settembre 2007
Sugli addii
Forse perché a volte ha un’ambivalenza di fondo, ci si vorrebbe staccare e si ha il terrore di recidere. Penso alla morte dopo lunga malattia. La vita del moribondo non è più quella di prima,la vita che lo ha fatto amare da chi lo circonda; ma quando questa si spegne il senso di vuoto si allarga, diventa un fossato che inghiotte tutti, anche quando significa liberazione da sofferenze. La presenza fisica, il punto di riferimento, il presidio corporeo viene meno come simbolo, e noi viviamo di simboli perché ci nutriamo di significati. A cosa rimandano certi paesaggi, alcune note, dati odori e luoghi se non ad una dimensione del nostro spirito che su di essi ha plasmato i propri ritmi?
Con le persone è ancora più complesso. Essendo ognuno un portatore di significati a sé, il nostro incontro con l’altro genera dei rapporti da cui nascono nuovi significati che s’incrociano, in una forma sempre attiva e dinamica. Con gli oggetti è diverso: appioppiamo loro un valore, ed essi per definizione non rispondono. L’altro sì, sempre, anche quando fa muro. L’ostilità e l’incomprensione sono delle forme dure e dolorose di risposta. Ci sono dei malintesi e dei passaggi beffardi del destino cinico e baro che possono generare gli addii più sperimentati e temuti: quelli alle persone amate ed ancora in vita, vive e vegete, con le quali ci si rende conto di non poter percorrere più un pezzo di strada per mutato senso di significati, improvvisamente impazziti.
La nebbia dei sentimenti sulla chiarezza della ragione.
Forse è per questo che amo tanto ragionare: l’amore teme la ragione, mentre questa comprende tutto e tutti. Unifica, mentre le passioni dividono. Peccato che ci facciano anche vivere, per cui si salvino e salvino tutti dall’inaridimento, impossibile, comunque, con una ragione utilizzata veramente.
L’addio lo si può decidere o mettere in conto a livello razionale, ma è un fatto che quasi sempre lo si subisca a livello emotivo. Finisce una fase, una persona, il significato che questa ha per noi. Ma lo strascico permane, e a volte crea inversioni di rotta, perché quando è davvero forte avverte che non è finita per niente e che si può provare, si può osare nello sfidare la rassegnazione. Certo, serve un contraltare che la vita dà, la morte toglie. Per sempre. Nulla è per sempre in vita, la morte è eterna perché non-vita. Il corpo è rigido, il morto non si muove più, e chi è vivo si dà pace e continua, perché evolve contro la fissità di quell’involucro di carne alfiere di significati, trasmessi in modo muto e conservati da altri corpi pensanti.
La memoria come risarcimento della finitudine di ognuno di noi, la fede come balsamo per i credenti, l’arte come unico rimedio umano ed eterno per i tormenti dell’anima e la solitudine infinita di chi rimane da solo, dopo tutti gli addii.
mercoledì 5 settembre 2007
In medio stat virtus
Attraverso il ponte che da piazza del Popolo conduce a Prati guardando il Tevere di sotto, torbido come quest’autunno interiore. Povera Roma e povera me, pensiero fugace al primo freschetto che fa rabbrividire. Sarà il vento della realtà? Le orecchie ostruite dall’iPod che mi isola da tutti ma non da tutto, ad un certo punto il mio sguardo incrocia un microfono che si agita dapprima in lontananza, poi sotto al mio naso. Una collega in vena d’interviste, mi fa pena quanto me. Anzi, più di me, perché più giovane.
Ricordo ancora gli occhi di un mio amico e collega una mattina all’Eur, aspettando Rutelli tra una sigaretta e l’altra. Momenti esistenzialisti alle ore nove: ma che significato ha un’attività che ti fa fare da piantone agli edifici per aspettare un tempo indefinito gente da tampinare ed interrogare tra gomitate e spintoni? E’ il lavoro del giornalista. E la cosa stravagante è che può pure affascinare. Tale è il mistero delle passioni.
Così guardo la ragazza e, in vena della solidarietà più piena, tolgo gli auricolari per farmi intervistare dopo aver osservato il solito fuggi-fuggi che prende certi passanti all’arrivo del microfono. Vecchi traumi da scena muta davanti ai professori. Sorrido compiacente e quella inizia: “Radio KissKiss, ti posso fare una domanda?”, e senza nemmeno aspettare l’assenso, scontato dall’arresto del mio passo, prosegue: “Assomigli più a tua madre o a tuo padre?”. In quell’istante le penso tutte: e se fossi stata orfana di entrambi o i miei mi avessero abbandonato in qualche cassonetto pieno di libri illustrati su Roma ed io fossi in città alla ricerca delle mie origini? Seguono queste domande altre ipotesi funeste, che non scrivo per scaramanzia. Questo come intervistata. Come collega penso: “Questo lavoro è sempre più difficile, chissà che servizio è”. Rispondo dettagliatamente ed immediatamente, nonostante da questa parentesi di pensieri trascritti possa risultare il contrario, specificando che sono una via di mezzo tra i due e che delle mie due sorelle maggiori una è la fotocopia di papà, l’altra di mamma. Lei annuisce soddisfatta e chiosa con voce impostata e melliflua: “Allora in medio stat virtus”, “Eh sì”, “Grazie, ciao!”. “Ciao”. E scappa verso altre fantastiche interviste.
Mi rimetto gli auricolari e penso che la giornata è iniziata con una massima latina rivoltami da una perfetta estranea. In medio stat virtus, ed in medio sarei collocata io, virtus della situazione. O virus? Propendo per quest’opzione. E poi non sono collocata in medio, almeno non a livello familiare: sono l’ultima. In ultimo stat virus.
Questa è più consona al periodo. Gli ultimi saranno i primi? De che, chiedo alla romana? Quando certi virus si attaccano è inutile aggrapparsi alle massime. Si rimane indietro a tossire con difficoltà nel deglutire lo stacco dei primi, che si traduce nello scacco degli ultimi.
lunedì 3 settembre 2007
Tempo ripreso
Questo post si ricollega idealmente a quello del ‘tempo sospeso’, come avranno dedotto i miei più arguti e fedeli lettori dal suo titolo. Avevo ragione nel pensare, anzi nel sentire, che il Fato stava per servirmi qualche piatto forte sulla mensa estiva: cene, mare e sospiri in sintonia con le onde. È successo quel che non doveva succedere e non è successo quel che poteva succedere. O forse, meglio, è accaduto quel che doveva accadere e non è accaduto quel che non sarebbe potuto accadere. Qualcuno, di certo, è caduto: io. E così siamo alla successione di un insuccesso: l’accadere come rovina, o banalmente come non accaduto, cui si aggiunge uno sfratto dalla casa, ma soprattutto dalla via, dove albergo da quando sono giunta a Roma.
Il pensiero corre al mio ultimo giorno di mare pugliese, e quindi di mare vero. Con una sediolina a riva, lo scirocco nelle orecchie e la testa sulle spalle. Di nuovo. Mi sono sentita solidale con un personaggio dei racconti pubblicati e, per quanto triste, è stato bello, persino un po’ commovente. Subito dopo è arrivato il ciclo. Corsi e ricorsi, cicli e ricicli. La partenza il mattino dopo, mamma come una stele nera seduta in poltrona sul balcone della mia stanza, mentre preparo le ultime cose ed aspetto la macchina dell’addio a questa inedita, per quanto prevista e percepita da subito come tale, estate. Le sue spalle abbronzate come le mie il giorno prima, un modo di dare la schiena ai giorni trascorsi senza poterlo fare con la mente. Andare via per tornare alla vecchia vita, consapevole che non sarà mai come prima. Mio padre che commenta come al solito i miei giorni di permanenza, trenta o tre che siano: “Sono volati!”. Vecchie formule per il rito sempre nuovo dell’addio. L’addio all’estate dei miei 30 e, insieme, ad un’altra stagione con loro. Saranno sempre di meno, lo sappiamo e ce lo comunichiamo coi lucciconi. Emotivi e melodrammatici con un pizzico di presa in giro: in una parola, meridionali.
Il ritorno non può che essere improntato alla ripresa dei miei spazi e del mio tempo. Una sua sospensione non è più possibile, e d’altronde è morta e sepolta almeno da Ferragosto, Capodanno balneare dei popoli abbronzati. L’abbandono di uno status non più prorogabile come padre di tutti gli abbandoni, vecchi e nuovi. Il tempo ripreso per reimmergermi nelle acque del riassestamento dopo quelle dell’amaresca più pura, smorfia da divertimento disperato. Sorriso increspato, abbronzatura colpevole come il lasciarsi andare. “È la vita più strana che abbia mai vissuto”, disse Jim Morrison. È il post più amaro che abbia mai scritto, rispondo io, tra i sorrisi forzati e le lacrime trattenute degli addii e degli abbandoni, vecchi e nuovi, da parte di genitori ed amici.
Buon rientro a tutti, riprendo il mio tempo e vediamo quest’autunno cosa mi dirà e, soprattutto, cosa mi farà scrivere.
mercoledì 18 luglio 2007
Domande in americano
Una notte d’estate, giorni fa. Distesa nel mio sudario e sul punto di addormentarmi, sento il coamico che mi chiama, concitato. Che succede? Gli è arrivata per vie misteriose la cittadinanza americana misconosciuta e da lui sempre rivendicata? Grande è la confusione, il caldo e la curiosità sotto il cielo, così mi alzo per diventare testimone dello storico accadimento. Quanto è sotto i miei occhi un minuto dopo annulla tutte le più surreali ipotesi. La realtà, come al solito, le aveva superate.
Il coamico, infatti, era diventato americano, ma non a furia di carte. Ne aveva assunto la lingua, con la quale faceva delle domande…al suo Mac di fronte. Trasecolo. Già il parlare con un computer (ok, so le obiezioni, il Mac non è un pc, è il Mac. D’accordo, rendo solo l’idea, pur se vaga) a quell’ora è un’attività venata di stravaganza, ma farlo in americano!
“What time is it? What time is it?” Quanto mi sarebbe piaciuto se gli fosse stato risposto, magari in romanesco, “l’ora che la smetti de rompe li c….”. Ma il Mac è oggetto sensibile, fine ed esigente. Non solo non rispondeva male, ma dava una replica solo se l’intonazione era quella giusta.
Il coamico aveva scelto la voce di Bruce tra quelle offerte, e dopo avere ascoltato gli accenti riformula la domanda “What time is it?” E quello risponde. Il mio braccio avverte una stretta che nulla ha di umano, con tanto di morso gioioso alla mano, per fortuna del mio stesso entusiastico intervistatore, che si stacca e prosegue tra frasi come “Hai visto? Che ficoooo!Che intelligente, come sei intelligente! Che mito, Mac, piccolo mio!” Manco un figlio. Questo sì che significa essere proud.
Di lì una serie di richieste: “Open my broswer, get my mail, close this window, tell me a joke”. E quello con la velocità della luce ed il tipico fruscio dell’attività connessa eseguiva, nello stupore mai appagato del coamico, pronto ad affrontare una maratona di cui non ero in grado di immaginare la lunghezza. A volte qualcosa andava storto, perché il coamico tradiva un po’ le vere origini ed il suo essere Bruce. Così il Mac non eseguiva, e le inflessioni americane lasciavano il passo a quelle locali “A Mac, ahò, embè?” eccetera. Naturalmente per me la parte più bella della scena era questa: lo sfogo del gergo territoriale prima che venisse risucchiato dall’accento americano, senza il quale non si sarebbe mossa finestra, a meno di tornare al mouse, improvvisamente diventato invisibile. “Vabbè, e vuoi continuare tutta la notte così?” Certo, la risposta era scontata. “Tell me a joke!”, implorava. “Se vuoi te lo dico io”, affermo non ascoltata. Ridevo con le lacrime, e di fronte a me c’era lo stesso buonumore, seppur per ragioni del tutto differenti. Il Mac aveva risposto, ‘tellando un joke’! ‘Toc toc’, sento ad un certo punto. Lui pronto: “Who is?”, cui segue la risposta di un nome. Risate e risate. Troppo? Decisamente.
Esiste un confine al delirio, ma nella nostra casa romana si ignora spesso e volentieri, più per gusto del surreale in sé che per incapacità di riconoscere dove inizia la follia. Il coamico ci era dentro fino al Mac. Insieme formavano un quadro così intimo e familiare che ad un certo punto mi sono sentita di troppo. Mi sono congedata mentre continuavano a parlare, principio e riconferma di un amore reciproco ed indistruttibile. Dopo le “Lezioni americane” di Calvino, le “Domande in americano” ad un Mac. Dopo gli scritti su cui meditare, gli orali da ridere.
Dopo l’America, il nulla.
lunedì 16 luglio 2007
Tempo sospeso
Complice il lavoro di gran lunga diminuito per l’approssimarsi della pausa estiva, vivo questa parentesi come interruzione tra il passato (da ventenne?) ed un futuro tutto da dispiegarsi (la matura gioventù?). Non mi chiedo come sarà il prossimo decennio, abituata come sono a considerare le stagioni una per una e saggiandone l’arrivo nell’anima più che nel clima. Questo non-tempo potrebbe equivalere all’accantonamento o rimescolio di alcuni elementi del tempo che mi si è chiuso alle spalle, e reca con sé la traccia di un non-voluto al suo ritorno prepotente ma quasi gradito: un tempo nuovo. Potrebbe essere il solito tempo che soppianta il precedente, ma anche no.
Mi piace immaginarlo, quando sospendo la sospensione del giudizio e per qualche minuto vivo cerebralmente il tempo sospeso come quello non sospeso, completamente diverso, più colorato. Il tempo della possibilità accolta e non più osteggiata. Anzi, della possibilità valutata.
E poiché la magia di questi momenti rischia di riportarmi nel tempo e di annullarne la sospensione, ritorno a farmi vivere con le solite formule e borbottando sempre qualcosa mentre cerco il solito mazzo di chiavi smarrito prima di uscire. Tutto negli schemi, anche se si sono dilatati. Forse è il cortisone per l’asma? Ma non è un rigonfiamento fisico, quanto spirituale. Assolutamente inconscio e di cui dunque non dovrei sapere nulla, se il mio conscio non fosse così impiccione, spregiudicato e stacanovista. Non va mai in ferie e fa il crumiro quando tutto congiura per un onesto sciopero. Perché il tempo sospeso o epochè è un onesto sciopero di un certo abito mentale. Forse il mio era ormai cencioso, o slabbrato. Troppo utilizzato e dunque liso. E allora mi autosospendo in questo tempo sospeso, per essere al passo con gli unici tempi degni di nota: i miei.
Credevo che i trenta dovessero arrivare in tutt’altra dimensione, in un certo senso più piena di sentimenti angosciosi o nostalgici. Invece la scena è chiaroscurale ma accogliente, l’accadere tutto di lì a qualche tempo ma senza fretta, con la consapevolezza che qualcosa succederà e si sarà spettatori e protagonisti, come si conviene a chi registra con l’inchiostro dei neuroni quanto diviene. Prima degli atti che verranno, qualsiasi atto è sospeso, preparatorio perché gli altri abbiano corso. L’epochè schiuderà una nuova epoca?
Come scritto, mi piace pensarlo, ma non lo credo scontato.
Il tempo sospeso, però, non mi permette di preoccuparmene, perché interrompe qualsiasi processo vada oltre l’esatta constatazione di quanto si vive. Qualche furore positivo ma sotterraneo, e che quindi deve rimanere tale pena una disonesta attività cerebrale che rovinerebbe tutto.
Avrà tempo e modo di rifarsi in un tempo non più sospeso, quando questo gomitolo di giorni si dipanerà in nuove trame ed inediti orditi, tutti da tessere con attenzione per non sfilacciare l’intreccio temporale che sarà, letterario e non.
L’importante è saperli riconoscere, i propri tempi.
giovedì 28 giugno 2007
Meglio soli che lune
Non si spazientiscano quanti non sopportano le freddure al titolo di questo post, che prende le mosse da un’altrui citazione liceale. Domani, SS. Pietro e Paolo nonché festa a Roma, me ne vado al mare. Il mare de Roma. ‘Na fogna, se paragonato al mio, ma meglio de gnente. Ci vado da sola?
No, con degli amici, tutti soli come me, nel senso astrale ed esistenziale del termine. Oddio, mi sento più luna che sole, anche se rido spesso, da sola ed assieme agli altri soli-amici. A volte sono sòla, in senso romano, ma solo con chi se lo merita. Rendo quanto avuto. Quando l’altro è sole sono sole, quando mi dà sòla rispondo con sòla. E le mie lune? Quelle per gli eletti, che se le subiscono tutte. La luna storta è la mia preferita, in disaccordo perenne con quella creativa e che mette a dura prova quanti mi vogliono bene, facendo impietose selezioni. Ma sto divagando.
La mia stagione balneare è iniziata a metà giugno, in un fine settimana a casa. Primo giorno di mare e pelle color calce, ma sempre di meno. Quando ero più piccola il mio candore in tutti i sensi era quasi imbarazzante, le scottature sempre dietro l’angolo, il colore brunito da meridionale classicamente intesa una lunga e faticosa conquista, paragonabile ad un contratto nel XXI secolo, e tutto ciò nonostante per me la stagione balneare iniziasse ai primi di giugno per finire a settembre, almeno quando ero piccola ed andavo sulla spiaggia con mia madre, insegnante. Poi con gli amici, nell’estate di fine liceo ed in quelle a seguire da universitaria nel Sud, il periodo si è allungato fino agli inizi di ottobre. Il sole che scotta sempre di più, io che spello ma patisco sempre meno. Mi hanno aiutato i viaggi di lavoro, immagino. Venezuela, Malesia, deserto libico ed egiziano sono state delle belle prove per la mia pelle, che si è un po’ scurita e macchiata di efelidi e nei. Passeggere quelle, permanenti questi. Dalla purezza e pulizia infantili a queste imperfezioni, l’innocenza persa macchia sempre. E non stinge. Lo scotto del tempo e della sindrome da lucertola si paga, non c’è protezione che tenga quando si scende al mare non prima delle 13,00 ed il primo sole è quello sconsigliato dai dermatologi. Ma se si fa vita notturna, come si può essere al mare già alle 10,00 su imitazione di mia madre, che mi guarda scuotendo la testa, e non solo per questa mia abitudine suicida?
Quindi meglio un colore lunare? Di questo parere la mia coamica, che col suo biancore d’altri tempi, degno di un Ottocento con tanto di ombrellino a parare i raggi, mi prospetta i danni dell’esposizione solare. Non è ostilità verso il mare, quanto un consiglio a goderne quando il sole è già basso. Tramonto, oppure una passeggiata coi vestiti in mesi deserti e dagli inoffensivi raggi solari. E la bellezza di un paio di gambe abbronzate? Il contrasto che mi fa tanto ridere tra palmo e dorso delle mani, che mi ricordano quelle di Mami di ‘Via col vento’ ed al cospetto del quale esclamo sempre, come una scema, “Misis Rosela”?
Degnissima espressione con la quale apostrofo in estate mia madre, bruna sempre, extracomunitaria venuta dall’Africa durante la bella stagione. Un giorno, in occasione della festa patronale, delle donne nigeriane alle bancarelle le chiesero da quanto tempo stesse in Italia e da che zona del Continente Nero venisse. L’estate i miei sembrano davvero una coppia mista. Mio padre, pressione bassa e colorito mozzarella, che se proprio volesse farsi un viaggio dovrebbe andarsene in montagna. Al suo fianco mia madre, pressione alta e color terreo, esaltato da vestiti arancioni, o gialli, o a fiori sempre vistosi. La notte estiva le si vedono, a determinati riflessi, solo i bulbi oculari ed i denti, e mi ricorda gli Orixà brasiliani per come me li immagino, mentre mio padre mi richiama alla memoria letteraria la luna di Estancia cantata spesso da Amado in ‘Teresa Batista stanca di guerra’.
Amo il sole, mia madre mi ci ha immerso sin da piccolissima, quasi sdegnata quando mi arrossavo: “Hai preso la carnagione di tuo padre”, mi diceva spalmandomi la crema protettiva tra la constatazione ed il rimprovero. Non solo quella. Ho preso soprattutto la luna, pronta ad impallidire nel suo pallore al cospetto della malinconia, quella sì, più nera.
Forse è per questo che quando mi si definisce solare non posso fare a meno di pensare ad un’eclissi lunare.
mercoledì 27 giugno 2007
I trenta rintocchi del Big Ben
È arrivato il giorno. Quello in cui l’ultima amica compie trent’anni. Poi ci sono io. Ma questi trent’anni sono diversi dagli altri; sono british. Come i miei 18, una vita fa passata ieri. Io andai a Londra in vacanza, preferendo di gran lunga questa alla classica festa stile ballo-delle-debuttanti. Il tarlo del viaggio sin da adolescente. La trentenne odierna, invece, è a Londra per lavoro, al suo secondo anno nella capitale del Regno Unito. Pioggia e temperature sotto i venti gradi, da quelle parti. Qui afa e sole abbacinante, oggi temprato dal vento e da un’umidità più bassa. Come immagino la sua giornata oggi, a troppi chilometri di distanza? Identica alle altre, perciò me la invento di sana pianta.
La vedo di primo mattino nel suo pallore inedito per questo periodo, in cui, ventenne, aveva già un mese del nostro mare alle spalle. Ci accoglieva col pareo alla stazione, abbronzata, sorridente, pronta a lunghe e fuggevoli ore sotto il sole. Erano le estati che sono state. La pioggia di fuori non riesce a bagnare l’estate che ha dentro, mentre costeggia il Tamigi e ricorda le immersioni per prendere ricci e polpi. Un giorno uno le si attaccò alla testa, e siccome era di un bel colore lei lo tenne, tessendo una gonna di conchiglie ed apponendo sui capezzoli due stelle marine. Alla caviglia un braccialetto di granchi, due gamberetti come orecchini, al collo un tortiglione di scampi. Saporita ed estiva uscì così, nell’ammirazione generale. Molti ragazzi vogliosi di prenderla a morsi, ma lei niente. Fedele solo al mare. Le gocce continuano a cadere, la fantasia lascia il posto alla cronaca: i fichi d’india addentati a riva, le borse colorate, il fratello eternamente in acqua o al bar, le sfilze di lettini a formare uno schieramento, la trincea della bella vita, il risarcimento per essere nati dove più del mare non puoi avere, e “chi tene o’mare nun tene niente”, come cantava il Pino Daniele degli inizi, quando eravamo giovanissime. I bambini e gli amici da gestire (per non parlare del boyfriend, che poi sarebbe rimasto friend, ma anche boy, dato che non mi risulta abbia cambiato sesso). Le discoteche e la pizzica sotto la quercia, i bagni all’alba, il sale a tutte le ore e dappertutto, tranne che in zucca. Il tempo si fa più cupo, Londra borbotta; non si sente considerata ed amata, piange il suo disinteresse con goccioloni record, che rendono più desiderabile quel levantino dei giorni in cui l’Adriatico non angoscia con lo scirocco o non costringe a ripararsi dalla tramontana che solleva sabbia e cavalloni. Altri ricordi, quando si correva ai ripari delle dune per arginare la furia del vento, persino freddo sulla pelle bagnata. Che meravigliosa fatica vivere d’estate! Ci pensa continuando a camminare, rimuginando sulle torrette d’avvistamento dei saraceni che punteggiano il suo mare di ragazzina, meno attrezzato di quello dove sarebbe approdata per motivi di lavoro ed amicizie, ma più autentico e selvaggio. Scogli a perdita d’occhio, il contrasto con un cielo scandalosamente terso, nel quale fa capolino da una certa ora in poi il suo astro preferito: la luna, da studiare nelle sue fasi, così simili a quelle della vita. La cerca nel cielo plumbeo londinese, ma alzando lo sguardo s’imbatte nel Big Ben, che giganteggia di fronte a lei. Più imponente delle torrette d’avvistamento, solenne contro le nuvole cariche di tuoni. Per un attimo le sembra che la guardi con le sue lancette severe, baffi neri su faccia pallida come la sua (ed è fine giugno!).
D’un tratto accade qualcosa: un vento impetuoso come la tramontana ma caldo come lo scirocco spazza via le nuvole, la città riprende il suo cielo sgombro da nubi, che come un sipario si aprono, sfilacciandosi. Fa caldo, ombrelli chiusi e impermeabili ripiegati. E quando l’ultimo cappello della City è stato adagiato per il sole prepotente, il Big Ben inizia a scandire: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette rintocchi, ma che ore sono? Prosegue ad oltranza: otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quando finirà? Quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, my God, vuoi vedere che…? Ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, che begli anni…Ventisei, ventisette, ventotto…qui già iniziava l’angoscia… Ventinove, TRENTA.
Ci siamo, sono l’oggi. Happy birthday, british friend!