venerdì 21 dicembre 2007

La cheesecake taumaturgica

Bene, recupero subito, più che il tempo, il post perduto, prima di perdere il privilegio di mangiare la cheesecake di Floriana, che mi ha sollevato l’umore in maniera indescrivibile. Ecco il racconto: eravamo tutte intente a parlare, parlare e parlare, e ad un certo punto mi viene presentato questo piattino con pezzo di dolce sopra. “Provala”, mi dice, ed io obbedisco perché sono un’amica fedele.
Alla prima forchettata succede qualcosa: un mondo di meraviglie esplode nella mia bocca, mentre le papille festeggiano al miracolo e cominciano ad avere la meglio sulle parole, che intanto però procedono nella faccia mutata dell’interlocutrice. Badate che sto parlando di secondi, massimo un minuto, tempo che quel delirio di dolcezza saporita si dileguasse per lasciare lo spazio ad un’altra forchettata. Prima di ricimentarmi nel dolce atto, quando chi mi era di fronte aveva quasi le corna del demonio senza che io ne capisssi il perché, interrompo la mia loquela e proclamo: “Floriana, ma questa cheesecake è fantastica!”. E lei: “E finalmente! Mi chiedevo quando lo avresti detto!”. A quel punto ci siamo messe a ridere tutt’e due. La modestia come tratto comune, non c’è dubbio.
La cheesecake di Floriana è un’esperienza indimenticabile, da lacrime agli occhi. Quella, nella fattispecie, ha avuto un certo tempismo, alleviando determinati mali meglio di qualsiasi confronto. La cheesecake taumaturgica, e Floriana all’origine di questa magia, di cui non vuole rivelare i segreti professionali da brava fatina della cucina. Nel suo forno si creano mille meraviglie di nascosto agli occhi del mondo. Io rido e mangio, altri s’indispettiscono invidiosi e vogliono le ricette gelosamente custodite. Lei in tutto ciò continua ad ascoltare e registrare quanto le capita di sentire da parte di indottrinati in materia, mantenendo la bocca cucita per quanto la riguarda. Fantastica scena, sembra quasi che non sappia cucinare quando chiede ma non dà l’alternativa della sua esperienza, se non per pochissimi e fuggevoli accenni. Dopo si torna ad ascoltare, non sia mai si accede al cuore del segreto. Fermarsi alla cheesecake, però, sarebbe un reato. Ci sono anche i muffin, di una bontà che quasi ti spaventi e piangi quando finiscono, e chissà quante altre delizie che non faccio in tempo a mangiare o assaggiare perché sempre in corsa o, nell’ultimo caso delle pettole, col cellulare a casa tutto il giorno, ed io fuori. La verità è questa, e guardate a cosa si deve arrivare quando non si vuole perdere il privilegio di una cheesecake del genere: quando cucina Floriana c’è da andarsene di testa. Nel mio caso, poi, non ci vuole nemmeno molto, ma questo non toglie la sua abilità. Ora ho un timore, e cioè che verrò sommersa da richieste di post ad personam con minacce di ogni tipo. Ho valutato bene questo, ma ho proceduto comunque, perché troppo dolorosa sarebbe la perdita della cheesecake. “Dobbiamo emanciparci dalla sudditanza psicologica della cucina di Floriana”, disse una sera la coamica al mio ennesimo racconto di delizie originate nella sua dimora. La casa ha apprezzato e gradito in massa le sue performance, ma reclama una sua dimensione gastronomica, vuole camminare coi suoi piedi, anzi, gustare quello che produce con lo stesso effetto sortito dai misteri culinari di Floriana. Con la cena di Natale di ieri un po’ ci siamo riusciti: un risotto al radicchio strepitoso per merito di una mirabile joint-venture d’amore e di abbronzatura. Epperò sui dolci c’è ancora da cimentarsi, e non lo so, eh, con questo forno come andrà. Il 2008 ce lo dirà.
Intanto me ne vado in Puglia per le festività, quindi ci sentiamo l’anno prossimo, e speriamo che sia dolce senza diventare stucchevole. Il rischio è forte. Avrei voluto fare un cadeaux ai miei lettori e mettere in rete il mio racconto di Natale, ma poi ho pensato che fosse un pensiero troppo dolce.
In fondo (ma anche in superficie) questo blog è Amaresca.
Auguri a tutti, anche se non so per cosa.

martedì 18 dicembre 2007

Shit's head

In questo blog non scrivo parolacce, l’ho subito deciso. Non si tratta di netiquette, quanto di rispondenza alle mie abitudini, che non mi vedono abusare di ‘brutte parole’, come diceva mia nonna. Certo che le dico, le parolacce, ma spesso in dialetto, lingua usata quando mi arrabbio, e qualche volta in italiano, quando m’indigno. Questo è il tipico caso in cui non si può parlare né di arrabbiatura né di indignazione, piuttosto di disagio ed inquietudine per una testa che non si è scelta, ma ci si ritrova sul collo, a volte fin troppo. Data la straordinarietà della situazione, perché in genere di questa testa sono molto soddisfatta, mi ha dato grandi soddisfazioni e forse lo farà ancora, uso la lingua inglese di cui tanto si abusa per tradurre quello che ho in animo sulla mia testa: “Cap d’ m…a”. Questa la dicitura in dialetto, dove il complemento di specificazione è uguale all’italiano, solo che in vernacolo orale si calca di più sulla ‘m’.
Cosa significa avere una shit’s head?
Significa prima di tutto augurarsi il buongiorno in maniera diversa da qualche settimana fa. Se prima mi dicevo “Good morning, Vietnam”, ora al suono della sveglia mi dico: “Hello, shit’s head”. Rido con un ghigno e mi sveglio, allo specchio solo un riflesso di quello che sono. Una nuvola marrone sovrasta la mia figura, mentre gli olezzi escrementizi del coamico, superiori a scarichi e finestre spalancate con annessi tornadi, mi riportano alla realtà. “Good morning, shit’s head”, mi ripeto attivandomi per i lavaggi mattutini, ma sempre pensando che tutte quelle azioni le sta compiendo una shit’s head. “Cap d’m…a”, mi soffio allo specchio per l’ultima volta dopo essermi asciugata la faccia che porterò fuori per tutta la giornata. Che cosa significa essere una shit’s head, al giorno d’oggi? Innanzitutto averlo scoperto e prenderne atto con sorpresa per la sorpresa. Chi ha, anzi è, una shit’s head, lo sa benissimo, come chi è una dick’s head. Solo che quest’ultima spesso se ne frega, non lo ammette neanche o, se lo fa, ride di gusto, riconfermando di essere una dick’s head. La shit’s head, invece, è consapevole del suo guado, non si accontenta di constatarlo e va a fondo in tutti i sensi.
Quando risale ha pescato le ragioni della ragione già nota fin dalla superficie del pantano, tornando a contemplarlo senza riuscire a smuoverne le acque stagnanti. Shit’s head come stasi mentre tutto potrebbe essere in movimento, le circostanze chiamano all’azione ed una mano invisibile blocca lo scattare di quel click dopo il quale nulla appare più come prima, pur essendo tutto sempre identico.
Le shit’s head sentono che i colori del mondo cambiano a seconda di come li si guarda perchè ci sono passate da certi sentieri di fiori in fondo ai quali, però, c’erano solo cactus e deserto, dove è bello sdraiarsi e stare fino a quando non s’intravvede un altro paesaggio che attira non tanto per come è in sé, ma per la diversità di un orizzonte abbandonato da tempo. La schit’s head rimane sulla duna, con un pugno di sabbia in mano e di mosche nell’altra, attenta agli scorpioni che la notte turbano il sonno, assente da quando ha visto il mare. Ne ricorda sapore e riflessi, vi si specchia in coscienza, sa che è lì che dovrebbe andare, buttandocisi a capofitto. Epperò trema di freddo e non solo nella notte dell’escursione a nuova vita, restando nella vecchia. Lo stare come attività, come a sette e mezzo. Carta? No, sto. Inutili i perché, le domande e gli esempi a profusione sulla possiblità di prendere il mare aperto. Shit’s head sta. Si chiede perché non torna a quel periodo col vento in poppa e quale sia la ragione per cui il passato non passa, e si risponde che la ragione sta in una sola risposta: “perché sei una cap d’ m…a”. L’autoirona la fa ridere parecchio di una risata amaresca. Le parole sono tutto quello che ha, quindi cerca di utilizzarle al meglio.
Quando vi si avvicina, è quasi mare(sca).

martedì 11 dicembre 2007

La banda della tartina

Raccolgo l’invito a scrivere del materiale umano in cui spesso m’imbatto per ragioni di lavoro.
Tengo a precisare, per chi non mi conosce e potrebbe pensare ad un giudizio sprezzante, che non sono per niente aliena alla fame ed all’alcool, per cui il motivo del presente post non pesca nella condanna per l’abuso di entrambi. Alle conferenze, però, come alle mostre, ai vernissage, alle presentazioni ed a tutte quelle situazioni che riconfermano come vada sempre a finire tutto nella pancia, ci sono dei tipi che mangiano di più e non c’entrano nulla col contesto. Non sono lì per scrivere, commentare, relazionare. La loro unica ed esclusiva relazione è quella col cibo, guardato con occhi sbarrati e cupidi sin dal loro ingresso in sala. So le obiezioni: “Come se gli addetti ai lavori non pensassero pure a quello…”; certamente, ma noialtri abbiamo anche delle responsabilità, almeno io di sicuro. Se dopo questi eventi non tornassi con una notizia o un’intervista subirei la reprimenda della capa, che mi farebbe giustamente notare come il mio stipendio non dipenda dal cibo ingurgitato alle conferenze.
La scena, in genere, è questa: col bicchiere semi-pieno (o semi-vuoto, dipende dai punti di vista), intenta ad imbastire chiacchiere a caccia di esclusive, scoop o semplicemente umanità del pezzo medio o grosso di turno, scorgo subito grazie al mio occhio allenato il componente di una formazione trasversale e dalle mille ramificazioni, tentacolare più di Cosa Nostra, infiltrata più del Mossad: la banda della tartina. Guardingo e sfrontato insieme, l’affiliato di questa banda, che non ha bisogno di tesserino ma solo di una grande faccia tosta, s’insinua tra gli invitati e lo sguardo sdegnato degli uffici stampa, spesso coscienti dei connotati di questi individui, sempre gli stessi, ma impossibilitati a scacciarli per evitare sceneggiate o situazioni sconvenienti. Incuranti di dare persino una parvenza lavorativa alla loro presenza, si aggirano subito tra i tavoli per ingozzarsi spingendo il malcapitato in fila oppure si siedono durante la conferenza, in caso di buffet a margine evento, lanciando ogni tanto al tavolo un’occhiata languida e piena di desiderio come quella che io riservo alla top five dei libri più venduti. Io scrivo, li guardo e sorrido. A volte qualcuno di loro scambia questo atteggiamento per solidarietà e saluta, anche perché nel frattempo certi personaggi li ho persino conosciuti. Uno si è infilato addirittura in un viaggio stampa. Non lavora per nessuna testata, non affolla nemmeno le fila dei colleghi in pensione che non scrivono più ma magnano come ossessi lamentandosi di glicemia e colesterolo. Uno, insomma, che come propria collocazione esistenzial-sociale ha soltanto quella dell’imbucato professionista, che si differenzia dall’imbucato praticante perché la sua esperienza è tale da permettergli di infilare parentado, amici e, meraviglia delle meraviglie, racimolare anche qualcosa di commestibile o di bevibile da portare a casa: pietanze, bottiglie, cestini. Il dono è tanto più stupefacente perché spesso non è previsto nemmeno per gli invitati, ma viene carpito furbescamente dall’emanazione bipede della banda della tartina che si rivolge direttamente ai camerieri, lasciandoli così basiti da costringerli in una sorta d’imbarazzo rovesciato a cedere quanto richiesto.
L’impudenza è tale che qualcuno degli interpellati quasi si scusa per non aver preceduto la richiesta. Spettatrice di queste performance, non posso fare a meno di chiedermi per quale motivo tale straordinario talento non sia stato incanalato in altre attività più nobilitanti o generatrici di reddito.
Mi sembra uno spreco, infatti, che queste doti servano solo a tappare la pausa pranzo o cena, come ad un aderente della banda della tartina deve sembrare uno spreco tutto quel cibo che avanza e che quindi deve essere portato a casa. La sua, ovviamente. Credo si sia capito che ho verso questa categoria un approccio piuttosto ironico; riservo il sarcasmo ad un’altra conventicola, quella che invece fa ‘in’ un evento, lo rende happening, accadimento mondano degno di trafiletto sul Messaggero e che ti fa dire “C’ero anch’io” a chi rimane colpito da questo genere di cronache, spesso ubicato nei quartieri altolocati. Perché se si nominassero queste persone agli avventori del bar sotto casa mia la risposta sarebbe “E ‘sti c…i?”. Parlo della banda del nome, cioè di tutti coloro che si ritrovano sotto al grande albero della fama per differenti motivi, anche se forse sarebbe meglio parlare di cognome: in Italia è tutto.

martedì 4 dicembre 2007

I ragazzi del porto accanto (II)

Bene, vi ho lasciato ieri che aspettavamo dopo il pranzo ricco di sapori e compagnia gli amici della coamica e non solo. Per un breve lasso di tempo siamo ritornati in tre, e per commentare meglio i fatti abbiamo messo su un the. Poiché i commenti dopo occasioni così ghiotte sono lunghi ed articolati, sobbalziamo al suono del citofono. Solo quando guardiamo l’orologio ci rendiamo conto che è già l’ora dell’aperitivo, e quindi degli amici, che poi si riducono ad uno per l’impossibilità dell’altro di raggiungerci. Cambio immediato di set: le tazze vengono riposte nel lavello e siamo subito pronti con coppe di patatine e popcorn. Un film, proprio. Altra scena, altri discorsi, stesse risate. Il personaggio in questione ci viene a trovare in doppia veste di amico e vicino, e perciò ci confrontiamo sul campionario di umanità ultrapop (nel senso di ultrapopolare) che ci tange in questo nuovo quartiere. Dopo il suo saluto, citofono again ed arrivo del ragazzo della coamica. Noto prontamente i suoi ormai alti livelli di saturazione sociale, anche se la presenza di birre in cucina la tengono per un altro po’ legata ad uno spazio eminentemente comune. Vero è che non si sottrae mai ad un momento sociale coi più intimi, mentre il coamico, come sempre accade quando sta molto bene e si rilassa, cade in narcolessi in camera sua. Io allora, approfittando del ritirarsi di ciascuno nelle proprie stanze, prendo il mocio (eh, sì, alla fine ha vinto lui sul frocio vileda) e comincio a lavare, dato che il mio turno era stato il giorno prima, la casa riluceva e mi dava fastidio iniziare la settimana come se non avessi fatto niente. La gente sono sempre graditi ma sporcano, si sa. Mentre lavo suona il campanello, la coamica ricaricatasi in camera dopo una giusta dose d’intimità col ragazzo, che se ne va, esce per la birra rimanente, come da miei pronostici. “E ora chi è?” Io faccio spallucce e le dico subito che in cucina non si può entrare perché è bagnato, aumentando così il suo smarrimento. Il coamico, intanto, continuava a ronfare, come constatato dal ragazzo, nonché mio amico, intanto sopraggiunto. Al citofono era lui. Rimaniamo tutti e tre nell’ingresso: il mio amico che mi guardava, la coamica che puntava al frigo con le birre ed io che contemplavo il pavimento bagnato, subendomi pure le lagnanze di entrambi di non fare tanto la casalinga precisa, che pure se non asciugava al 100% si poteva entrare. E si entra. Ci rimettiamo a tavola a parlare “dell’interminabile giornata sociale”, per dirla con la coamica, che iniziava seriamente a dubitare della sua fine con occhi spaesati e sui quali si affacciava un panico venato di luppolo. Proprio a quel punto risuona il citofono, il coamico intanto si desta e ci guardiamo nuovamente tra il divertito e lo sgomento: ed ora chi sarà? Era l’amica al mio fianco durante il pranzo che aveva dimenticato la borsa. Facendo lei parte della cerchia degli intimi, s’intrattiene con noi a parlare di un suo periodo difficile. “Mi chiedo quando ne uscirò”, ci dice mentre la ascoltiamo, e pur essendo molto presa da suoi racconti non mi freno dal dichiarare: “Noi invece ci chiediamo quando usciremo da questa domenica”. Risate e risate ad undici inoltrate. Andava avanti così da quasi dodici ore. Gomiti appoggiati sul tavolo, chiacchiere ed attesa di un citofono che suonasse, per aprire la porta e sentire sempre nuove storie, vecchi e noti fatti, racconti. L’umanità vuole solo che le vengano narrate storie, in fondo. È per questo che a tratti mi sento profondamente filantropa. E poi la mancata organizzazione del tutto rendeva ancora più avvincente l’accaduto, senza contare che il mio spazio è stato sempre la cucina, se si eccettuano i minuti passati nella mia camera spalancata per illustrare ai presenti il tramonto, come se fosse il mio personale film (un po’ lo è, in effetti). Ho accennato che abbiamo tempi e durate differenti alle performance sociali, in casa, ed io sicuramente ne esco vincitrice. Questo non tanto per indole, quanto per antiche abitudini a visite che avrebbero sfibrato anche Marta Marzotto. Il commento finale lo lascio alla nostra ultima ospite che si voleva congedare in fretta mentre noi la invitavamo a sedersi ed a dirci ancora, a sfogarsi. “Come siete belli!”, ha esclamato mentre ridevamo e la facevamo ridere. Eravamo belli perché è stata una bella domenica, col suo vero senso e che ha tenuto per un po’ lontano quel malessere tipico della giornata e noto ad una fetta d’umanità più vasta di quanto pensassi. Ma questo è un altro post.

lunedì 3 dicembre 2007

I ragazzi del porto accanto (I)

Oggi è il primo lunedì di dicembre, ma qui voglio ricordare una bella domenica di novembre, nata senza organizzazione e morta quando ho spento le luci in cucina per andare a dormire, decretando la fine dell’ennesima e diversa puntata di questo serial che acchiappa sempre più pubblico. Ennesima perché una puntata popolata da vari personaggi è quasi regolare nella mia casa romana in coabitazione, e questo perché siamo tre persone veramente socievoli, anche se con tempi e durate differenti. Diversa in quanto quella domenica il nostro porto di mare si è riempito veramente parecchio di una fauna varia ed eventuale, sia considerata in sé che nelle interazioni reciproche. Basti dire che a tavola eravamo ben undici, numero risultante dall’unione di due pranzi paralleli con rispettivi commensali. Abbiamo mangiato nella camera-piazza d’armi del coamico, che aveva appena comprato due tavoli Ikea ‘Ingo’, i quali uniti in un ampio ‘Bingo’, come sagacemente notato dalla coamica in strepitosa forma sociale, hanno consentito a tutti di sedere per gustare i ravioli ripieni di mascarpone e ricotta conditi con zucca e due teglie di lasagna preparata da colei che avrebbe dovuto ospitarmi a casa sua ma poi è stata da me convogliata a casa mia, dove il coamico aveva i suoi amici che poi sono anche miei, come anche la mia cuoca è amica sua, dato che ci ha passato il picco dell’estate (e che estate, con quali picchi!) insieme. Insomma, ormai il tetto è comune, gli amici sono comuni, mancano solo i fidanzati in partnership… Qui però, e per un accordo tanto comune quanto tacito, vige il più stretto concetto di proprietà privata. A cose fatte, le carte rimangono come stanno, anche se agli inizi può sorgere un po’ di confusione. Si procede su equilibri (ri)stabiliti (quanto rido mentre scrivo, immaginando certi noti lettori!)
Tornando alla cronaca, un bel pranzo, preceduto da degni preparativi tra stampi da riempire, pasta da passare e ripieno da sistemare lavando i primi piatti sporchi, mentre gli invitati già arrivavano ed i più volenterosi si rimboccavano le maniche per aiutare a preparare i ravioli (fatti a mano, mica pizza e fichi!). Anche i posti a sedere hanno avuto un significato tutto speciale. La mia amica di fronte, vicino al coamico, la coamica vicino al fratello del ragazzo della mia amica, ed io all’altro capo del tavolo, tra la mia ex coinquilina nonché attuale amica, compagna di università dei coamici, ed una loro amica molto intima, ormai di casa per tutti e tre sin dalla vecchia edizione (alias vecchia abitazione). All’altro lato, una coppia di amici di quasi tutti, a fine pranzo di tutti e con una fan in più per uno di loro, ed il ragazzo del coamico, mio amico da tempi in cui ignoravo l’esistenza di questi due matti con cui divido il tetto e le nostre vite procedevano parallele, senza possibilità d’incrocio immediato.
Con la luce del finestrone alle spalle ed il tramonto designato di lì a breve a celebrare la mia digestione, guardavo i coamici di fronte che allungavano portate e centellinavano vino (facile immaginare chi dei due facesse ciascuna attività per chi li conosce), e mi sembrava il vero senso della domenica. Una domenica molto meridionale, con tutte quelle persone a mangiare insieme e la coamica che teneva banco tra le risate collettive con un’aneddotica irresistibile sui costumi di certo popolo della notte. “Sei pronta per stasera?”, mi domanda a pranzo avviato, ed io faccio cenno di sì ricordando che arriveranno per un aperitivo i suoi due amici storici, quelli dei tempi liceali. Persone rarissime, con le quali si può spaziare dal romanesco al latino senza imbattersi nemmeno per sbaglio in un serial o in una parola in inglese, e che perciò sento anche un po’ amici miei senza facili equazioni. Questione di affinità, siglata anche da una foto che ci vede ritratti in tre sul lettone della coamica all’ultima festa, ciascuno intento a fare una cosa diversa. La foto è stata denominata dal coamico che l’ha scattata “Trio”, ma in realtà dovrebbe avere come appellativo “Tre caratterini”. O caratteracci? O caratteristi? Poiché per quanto mi riguarda vanno bene tutte e tre le definizioni, di volta in volta scelgo quella più idonea alla situazione. E siccome sono nel mood caratterista, che è di gran lunga preferibile a quello caratteriale, lascio ai miei lettori il gradito compito di venirmi a trovare domani per leggere la seconda ed ultima parte della cronaca di una vera domenica di novembre a casa nuova.

mercoledì 28 novembre 2007

Aspettando (il) domani

Oggi sono in attesa di domani. Mi rendo conto che possa sembrare un’affermazione lapalissiana (che humor, quel Lapalisse!), ma non lo è affatto. Chi non aspetta il domani? Sì, ma io aspetto proprio domani, giorno che mi vedrà ripresentare il mio libro per mia esclusiva iniziativa. Ciò ha del miracoloso, se si pensa che fino a due settimane fa mi trastullavo nel pensiero di attivarmi a dicembre, quando gli acquisti per Natale sono più vicini. Ed invece la prossima chiusura della libreria che mi ha concesso gratuitamente lo spazio mi ha portato ad anticipare i tempi, organizzando il tutto in una settimana. Sì, avete capito bene. La libreria dove presenterò per la seconda volta la mia opera chiude prima di Natale. Il mio libro sarà l’ultimo ad esservi presentato, e questo perché troppo piccola per sopravvivere tra giganteschi supermercati della cultura, dagli sconti sempre appetibili in un mondo impoverito di tutto. La tristezza di questa comunicazione alla mia entusiastica iniziativa della presentazione natalizia non mi ha fatto desistere dall’intento. Sto cominciando a pensare seriamente che tutto accada per una ragione precisa e da scovare. Così, gonfiando il petto e mettendomi sull’attenti, ho emesso queste parole: “Sarei onorata di essere l’ultima, quella che chiude il ciclo dei vostri giovedì”. Sì, perché la libreria ha un parterre di fedeli che si riuniscono ad ogni presentazione ed hanno nella libreria un punto di incontro, un loro faro che a breve si spegnerà. Immagino già il retropensiero (ma anche ante) di molti, che reputeranno la coincidenza strana o di cattivo auspicio per il mio libro. Invece chiudere un ciclo può essere anche nobilitante, a suo modo. È bello essere i primi o gli ultimi, dà una specie di dignità speciale al fatto, lo iscrive meglio nella cornice di cui fa parte. Quindi oggi aspetto domani, aspettando il domani, quello serio, quando potrò affermare “aspettavo questo giorno da molto tempo”. Domai non lo aspetto da molto, una settimana scarsa, forse proprio da oggi e nemmeno. Ma il domani lo aspetto da una ventina d’anni, e quando sarà l’oggi non ci sarà bisogno di tante spiegazioni. Sarà lapalissiano, come il fatto che ciascuno attende domani, e che domani non si può che attendere.
Ma il domani si può preparare, programmare, propiziare con tanti piccoli domani. Si vive solo oggi e nell’oggi, è vero, ma si aspetta sempre un domani migliore. Per molti la vita è un’attesa, ma io al verbo infinito aspettare, che dà il senso di una durata superiore, preferisco il gerundio aspettando. Mi ricorda qualcosa d’imminente ma anche il Godot di Beckett che non è mai arrivato, aiutandomi a prendere meno sul serio la faccenda. Aspetto dunque domani aspettando il domani. Forse questo spiega la mancata angoscia e la tranquillità di oggi rispetto alle surreali e terribili allucinazioni dell’oggi.

martedì 13 novembre 2007

A braccia tese

Mi ricollego alla cronaca che indigna e fa ribollire il sangue a molti, ma in realtà scuote il torpore di troppi. C’è, infatti, una condanna unanime per quanto accaduto domenica ai danni del giovane tifoso freddato da un colpo sparato a braccia tese. Dall’altra parte della pistola, un agente. E qui si levano le alte grida dell’italico popolo contro gli sbirri, le guardie serve del sistema. Ma questo sistema a chi serve? Già, perchè va a favore di qualcuno, se si tiene. E di chi? Sono più certa delle vittime, come in questo caso è evidente chi ci ha rimesso la vita. Lasciando alla magistratura il suo compito, vi dico contro chi, simbolicamente, mi metterei a braccia tese. Anzi, meglio. Ritenendomi io una vittima del sistema senza averci lasciato ancora la pelle e non sapendo identificare il nemico come fa oggi la rabbia popolare, vi confido quali sono le braccia tese che dovrebbero svegliare i furori di un’intera generazione, cui appartengo in pieno. Perché si uccide in vari modi. Così, per esempio, in tutti i settori e sotto gli occhi della collettività inerte, le braccia tese sono contro il merito, che rimane spiaccicato al suolo mentre sulle strade è tutto un danzare di incapaci. A braccia tese si fa fuoco anche contro la possibilità di programmare un qualsiasi proprio futuro, colpito nell’entusiasmo degli inizi attraverso la privazione di qualunque tipo di garanzia sul lavoro, elemosinato e malpagato tra i sorrisi di chi si è mangiato tutto negli anni grassi in cui si viveva al di sopra delle proprie possibilità e che sconteremo quando saremo al di sotto della soglia di sopravvivenza in vecchiaia. Braccia tese in atteggiamento ostile, dunque, anche nei confronti delle prospettive affettive, che quando nascono sotto un tetto è per merito di mamma e papà, i quali quando non saranno più getteranno una generazione nello sconforto materiale proprio di chi non potrà garantire ai propri figli (quando se li sarà potuti permettere) gli stessi agi. E hai voglia a dire che si cresce con l’amore, quando dopo laurea e master si guadagnano 1.000 euro al mese equivalenti ad un milione di lire e fuori tutto costa in euro! Braccia tese contro qualsiasi tipo di pensiero serio, ragionato o di spessore, ma anche braccia tese contro la fantasia, la creatività ed il divertimento a favore di una banalità imperante fatta di urgenze e bisogni last minute incapaci di scavare il malessere di un’epoca che ci ha viziato e reso deficienti, nel senso di carenti d’azione. Come si fa ad agire se non ci si scandalizza più di niente? Se si ritiene normale che le cose vadano come anormalmente vanno? Se è tutto al contrario?
Io sento tutte queste braccia tese che mi puntano, cari lettori, da molto tempo. Mettono a fuoco la mia persona e la crivellano con i bossoli della rassegnazione e dell’impotenza. Se tutto questo non mi abbatte è solo perché ho una grande dimensione progettuale, ma puramente individuale, mentre i problemi sul tappeto, i morti ammazzati, sono quelli della mia generazione, che non ha mai reagito a questi attacchi, che non ha mai opposto resistenza, che non si è mai nemmeno arrabbiata, al contrario delle tifoserie dopo l’omicidio. Eppure io li sento, gli spari, silenziosi e giornalieri, che ci privano di speranza. Oggi per qualcuno non c’è più niente da fare, e merita di riposare con il dolore dei familiari. Che gli indignati se la prendano, oltre che con chi ha la colpa di questo forzato sonno, anche con tutti coloro che mandano al macero la carta su cui ogni giovane scrive i propri sogni.

giovedì 8 novembre 2007

Vecchio adagio

All’uscita della metropolitana, noto incolonnamento che si protrae oltre la sperimentata coda dall’underground al piano stradale. Che succedeva lì davanti? Mi sporgo per guardare meglio prima del sorpasso. E chi vedo? Un vecchio (sì, vabbè, anziano è più politicamente corretto, ma questo era vecchio proprio) che avanzava al ritmo di bradipo coi suoi passetti da tartaruga. Il marciapiede era stretto e costretto tra lavori e fermata del bus, così non ho potuto attivare la mia simbolica freccia ed ho dovuto procedere tra prima e seconda. E mentre scalavo la marcia della mia falcata metropolitana pensavo ai film ambientati a New York ed alle immagini che rendono la città per eccellenza (per molti, non per me, che sto benissimo a Roma). Un brulichio di gente che corre e corre e corre su vasti marciapiedi. Evidentemente sono tutti giovani, o stendono i vecchi prima ancora che la macchina da presa filmi la scena. Così, mentre le nostre scarpe calpestano cacca di cani ed immondizia varia, quelle di oltreoceano passano su frattaglie ed interiora umane. Immagine schifosa? Forse, ma nel primo caso molto veridica. Se la realtà a volte fa schifo non è certo colpa mia. Ora che ci penso raramente è colpa mia, anzi, quasi mai. Sarà colpa di qualcuno se sono fatta così, senz’altro. Rimandando le divagazioni all’infinito, torno alla cronaca, che mi vede sorpassare il vecchio in questione guardandolo frettolosamente in obliquo. Era di tipologia aggressiva o mansueta? Faceva parte della categoria di quelli che ti agitano il bastone contro se non schizzi oltre appena li vedi alle poste o sui mezzi in cerca di posto a sedere o era della specie che appena li guardi ti viene una malinconia infinita, una dolce compassione per la loro sorte che è anche la tua e se potessi rinunceresti a qualche tuo anno per vederli rifiorire, come sai vorresti fare tu un giorno prima della fine? Lo scarso tempo di analisi, la fretta tutta giovanile (o giovanilista?) e l’ossessiva piccola andatura del vecchio, impegnato in quest’attività e sciolto dalla vita per il resto, non mi hanno permesso di elaborare un giudizio compiuto. Ho proseguito col pensiero proiettato al di là delle mie zampe, felici di sgambettare al loro solito ritmo, che è allegro ma non troppo, coerente con le note del contesto. L’adagio del vecchio mi riporta al vecchio adagio che prima o poi tutto arriva e passa. Mi scopro col mento raccolto dalla mano a pensare, di fronte al semaforo pedonale rosso, quali saranno le note della mia vecchiaia e su quali ritmi si calibreranno i miei anziani passi. Penso a questo così tanto, immagino tutto così bene, che allo scattare del verde attraverso con la stessa andatura del vecchio di prima, gettando nello sconcerto quelli che avevano fatto il mio stesso percorso. Virus fulminante di adagio o inopportuna presa in giro di quanto osservato? Semplicemente precorrimento dei tempi, santu Paulu meu, possibile che non ci si arrivi con la stessa velocità di certe andature romane alla newyorkese (che sono poche e fanno pure ridere)? Allo scattare del giallo ero di nuovo con la mia andatura. Sono già stata investita, e questo spiega certi vertici di follia e fantasia come quello appena narrato; ma la memoria non l’ho mai persa, specie del dolore. Questa chicca di invenzione, comunque, racchiude un insegnamento, come nelle favole di Esopo: non sempre essere al passo coi tempi è sinonimo di sintonia con essi. A volte certi tempi, soprattutto se interiori, richiedono di andare oltre, e per farlo bisogna andare adagio, affrettandosi lentamente (per chi ha più memoria, “Festina lente”).

martedì 6 novembre 2007

La filosofia del "Poi si pensa"

Alzi la mano chi almeno una volta nella vita non ha aderito alla filosofia del “Poi si pensa”. Secondo me non esiste qualcuno che non abbia mai sposato il “poisipensismo”, applicabile ai più svariati contesti nelle diverse fasi della vita. Tuttavia il poi si pensa è più divertente ed inquietante nell’età matura, quando si trasforma in un’inequivocabile maniera di eludere una questione, posticipandola solo perché non si hanno chiaramente gli strumenti o la voglia per affrontarla. Io, per esempio, quante volte al giorno abbraccio il poisipensismo? Innumerevoli. Dal rimettere in ordine la mia stanza al rimettere in sesto la mia vita, è tutto un poi si pensa. Forse sono le tre parole più presenti da quando mi alzo a quando vado a letto. Vero è pure che attorno a me è un fiorire di poi si pensa. Il contratto? Poi si pensa! Un aumento? Poi si pensa! Una giusta collocazione e/o attribuzione di meriti? Poi si pensa! A furia di poi si pensa non si pensa più a nulla, o meglio, è tutto un pensare presente al fatto di pensare poi. Non so se il poisipensismo sia meridionale ai giochi pratici, so che di sicuro è universale sul piano più intimo e privato. Di più: il poisipensismo è la forma contemporanea dell’esistenzialismo (dei poveri). Dall’uomo di Jaspers, visto come gettato in questo mondo, all’uomo, studiato dai poisipensisti, che rimanda il suo stesso gettarsi, coerente col poi si pensa. Quindi non ci si butta più, non si agisce. Poi si pensa come guado? Forse, ma di sicuro il poisipensismo è la corrente di pensiero più vicina all’umano che io conosca.
Perché quando l’urgenza preme, l’affanno cresce e l’asma sale alle stelle con l’ansia, e tu non sai nemmeno dove buttarti perché dove ti giri sbagli o non vedi uscite di sorta o non hai la forza di imboccarle, queste tre parole vengono in soccorso, accolte come un’annunciazione di lieta novella. “Poi si pensa”, ti dici mentre fai bolle di sapone dalla finestra ed i cellulari squillano, i campanelli trillano, gli altri (che per Sartre, e non solo, sono l’Inferno) incalzano con le richieste o i capricci eterni del genere umano. “Poi si pensa”, sospiri quando guardi al futuro e ti vengono i brividi di horror vacui che partono dal presente ed originano dal passato. E “poi si pensa” hai dichiarato ieri quando ti è venuto in mente di scrivere questo post al telefono con un’amica discepola del poisipensismo. Poi, però, dopo che ci pensi, fai. Soltanto che fai molto dopo, o quando il dopo viene prima di quanto tu (non) hai pensato. Al trasloco poi si sarebbe pensato e si è agito, idem con questo post. Traditrice del poisipensismo? Affatto, perché se credi in esso fai solo quando costretto da causa di forza maggiore.
“Poi si pensa” non vuol dire “non si farà mai”, ma “agirò per questa cosa il più tardi possibile e solo quando sarà strettamente necessario, intanto non ci penso”.
Dilazione che tocca altissimi livelli, quasi una poesia di infinito rimandare.
E il rimandare mi è dolce in questo mare (di deliri).

lunedì 5 novembre 2007

Cuor di Fezzan

Anni fa, ennesimo programma di un viaggio speciale. Avrei scoperto finalmente cosa si celava dietro il nome della via che mi ha ospitato fino all’altro giorno. E cosa c’era, dall’altra parte del Mediterraneo? Sabbia del deserto e città antiche e teatri romani e ovviamente mare. Cammelli, dune ed impossibili crune d’ago dalle quali passare, beduini e tuareg che si improvvisano tali all’occhio ingenuo dell’occidentale piccolo piccolo perso nel deserto grande grande. Eppure, soltanto quando mi sono ritrovata al cospetto del cielo del deserto ho capito davvero il significato delle piantine esposte nei musei libici visitati. C’erano solo Italia, Grecia, Medio Oriente e Nord Africa evidenziati in giallino: da dove veniamo tutti, inclusi i fans di Ikea. Il resto dell’Europa e del mondo era bianco, in ombra. Nessun ruolo nella storia delle radici, se non per quanto accaduto quando quella fetta bianca ha interagito con questa giallina. E va bene, che tanto io sono nata nella parte giallina e questo non me lo toglie nessuno, anche se frequento centri commerciali ed ipermercati con l’iPod alle orecchie. Vedere cammelli al posto di cani e gatti è divertente, molto di meno tentare di mangiare couscous tra le mosche africane o di tenere gli occhi aperti quando soffia il vento sabbioso. Più facile rifare un letto che montare una tenda, più semplice guardare indietro piuttosto che avanti. Ma il cielo del deserto, come quello delle isole greche agli albori del turismo, è una rete in cui si rimane impigliati. Ti guarda e t’immobilizza come Medusa, e tu sai solo che fa molto freddo ed il giorno dopo le temperature saranno torride, e fai finta di maledire la terra senza vie di mezzo ma con una varietà infinita di sfumature. Ecco, la via che mi ha ospitato dal mio ingresso a Roma e fino all’altro giorno ha un nome che oggi collego a tutto questo. Niente di esterno, dunque, dato che già era tutto dentro di me, incluso quel cielo stellato. Quando sono tornata a casa ho capito che avrei potuto essere dovunque e fare qualunque cosa, con quel cielo dentro al cuore. Con la mente ho iniziato il distacco da qualsiasi terra e la ricerca di un firmamento tutto dell’anima, da portare oltre qualsiasi dolore e perdita. Il trasloco effettuato? Noioso e alienante come la quotidianità fatta di prassi meccanica. L’approdo a nuovi orizzonti dove brucia il sole dell’avvenire? Un’opportunità straordinaria per far brillare di nuovo certe stelle impolverate dall’abitudine e dalla stanzialità. Una valigia è sempre una valigia, anche se di trasloco. È uno scrigno di promesse, alcune fasulle, d’accordo, ma non è detto che questo sia per forza una tragedia. Se oggi guardo oltre la nuova finestrona, vedo un cielo immenso cui abbeverarmi alla ricerca di quella stella fissa che mi accompagna da quando ignoro meno cose. La mia direzione è tracciata da tempo, ma ogni tanto, quando l’aria si fa plumbea o rarefatta, il luccichio ha bisogno di brillare nel deserto di un cuore che sa fare piazza pulita per comprendere tutto, come il Fezzan, dalle dune altere e cangianti al primo soffio di ghibli.

lunedì 29 ottobre 2007

Inferno, Purgatorio e Paradiso

No, non vi spaventate, nessun riferimento alla religione. Ieri sono entrata nell’Inferno della casa. Riferimenti a contenziosi domestici? Niente affatto, solo ad una zona della dimora romana per anni ricettacolo di qualunque oggetto o abito non trovasse collocazione nelle stanze per mancanza di spazio. Parlo del ripostiglio, da me preso d’assalto ieri pomeriggio per necessario, imprescindibile ed improrogabile trasloco. Necessario perché ci hanno dato il benservito, imprescindibile perché dopo questa comunicazione sconvolgente mi sono resa conto che la saturazione degli spazi casalinghi lo era molto di più, improrogabile perché abbiamo firmato il contratto a partire dal primo novembre. Dunque ci siamo, il conto alla rovescia è partito e quasi vicino allo zero. Motivo per cui ieri pomeriggio mi sono inoltrata nel ginepraio di bagagli, buste (sacchetti per chi legge a nord di Roma), fili, carte, pezze, stracci, detersivi e custodie abbandonate del ripostiglio-Inferno-della-casa. Il trekking nella foresta pluviale venezuelana è stato più rilassante. Lì un po’ di rami in cui farsi strada, qui la quotidianità impazzita, rimandata, abbandonata alla massima del “poi si pensa”, all’autoconvincimento illusorio del “metterò a posto, un giorno” o dell’ancora più illusorio “butterò”, che si avvera solo con un trasloco.
Mio nonno diceva che nella vita bisogna traslocare spesso, così si eliminano tutti quegli oggetti che chissà perché non buttiamo mai, scoprendone l’effettiva inutilità solo al cambio di casa. Ora che ci penso, mio nonno diceva anche di tagliare i rami secchi, ma in altri contesti, dato che lui non ha mai fatto trekking nella foresta pluviale. Nell’Inferno spesso vengono smarriti degli oggetti che siamo convinti siano lì, ma che in realtà appartengono al Purgatorio, ovvero l’ingresso di casa in cui abbiamo affastellato tutto quello che non entrava più nei gironi del ripostiglio. Per fare un esempio, le borse di mare con tanto di ghiaccio sintetico dentro e palette per mescolare l’insalata erano sulla poltrona del Purgatorio, trovate perché si cercava la borsa da spesa prima di andare al mercato. Mi aspetto altri grandi ritrovamenti prima dell’addio definitivo a questo cimitero dell’ordine. Lo sfratto ha fatto rima con la consapevolezza che eravamo letteralmente esplosi, in procinto di iniziare una guerra senza esclusione di colpi con le cose ribelli ed insofferenti a schemi o catalogazioni. Mi scopro animista pronta a contemplare che direzione prenderanno queste cose nella nuova casa e diffidando del Paradiso, che si realizzerà all’insegna dell’Inferno da scontare e del Purgatorio da vivere. Che colpa ci posso fare io se fascicoli e cartelle stampa a volte migrano in cucina? Se giornali e libri mirati a diffondere sapere dappertutto, come è loro compito, sfuggono dagli scaffali e si posano su sedie e tavolo comuni? Immagino già nella nuova casa un indice alzato ed agitato a mo' di metronomo in segno di divieto, una posa simile a quella del Cristo Redentore di Rio a scongiurare l’esodo degli oggetti, la loro migrazione, il loro pellegrinaggio verso un destino ignoto come il nostro. Non ci sarà animismo nella nuova casa, ma determinismo meccanicistico cosale. Addio realismo magico, addio metempsicosi degli oggetti. Il Paradiso si sconterà vivendo il Purgatorio dell’organizzazione e l’Inferno della condanna per chi elude elvetici precetti. Addio Sud, meridione caciarone e vagamente studentesco. E’ l’ora del Nord e dell’ordine, che non tollera suspense sul destino degli oggetti, dando in cambio la possibilità di guadagnare tempo in attività diverse dalla loro ricerca.

venerdì 26 ottobre 2007

Ombrelliadi

Sono iniziate anche quest’anno, puntuali al primo affacciarsi di Giove Pluvio. Parlo delle Ombrelliadi, vere e proprie competizioni silenziose ed umide col vicino di tram o di marciapiede. Gli scontri a volte sono sportivi, altre volte meno, ma alle gocce di sangue si sostituiscono quelle d’acqua. S’inizia al mattino, con la constatazione verticale che piove. Ancora in pigiama e dietro la finestra, dalla tapparella perennemente in alto perché mi secca alzarla ed abbassarla ogni santo giorno della vita, prendo atto che alla lotta quotidiana se ne sovrapporrà un’altra senza esclusioni di colpi. La realtà conferma le aspettative guerrafondaie: sul marciapiede comincia l’incrocio delle ombrellate, specie con le signore anziane che non si spostano di un millimetro e mi costringono ad alzare il mio ombrello ad un’altezza tale che a quel punto è meglio se lo chiudo proprio. Quando la pioggia è a vento, poi, è tutta una gara a chi si tiene di più l’ombrello nella direzione giusta, in un vero e proprio scontro metropolitano di scudi. Chi schioda di un passo è perduto, finito, destinato a perdersi nel turbine acquoso o a sprofondare nelle sabbie mobili fangose di foglie bagnate quando va bene (c’è anche la cacca dei cani). La salita sul tram/bus è tutto un altro capitolo. Se prima della metropolitana, infatti, le persone hanno tutto il tempo di chiudere l’ombrello mentre scendono le scale (ma oggi mi è capitato di osservare una ragazza con l’ombrello bene aperto mentre timbrava il biglietto), prima del tram/bus è tutta una gara a chi si vuole bagnare di meno, chiudendo l’ombrello il più tardi possibile prima di salire ed impedendo così il passaggio a quanti vogliono fare la stessa cosa, ma soprattutto a chi è desideroso di scendere con l’ombrello pure quasi aperto, in un gioco d’improperi che definire colorito è sicuramente un eufemismo. Raggiunta la tanto agognata postazione sul tram o bus, poi, ci sono due opzioni: la prima è che si trova posto a sedere, dunque tutto si risolve nell’accostare l’ombrello fradicio a sé per non bagnare gli altri, bagnando se stessi; la seconda è rimanere in piedi accanto ad altri con gli ombrelli ugualmente fradici. Tale opzione è la più frequente, perché sono in molti, con la pioggia, a lasciare i motorini, e Roma si regge sui due ruote. Lì si tocca l’espressione più pura della solidarietà o dell’ostilità universale: dato che, stretti come sardine, ci si bagna reciprocamente e si è impossibilitati a muoversi, c’è chi reagisce con un sorriso filosofico (“Tanto me so’ già bagnato/a, ‘na goccia de più, ‘na goccia de meno…”) e chi invece protesta esplicitamente ( “Ma un po’ più in là non se pò ffà?”) o implicitamente (grugnendo o sbuffando, basta in quest’ultimo caso augurarsi l’assenza di fiatella, alitosi per gli italiani). Ma quelli che suscitano il mio odio più schietto sono coloro che emergono a pioggia finita. Il campionario di umanità appena descritto, infatti, può essere a suo modo divertente, mentre odiosi sono coloro che passeggiano con gli ombrelli chiusi ondulanti. Ebbene sì, non so se vi è mai capitato, ma ci sono persone che, con gli ombrelli grandi chiusi, fanno seguire a questi la stessa andatura della loro camminata, indirizzando la punta minacciosa all’indietro in fasi alterne e fregandosene se dietro c’è qualcuno che magari non se ne accorge, commettendo l’errore di non calibrare i propri passi sui loro. A costoro mi viene spesso la tentazione di afferrare la punta ombrellina e di bloccarla, provocando una subitanea perdita d’equilibrio. Poi ci sono quelli che tengono gli ombrelli chiusi in orizzontale sotto al braccio sulle scale mobili della metro e tu sei immobile dietro di loro con la punta addosso a mo’ di arma contro il petto. A costoro, invece, sfilerei l’ombrello, lanciandolo ai piedi delle scale. A questo punto meglio l’ombrello aperto, in metropolitana, anche perché (e forse aveva ragione la ragazza di stamattina), spesso ci piove, come dimostrano frequenti secchi pieni di sozzume liquido in alcuni punti sotterranei della Capitale. Che dire, lettori miei? È tutta una guerra.
Ma magari tutte le guerre grondassero solo acqua (seppure sporca).

martedì 23 ottobre 2007

La colonna adriatica

Spesso, quando si supera un periodo difficile o si regge una situazione pesante, si fa il paragone con la colonna. Quest’ultima richiama anche le mie scarse nozioni di storia dell'arte, da attribuire ad un professore molto avanti con le mode che impiegava le sue ore di metà anni Novanta ad un cellulare dalle dimensioni enormi, bisnonno dei nostri telefonini. Arte greca e stile dorico, ionico e corinzio. Altrettanti capitelli, molto più numerosi i minuti di chiacchiere dell’ex prof. nella sua ora votata al duro lavoro dell’insegnante. A volte, molto frequentemente per dirla tutta, mi sento una colonna che regge alle offese del tempo e dei vandali. Naturalmente perdendo pezzi e constatando crolli attorno e su di me, rovina tra le rovine delle stagioni che si susseguono, ma sempre munita di una certa dignità. Non colonna portante, perché a malapena porto me stessa e qualche frase a termine, né colonna dorica, troppo austera e spartana per i mie lazzi. La corinzia invece è troppo frivola; contraddice le scarpe scure ed i cappelli che osano senza stupire. Dato che le poche cose fatte le ho comunque fatte bene, voglio qui sottolineare che sconosciuta mi è l’entasi, ovvero il rigonfiamento dato a qualsiasi tipo di colonna per evitare l’illusione ottica del suo restringimento di profilo. ‘Sti greci pensavano proprio a tutto, bisogna seguirne l’esempio. Io non ho rigonfiamenti se non laddove sono apprezzati, quindi sono una colonna senza entasi. “Una colonna ionica”, proclamai una sera in cucina al coamico architetto che conveniva sulla maggiore eleganza del secondo stile, ovviamente da lui orientato sessualmente. “La colonna ionica è molto gay” (Non vi preoccupate, a casa parliamo anche di reality). Naturalmente cerco di sterzare il pride moment architettonico verso altri elementi: “Scusa, e allora i telamoni che reggono le logge?” “E pure quelli sono gay” “Ma la colonna ionica non è gay, è solo bella e sobria, la sintesi di un equilibrio tra dorico e corinzio”, “Appunto per questo è gay”. Battaglia persa, e chi lo conosce ha capito anche il gioco, trito e ritrito, di parole. La vicenda mi vede quasi mortificata, quello strampalato coming out sulle note di Argan non mi andava giù. “E poi tu non puoi essere una colonna ionica” Cosa? Insinuazioni sulla possibilità del buongusto etero? Lo guardo un po’ torva. “Vale, tu al massimo sei una colonna adriatica”. Risate e risate. Che simpatico mattacchione, il coamico, che mi ricollega al mio mare, che ricollego al suo amore (galeotto fu l’Adriatico) in un cerchio di Giotto. I tarantini e parte dei salentini appartengono al versante ionico, ma gli altri pugliesi devono vedersela con l’Adriatico. Non so se è la sponda giusta o meno, ma di sicuro è la mia. Alcuni vagano dall’una all’altra sponda (i bisex?) in condizioni di differente ventilazione. Se l’Adriatico è mosso (e spesso lo è, molto provato dalla continue diserzioni verso l’altra sponda) lo Ionio è tranquillo, sereno, placido: la bonaccia glamour. Ma che m’interessa di come vivono i pacificati se la sorda inquietudine risuona solo nel cavallone? E allora, aspettando quello (chi ha detto stallone?) giusto, quello degno che ami corpo ed anima femminile, mi pianto sullo scoglio come colonna adriatica senza entasi e senza fretta. Cosa volete che sia, nel frattempo, po’ di sale sulle ferite del fusto? Quando sarà il turno dell’ondata giusta verrà rimosso completamente, permettendo alla colonna la simbiosi perfetta col suo mare, che occhieggia ricambiato.

lunedì 22 ottobre 2007

Giallo Barcaccia

I futuristi sono tornati, o almeno così pare dopo la rivendicazione di chi avrebbe versato anilina nella fontana di Trevi, decretando un nuovo colore ribattezzato dai media come Rosso Trevi. Forse perché Garavani si è ritirato a vita privata portandosi appresso il suo celebre rosso Valentino? Le cronache del giorno vedono l’indagato difendersi dalle accuse e sostenere che le telecamere hanno filmato un uomo a lui somigliante. Il denunciato, però, non lesina dichiarazioni, interviste e conferenze stampa, visibilità di cui lo priverei se innocente. Spetta a chi ha compiuto il gesto esporsi e spiegare il perché di un atto sicuramente pittoresco e colorito, oltre che colorato e dalla poetica pittorica. Lo spettacolo per i soliti turisti sarà stato davvero unico. Vuoi mettere l’originalità delle loro foto al cospetto di quelle tutte uguali già viste con acqua trasparente e monetine sullo sfondo? Vuoi mettere l’invidia di amici e parenti alla notizia che loro c’erano alla rinascita del movimento futurista, avanguardia cui il Nostro si è richiamato? Veramente l’effetto ha destato una certa impressione senza essere impressionista. Scomoderei l’Espressionismo, dato che quanto ha colpito di più è stata l’immagine veramente forte di sangue evocata da questa fontana in cui Anitona si è immersa nella “Dolce Vita”. Il richiamo esplicitato dal presunto colpevole è anche contro la Festa del Cinema di questi giorni. La fontana si vendica ed attira curiosi, stornandoli dalla Bellucci & co., dive contemporanee di un mondo cinematografico che parla effetti speciali, mentre la Bellucci, purtroppo, parla in una dizione che attira doppiatori anche dalla provincia di Bari, giustamente convinti di poterle dare almeno una caratterizzazione comica. Altro tema che ha determinato l’azione, la denuncia del precariato. Se tutti siamo esposti ad un’irritante variabilità, ormai anche climatica, perché preservare i monumenti nella loro eterna fissità cromatica? Bisogna dare il via libera ai colori e ad un sano surrealismo dei gesti, sicché mi candido ed annuncio la mia prossima azione emulativa.
Sarò un esponente dell’avanguardia fauvista. Il movimento mi spetta di diritto dopo la folgorazione avvenuta in camera di mia sorella, che ha appeso alle pareti una copia del quadro di Matisse “La Danza”. Io però declinerò questa corrente in una chiave gastronomica suggeritami dalla terra che ha ospitato i mei natali, non potendo tacere a me ed al mondo, che presto saprà, l’assonanza ortografica tra i fauves e le fave rese cremose da sapienti mani. Perfette se cotte sul fuoco nella pignata (apposito contenitore in cui si cucinano i legumi) e rigirate fino a quando non assumono una pastosità densa e cremosa di colore giallo, simile al preparato necessario per fare il gatò di patate. Un po’ di cicoriella come confavatico e via, il piatto è servito. Perché evocare sangue quando ciò cui aspirano tutti è di certo una bella mangiata? E così un giorno, ambasciatrice di Puglia a Roma, i turisti mi vedranno avanzare verso piazza di Spagna con una grande pignata di fave, riversandone il contenuto nella Barcaccia preventivamente svuotata (qui mi servono complici, l’appello è lanciato). Le rivendicazioni? Le più svariate. Tra le più urgenti, l’estinzione del congiuntivo nell’indifferenza generale e la mancanza dei necessari stimoli per cimentarsi nel Sudoku. Ne seguono altre che accompagneranno ogni riempimento di Barcaccia, a quel punto invocato da tutti indifferentemente, in qualsiasi movimento si riconoscano. Cucchiaiate di fave al bordo della fontana, turisti in visibilio, Puglia in auge, boom di visitatori nel Lazio e dal Gargano in giù fino al tacco dello Stivale, partnership tra le due Regioni e chissà quant’altro. Una foto mica la mangi, le fave sì. Il limite dei fauvisti è essersi fermati al colore, alla forma, ma alla gente, si sa, interessa la sostanza, specie se commestibile.
Quindi, miei lettori, siete avvisati; a breve entrerò in ballo io, fauvista delle Puglie e madre di un nuovo colore: Giallo Barcaccia.

venerdì 19 ottobre 2007

Macless (quando less is less)

"Less is more". Quante volte ho letto questa massima sul magnete attaccato al frigorifero della cucina romana in tempi recenti ma che mi sembrano passati da un’eternità. Epoche in cui ignoravo l’esistenza di Rem Koolhas, che non c'entra niente con questa sentenza da lui anzi contestata, e conoscevo una manciata di architetti, non sapendo che si trattava della punta di un iceberg dalle dimensioni ancora ignote ma sicuramente spropositate. Less is more, dunque, come invito a semplificare per creare così un valore aggiunto. Affascinante, dal punto di vista concettuale; anche condivisibile operativamente. Un articolo è tanto meglio scritto quanto più sfrondato di elementi accessori o meramente esornativi, e queste ultime parole me le potevo proprio risparmiare, per esempio, senza pregiudicare il post in alcuna maniera e confermando il precetto: less is more. Ma tra il dire ed il fare, anzi tra il creativo e l’esecutivo, esimi arch., c’è di mezzo la deprivante realtà. Che dire se ad un certo punto mi sono ritrovata senza supporto tecnologico casalingo, senza casa, senza speranza e dunque senza felicità? Macless, homeless, hopeless ed happyless. Tutto insieme o quasi. Ovviamente anche loveless, vagamente friendless e depress (battutona leggibile anche nel senso della mia appartenenza al mondo della stampa, ma la finisco qui altrimenti cambiate blog). In tutto questo periodo quel magnete mi è tornato in mente: non trovavo il more nel less comunque rigirassi le situazioni, tutte sinonimo di luckyless. Insomma, una cosa se non c’è non c’è, o ci vogliamo inventare champagne al posto della Peroni, quando disponibile? Drinkless. A questo punto quasi italianless, quindi mi riprendo per affermare quanto con certe massime ci si meni il torrone (mi è venuta così) senza pensare che non sono proprio applicabili all’universo-mondo. Insomma, less is more ma anche no, mo’ ci vuole! (Per gli avidi e più assidui lettori di questo blog, una riconferma col sorriso di quanto mi superi nell’autocitarmi, per i più distratti o discontinui un curioso invito a leggere i post precedenti, per chi dovesse continuare a sbuffare con queste mie frasi…come mai non hai lasciato prima il post? Allora non ti annoiavi poi così tanto, dai, stai quasi alla fine). Riprendo IL FILO (ih ih ih) del discorso per dichiarare che quando si è al GRADO ZERO si è al GRADO ZERO, comunque uno se la RACCONTI (ma come mi vengono? Sto in modalità endless). Quindi, nei periodi di pienezza less is more, ma nei periodi di amarezza/amaresca less is semplicemente e scandalosamente, sic et simpliciter, ceteris paribus e status quo (il latino si vendica, troppo inglese), less. Non c’è niente da fare. Uno che vede l’estratto conto in rosso ed esclama “less is more” o ha una forte dose di ironia o sa che la situazione è temporanea o ha già prenotato il proprio posto alla mensa della Caritas. Quando torno a casa ancora-per poco-questa casa con alle spalle ben due Mac della redazione e davanti a me solo pc morti, cimitero casalingo in cui stramazza il XXI secolo, cosa devo pensare? Quale frase può descrivere tutto questo ed altro ancora che non sto a dire, anzi, a ripetere? (Qui mi scuso per aver leggermente ingannato quanti si convincevano di annoiarsi a tale lettura. Il post non era proprio alla sua fine. Honestessless). Sperando che ritorni il periodo del less is more, cui sento non manca molto nel gioco dei corsi e ricorsi, per ora mi fermo alla constatazione che less is less, ha ragione Koolhas.
E scusate questo post delirious Amaresca, ma mi sono divertita assai a scriverlo così, stopless.
Ora però stop.

giovedì 18 ottobre 2007

Kiss me Licia

E’ sicuramente il nome della stagione estate/autunno 2007. Sì, nel mio blog mi permetto anche di coniare nuove stagioni. L’estunno 2007 ha visto tanti volti e nomi, ma uno si è imposto su tutti: Licia. In realtà, andando indietro nel tempo, questo nome faceva capolino già da un po’ nella mia vita, diciamo almeno dalla primavera, quando certe unioni si sono consolidate ed hanno iniziato ad accampare il diritto alla propria esistenza dal punto di vista non solo sentimentale, ma anche sociale. Licia come nuovo che avanza scalzando il vecchio col suo passo siculo guarnito da sandalo griffato e capace di disporsi in falange macedone, ma anche Licia come abbandono di antiche remore solitarie con approdo al comune delirio amoroso che sfida qualsiasi calcolo delle probabilità, dato che i coamici si sono fidanzati nella stessa via che della protagonista di “Quo vadis?” porta il nome. Tal nome, quindi, è anche la risposta sottintesa alla domanda (“Quo vadis?”, ovvero, “’Ndo vai?”) che non rivolgo quando li vedo prendere la porta e sparire per giorni e notti, mentre in me fioriscono le intuizioni più belle per bestseller e ritornelli ipotizzati e ripassati.
I ricordi si volgono ad un cartone cult e ad una sigla antica: “Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso…”. Provo improbabili cover che non sto qui a riferire per rispetto della privacy degli interessati ed andando più in là rispetto a quegli anni infantili e più in qua con quelli della formazione, rammento che questo nome indica anche, sotto l’Impero Romano, una regione dell’Asia anteriore. Non male per una semplice parola di cinque lettere con ben tre vocali, vero? Licia ed amore, dunque, se si eccettua l’ultimo riferimento alla storia romana, studiata comunque in anni nei quali appassionarsi a queste cose era pur sempre un atto d’amore per il sapere. Ma qui mi voglio produrre in un post dedicato alle persone innamorate di altre persone. Amore nelle sue diverse sfaccettature: quello possessivo e geloso, quello consolidato ed affiatato, quello tenero ed entusiasta. Tre atteggiamenti per tre coppie di una mia certa conoscenza che possono a buon diritto stare sotto l’ombrello di Licia per ripararsi dai rovesci dell’insofferenza e dai lampi della solitudine. Sotto quest’ombrello, mentre piove l’indifferenza del mondo ed Andrea e Giuliano incontrano Licia, le coppie si scambiano dolci occhiate e baci al miele. Roba da insulina, proprio. Sì, questi sono i Licia moment’s, almeno quelli socialmente visibili, ché il resto saranno pure fatti riservati dei protagonisti. Quindi tenerume e carinerie, dolcezze e carezze, pioggia di attenzioni e riparo d’amore, ma mi dispiace constatare quanto manchi a tutto questo romanticissimo panorama una band. Mi spiego: i Bee Hive erano qualcosa di più del gruppo in cui suonava Mirko di Licia. Costituivano la colonna sonora dei vari momenti del cartone animato. Non sono tanto sprovveduta da ignorare che ogni coppia che si rispetti ha la sua hit (o hot) list, ma al pubblico, sempre più incollato allo schermo in attesa di futuri ed immancabili sviluppi, servono delle note che rimandino esattamente ad una certa situazione descritta dalle mie parole di prima.
E quindi, come descrivere in musica tutto ciò senza entrare in conflitto con i gusti di ciascuno e salvaguardando il diritto al sorriso partecipe di chi osserva tutte queste straordinarie coincidenze? Oggi piove, e si finisce sempre là: “Un giorno di pioggia Andrea e Giuliano incontrano Licia per caso…”; con le cover è più divertente, ma penso che l’unica melodia possibile sia quella intonata da Cristina D’Avena. Ergo, se Licia dev’essere ed è, “Kiss me Licia” sia.
E buon amore a tutti, specie a chi ancora non ce l’ha.

lunedì 15 ottobre 2007

Mo' ci vuole

Ci sono espressioni che entrano nella memoria di un periodo, seppure breve ed indaffarato come quello che sto attraversando. Giornate scandite da parole e definizioni vecchie e nuove, che non sono ignote ma non vengono pronunciate spesso, così quando si inizia a farlo ci si prende gusto. Prendiamo il caso di ‘Mo’ ci vuole’, che ha momentaneamente soppiantato il ‘Ma anche no’ utilizzato ormai a profusione da amici e conoscenti, tanto da provocare la severa alzata di scudi della coamica che cassa qualsiasi discorso con queste tre parole.
‘Mo’ ci vuole’ è l’espressione del mio editore di Napoli per commenti vari ed eventuali a fatti altrettanto vari e diversamente eventuali. Il fatto che abbia citato l’editore di Napoli, per esempio, già dà a voi lettori pretesti per inserire il ‘Mo’ ci vuole’. Degli esempi? “Editore di Napoli? Allora vedilo e poi muori di fame, mo’ ci vuole”, “Un giornale edito a Napoli? Sarebbe meglio una pizza o un babà, mo’ ci vuole", "Allora scrivi per la gloria, mo’ ci vuole", and so on.
Il ‘Mo’ ci vuole’ è un rafforzativo di un’affermazione o di una domanda retorica (‘nu cafè che mo’ ci vuole?’). Per coloro che abitano da Roma in su, valdostani compresi, spiego i termini in oggetto: mo’ non è altro che un modo meridionale di definire l’adesso, l’ora, l’hic et nunc latino, insomma, per essere ancora più chiari con i colleghi (ex, mo’ ci vuole, ahimè!) liceali. ‘Ci vuole’ lo capiscono tutti. Epperò la magia della lingua, soprattutto vernacolare, è che l’unione dei termini non è la semplice somma dei loro significati, perché evoca.
‘Mo’ ci vuole’ non si traduce con ‘Ci vorrebbe adesso’ o ‘Starebbe proprio bene’, perché è semplicemente ‘Mo’ ci vuole’, lapillo di vesuviana memoria. Quindi, alla domanda ‘ma ci vuole cosa, mo’?' La risposta è ‘esattamente quanto detto prima, qualsiasi cosa sia’. Chiaro, no? Sicchè questo ha illuminato i miei dialoghi sin dal primo mattino, quando il coamico mi ha chiesto perché non riposassi dopo un fine settimana lavorativo: “Perché oggi è lunedì ed il fine settimana lavorativo è una fregatura, mo’ ci vuole!”, e guardando Omnibus su La7 il mio pensiero partenopeo si rivolgeva ai giornalisti, Piroso con gli occhi segnati dalla stanchezza in primis: “Ma questi di sonno stanno proprio morendo, mo’ ci vuole; con le primarie hanno fatto prima mattina, mo’ ci vuole; stanno davvero sulla notizia, mo’ ci vuole”. I pensieri si sono tramutati in parole, ovviamente. Uscendo col coamico ed osservando gente in infradito con questo tempo ormai autunnale, ho proclamato “un bel paio di calzettoni pesanti, mo’ ci vuole”, al suo augurio di buona giornata, con tanto di malcontento mio per un week-end saltato, ho risposto semplicemente un "mo’ ci vuole proprio", così come pure la risoluzione di riprendere le redini di questo blog su invito dei tanti, (mai troppi, mo’ ci vuole) che m’invitano a farlo perché smaniosi di leggere i miei deliri, mo’ ci vuole. E così eccomi qui, pronta alla tessitura di questi strani fili che compongono la mia trama esistenziale, o semplicemente trama.
Ci voleva proprio questo post, mo’ ci vuole.

venerdì 21 settembre 2007

Sopravvivere a se stessi

Oggi è la prima giornata d’autunno, e fin qui nulla di sconvolgente. Inizia l’anno per la coamica amante delle giornate corte e fotosensibile, oltre che sensibile, in senso negativo, alle foto. Sensibile in generale, insomma. Di qui i miei auguri per una giornata da lei vissuta come Capodanno. Per me l’anno, invece, inizia a Ferragosto, giro di boa dell’estate da cui parte il conto alla rovescia: quanto manca per separazioni sempre più lunghe dagli affetti più antichi e per il ripristino della routine invernale, quando la sveglia suona alla stessa ora in cui d’estate si va a letto. Altre religioni ed altri mondi tra me e la coamica, ma anche tra me ed il coamico, e questo è un fatto. Bello.
I pensieri d’autunno sono diversi a seconda dei casi vissuti e degli anni passati, ma recano come costante la stessa traccia di foglia secca raccolta sulla Nomentana ed infilata nella svuotata ed impolverata bottiglia di Bordeaux.
La deliziosa malinconia delle cose che cadono mentre accadono e si colorano di tinte struggenti. Di qui a qualche giorno le ottobrate romane, eco di ore vuote e piene d’ombra, che fanno chiaroscuro con la luce della lampada sulle pagine. Voglia ed impossibilità di assolutizzare il relativo, amaresca autunnale in risposta all’autunno dolciastro cantato anni fa, quando bastare a se stessi era il motto della vita, foglia caduca solo in senso letterario. “Non si muore d’estate”, diceva Pavese, e non si capisce l’autunno a vent’anni, completo io. Questa stagione attua la sua piena fascinazione quando si chiudono le epoche, non quando si sovrappongono le ere nuove. Non vale pensare all’inverno, alla primavera o ai cicli della Natura. L’autunno come Assoluto che sfugge ed ogni tanto compare in un odore, un gesto, un movimento di labbra, un luogo. Un balcone con una sedia vuota, un muro con ritratti assenti. La fuga dei minuti e della padronanza dei propri processi, il languore della ragione che non si autoassolve nelle chiazze cangianti delle chiome arboree settembrine. Il nichilismo senza appello del vivere un numero limitato di stagioni trottando come folli alla ricerca di un motivo per farlo, con tanto di caricaturali spiegazioni. La ricerca è già senso in sé. Siamo sicuri? Mah. Chi raccoglie tutte le altre foglie scartate dalla mia personalissima selezione? Lo spazzino, che attende anche la mia. Prima o poi deve finire, è anche il suo destino.
Ricordo gli autunni passati, mai stagione è stata più incline alle rapsodie in blu della memoria. A trent’anni riesco a ricordarmi anche gli autunni futuri, quando bastare a se stessi più che motto è una condanna, e non rimane che sopravvivere a se stessi per espiarla con gli strumenti della maturità a disposizione. Sono caduti gli anni come le foglie e come i soldati di Ungaretti, sono caduti gli alibi ma non il senso d’inadeguatezza.
Se bastare a se stessi era la forza degli autunni passati, sopravvivere a se stessi è la sfida di quelli che mi attendono.
Bastare è accontentarsi, sopravvivere è andare oltre quello strato di foglie autunnali che tappezzano la mente pregna di lutti estivi.

giovedì 20 settembre 2007

Piove, piccione infame

Tra tutti i post che avevo in animo di scrivere, mi tocca proprio questo, dettato dall’attualità e dall’esigenza di essere sulla notizia. Deformazione professionale. Preoccupante, certo, ma meno peggiore di tante altre. Oggi sono uscita per la pausa pranzo. Sole, mancanza di preparati e voglia di gelato mi hanno portato ad iniziare la familiarizzazione col quartiere Prati, luogo chic della Capitale dove piovono professionisti danarosi e non solo. Mica come me: col mio pantalone spigato grigio e la giacca col cappuccio della tuta avverto al passaggio la mia differenza e distanza da certi mondi vestiti tutti uguali. Eleganti ma tristi. Io, invece, volete mettere? Solo triste. Ciondolo fino a piazza Cola di Rienzo, dove prendo un fantastico gelato di due euro ai soliti gusti: cioccolato, nocciola e panna. Lo mangio in piedi ed al sole, di fronte a me un enorme palazzo arancione dalla facciata pulita e maestosa, un tipico palazzo di Prati che con le sue strade parallele e perpendicolari mi fa perdere e tornare sempre al punto di partenza. Sarà colpa solo di Prati? Chissà, e comunque sovrapporre il regolato dedalo urbanistico a quello regolare esistenziale potrebbe essere un ottimo sport. Dimmi in che quartiere ti perdi e ti dirò chi sei. Insomma, mangiavo questo gelato baciata dal sole di Roma e spiavo le abitazioni spalancate di fronte a me, con queste persiane verdi che mi ricordano quelle lasciate al Sud, terrorizzate dalla neve attraverso gli occhi di mia madre che iniziava a contare i danni sin dai primi fiocchi. Altro che sorbetto e pupazzi di neve, preventivo per il falegname! Cerco d’indovinare le vite lì dentro ed il mio futuro qui fuori. Tutto sommato, me la racconto tantissimo. Tutto sottratto, pure. Il gelato è ottimo, ovviamente mi macchio, ed altrettanto ovviamente c’è un nasone da cui scende acqua fresca alle mie spalle. Intingo e strofino a gelato finito, continuando a guardarmi intorno. Perché non dare un’occhiata ai negozi dato che la pausa pranzo dura un’ora ed ho ancora tempo a disposizione? E così faccio, avvicinandomi alle vetrine per guardare meglio i prezzi. Penso al matto shopping dell’anno scorso coi proventi delle copie stampate a mie spese del libro, anticipati, riscossi e mai più ridepositati per far sì, ora lo realizzo, che sembrassero un guadagno e non semplicemente un investimento da far rientrare. Sorrido, lo rifarei. Come tutto, credo. Dall’abbigliamento passo ai fiorai, ai negozi di oggettistica e di calzature. Mi fermo e spio tutto quello che c’è sulle vie del ritorno. Quasi mi rilasso, facendo precedere a questo stato d’animo il pensiero dello stesso. E proprio in quel momento, mentre contemplo un’enorme bilancia rosa di Hello Kitty di fronte a me e penso ad una sua fan in particolare ed a sfide sui chili in generale, sento una cosa liquida che mi sfiora la testa, la sollevo e m’imbatto in un cornicione di questi caratteristici palazzi di Prati sormontati da altrettanti caratteristici piccioni dalle schifose e caratteristiche abitudini. Il bastardo era posizionato su di me e mi guardava, infame di un infame che al confronto Mirko, il piccione addomesticato dalla mia coamica in lunghi dialoghi rigorosamente separati da una finestra, è un animale domestico. “Tu e tutta la razza tua!”, penso imbufalita mentre lo guardo e dopo, in una corsa pazza verso il bagno della redazione, per fortuna a due passi. Lavo tutta la parte in questione con abbondante acqua, anche dopo aver appurato l’impatto veramente minimo di uno scivolìo provvidenziale. Vado a casa per shampoo totale. Piove di tutto, quando ci si rilassa, e dall’alto arriva la punizione e la sveglia a cambiar rotta.
I buoni cattolici lo ricordano sempre. Per oggi anch’io.

martedì 11 settembre 2007

Lei è della Cia?

Giornata di fuoco questo 11 settembre, e non mi riferisco certo ai pur scontati riferimenti storici, che a qualche fiamma rimandano. Semplicemente la sveglia alle sette e trenta ha fatto da sfondo musicale alla mia veglia orizzontale di circa mezz’ora. Molte cose da fare, forse troppe, di tipo burocratico, vagamente sociale e lavorativo. Urgevano carte da presentare, contenitori di alimenti da ridare dopo feste per altre imminenti feste, redazione da coprire assolutamente per ultimi dettagli da controllare prima d’impaginare il giornale, un amico da vedere altrettanto assolutamente in serata. Tutto questo, già un po’ impegnativo in paese, si trasforma in una maratona senza sosta a Roma. Alle nove gli uffici del Comune erano già stracolmi della solita senilità insonne, tanto da farmi subito rimandare ad ore pasti la restituzione della coppa che faceva capolino dalla mia borsa di lavoro nella curiosità generale. Ad un certo punto vengo avvicinata da una signora alla quale serviva il secondo testimone per fare la carta d’identità. Leggo il documento e firmo, sperando che l’ora e la stanchezza preventiva non facciano brutti scherzi causando la spedizione di set di padelle, insopportabile aggiunta alla già eccessiva roba da trasportare nel trasloco. La signora mi ringrazia mentre esibisco il mio documento per certificare un’identità a tratti smarrita, specie di mattino, mentre naturalmente, come da manuale, è il mio turno e l’impiegata dello sportello a lato vuole lo stesso documento che sto mostrando ed i cui estremi vengono copiati con una velocità bradipica dalla sua collega. “Non ce la posso fare”, è tutto quello che riesco a pensare. Mi precipito al centro con le carte a posto, trovo l’addetto nell’ascensore con la busta della spesa, il signor Luciano. Ci riconosciamo immediatamente. “Vengo da lei”, “Ok, allora a questa ci penso dopo”, mi risponde sollevando la busta dall’ignoto contenuto con commovente senso del dovere. In quel momento amo tutti gli impiegati e dimentico le vessazioni subite soprattutto agli sportelli universitari, dove mi hanno trattato bene solo dopo la laurea: “Lu certificato per la dottoressa, presto!”, si urlava ogni qualvolta mi riaffacciavo col terrore di qualche mese prima. L’unico miracolo che ha prodotto la laurea. E’ con immensa soddisfazione, dunque, che tra le dieci e le undici mi appoggio al palo del bus aspettando l’auto (sì, alla romana) che mi porti in redazione. Ma presto alla soddisfazione, come in ogni lunga attesa, si mescola una certa inquietudine che mi spiego nel silenzio del già noto (chi ha capito ha capito, io forse sì), sicchè forse il mio sguardo, coperto da occhiali da sole a goccia, assume un’espressione tra il torvo e l’indagatore. E qui l’apoteosi del quotidiano: “Scusi, lei è della Cia?”, mi chiede un tipo con una sospetta bottiglia piena di liquido (acqua, esplosivo?), “No”, rispondo io come se mi avessero domandato se avessi una retribuzione proporzionale al mio valore ed alla mia modestia. Solo dopo aver risposto, passeggiato un po’ sotto la pensilina e continuato a rimuginare i ritriti pensieri realizzo quanto avvenuto, e allora rido dentro e decido di dare il seguito all’episodio. Arriva il bus del tipo, sale con la bottiglia (acqua, esplosivo?), e mentre si chiudono le porte gli faccio con aria seria: “E secondo lei pure se lo fossi lo direi?”, e rido finalmente fuori dai denti nel mio bus subito dopo, tra anziani che mi guardano e scuotono la testa, condannando le sostanze assunte da certi ggiovani deviati.

lunedì 10 settembre 2007

Segnali di fumo

A cosa riportano i segnali di fumo? Ad una forma di comunicazione vecchia come il cucco che stabiliva un ponte tra chi emetteva quelle spire e chi le avvistava. Ed oggi, per me, dopo questo titolo, in questo post di codesto blog?
Contestualizziamo: viviamo nell'era in cui è condiviso che fumare fa male, bisogna smettere di fumare, è stupido avvelenarsi, da immaturi credersi adulti grazie ad una sigaretta, folle pensare ad un valore aggiunto di fascino apportato dal fumo. Vi immaginate Bogart col succo di frutta in 'Casablanca'? Eppure tutta vitamina. Bah. Lungi da me sostenere il contrario di un'opinione condivisa come quella ostile al fumo; stavo per perdere mio padre a causa delle sigarette, ci mancherebbe altro. Però ci sono dei momenti, liberatori e non schiavizzanti se rimangono tali, in cui aspirare puro veleno si trasforma in una pratica dolce e salvifica, quando ci si deve assolvere dall'accusa di esistere e si accusa il peso di vivere. Allora il fumo riempie i vuoti degli spazi e dell'anima, che vi trova quasi un suo corrispettivo impalpabile quando è avvelenata. Il mio fumo, però, non è espulsione di veleno, che deposito sulla lingua per incanalarlo nelle frecciatine sarcastiche quotidiane. E' fumo che strugge e mi distrugge, genera e mi rigenera. L'aspirazione accende pensieri sopiti che seguono le volute di nicotina, perse nell'aria notturna su un balcone che sa di sfratto e di cambiamento. Gli anni passati, ma soprattutto quelli futuri. Le aspirazioni mentre aspiro, le delusioni da espirare, il veleno da respirare per l'unica espiazione possibile: esserci senza reticenze nè accidia, mio difetto più grande. Tutto questo in una sigaretta? Ma è una sigaretta alla moviola, cari lettori: la sua accensione significa digressioni, flashback, proiezioni. L'accendino dà fuoco alle polveri, all'immaginazione ed alla cronaca, sempre frammiste in queste notti autunnali, ricordo di serate mai esistite. Rimiro la via che mi ha accolto a Roma piena di belle speranze, la tenda sul balcone come un sipario che non riesce a trattenere il fumo ed il calore di pareti da trasformare in estranee nel più breve tempo possibile. La mente vola e s'invola, cerca dimora, trova solo scatoloni da riempire e mozziconi da buttare, di vita e di paura, di speranze e di ossessioni.
E finita l'eterna quanto solitaria e rara sigaretta? Mi allontano dalla balaustra, a passo di gambero torno allo stipite della finestra testimone dell'accensione e per un infinito secondo, a braccia conserte, contemplo lo spettacolo dei panni eternamente stesi del coamico che riportano ad improvvisate sistemazioni serali estive con tanto di tappeto e televisore, a frise consumate spiando il vicinato, a discorsi, confessioni ed a un semi-addio prima della scorsa stagione estiva, quando partii con la quasi certezza che fosse finita la condivisione di spazi e vissuti con la coamica in procinto di tornarsene nel suo altro luogo di elezione. Poi ha vinto Roma, e non solo. Il balcone sa anche degli odori di spray un po' tossico spruzzato dal coamico precedente, il disco grafico, con il suo amico 'a delinquere'. Il gatto e la volpe, uniti per imprese tutte da ridere. Appigli alla malinconia col sorriso dopo pensieri affumicati, da ridere e deridere per temperamenti lontani dal mio, fumante credibili deliri.
Ma non vi preoccupate: nessun vizio, se non quello di forma(zione).

giovedì 6 settembre 2007

Sugli addii

Ci sono diverse forme per dire addio, differenti espressioni facciali, verbali ed emotive. L’addio stesso è concetto controverso, dato che si associa d’istinto a qualcosa di triste, di finito. Certe fini, però, possono essere rigeneranti, alcuni saluti definitivi fanno rinascere a nuova vita, segnano il termine sì, ma di fatti spiacevoli. Allora perché il concetto di addio ha una connotazione così amara?
Forse perché a volte ha un’ambivalenza di fondo, ci si vorrebbe staccare e si ha il terrore di recidere. Penso alla morte dopo lunga malattia. La vita del moribondo non è più quella di prima,la vita che lo ha fatto amare da chi lo circonda; ma quando questa si spegne il senso di vuoto si allarga, diventa un fossato che inghiotte tutti, anche quando significa liberazione da sofferenze. La presenza fisica, il punto di riferimento, il presidio corporeo viene meno come simbolo, e noi viviamo di simboli perché ci nutriamo di significati. A cosa rimandano certi paesaggi, alcune note, dati odori e luoghi se non ad una dimensione del nostro spirito che su di essi ha plasmato i propri ritmi?
Con le persone è ancora più complesso. Essendo ognuno un portatore di significati a sé, il nostro incontro con l’altro genera dei rapporti da cui nascono nuovi significati che s’incrociano, in una forma sempre attiva e dinamica. Con gli oggetti è diverso: appioppiamo loro un valore, ed essi per definizione non rispondono. L’altro sì, sempre, anche quando fa muro. L’ostilità e l’incomprensione sono delle forme dure e dolorose di risposta. Ci sono dei malintesi e dei passaggi beffardi del destino cinico e baro che possono generare gli addii più sperimentati e temuti: quelli alle persone amate ed ancora in vita, vive e vegete, con le quali ci si rende conto di non poter percorrere più un pezzo di strada per mutato senso di significati, improvvisamente impazziti.
La nebbia dei sentimenti sulla chiarezza della ragione.
Forse è per questo che amo tanto ragionare: l’amore teme la ragione, mentre questa comprende tutto e tutti. Unifica, mentre le passioni dividono. Peccato che ci facciano anche vivere, per cui si salvino e salvino tutti dall’inaridimento, impossibile, comunque, con una ragione utilizzata veramente.
L’addio lo si può decidere o mettere in conto a livello razionale, ma è un fatto che quasi sempre lo si subisca a livello emotivo. Finisce una fase, una persona, il significato che questa ha per noi. Ma lo strascico permane, e a volte crea inversioni di rotta, perché quando è davvero forte avverte che non è finita per niente e che si può provare, si può osare nello sfidare la rassegnazione. Certo, serve un contraltare che la vita dà, la morte toglie. Per sempre. Nulla è per sempre in vita, la morte è eterna perché non-vita. Il corpo è rigido, il morto non si muove più, e chi è vivo si dà pace e continua, perché evolve contro la fissità di quell’involucro di carne alfiere di significati, trasmessi in modo muto e conservati da altri corpi pensanti.
La memoria come risarcimento della finitudine di ognuno di noi, la fede come balsamo per i credenti, l’arte come unico rimedio umano ed eterno per i tormenti dell’anima e la solitudine infinita di chi rimane da solo, dopo tutti gli addii.

mercoledì 5 settembre 2007

In medio stat virtus

Non vi innervosite a questo titolo, non è la solita uscita da liceale orgogliosa delle proprie radici classiche. Stamattina, infatti, (ed aggiungerei una volta tanto) non sono stata artefice, bensì ‘vittima’ del latino. Erano più le espresssioni greche ad aleggiare nella mia mente, anche rivisitate, tipo 'panta rei-panta gay’ e così celiando. Ovviamente non è vero, ma anche un po’ sì, se proprio vogliamo nobilitare con la cultura i pensieri contingenti del primo mattino, del pomeriggio e della tarda sera. Passeggiavo mentre il mio stomaco avvertiva la solita colata di magma malinconico-nostalgico e per i neuroni volteggiavano le più atroci mostruosità cerebrali, silenti e minacciose presenze.
Attraverso il ponte che da piazza del Popolo conduce a Prati guardando il Tevere di sotto, torbido come quest’autunno interiore. Povera Roma e povera me, pensiero fugace al primo freschetto che fa rabbrividire. Sarà il vento della realtà? Le orecchie ostruite dall’iPod che mi isola da tutti ma non da tutto, ad un certo punto il mio sguardo incrocia un microfono che si agita dapprima in lontananza, poi sotto al mio naso. Una collega in vena d’interviste, mi fa pena quanto me. Anzi, più di me, perché più giovane.
Ricordo ancora gli occhi di un mio amico e collega una mattina all’Eur, aspettando Rutelli tra una sigaretta e l’altra. Momenti esistenzialisti alle ore nove: ma che significato ha un’attività che ti fa fare da piantone agli edifici per aspettare un tempo indefinito gente da tampinare ed interrogare tra gomitate e spintoni? E’ il lavoro del giornalista. E la cosa stravagante è che può pure affascinare. Tale è il mistero delle passioni.
Così guardo la ragazza e, in vena della solidarietà più piena, tolgo gli auricolari per farmi intervistare dopo aver osservato il solito fuggi-fuggi che prende certi passanti all’arrivo del microfono. Vecchi traumi da scena muta davanti ai professori. Sorrido compiacente e quella inizia: “Radio KissKiss, ti posso fare una domanda?”, e senza nemmeno aspettare l’assenso, scontato dall’arresto del mio passo, prosegue: “Assomigli più a tua madre o a tuo padre?”. In quell’istante le penso tutte: e se fossi stata orfana di entrambi o i miei mi avessero abbandonato in qualche cassonetto pieno di libri illustrati su Roma ed io fossi in città alla ricerca delle mie origini? Seguono queste domande altre ipotesi funeste, che non scrivo per scaramanzia. Questo come intervistata. Come collega penso: “Questo lavoro è sempre più difficile, chissà che servizio è”. Rispondo dettagliatamente ed immediatamente, nonostante da questa parentesi di pensieri trascritti possa risultare il contrario, specificando che sono una via di mezzo tra i due e che delle mie due sorelle maggiori una è la fotocopia di papà, l’altra di mamma. Lei annuisce soddisfatta e chiosa con voce impostata e melliflua: “Allora in medio stat virtus”, “Eh sì”, “Grazie, ciao!”. “Ciao”. E scappa verso altre fantastiche interviste.
Mi rimetto gli auricolari e penso che la giornata è iniziata con una massima latina rivoltami da una perfetta estranea. In medio stat virtus, ed in medio sarei collocata io, virtus della situazione. O virus? Propendo per quest’opzione. E poi non sono collocata in medio, almeno non a livello familiare: sono l’ultima. In ultimo stat virus.
Questa è più consona al periodo. Gli ultimi saranno i primi? De che, chiedo alla romana? Quando certi virus si attaccano è inutile aggrapparsi alle massime. Si rimane indietro a tossire con difficoltà nel deglutire lo stacco dei primi, che si traduce nello scacco degli ultimi.

lunedì 3 settembre 2007

Tempo ripreso

Eccomi qua, son tornata dopo duplice assenza, da Roma e da questo blog. Riprendo l’attività lavorativa, la scrittura e soprattutto il mio tempo, senza il quale non mi sarebbero possibili lavoro e scrivere, che coincidono ma non totalmente. Per scrivere veramente non basta semplicemente scrivere.
Questo post si ricollega idealmente a quello del ‘tempo sospeso’, come avranno dedotto i miei più arguti e fedeli lettori dal suo titolo. Avevo ragione nel pensare, anzi nel sentire, che il Fato stava per servirmi qualche piatto forte sulla mensa estiva: cene, mare e sospiri in sintonia con le onde. È successo quel che non doveva succedere e non è successo quel che poteva succedere. O forse, meglio, è accaduto quel che doveva accadere e non è accaduto quel che non sarebbe potuto accadere. Qualcuno, di certo, è caduto: io. E così siamo alla successione di un insuccesso: l’accadere come rovina, o banalmente come non accaduto, cui si aggiunge uno sfratto dalla casa, ma soprattutto dalla via, dove albergo da quando sono giunta a Roma.
Il pensiero corre al mio ultimo giorno di mare pugliese, e quindi di mare vero. Con una sediolina a riva, lo scirocco nelle orecchie e la testa sulle spalle. Di nuovo. Mi sono sentita solidale con un personaggio dei racconti pubblicati e, per quanto triste, è stato bello, persino un po’ commovente. Subito dopo è arrivato il ciclo. Corsi e ricorsi, cicli e ricicli. La partenza il mattino dopo, mamma come una stele nera seduta in poltrona sul balcone della mia stanza, mentre preparo le ultime cose ed aspetto la macchina dell’addio a questa inedita, per quanto prevista e percepita da subito come tale, estate. Le sue spalle abbronzate come le mie il giorno prima, un modo di dare la schiena ai giorni trascorsi senza poterlo fare con la mente. Andare via per tornare alla vecchia vita, consapevole che non sarà mai come prima. Mio padre che commenta come al solito i miei giorni di permanenza, trenta o tre che siano: “Sono volati!”. Vecchie formule per il rito sempre nuovo dell’addio. L’addio all’estate dei miei 30 e, insieme, ad un’altra stagione con loro. Saranno sempre di meno, lo sappiamo e ce lo comunichiamo coi lucciconi. Emotivi e melodrammatici con un pizzico di presa in giro: in una parola, meridionali.
Il ritorno non può che essere improntato alla ripresa dei miei spazi e del mio tempo. Una sua sospensione non è più possibile, e d’altronde è morta e sepolta almeno da Ferragosto, Capodanno balneare dei popoli abbronzati. L’abbandono di uno status non più prorogabile come padre di tutti gli abbandoni, vecchi e nuovi. Il tempo ripreso per reimmergermi nelle acque del riassestamento dopo quelle dell’amaresca più pura, smorfia da divertimento disperato. Sorriso increspato, abbronzatura colpevole come il lasciarsi andare. “È la vita più strana che abbia mai vissuto”, disse Jim Morrison. È il post più amaro che abbia mai scritto, rispondo io, tra i sorrisi forzati e le lacrime trattenute degli addii e degli abbandoni, vecchi e nuovi, da parte di genitori ed amici.
Buon rientro a tutti, riprendo il mio tempo e vediamo quest’autunno cosa mi dirà e, soprattutto, cosa mi farà scrivere.

mercoledì 18 luglio 2007

Domande in americano

Una notte d’estate, giorni fa. Distesa nel mio sudario e sul punto di addormentarmi, sento il coamico che mi chiama, concitato. Che succede? Gli è arrivata per vie misteriose la cittadinanza americana misconosciuta e da lui sempre rivendicata? Grande è la confusione, il caldo e la curiosità sotto il cielo, così mi alzo per diventare testimone dello storico accadimento. Quanto è sotto i miei occhi un minuto dopo annulla tutte le più surreali ipotesi. La realtà, come al solito, le aveva superate.
Il coamico, infatti, era diventato americano, ma non a furia di carte. Ne aveva assunto la lingua, con la quale faceva delle domande…al suo Mac di fronte. Trasecolo. Già il parlare con un computer (ok, so le obiezioni, il Mac non è un pc, è il Mac. D’accordo, rendo solo l’idea, pur se vaga) a quell’ora è un’attività venata di stravaganza, ma farlo in americano!
“What time is it? What time is it?” Quanto mi sarebbe piaciuto se gli fosse stato risposto, magari in romanesco, “l’ora che la smetti de rompe li c….”. Ma il Mac è oggetto sensibile, fine ed esigente. Non solo non rispondeva male, ma dava una replica solo se l’intonazione era quella giusta.
Il coamico aveva scelto la voce di Bruce tra quelle offerte, e dopo avere ascoltato gli accenti riformula la domanda “What time is it?” E quello risponde. Il mio braccio avverte una stretta che nulla ha di umano, con tanto di morso gioioso alla mano, per fortuna del mio stesso entusiastico intervistatore, che si stacca e prosegue tra frasi come “Hai visto? Che ficoooo!Che intelligente, come sei intelligente! Che mito, Mac, piccolo mio!” Manco un figlio. Questo sì che significa essere proud.
Di lì una serie di richieste: “Open my broswer, get my mail, close this window, tell me a joke”. E quello con la velocità della luce ed il tipico fruscio dell’attività connessa eseguiva, nello stupore mai appagato del coamico, pronto ad affrontare una maratona di cui non ero in grado di immaginare la lunghezza. A volte qualcosa andava storto, perché il coamico tradiva un po’ le vere origini ed il suo essere Bruce. Così il Mac non eseguiva, e le inflessioni americane lasciavano il passo a quelle locali “A Mac, ahò, embè?” eccetera. Naturalmente per me la parte più bella della scena era questa: lo sfogo del gergo territoriale prima che venisse risucchiato dall’accento americano, senza il quale non si sarebbe mossa finestra, a meno di tornare al mouse, improvvisamente diventato invisibile. “Vabbè, e vuoi continuare tutta la notte così?” Certo, la risposta era scontata. “Tell me a joke!”, implorava. “Se vuoi te lo dico io”, affermo non ascoltata. Ridevo con le lacrime, e di fronte a me c’era lo stesso buonumore, seppur per ragioni del tutto differenti. Il Mac aveva risposto, ‘tellando un joke’! ‘Toc toc’, sento ad un certo punto. Lui pronto: “Who is?”, cui segue la risposta di un nome. Risate e risate. Troppo? Decisamente.
Esiste un confine al delirio, ma nella nostra casa romana si ignora spesso e volentieri, più per gusto del surreale in sé che per incapacità di riconoscere dove inizia la follia. Il coamico ci era dentro fino al Mac. Insieme formavano un quadro così intimo e familiare che ad un certo punto mi sono sentita di troppo. Mi sono congedata mentre continuavano a parlare, principio e riconferma di un amore reciproco ed indistruttibile. Dopo le “Lezioni americane” di Calvino, le “Domande in americano” ad un Mac. Dopo gli scritti su cui meditare, gli orali da ridere.
Dopo l’America, il nulla.

lunedì 16 luglio 2007

Tempo sospeso

Come mi chiami lo sapete. Ho 30 anni da sei giorni, e questo alcuni di voi pure lo sanno. Vivo in un tempo sospeso, e questa è nozione dei più intimi. Sì, miei lettori, a cavallo tra il mio ultimo post e l’appropinquarsi dell’inevitabile trentesimo compleanno, con strascichi considerevoli che mi lambiscono fin dalle lenzuola del letto, è arrivata anche l’epochè, che in greco significa appunto interruzione. L’ho studiata anche ai tempi della facoltà di Filosofia, cui ho cercato di estorcere gli strumenti per resistere razionalmente ad un "universo che danza sui piedi del caso" (Nietzsche). In questo ambito, l’epochè è la sospensione del giudizio. Quindi è da una quindicina di giorni che soppeso il tempo sospeso senza elaborare un vero e proprio pensiero su questo, ma vivendo il fluire di un non-tempo. ‘No time, no space’, cantava Battiato qualche anno fa. Ecco, è esattamente così.
Complice il lavoro di gran lunga diminuito per l’approssimarsi della pausa estiva, vivo questa parentesi come interruzione tra il passato (da ventenne?) ed un futuro tutto da dispiegarsi (la matura gioventù?). Non mi chiedo come sarà il prossimo decennio, abituata come sono a considerare le stagioni una per una e saggiandone l’arrivo nell’anima più che nel clima. Questo non-tempo potrebbe equivalere all’accantonamento o rimescolio di alcuni elementi del tempo che mi si è chiuso alle spalle, e reca con sé la traccia di un non-voluto al suo ritorno prepotente ma quasi gradito: un tempo nuovo. Potrebbe essere il solito tempo che soppianta il precedente, ma anche no.
Mi piace immaginarlo, quando sospendo la sospensione del giudizio e per qualche minuto vivo cerebralmente il tempo sospeso come quello non sospeso, completamente diverso, più colorato. Il tempo della possibilità accolta e non più osteggiata. Anzi, della possibilità valutata.
E poiché la magia di questi momenti rischia di riportarmi nel tempo e di annullarne la sospensione, ritorno a farmi vivere con le solite formule e borbottando sempre qualcosa mentre cerco il solito mazzo di chiavi smarrito prima di uscire. Tutto negli schemi, anche se si sono dilatati. Forse è il cortisone per l’asma? Ma non è un rigonfiamento fisico, quanto spirituale. Assolutamente inconscio e di cui dunque non dovrei sapere nulla, se il mio conscio non fosse così impiccione, spregiudicato e stacanovista. Non va mai in ferie e fa il crumiro quando tutto congiura per un onesto sciopero. Perché il tempo sospeso o epochè è un onesto sciopero di un certo abito mentale. Forse il mio era ormai cencioso, o slabbrato. Troppo utilizzato e dunque liso. E allora mi autosospendo in questo tempo sospeso, per essere al passo con gli unici tempi degni di nota: i miei.
Credevo che i trenta dovessero arrivare in tutt’altra dimensione, in un certo senso più piena di sentimenti angosciosi o nostalgici. Invece la scena è chiaroscurale ma accogliente, l’accadere tutto di lì a qualche tempo ma senza fretta, con la consapevolezza che qualcosa succederà e si sarà spettatori e protagonisti, come si conviene a chi registra con l’inchiostro dei neuroni quanto diviene. Prima degli atti che verranno, qualsiasi atto è sospeso, preparatorio perché gli altri abbiano corso. L’epochè schiuderà una nuova epoca?
Come scritto, mi piace pensarlo, ma non lo credo scontato.
Il tempo sospeso, però, non mi permette di preoccuparmene, perché interrompe qualsiasi processo vada oltre l’esatta constatazione di quanto si vive. Qualche furore positivo ma sotterraneo, e che quindi deve rimanere tale pena una disonesta attività cerebrale che rovinerebbe tutto.
Avrà tempo e modo di rifarsi in un tempo non più sospeso, quando questo gomitolo di giorni si dipanerà in nuove trame ed inediti orditi, tutti da tessere con attenzione per non sfilacciare l’intreccio temporale che sarà, letterario e non.
L’importante è saperli riconoscere, i propri tempi.

giovedì 28 giugno 2007

Meglio soli che lune

Non si spazientiscano quanti non sopportano le freddure al titolo di questo post, che prende le mosse da un’altrui citazione liceale. Domani, SS. Pietro e Paolo nonché festa a Roma, me ne vado al mare. Il mare de Roma. ‘Na fogna, se paragonato al mio, ma meglio de gnente. Ci vado da sola?
No, con degli amici, tutti soli come me, nel senso astrale ed esistenziale del termine. Oddio, mi sento più luna che sole, anche se rido spesso, da sola ed assieme agli altri soli-amici. A volte sono sòla, in senso romano, ma solo con chi se lo merita. Rendo quanto avuto. Quando l’altro è sole sono sole, quando mi dà sòla rispondo con sòla. E le mie lune? Quelle per gli eletti, che se le subiscono tutte. La luna storta è la mia preferita, in disaccordo perenne con quella creativa e che mette a dura prova quanti mi vogliono bene, facendo impietose selezioni. Ma sto divagando.
La mia stagione balneare è iniziata a metà giugno, in un fine settimana a casa. Primo giorno di mare e pelle color calce, ma sempre di meno. Quando ero più piccola il mio candore in tutti i sensi era quasi imbarazzante, le scottature sempre dietro l’angolo, il colore brunito da meridionale classicamente intesa una lunga e faticosa conquista, paragonabile ad un contratto nel XXI secolo, e tutto ciò nonostante per me la stagione balneare iniziasse ai primi di giugno per finire a settembre, almeno quando ero piccola ed andavo sulla spiaggia con mia madre, insegnante. Poi con gli amici, nell’estate di fine liceo ed in quelle a seguire da universitaria nel Sud, il periodo si è allungato fino agli inizi di ottobre. Il sole che scotta sempre di più, io che spello ma patisco sempre meno. Mi hanno aiutato i viaggi di lavoro, immagino. Venezuela, Malesia, deserto libico ed egiziano sono state delle belle prove per la mia pelle, che si è un po’ scurita e macchiata di efelidi e nei. Passeggere quelle, permanenti questi. Dalla purezza e pulizia infantili a queste imperfezioni, l’innocenza persa macchia sempre. E non stinge. Lo scotto del tempo e della sindrome da lucertola si paga, non c’è protezione che tenga quando si scende al mare non prima delle 13,00 ed il primo sole è quello sconsigliato dai dermatologi. Ma se si fa vita notturna, come si può essere al mare già alle 10,00 su imitazione di mia madre, che mi guarda scuotendo la testa, e non solo per questa mia abitudine suicida?
Quindi meglio un colore lunare? Di questo parere la mia coamica, che col suo biancore d’altri tempi, degno di un Ottocento con tanto di ombrellino a parare i raggi, mi prospetta i danni dell’esposizione solare. Non è ostilità verso il mare, quanto un consiglio a goderne quando il sole è già basso. Tramonto, oppure una passeggiata coi vestiti in mesi deserti e dagli inoffensivi raggi solari. E la bellezza di un paio di gambe abbronzate? Il contrasto che mi fa tanto ridere tra palmo e dorso delle mani, che mi ricordano quelle di Mami di ‘Via col vento’ ed al cospetto del quale esclamo sempre, come una scema, “Misis Rosela”?
Degnissima espressione con la quale apostrofo in estate mia madre, bruna sempre, extracomunitaria venuta dall’Africa durante la bella stagione. Un giorno, in occasione della festa patronale, delle donne nigeriane alle bancarelle le chiesero da quanto tempo stesse in Italia e da che zona del Continente Nero venisse. L’estate i miei sembrano davvero una coppia mista. Mio padre, pressione bassa e colorito mozzarella, che se proprio volesse farsi un viaggio dovrebbe andarsene in montagna. Al suo fianco mia madre, pressione alta e color terreo, esaltato da vestiti arancioni, o gialli, o a fiori sempre vistosi. La notte estiva le si vedono, a determinati riflessi, solo i bulbi oculari ed i denti, e mi ricorda gli Orixà brasiliani per come me li immagino, mentre mio padre mi richiama alla memoria letteraria la luna di Estancia cantata spesso da Amado in ‘Teresa Batista stanca di guerra’.
Amo il sole, mia madre mi ci ha immerso sin da piccolissima, quasi sdegnata quando mi arrossavo: “Hai preso la carnagione di tuo padre”, mi diceva spalmandomi la crema protettiva tra la constatazione ed il rimprovero. Non solo quella. Ho preso soprattutto la luna, pronta ad impallidire nel suo pallore al cospetto della malinconia, quella sì, più nera.
Forse è per questo che quando mi si definisce solare non posso fare a meno di pensare ad un’eclissi lunare.

mercoledì 27 giugno 2007

I trenta rintocchi del Big Ben

È arrivato il giorno. Quello in cui l’ultima amica compie trent’anni. Poi ci sono io. Ma questi trent’anni sono diversi dagli altri; sono british. Come i miei 18, una vita fa passata ieri. Io andai a Londra in vacanza, preferendo di gran lunga questa alla classica festa stile ballo-delle-debuttanti. Il tarlo del viaggio sin da adolescente. La trentenne odierna, invece, è a Londra per lavoro, al suo secondo anno nella capitale del Regno Unito. Pioggia e temperature sotto i venti gradi, da quelle parti. Qui afa e sole abbacinante, oggi temprato dal vento e da un’umidità più bassa. Come immagino la sua giornata oggi, a troppi chilometri di distanza? Identica alle altre, perciò me la invento di sana pianta.
La vedo di primo mattino nel suo pallore inedito per questo periodo, in cui, ventenne, aveva già un mese del nostro mare alle spalle. Ci accoglieva col pareo alla stazione, abbronzata, sorridente, pronta a lunghe e fuggevoli ore sotto il sole. Erano le estati che sono state. La pioggia di fuori non riesce a bagnare l’estate che ha dentro, mentre costeggia il Tamigi e ricorda le immersioni per prendere ricci e polpi. Un giorno uno le si attaccò alla testa, e siccome era di un bel colore lei lo tenne, tessendo una gonna di conchiglie ed apponendo sui capezzoli due stelle marine. Alla caviglia un braccialetto di granchi, due gamberetti come orecchini, al collo un tortiglione di scampi. Saporita ed estiva uscì così, nell’ammirazione generale. Molti ragazzi vogliosi di prenderla a morsi, ma lei niente. Fedele solo al mare. Le gocce continuano a cadere, la fantasia lascia il posto alla cronaca: i fichi d’india addentati a riva, le borse colorate, il fratello eternamente in acqua o al bar, le sfilze di lettini a formare uno schieramento, la trincea della bella vita, il risarcimento per essere nati dove più del mare non puoi avere, e “chi tene o’mare nun tene niente”, come cantava il Pino Daniele degli inizi, quando eravamo giovanissime. I bambini e gli amici da gestire (per non parlare del boyfriend, che poi sarebbe rimasto friend, ma anche boy, dato che non mi risulta abbia cambiato sesso). Le discoteche e la pizzica sotto la quercia, i bagni all’alba, il sale a tutte le ore e dappertutto, tranne che in zucca. Il tempo si fa più cupo, Londra borbotta; non si sente considerata ed amata, piange il suo disinteresse con goccioloni record, che rendono più desiderabile quel levantino dei giorni in cui l’Adriatico non angoscia con lo scirocco o non costringe a ripararsi dalla tramontana che solleva sabbia e cavalloni. Altri ricordi, quando si correva ai ripari delle dune per arginare la furia del vento, persino freddo sulla pelle bagnata. Che meravigliosa fatica vivere d’estate! Ci pensa continuando a camminare, rimuginando sulle torrette d’avvistamento dei saraceni che punteggiano il suo mare di ragazzina, meno attrezzato di quello dove sarebbe approdata per motivi di lavoro ed amicizie, ma più autentico e selvaggio. Scogli a perdita d’occhio, il contrasto con un cielo scandalosamente terso, nel quale fa capolino da una certa ora in poi il suo astro preferito: la luna, da studiare nelle sue fasi, così simili a quelle della vita. La cerca nel cielo plumbeo londinese, ma alzando lo sguardo s’imbatte nel Big Ben, che giganteggia di fronte a lei. Più imponente delle torrette d’avvistamento, solenne contro le nuvole cariche di tuoni. Per un attimo le sembra che la guardi con le sue lancette severe, baffi neri su faccia pallida come la sua (ed è fine giugno!).
D’un tratto accade qualcosa: un vento impetuoso come la tramontana ma caldo come lo scirocco spazza via le nuvole, la città riprende il suo cielo sgombro da nubi, che come un sipario si aprono, sfilacciandosi. Fa caldo, ombrelli chiusi e impermeabili ripiegati. E quando l’ultimo cappello della City è stato adagiato per il sole prepotente, il Big Ben inizia a scandire: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette rintocchi, ma che ore sono? Prosegue ad oltranza: otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quando finirà? Quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, my God, vuoi vedere che…? Ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, che begli anni…Ventisei, ventisette, ventotto…qui già iniziava l’angoscia… Ventinove, TRENTA.
Ci siamo, sono l’oggi. Happy birthday, british friend!