domenica 11 ottobre 2009
Quaccheri e quaqquere
Ci sono molti modi in cui nasce una notizia. I più vorrebbero che ci fosse una fonte seguita da certosina documentazione sul fatto, in modo da comunicare quanto accertato scientificamente. Sul taglio da dare agli eventuali commenti c’è la libertà, l’anarchia delle opinioni, ma la notizia quella è, alla fine. C’è anche un altro modo, però, meno ortodosso ma più divertente, per dar vita ad una news. Basta un guizzo di fantasia, un pomeriggio di settembre in campagna tra amici e dolci, et voilà, nasce un’informazione che l’interessata, in questo caso, non smentisce per pura e semplice resa nei confronti del profluvio di affermazioni fuor di controllo, di verifica e della grazia di Dio. Già, perché qui di Dio si parla. Per la precisione, di confessioni religiose, che con Dio hanno di certo a che fare. E così, tra interrogativi sui turbamenti che talvolta traspaiono dal viso dell’ostunese-londinese e sua ostinazione a perseverare nella capitale del Regno Unito di ombre e piogge, ecco l’illuminazione, e mai termine fu più adatto. Tra le nebbie della City e le rigide lancette del Big Ben, Gilda ha trovato una fede, diventando quacchera. “Quaqquera, quaqquera”, propone Floriana, ma la sostanza non cambia. Gilda aderisce alla “Society of friends”, come preferiscono autonominarsi i quaccheri delle origini, dopo l’ennesima sveglia a prima mattina che la porta ad uscire nel gelo di una città estranea, cui sono sconosciute pettole e focacce. Per lei sono tutti amici, nonostante tutto. Risponde con un ampio sorriso all’odio incrociato di rivali, invidiose-rabbiose girls dalle troppe doppie punte, ed all’indifferenza di un mondo freddo. Tutti amici. Amici amici…La sento già cantare, in alternativa, “Just friends, lovers no more…”, e queste parole forse più si addicono al suo percorso, finalmente illuminato dalla luce che le si è accesa dentro, sotto ad un severo lampione londinese. George Fox, fondatore dei quaccheri, le è venuto incontro con il suo messaggio pieno di rigetto per le esteriorità ed il potere costituito, in un misto di non violenza e severa condanna per le frivolezze del mondo. E mentre parlava al suo orecchio più spirituale, lei rispondeva con un evanescente “Yes, yes”, che si faceva nube di fumo nel ghiaccio dell’alba inglese. Accasciata su se stessa, è tornata alla vita col fulgore delle grandi rivelazioni. Non ha cercato, la neofita, di coinvolgerci in questo nuovo percorso dello spirito. Sa che chi è rimasto nel sud dell’Europa è rinomato per il suo fare miscredente e provocatorio, quindi non ha voluto gettare paglia al fuoco o, meglio, le perle della sua nuova religiosità ai porci commenti che ne sarebbero derivati. Però il fatto rimane, come il suo quaccherismo ormai conclamato. La riprova? Vuole trascorrere il Natale a Londra. I suoi amici di fede ormai sono lì, perché dovrebbe ripiombare in un luogo che offusca la via della verità e della salvezza? I suoi occhi comunicano quaccherismo a tutto spiano, forse anche un nuovo look è alle porte: più castigato, meno scollato, di sicuro rassettato. Per non perdere il suo itinerario interiore ha afferrato la bussola della religione, l’unica che conduce e riscalda con i suoi principi. Il resto è freddo agnosticismo. Freddo, soprattutto. Il prossimo viaggio sarà in Pennsylvania, stato americano che prende il nome da William Penn, successore di Fox. Non è da prendere così, la confessione quacchera. E’ di tutto rispetto, avendo vinto un Nobel per la pace a seguito delle due guerre mondiali. Quindi si nutra ammirazione per i quaccheri di tutto il mondo, che grazie al loro Dio interiore ed alle società degli amici salvano questo mondo esteriore pieno di nemici. Il resto sono tutte chiacchiere, anzi quaqquere, ma senza distintivo. Non sarebbe riconosciuto da persone serie e composte come i quaccheri.
giovedì 24 settembre 2009
Doppio matrimonio
Eh, lo so a cosa state pensando, o voi bene informati sulle mie vicende: "Ecco, i due matrimoni di questa settimana, uno avvenuto lunedì e l’altro prossimo, dopodomani, ed ora ci scrive il post sopra". Vi smentisco, sebbene capisco che il titolo tragga facilmente in inganno. Questo post è nato invece molto prima di questa settimana che si è aperta e si chiuderà con un matrimonio, ovviamente diverso, e si ricollega ad un sogno fatto agli inizi di settembre, quando sono rientrata a Roma dopo un'estate in cui l’unico vero tormentone è stato la marcia nuziale, altro che quelle canzoni da discoteca che popolavano le belle stagioni di un'altra stagione. Insomma, torno nella Capitale alla solita vita, un gatto al varco per lunghe conversazioni miagolanti e vari esseri umani attorno a me, quando ad un certo punto, in una mattinata soleggiata a piazza San Giovanni e mentre regolo il volume dell'iPod, mi vedo sorridere al ricordo di quanto sognato poco prima di aprire gli occhi. La scena è questa: la sposa deve ancora pronunciare il suo "sì" ed io mi accorgo che mi devo assolutamente cambiare d'abito e che dunque devo scappare a casa. Una volta arrivata, ne approfitto per lavarmi e per rifare tutta la toletta pre-matrimoniale, mentre mia madre mi invita a sbrigarmi perché c'è il rischio che perda la cerimonia. Io pure sono consapevole di essere in ritardo, ma il fatto non mi innervosisce come farebbe normalmente, anzi. Il mio affrettarmi è più fittizio che reale, messo in scena più per darla a bere a mia madre che per mio sentire. Mi chiedo nel sogno cos'è che non mi faccia scattare più veloce, quale il motivo per quel cambio che avrei potuto anche evitare, se fossi stata più attenta al momento di avviarmi alle nozze. Esitazione e finto dramma, il tutto condito da una tranquillità di fondo. All’ennesimo invito di mia madre a fare in fretta, quasi ricordandomi di botto il motivo di quella mia lentezza, mentre mi guardo allo specchio e realizzo che, dato il tempo trascorso, già il matrimonio è stato di sicuro celebrato, le rispondo: "E va bene, ma', tanto sono già andata al 'sì' di lui, pure che mi perdo quello di lei… ". Avete capito bene, se avete capito, altrimenti ve lo spiego. Nel sogno, e quindi forse anche nel mio inconscio turbato, diciamo pure terrorizzato, da tutte queste nozze, il matrimonio degli stessi sposi si celebrava per ben due volte. Nella prima diceva "sì" lui, nella seconda lei! La risata della veglia è stata più che liberatoria. Da quando il sogno mi è balenato chiaro è stato tutto un buonumore che mi ha accompagnato fin sul bus tra gli sguardi interdetti di quanti si imbattevano nelle mie smorfie di allegria per il surreale pericolo scampato. Due cerimonie per lo stesso matrimonio, roba da matti! E così mi è venuto in mente che dovevo assolutamente scrivere questo sogno, prima che si perdesse assieme a tanti altri, dentro Amaresca, dato che tale situazione sospesa tra angoscia e via di fuga è molto da mio blog. Doppio matrimonio. Come "Doppio sogno" di Schnitzler, racconto da cui Kubrick ha tratto quell’ "Eyes Wide Shut" dopo il quale scoppiò la coppia Cruise-Kidman che sembrava ferrea. Doppio matrimonio: ho i brividi se ci penso seriamente, ma rido seriamente se ci penso. Significa doppio pranzo o cena, doppio abito, doppia giornata dedicata all’evento, doppio tutto, insomma. Anche e soprattutto doppia busta. Meglio perciò non diffondere troppo l’idea per i prossimi sposi. Coi tempi che corrono, i mutui che si allungano e le rate che si allargano, mi pare più saggio non rischiare.
martedì 1 settembre 2009
A volte ritornano
Questo post mi gira in testa da un po’, precisamente dai saldi estivi quando, impelagata nella ricerca del mio vestito per l’ennesimo matrimonio, ho iniziato ad imbattermi in indumenti dall’inconfondibile ed orribile foggia anni ’80. Come, una povera crista come la sottoscritta cala di dieci chili, ne recupera cinque scarsi arrivando quasi a quota 50 e si deve imbattere in queste brutture di sacchi antifemminili che sembrano caduti addosso ed annullano tutte le forme? Per non parlare delle camicette: a palline o fiorate ma comunque a campana, mi stanno malissimo, come pure questi pantaloni a vita alta che rendono l’esistenza ancora più triste per chi li indossa e chi li guarda. Gli anni ’80 non possono e non devono tornare, siamo trent’anni oltre, nel mio caso anche qualcosa in più. Oppure, se proprio dobbiamo assistere a questa sconcezza, ridateci l’infanzia, “Bim Bum Bam”, “Arnold”, “I Jefferson” o, a parità anagrafica, un lavoro fisso e delle garanzie per il futuro. Respingo al mittente Craxi e la Milano da bere, riprendo la musica, ma la moda proprio no, proprio no, no, no e no. Vuol dire che girerò per anni con la roba acquistata in questo scampolo di secolo nuovo che ha visto il ritorno dei ’70, non a caso il decennio in cui sono nata: ’77, l’anno in cui i colori irrompono in televisione. Quando dici la fortuna. A volte ritornano, quindi. I vezzi del passato, le fasi che sembravano superate, i miei post. Vedete, fedeli lettori? A volte ritornano anche loro, magari in un giorno che da sempre segna il passaggio all’anno nuovo. Non è cambiato nulla con il lavoro, come a scuola a settembre si ricomincia, e gennaio è il principio solo per una decisione arbitraria del calendario. Settembre è il mese dei buoni propositi, che quest’anno non faccio perché non portano mai a nulla; è da quando ero ragazzina che va avanti questa inutile tiritera, adesso basta. A volte ritornano le intolleranze sociali più che alimentari, i silenzi meditati e meditativi, i passi fatti su cui si vorrebbe ripassare per ricordare com’è stato. Ritornano le giornate più corte come certe prospettive, ritornano le piogge e le malinconie per estati sempre meno solari ed abbronzate. A volte ritornano persone che dal passato ti fanno pensare a cosa erano ed in cosa si sono trasformate, e certe espressioni ed episodi che non pensavi ti potessero appartenere così tanto perché il tempo e la moda ti hanno portato ad aderire ad altro, specie se stretch. A volte ritornano certe fasi che preludono a certe stagioni, soprattutto interiori, in cui il mare ormai immaginato si tinge dei colori dell’ultimo bagno alle sette di sera in una tavolozza pastello che segna la fine di un’altra estate. A volte la gente di mare ritornano, cari romani, nella Capitale o in qualsiasi altra città, con sguardo spento ed occhi spaesati per quanto si è lasciato, che poi a ben pensarci è niente, altrimenti non si sarebbe fatto quel biglietto che ci ha portato altrove. A volte ritornano le incertezze degli inizi, la guerriglia cieca di radici ed ambizioni, i passati ed i futuri del tempo che è stato, la noia per le note ritornate e che ormai si sanno riconoscere. E dolce, ma anche no, è l’annegare in questo ritornare, che sa di nuovo e vecchio insieme in un corto circuito che ha davvero poco a che fare con la ragione. E meno male che ho studiato Filosofia e stiamo a questo punto di ritorno del non ritorno. Va bene, forse si sente che un po’ di filosofi li ho masticati, ruminati e mai sputati, rileggendomi si sente. Mi chiedo a cosa sia servito, ma è chiaro che l’Utilitarismo non è proprio la dottrina che ho fatto mia. Oppure sì, visto che con questo post credo di aver dato voce ad un’ansia più profonda di quella del ritorno degli ’80 che mi indisponeva circa un mesetto fa. Ora mi dispongo e mi indispongo a certi ritorni, e quelle certe volte che ritornano abbraccio il Felìde, nuova presenza di un panorama destinato a sfoltirsi di mare e familiarità antiche, e durante le sue fusa riesco anche a pensare con un lieve sorriso a stamattina in redazione, quando a causa della cellula malfunzionante il vetro scorrevole, messo dopo la mia partenza, non si è aperto con la giusta velocità ed io ci ho sbattuto la testa di brutto, lasciando l’impronta della fronte tra le risate dei colleghi e le mie, sebbene più doloranti.
Quando si dice un rientro traumatico.
Quando si dice un rientro traumatico.
martedì 9 giugno 2009
Abat-jour a quattro zampe
"Aaaaabat-jouuuur/ che diffondi/la luce bluuuu..."; ve la ricordate questa canzone? Fa da sottofondo al famoso streaptease di Sofia Loren davanti ad un 'allupato' Marcello Mastroianni nel film 'Ieri, oggi, domani'. Bene, prendete l'immaginario erotico eventualmente nato da questo riferimento e mettetelo da parte, perché ciò di cui sto per parlarvi è invece un po' triste. Sempre con il sesso ha a che fare, ma in negativo. Senza tanti preamboli, il gatto (X Gattor, il Felìde, Achilluzzo, insomma, lui), è stato castrato. Il processo di crescita e le inesorabili leggi di natura e dell'egoismo hanno voluto così. Per potercelo tenere a casa, ZAC! Oddio, più che ZAC, un rumore che non so e non mi voglio provare a riprodurre, dato che ormai determinati processi avvengono per svuotamento, non più per incisione. Fatto sta che, un bel mattino, il coamico lo mette nella gabbietta e via, verso un momento irreversibile della vita. My God. Quando mi sveglio, non lo vedo e realizzo che è arrivato anche questo giorno, me ne voglio andare dritta dritta al Verano (per i non romani, dove sta il cimitero). Al lavoro, tra una telefonata e l'altra, una mail e l'altra, una pagina di Facebook e l'altra, questo ZAC nella testa, nonostante mi ripetessi che non era il suono giusto. ZAC, ZAC, ZAc ad oltranza, perché tanto l'effetto quello era. Fine. Punto. Telefono al coamico che mi dice esattamente quanto mi aspettavo e già sapevo, cioè che l'aveva portato dal veterinario e sarebbe andato a prenderlo di sera. Io immaginavo la sua faccia: ZAC, ZAC, ZAC, e questo per colpa nostra, perché poteva vivere bello e libero fuori. Mi consolavo dicendo che all'esterno non ha tutte le comodità che gli vengono offerte a casa, ma poi mi dicevo in maniera un po' cruda: "Sì, va bene, ma un uomo cosa sceglierebbe, la sicurezza o le palle?". ZAC, ZAC, roba da impazzire, entrava pure negli auricolari dell'iPod, si sovrapponeva alle canzoni ascoltate. E poi vedevo le forbici, trascuravo l'anestesia, immaginavo i baffi che si facevano elettrici, gli occhi spalancati per il dolore ed un 'miaoooooo' alto nel cielo. Achilluzzo desto sul tavolo d'acciaio ed il veterinario sadico che gli faceva ZAC ZAC. In qualche modo riesco a sconfiggere questo suono, che mi riassale solo in serata, quando al ritorno da una conferenza stampa metto la chiave nella toppa. Apro la porta in un terrore preoccupato quando non vedo il noto quadrupede venirmi incontro e lo chiamo per tutta la casa, fino a quando non mi imbatto in una sorta di cono bianco rovesciato messogli in testa. Ci guardiamo e vedo che piange. "Non è possibile", dice il coamico sopraggiunto tre ore dopo a casa, "i gatti non piangono". Eppure, vi assicuro che aveva gli occhi lucidi! Si muoveva molto lentamente, effetto moviola dell'anestesia, ed appena gli ho messo una mano sulla schiena ha cominciato a fare le fusa. Dopo questo momento, poiché sollevava la testolina ficcata in quel cono, ho avuto anche il coraggio di infilare le dita sotto al mento per i grattini che gli piacciono di più. Allora si è sdraiato a pancia in giù, mi sono seduta e siamo rimasti così non so per quanto. "Achilluzzo, perdonaci! Amoruzzo, cosa ti abbiamo fatto! Povero miciuscolo!". Voglio sottolineare che in tutto questo tempo il gatto continuava a piangere, o almeno così l'ho visto io. Era incredibile quella testa conficcata in questo cono bianco. "Sembra un abat-jour a quattro zampe", ho detto al coamico. Il giorno dopo, finito il pianto (sempre del gatto, ovvio), ero già a scorgere le possibili similitudini. Immaginavo Achilluzzo seduto su una sedia antica in velluto rosso e braccioli dorati con la sua imbracatura tanto elisabettiana. X Gattor a cavallo tra XVI e XVII secolo. In serata, senza che ci fossimo sentiti, il coamico fa la stessa osservazione. "Che gatto aristocratico! Un gatto elisabettiano, shakespiriano! Te dovevo chiamà Amleto, no Achille". Anche lui ormai se la rideva un po'. Imparava pian piano a portare con una certa eleganza questo cono, anche se era penoso osservarlo impacciato in molti suoi movimenti. Un ostacolo, questo collare alto, per mangiare, per il bidet e pure per i bisogni, tanto che abbiamo dovuto togliere la copertura alla toilette in cui non entrava più. Il terzo giorno era già manifesta presa in giro. Lo vedevo la mattina e gli chiedevo se fosse spento o acceso, e lui elegantemente, da vero lord cat, non rispondeva e procedeva con la sua coda alta e piegata ad uncino in punta. "A Farinelli!", gli urlavo allora, ma lui, mai suscettibile, si buttava a terra in chiara richiesta di coccole. Non poteva fare le capriole, povero, arte in cui eccelle. Si mette al muro e punta la testa a terra, poi aspetta a zampette aperte l'apprezzamento per la sua acrobazia. L'altro giorno si è sporto dalla finestra per guardare fuori: sembrava un'antenna. "Vediamo un po', se ti attacco la coda alla presa che canali mi prendi?" "Miao". Vai a capì...Dopo una settimana, finalmente, il collare non c'è più. Ora è l'Achilluzzo di sempre, agile e scattante. La prima sera è stato particolarmente indiavolato. Gli erano evidentemente mancati determinati movimenti. E' tornato pienamente alla sua vitalità più densa e gli occhi verdi gli brillano, come accade alle persone innamorate, con la differenza che queste spariscono per fare quello che a lui non so se andrà di far più. Per ora se la ronfa sul letto mentre scrivo, poi si vedrà. Fino a quando non si mette a piangere di nuovo, vorrà dire che se la passa abbastanza bene.
mercoledì 3 giugno 2009
Protesta a Palazzo Chigi
E fu così che il 3 giugno 2009 d.c. (la Balena Bianca c’entra sempre) mi scoprii contestatrice, oppositrice, fiera vendicatrice. Motivo scatenante, una telefonata delle 11.00 con la quale il mio interlocutore mi comunicava una nuova tassa che avrebbe reso noi poveri ancora più poveri. A breve distanza, una conferenza stampa nientemeno che con Berlusconi, il più ricco dei ricchi, che doveva presentare con la Brambilla e le principali banche la stipula di un accordo per l’accesso al credito alle piccole e medie imprese del turismo. “Bene, ora mi sente, il presidente dello Sconsiglio!”, vibravo al telefono mentre dall’altra parte, chissà perché, ci si sganasciava. Ed invece non c’era nulla da ridere, vi assicuro. “Ora te la faccio vedere io!”, sibilavo a pugni chiusi aspettando la metropolitana ed avviandomi verso tutto quel lusso e quello spreco racchiuso in qualsiasi palazzo del potere. “Noi poveri sempre più poveri! Accesso al credito alle imprese, eh? E l’accesso al credito per i singoli dove sta? Specie quando ti capitano disgrazie simili, lo Stato dov’è?”. Entro prima in sala stampa simulando cortesia e bonarietà e mi avvio nella sala dei Gonfaloni, dove c’era la conferenza stampa in oggetto. “Non saranno quelli con i turbanti a farsi esplodere, ma coloro che indossano giacca e cravatta”, ci dicevano in toni biblici quando non si parlava d’altro che di attentati per opera di fanatici dell’Islam. Bene, avevo una giacca ed ero tutta sorrisi, come ciascun presente. Il profumo stordente e l’abbronzatura di matrice evidente di alcuni si sovrapponevano ad espressioni in romanesco. “Uh, ‘a signora”, diceva dietro di me al cellulare una tutta piena di gioielli e truccatissima, “allora se deve mette l’orecchini grandi, come quelli della Carfagna”. Un giornalista, sempre dietro di me ma dall’altra parte, cantava, con evidente riferimento all’attualità ed alla stessa i cui orecchini facevano scuola via telefono, una cover di Arisa che mi si è stampata in fronte: “Sinceritù/io stavo a pettinà le bambole/ora mi chiamano onorevole/lavoro per la Libertà/Sinceritù/restavo lì a Buona Domenica/esempio di omissione tragica/di pari opportunità”. E poi il prosieguo. Vi invito a cercare su Youtube questa perla di Francesco De Carlo digitando ‘Sinceritu – Berlusconi e le Veline – Sincerità’. Insomma, grande stima, immenso rispetto. E pensare che nella retorica dell’ingenuità si collegano sempre queste aule a gente degnissima, coltissima, rispettabilissima. E invece, chi mastica una gomma a bocca aperta, e chi la usa, la bocca dico, per giurare il falso o fare carriera. La rabbia cede il posto alla tristezza. E’ vero che quando si è piccoli si idealizza un po’ troppo, ma il contrasto con il reale deprime parecchio. Oggi avrei svuotato quella sala e ci avrei messo tanti ricercatori con le stesse risorse date a tutti questi uomini e donne che bazzicavano lì, e si vedeva mille miglia che non avevano un ruolo preciso e chissà quanto si cuccano a fine mese. Capiamoci, avrei fatto sgombrare la sala anche da noi giornalisti, megafoni di queste vergogne. Tutti al parco a cantare 'Sinceritù' con un panino alla mortazza. Tanto, in toni diversi, sui giornali non si fa altro. La crisi che morde il freno, le persone che perdono il posto o crepano sul lavoro per portare a casa poche centinaia di euro e noi tutti coglioni, per usare una citazione del premier (ma io sono più ecumenica, intendo sia chi lo ha votato che chi no) a parlare di Noemi. Il Noemigate. Roba di chi non ha fame, proprio. E gli operai morti in Sardegna? E la schiavitù della precarietà che condanna le giovani generazioni a non avere un futuro? E la meritocrazia, quella vera, da sbandierare coi fatti e non a parole, mettendo al posto giusto le persone giuste? Non se ne parla che per breve tempo, quando accade il fatto, per le morti degli operai, e quando si è in campagna elettorale per abbindolare nuove e vecchie generazioni. Ed ora questa nuova, ingiusta tassa…Stringo di nuovo i pugni, entra il premier dopo che mi si sono parati innanzi cinque-sei individui dalle connotazioni somatiche tutte da studiare. “Li vedi questi qui?”, mi fa il mio vicino e collega indicandomi presidenti ed amministratori delegati dei principali istituti di credito italiani. “Ognuno di loro guadagna dai 6 agli 8 milioni di euro l’anno. Una scrittrice forse ci dovrebbe fare un pensierino”. “In che senso?”, rispondo io. “Beh, piccolo sacrificio, ma poi…”. “Mi accontento di cifre più basse ma con chi mi piace davvero”. “Quanto basse?” “Oh, molto più basse, sia al lordo che al netto. Già trovare chi mi piace veramente non ha prezzo”. Il collega ridacchia ed arriva Lui. Realizzo allora che sono seduta in prima fila, posizione centrale, proprio di fronte a Sinceritù. Bene, la mia protesta avrebbe avuto anche una sua perfetta collocazione scenica. Parla di ottimismo, dice che la crisi per i collaboratori dello Stato è un fatto psicologico perché, pur avendo un posto sicuro ed un maggiore potere d’acquisto grazie agli aumenti ricevuti ed al calo della benzina, per esempio, essi non intendono cambiare l’automobile. E perché? Non perché siano più poveri, ma perché sono condizionati psicologicamente in negativo. Borbottii dietro di me, ma non mi riguardava, la mia era una richiesta diversa, non essendo collaboratrice dello Stato. Anzi, era lo Stato che doveva collaborare. Ed il premier mi doveva stare a sentire, una volta tanto. Va bene l’accesso al credito alle imprese, ma i singoli e per di più del Sud…era una questione d’emergenza. Così, al momento delle domande, prendo il microfono e chiedo a gran voce un decreto legge che sancisca l’abbassamento delle quote e delle aliquote per le zone obiettivo 1 ed ex obiettivo 1, in pratica per tutto il Sud, in relazione ai contributi personali da versare in occasione di matrimoni di parenti e/o amici. “So che lei in questo momento ha a che fare con un divorzio e con relazioni extraconiugali, quindi il sacramento del matrimonio non la compete più di tanto, pur avendolo bissato, ed in questo è in ottima compagnia nella sua compagine – sono state le mie parole – ma mettiamola così, la stampa finirebbe di denunciare il fatto che ogni suo provvedimento sia ad personam. In questo modo, infatti, lei sarebbe il presidente di tutti coloro che sono coinvolti in questo vero e proprio salasso che impoverisce pensionati e giovani lavoratori, costretti a versare parti importanti delle proprie entrate mensili per non incorrere in una sanzione molto più temibile di quella penale, ché della fedina pulita, come lei ben sa, non gliene importa più niente a nessuno. Parlo della sanzione sociale, quella per cui c’è un gioco al rialzo nel donare i soldi, sempre più richiesti, perché sennò gli altri che devono dire? Che siamo poveri? E che figura ci facciamo? Quella dei poveri. Sì, presidente, lo so che è una percezione psicologica, ma la psicologia a volta va aiutata concretamente. Per questo le chiedo un impegno immediato e mi appello alla sua sensibilità. Al Sud le dinamiche sono queste, mi creda. E stamattina – proseguo con pathos creando attesa nel mio uditorio – ho saputo che ho il quinto matrimonio in quattro mesi!”. Un boato si leva nella sala, qualcuno si alza e mi dà una pacca sulla spalla. “Povera!” “Eh, povera, povera!”, rispondo io tra quanti comprendono. Si sente un brusio in aula, il premier mi pare commosso e sta prendendo il microfono per rispondere, quando si alza una signora in fondo all’aula: “Io - dice - ho tre figli a carico e sei matrimoni solo quest’anno! E siciliana sono!”. Raffiche di abbracci alla signora, un uomo inizia a singhiozzare ed interviene: “Pecché, le cresime e le comunioni? Io ne ho otto tra figli e nipoti e song’ e' Napule!”. Guardo i compagni di sventura ed il premier: “Vede, Presidente, è un’esigenza diffusa, può fare anche un disegno di legge e ci mette la fiducia, ché noi qui ci fidiamo, sappiamo che se vuole fare una legge la fa, con la maggioranza che ha. Sarebbe davvero un atto da Presidente di tutti. Mi raccomando all’emendamento sulla sanzione sociale, è fondamentale, come pure all’estensione di questo provvedimento ai vari sacramenti, se mi consente”. “O’ vero!”, esclama il napoletano contornato da altri in lacrime, fatto che mi dimostra quanti terroni ci siano a Roma e quanto sia assurdo dire che si è scappati dal Sud quando poi le sue dinamiche ti perseguitano ovunque. A questo punto vedo che Berlusconi sussurra qualcosa ai signori al suo fianco e tutti insieme prendono il portafogli. Bisogna aiutare, specie in campagna elettorale. Sorrido machiavellica, è quello che volevo. Mi metto in fila con gli altri a raccogliere il contributo. Si alzano anche i romani che non hanno questi gravami, “che tanto mica vanno a controllà, oggi è giornata bbona e li sordi servono sempre”. Vaglielo a spiegare che è un condizionamento psicologico! Eppure sono tutti ministeriali, caspita! E mentre m’immagino tale questua, il premier incita a riprendere la posizione di leadership persa nel turismo. Solo in questo? L’avrei fatta, almeno questa richiesta, ve lo giuro, ma non c’è stato spazio per le domande. Solo per le battute ed il sorriso di un premier allegro in un Paese che almeno io vedo sempre più triste, anche quando si rallegra in modo posticcio per non pensare a quello che era ed a ciò che è diventato. E se non bastano i giornali, accendete la televisione, tanto se la spegnete la trovate nei palazzi che contano. E non sono catastrofista, ma non riesco a trovare degli appigli per una risata che non sia amara come quella ispiratami dal pezzo 'Sinceritù'. A causa di questo mio atteggiamento, forse troppo rigido per l'Italia qual è diventata, non vi sembri strano se pur avendo avuto Berlusconi di fronte la mia vita non sia cambiata.
giovedì 28 maggio 2009
Il giorno dopo
Bene, questo mese è successo di tutto. Al solito, non sembra un granché, se lo vado a riferire per filo e per segno. Movimenti impercettibili o meno, ma che portano a grandi sussulti, come sanno certi abruzzesi in tenda. Non tutti i terremoti sono così violenti, ma quasi nessuno può evitare di lasciare dei segni. Tuttavia, non voglio parlare di questo, perché non posso e potrei anche non sapere cosa dico esattamente. Perciò scrivo del solito argomento, consapevole che mi verrà chiesto di farlo tra un mese ed anticipando qualsiasi sollecito in merito. Furbescamente, con questo post, mi porto avanti con il lavoro e chiudo il ciclo della preparazione di tal benedetto matrimonio che mi vede impegnata come testimone. Testimone a 360 gradi, cosa pensate? Impegnata a cercare la giarrettiera blu per la sposa, ad organizzarle la festa di addio al nubilato contattando locale ed amiche, nonché a tenere viva con il blog questa constatazione, valida solo per oggi ma importante: tra un mese preciso saremo già al giorno dopo. The day after, signori, quello in cui i sì sono stati detti e le firme sono state messe. Quello in cui si commenterà l'andamento del matrimonio con presenti ed assenti. Ma chi legge questo blog non ha bisogno di aspettare tanto, perché sono in grado di anticipare le cronache. O di immaginarle. Siamo scesi già da qualche giorno ad Ostuni, e tutto ci sembra irreale. Che uno di noi stia per sposarsi, che un tempo della vita sia arrivato con un'epoca alle spalle che ancora ci saluta col suo 2. Rimaniamo i soliti, comunque, tanto che il giorno del matrimonio, dopo esserci alzati tutti realizzando che dalla foto del terzo liceo sono passati davvero tanti anni, facciamo finta di niente e copriamo l'angoscia del tempo che passa ridendo e sdrammatizzando, in particolare con la sposa che ondeggia tra il divertito e l'agitato. Ci prepariamo, andiamo a casa sua e parliamo, parliamo, parliamo, accompagnando con commenti più o meno stupidi, ma più più, quella scena. Io vado ancora avanti, al mio solito, ed inizio ad immaginare i figli di Floriana quando torneranno da Roma e vedranno la casa della nonna, dove Floriana è cresciuta ed abbiamo studiato con Charlie che vivace ci scodinzolava tra le gambe. Quel cane aveva degli occhi umani, difettava solo della parola. Ora non c'è più, abbiamo registrato il suo progressivo spegnersi. Negli ultimi tempi ci guardava dal divano senza nemmeno muoversi, come per dire: "Non ce la faccio più". Quindi, al solito, il mio andare avanti è anche tornare indietro. Tutto questo prepara quello che segue, nulla è casuale. Intanto c'è un altro abbaiare, quello di Maggie, che sicuramente farà la pazza in tutto questo trambusto e forse verrà spedita da qualche altra parte. Di sicuro non prenderà parte alla cerimonia religiosa, comunque. Quando Floriana scenderà da casa sua con il vestito da sposa mi verrà un colpo, e pure a lei. Ci diremo: "Ma cche davero davero?", oppure "Ma sèria stè succede?" (Per i non ostunesi: "Sta succedendo seriamente?"). In ogni caso, escludo quasi categoricamente il ricorso alla lingua italiana, fa parte del processo di sdrammatizzazione. Si è detto che Maggie non ci sarà, ma in chiesa Floriana potrà contare comunque sobba a nu cagnelicchie (su un cagnetto, per i non ostunesi), come Gilda stessa si è autodefinita quando ha saputo che era stata designata da Floriana per sistemarle il vestito durante la cerimonia. "Sulla testimone non posso contare perché Valentina sappiamo com'è, è capace di strapparmelo proprio, il vestito, e mamma...beh, mamma vomiterà, come fa sempre in circostanze del genere". E quindi m'immagino Gilda a cagnelicchie (a mo' di cagnetto, per i non ostunesi...però studiate, eh, 'ste traduzioni appesantiscono il testo!) sotto al vestito di Floriana e Mimma, la madre, appunto, con una busta di plastica infilata nella borsa delle occasioni importanti a vomitare con una certa insistenza mentre io oscillo tra la voglia di ridere a crepapelle e le constatazioni di cui sopra: chi c'è e chi non c'è più, il tempo passato, gli anni che non tornano indietro e bla bla bla. Non potrò nemmeno fare troppe smorfie perché dovrò stare attenta agli scatti che in qualità di testimone mi toccheranno di sicuro e dovrò stare attenta ai miei sorrisi, affinché vedendomi in tutte queste situazioni non assumano la solita piega ironica salvavita ma che tanto stonerebbe con il momento. E poi, alla firma, mano ferma (una parola!) e quando tutto questo calderone mi ribollirà dentro forse qualche lacrima, sicura se si commuove pure la sposa. "Ehi, devi piangere? Non piangere, sai?", mi dice Floriana forse parlando anche a se stessa. "Da te dipende", rispondo io parlando a me stessa ed a lei. "Madò, tu piangerai, lo so!", ribatte la sposa alla mia ed alla sua persona. Certo, i precedenti di commozione ci sono, ma recenti. Quando mi ha comunicato che si sposava, per esempio. Non ero mica così, da ventenne! Epperò quando hai vent'anni non c'è la compagna di classe che ti dice che si sposa e tu realizzi che sono passati più di 15 anni da quando vi conoscete! E poi gli auguri, ed Alessandro che chiederà come sta mostrando vestito e scarpe o si prenderà i complimenti prima ancora di fare la sfilata, perché tutti sanno quanto ci tiene, mentre gli sposi sono ormai fuori dalla chiesa, Gilda è tornata in posizione verticale e Mimma ha finito finalmente di vomitare. Prima di dirigerci a cena, una foto tutti insieme davanti alla chiesa. Quello scatto che si fa vedere a figli e nipoti. Diventiamo un pezzo di storia per qualcuno, nel futuro. Forse per questo ad un altro matrimonio di amici comuni, dimenticando freudianamente quest'usanza, dopo gli auguri andammo in un bar a fare aperitivo, gesto senza conseguenze, uguale a tanti altri, non impegnativo, futile ed effimero. Come si addice a quei ventenni che non siamo più. Al ritorno in macchina guardammo a bocca spalancata la formazione collettiva davanti alla macchina fotografica. Un flash contemporaneo, per la nostra espressione e per quella foto da cui ci eravamo autoesclusi e che stavamo lì a guardare mentre prendeva vita. Così abbiamo un'altra foto, di quella giornata. Una foto nella foto di noi che guardavamo scattare la foto. Metafoto, insomma. Abbiamo visto la storia, per un momento. In questo caso, l'ho anticipata. Qualcuno direbbe che il bello è viverla. Io mi accontento di raccontarla. Se poi sono chiamata a viverla, e come, questa è tutta un'altra storia. E che storia! Questa volta la foto con la sposa non ce la toglie nessuno. Con il numero 3 davanti agli anni bisogna avere il coraggio di prendere parte alla storia di qualcuno. La vita non può essere un eterno aperitivo, tranne se si abita a Milano. Non è il mio caso, però. Per fortuna sono del Sud, dove ancora si cena. E bene.
lunedì 27 aprile 2009
La promessa
La promessa. E qui l'interrogativo: ma è il post della promessa o è la promessa del post? Sì, perché la futura sposa (anzi, quasi moglie) di cui sarò testimone ormai mi estorce promesse, o meglio, inoltra richieste di post. Post on demand, insomma. Bene, questa la premessa della promessa, che mi ha visto desta presto in quanto alle nove già mi dovevo trovare a piazza Bologna per comprare il mazzo di fiori insieme al paggetto nudo, ovvero Alessandro che sta passando ore in palestra con l'obiettivo di non sfigurare quando si esibirà in costume adamitico alle nozze cui mancano, attenzione attenzione, solo due mesi precisi. Mazzo qui, mazzo lì, battute su 'sto mazzo che non vi sto a dì (scusate, risento ancora dell'effetto ode, vedi precedente post), mentre il figlio di Allah sta finendo, chiama la FS (futura sposa, nulla a che vedere con le ferrovie) per sapere dove fossimo e se fossimo insieme. Da premettere che il paggetto nudo mi aveva fatto lo squillo per sincerarsi che fossi sveglia. Da sottolineare, dunque, il clima di fiducia generale in cui si naviga e, spesso, si annega. San Tommaso ci fa un baffo, proprio! Arriviamo, parcheggiamo e naturalmente la FS stava uscendo di casa con FM (futuro marito, niente a che vedere con la radio), sua madre e sua zia. Il paggetto a quel punto lascia il mazzo nella macchina dei festeggiati e torna con me in automobile per seguire il tragitto che ci porta alla circoscrizione, dove vi è apposito ufficio matrimoni della cui targhetta FS non manca di fare la foto. FM agitato, ma soprattutto stanco, apre la porta per chiedere se è tutto pronto, e l'addetta si affaccia con un'aria tra la polemica e lo sfottò: "Aò, calma, tutta 'sta fretta c'hai?". Secondo me c'aveva fretta sì, ma di andare un po' a dormire, perché FM lavora anche di notte. Che tocca fare per potersi permettere un matrimonio...
Ad ogni modo l'addetta, appena ci ha sentito parlare, ha detto ad FM: "Ma che, stai da solo te?". E quando FS ha chiesto come avesse fatto a capire, la signora ha risposto: "L'accento, no?". Fantastico. Puglia forever e l'addetta che diventa amica di FM: "Allora pe' tte ce sto io!". Solidarietà tra romani invasi da meridionali (ma meglio le invasioni da sud, no?). Firmano con una penna che lasciamo perdere, usciamo e scattiamo le foto, ma il mio pensiero sempre lì stava. "La devi smettere di parlare di ostriche, poi la fai sentire male se non ci sono!", mi rimprovera il paggetto in macchina, ma io ero certa di quel che andavo dicendo: "E perché mai mi avrebbe detto che le mangiavamo a pranzo, allora?". "Ah, ti ha detto così?". Mi dispiace paggetto, ma per quanto palestrato, come la testimone non sarai mai informato. Un sorrisetto sotto al suo nasetto: "Megghje, allora!" (Trad. "Meglio, allora!", ovvero era contento pure lui per questa scelta ittica). Si va a casa, si stappa lo champagne, si prende il portafiori per il mazzo, si riempie d'acqua per il mazzo, si sistema il mazzo, si fanno le foto al mazzo, roba che io già l'avrei buttato subito, con tutto il mazzo che ha richiesto per essere maggiormente messo in vista. Altra attività è stata acchiappare QM (quasi marito, dopo la firma) per le foto di rito, dato che tendeva a scappare, ed io so pure dove. Voleva andare a riposarsi, poverino! Quello che finalmente ha fatto dopo il servizio, ovviamente con mazzo sullo sfondo a testimoniare che il matrimonio richiede impegno. Noi pugliesi, invece, siamo rimasti a parlottare un po': testimone, paggetto, madre e zia della QM nonché QM stessa (dai, l'avete capito, quasi moglie, dopo la firma!). Finalmente scatta l'ora X, anzi l'ora O di ostrica. QM va a svegliare il suo omosoprannomino ed io comincio a dare più di uno schiaffetto al paggetto, il quale dà origine a suoni strani tipo: "Oh, spì, vuè fnì, ih ih" ed altri che non sono in grado di riprodurre per iscritto. Ci avviamo al ristorante e ripenso all'osservazione della zia di QM: "Quando vedo un mazzo di fiori penso sempre ad un qualcosa da festeggiare". E dalli col mazzo! Io ho cominciato a pensare a festeggiamenti seri quando ho visto il ben di Dio di pesce che ci è passato sotto gli occhi e soprattutto sotto ai denti, ostriche incluse! E mentre da bravi pugliesi, cui si era aggiunto nel frattempo un testimone romano dello sposo, ci strafocavamo dell'impossibile, QM al mio fianco mi narrava da brava organizzatrice le vicissitudini che ci avevano portato lì e che poi erano riconducibili ad un semplice dato di fatto: era lunedì, e sia la pizzeria che il ristorante delle renne, come lo chiamo io perché vi si cucinano pietanze scandinave, erano chiusi. "Che culo!", ho esclamato di cuore perché amo sia la pizza, romana e napoletana, che la cucina del mondo, intendiamoci, ma volete mettere una mangiata di pesce? QM si sganascia dalle risate assieme alla madre ed alla zia, mentre continuavano a scorrere litri di vino ed eravamo seduti lì già da due ore. Ci siamo alzati barcollanti e felici verso le quattro e qualcosa, dall'una e qualcosa che eravamo entrati. Qualcosa di assurdo, se ci pensate, ma di molto meridionale. Qualcosa di noi, insomma. A quel punto ho salutato i QM e famiglia QU (ormai è quasi unica, no?), e me ne sono andata a casa di paggetto la cui affittuaria mi aveva invitato per festeggiare il suo compleanno. Tempo di tirarmi su dal divano di paggetto dopo un sonno comatoso ed era già ora di cena. Neverendig food per testimons, nata forse per soffrire, di sicuro per mangiare!
Ad ogni modo l'addetta, appena ci ha sentito parlare, ha detto ad FM: "Ma che, stai da solo te?". E quando FS ha chiesto come avesse fatto a capire, la signora ha risposto: "L'accento, no?". Fantastico. Puglia forever e l'addetta che diventa amica di FM: "Allora pe' tte ce sto io!". Solidarietà tra romani invasi da meridionali (ma meglio le invasioni da sud, no?). Firmano con una penna che lasciamo perdere, usciamo e scattiamo le foto, ma il mio pensiero sempre lì stava. "La devi smettere di parlare di ostriche, poi la fai sentire male se non ci sono!", mi rimprovera il paggetto in macchina, ma io ero certa di quel che andavo dicendo: "E perché mai mi avrebbe detto che le mangiavamo a pranzo, allora?". "Ah, ti ha detto così?". Mi dispiace paggetto, ma per quanto palestrato, come la testimone non sarai mai informato. Un sorrisetto sotto al suo nasetto: "Megghje, allora!" (Trad. "Meglio, allora!", ovvero era contento pure lui per questa scelta ittica). Si va a casa, si stappa lo champagne, si prende il portafiori per il mazzo, si riempie d'acqua per il mazzo, si sistema il mazzo, si fanno le foto al mazzo, roba che io già l'avrei buttato subito, con tutto il mazzo che ha richiesto per essere maggiormente messo in vista. Altra attività è stata acchiappare QM (quasi marito, dopo la firma) per le foto di rito, dato che tendeva a scappare, ed io so pure dove. Voleva andare a riposarsi, poverino! Quello che finalmente ha fatto dopo il servizio, ovviamente con mazzo sullo sfondo a testimoniare che il matrimonio richiede impegno. Noi pugliesi, invece, siamo rimasti a parlottare un po': testimone, paggetto, madre e zia della QM nonché QM stessa (dai, l'avete capito, quasi moglie, dopo la firma!). Finalmente scatta l'ora X, anzi l'ora O di ostrica. QM va a svegliare il suo omosoprannomino ed io comincio a dare più di uno schiaffetto al paggetto, il quale dà origine a suoni strani tipo: "Oh, spì, vuè fnì, ih ih" ed altri che non sono in grado di riprodurre per iscritto. Ci avviamo al ristorante e ripenso all'osservazione della zia di QM: "Quando vedo un mazzo di fiori penso sempre ad un qualcosa da festeggiare". E dalli col mazzo! Io ho cominciato a pensare a festeggiamenti seri quando ho visto il ben di Dio di pesce che ci è passato sotto gli occhi e soprattutto sotto ai denti, ostriche incluse! E mentre da bravi pugliesi, cui si era aggiunto nel frattempo un testimone romano dello sposo, ci strafocavamo dell'impossibile, QM al mio fianco mi narrava da brava organizzatrice le vicissitudini che ci avevano portato lì e che poi erano riconducibili ad un semplice dato di fatto: era lunedì, e sia la pizzeria che il ristorante delle renne, come lo chiamo io perché vi si cucinano pietanze scandinave, erano chiusi. "Che culo!", ho esclamato di cuore perché amo sia la pizza, romana e napoletana, che la cucina del mondo, intendiamoci, ma volete mettere una mangiata di pesce? QM si sganascia dalle risate assieme alla madre ed alla zia, mentre continuavano a scorrere litri di vino ed eravamo seduti lì già da due ore. Ci siamo alzati barcollanti e felici verso le quattro e qualcosa, dall'una e qualcosa che eravamo entrati. Qualcosa di assurdo, se ci pensate, ma di molto meridionale. Qualcosa di noi, insomma. A quel punto ho salutato i QM e famiglia QU (ormai è quasi unica, no?), e me ne sono andata a casa di paggetto la cui affittuaria mi aveva invitato per festeggiare il suo compleanno. Tempo di tirarmi su dal divano di paggetto dopo un sonno comatoso ed era già ora di cena. Neverendig food per testimons, nata forse per soffrire, di sicuro per mangiare!
martedì 21 aprile 2009
I miei auguri a Roma
Siccome sto a Roma da quarche anno
je vojo fa' l'auguri pel compleanno
e non avendo tante abbilità tra cui decide
me so' detta: "Mo je scrivo du' righe".
Poi però me so' allargata
ed è venuta fori tutta 'sta tirata,
ma d'artronde co' sta grande città
a regolarme non gliela posso proprio fa.
Me ricordo quanno, appena arrivata,
incontrai una de Milano tutta 'ncazzata:
"Povera lei, neh, qua ho avuto il tormento,
l'unica attività dei romani è il lamento.
Avevo un tovagliolo sporco al ristorante
mica me l'ha cambiato il cameriere, quell'ignorante!
Ha detto 'Signò, giralo che dietro è pulito!',
Davvero, neh, trattamento del genere non s'è mai sentito"!
A raccontarme 'sta sua personale sortita
'a signora me pareva ancora stranita.
A parte che je aveva sicuro detto girelo, con la 'e',
ma io all'epeca mica 'ste cose le potevo sapè;
secondo poi, de risate me spaccai
e dritta pella mia strada, la Nomentana, tirai.
Era tutto il mio linguaggio in evoluzzione
in questa Capitale che mi ha fatto la dizzione
ed io che sto in fissa con le parole
mo' ce sto propio a rota, me escono da sole.
Io tendo a chiude le vocali, li romani ad aprì,
e questa è la loro lingua, si la voi capì,
lo strumento pe' interpretà er popolo romano
che del cinismo e dello sberleffo è massimo sovrano.
Ne hanno viste tante e pe' troppi secoli li romani
de zozzerie fatte da tutti l'esseri umani,
capoccia e poracci qui passeno ed hanno sfilato
senza che er romano ne rimanesse mai 'mpressionato.
Po arrivà pure er fijio de 'na regina,
si non c'ha n'orecchio è sempre 'er tazzina',
e per i calvi, che sieno con le panze o snelli,
er coro è sempre questo: "A belli capelli!"
La ggente sono matti o feroci, ché non se sa?
E fanno davero de tutto nella vita pe' svortà
specie quanno non s'aspetteno più gnente
campano pe' campà e nun glie' frega de n'accidente.
Er popolo de Roma de nulla è sorpreso
je rimane solo er derby a dà un risultato conteso.
Pure ar cardinale il cedimento je perdona,
specie si la debolezza se colloca come bbona.
Se a certi romani je rode da matina a ssera
è solo perché sanno come va a finì la tiritera
e cioè che sia fritto o sia arosto
er piatto je finisce sempre in quer posto.
"Anvedilo, aò, mortacci tua, fermete là!".
'Sta cosa delli morti è stata dura da accettà;
da me so' sacri, non se toccheno, se lasciano sta',
qui a Roma è una gara a chi più ne ha.
Cadono come se piovesse, er Verano sta scoperchiato,
oh, avessi trovato mai un romano pe' 'sto fatto turbato!
Certo, dipende poi da come li dici,
ma li morti maggiori voleno tra amici.
"Bella" e "S'arebbeccamo" so' er ciao ed er commiato,
ma in mezzo ce sta un monno da me esaminato.
"Li mortacci tua" fa simpatia e rompe gli indugi
senza troppi giri, senza tanti sotterfugi.
Poi se inizia a parlà, "tante vorte" ovunque e ripetitivo
nel discorso che se apre con "Carcola" e se chiude col "ve'" interrogativo.
La borza, la danza, la cchiesa, la ssedia e non aggiungo altro nome
perché la mia preferita è la domanda: "Hai capito come?"
E quanno arriva er momento che se parla de buffi, tutti stanno a sentì
e ad un certo punto uno fa: "A rigà, ma se po' campà così?"
Allora s'arza 'na gara de lagne che levete
e si non ce partecipi rimani come un ebbete.
Ad un certo punto, poi, pe' non strippà,
la gara delle disgrazie se deve accannà.
Se ricomincia con gli "a Lè" e gli "a Nì",
ma che è, 'na novità che semo nati pe' soffrì?
Se apparecchia ed a tavola con la vita se fa pace,
perché ai romani de magnà 'na cifra je piace.
E non ce sta gnente da giudicà o da capì
in questa Città Eterna che te la devi sentì.
Devi fa pippa, che te viene solo bbene
quanno assisti a certe leggendarie scene
tipo er vecchio che chiede cor bijetto: "Tutto er giorno ce posso girà?"
all'autista che je risponne: "Sì, se non c'hai un cazzo da fa!".
Pure gli autisti me prendono de mira,
'ste signore turiste dall'aria fina
che non c'hanno le gambone delle sore romane,
protagoniste delle migliori commedie umane.
Ad abbacchio, pajata e fagioli colle cotiche cresciute
se so' gonfiate e stanno lì, da tutti benvolute
pelle strade colle ciavatte a dà alli micetti da magnare
perché le sore de Roma, se sa, so' tutte gattare.
Na vorta, nella metro, co' na puzza che non se po' raccontà,
una me disse: "Semo troppi e come li sorci ce vojono fa stirà!"
Poi, 'na vorta risalita, me girai verso er semafero, ed uno che se 'nventa?
"A come t'antitoli, movite che più verde de così nun ce diventa!"
E mentre ancora c'ho la ridarella e già vedo la luce gialla,
questo genio me sfreccia davanti con la musica a palla.
E ancora nell'auto lamenti sulla maleducazzione
da parte de 'na straniera e nordica delegazzione
che je piacerebbe sostituì de Roma i teroni
co' na fracca de padani e polentoni.
A ripetizzione criticoni e l'autista, un mito, je ha detto:
"Aò, ma che, a venì qua state a ffa un fioretto?
Devi sta' a casa, si te piace di più e ce l'hai,
che qua a dì fregnacce non aspettamo voi, anzi, semo pure assai!"
E quanno quelli scendono, incassata la botta,
sull'auto è tutto un grido: "Che fiji de 'na mignotta!",
e te viene da cantà "Te c'hanno mai mannato" de Albertone,
che te riporta a Roma come Nannarella ed il Cupolone.
Quanti l'hanno cantata, da Belli a Trilussa, dar Califfo ai Vianella,
i Fabrizi, Panelli, Proietti, Verdone, pe' non parlà de Gabriella.
"Er problema sta a monte, ar monte dei pegni", diceva er Pomata,
che co' Mandrake me mostrò in un film 'na Roma da subbito amata.
'Sti romani sembreno pigri, e poi invece di bambini
chiamano i più piccoli nientemeno che regazzini
che se ce pensate è 'na soluzione più compricata;
ma 'sta città non ha da esse capita, ha da esse col core accettata,
anche quanno pe' le strade centrali der sabbeto ce gireno i burini,
che se chiameno tra loro 'amò' e cammineno vicini,
tireno i petti in fori e delle firme lucide iniziano la sfilata
de quella che è 'na collettiva e trionfante scoattata.
Se tutti li guardeno se sentono 'na ciaifra gajardi
ma a studialli bene se vede che so' codardi
e che se je fai 'Buh!' te lasciano pure l'occhialoni da sole e 'na cinta
che io non li metterebbi nemmeno pe' finta.
I romani er bus lo chiameno auto, auti se più di uno,
ma tanto avoja a chiamalli, non ne passa mai nessuno.
La lingua de 'sto popolo è come 'na zaccagnata,
colpisce al core, te fa 'n'indimenticabbile pennellata.
Così se entra 'na buzzicona e se siede in un treno
er romano verace je dice: "A secca, magna de meno!"
E la coda alla vaccinara, che "con le mano" va magnata?
Robba che quanno me lo disse er bujaccaro me so' tajata!
Non ve racconto calle, e v'aggiungo una citazione
pe' uno che non volete: "Manco pe' battocco ar portone!".
Quanno uno invece ce prova co' tutti i mezzi
qua te dicheno "Aò, te sta a batte i pezzi!",
e pe' uno che tra poracci se sente 'sta grandezza
ce sta pronta la definizzione "gallo sulla monnezza".
Se il fatto è lungo e non procede, allora è più fico
da di' che "stamo ancora a carissimo amico".
Se te regge la pompa vor dì che gliela poi fa
ma se non te va allora te tocca da piscià.
Pe' testimonià una particolare irruenza nell'entrare
ce sta un solo verbo, che è 'imboccare',
e si se vede che sei troppo vanitoso
qua te urleno "quanto te 'a senti calla, a coso!".
Si sei tra mille cose occupato
allora er termine giusto è 'impicciato',
mentre si te pija male pe' un fatto non gradito,
l'espressione, da 'nvertì, è "ar culo un dito".
Quanno l'estate vede tutti sudà
er romano comincia invece a schiumà,
che secondo me rende mejo er concetto
perché te dà proprio n'immaggine de riggetto.
Si te dice bene o te dice male
non se sa mai er soggetto, ma tanto è uguale.
E st'espressione: "Ma cche davero?"
svela tutta la sorpresa ed il mistero,
mentre te sfonni una cofana della qualunque
e parli del come, del mentre e del dunque.
Ché cene e vissuti dobbiamo con l'altri steccare
per non morire, che qui se dice 'stirare'.
E se in Puglia ho lasciato i fratelli
qui c'ho trovato l'amici più belli,
quelli a cui te leghi pe' na vita
e che me fanno dì a Roma un "grazie" de dimenzione infinita.
Chi se la prende col cameriere o l'autista
è perché sbroccando ha perso de vista
che la vita te consuma e 'sta città te spolpa
ma de quanto è 'nfame er monno Roma Capoccia non c'ha colpa.
'Sta Capitale accoglie da secoli tutti, è enorme,
ed a ciascuno se mostra in tutte le sue forme.
Sta a te la scelta de sapella accettà
o de decide de condannalla senza pietà.
Il romano sa di esse fortunato o,
colle sue parole, de "ave' sculato"
pel fatto de sta sotto al cielo aperto di un museo
che ha come suo maggiore simbolo er Colosseo.
Quanno tra li vicoli de secoli passeggia la sera
o er tramonto sur Tevere s'avera
j'entra nel sangue come un friccicorio
che piano piano se fa mormorio.
E' la Roma sua che je dice: "Lassali parlà,
non vedi che alla fine stanno tutti qua?
Che so' la città più bella ar monno ce 'o sanno anche quelle infamità
che passeno er tempo a cercarme in ogni modo de calunnià.
C'hanno la tigna e la rogna, e so' rosiconi
perché non conoscono né cielo né stagioni".
Allora er romano arza l'occhi in su
e vede la luna rossa come un cocomero, anzi, de più
sui resti de un passato che te parla ad ogni ora
e si lo sai ascoltà te fa sentì orgoglioso ancora.
Capisce subbito che a tutto ce deve sta
e che Roma sua sa sempre come farse perdonà.
La città e la squadra restano l'unica cosa seria,
er resto so' sole, inganni e miseria.
Aumenta d'improvviso la sua suscettibilità,
te dice che co' Roma non ce devi troppo scherzà
ed i toni se fanno veramente incazzosi
quanno sente i soliti serpenti velenosi.
Perché vabbè le critiche, ma se stai seriamente a smerdà
allora te indica la bicicletta e t'invita a pedalà,
e se scatta er momento un po' sotto de devi cacà
perché ar romano je parte la brocca e comincia a menà.
I romani so' paciosi, se abbandoneno alla sorte,
ma sanno pure che chi mena pe' primo mena du' vorte!
E si je tocchi pure la squadra te rendono pan per focaccia
prendono du' serci, 'na lama e te tajano la faccia,
in ricordo de' quanno ce staveno li rusticani duelli
co' gli Er Più che minacciaveno de spanzarse roteando li cortelli.
Che vabbè alle fraschette a cantà "mo' je dimo, mo' je famo",
ma sul senso dell'appartenenza propio non scherzamo.
Davanti a 'na porchetta so' tutti frizzi e lazzi
ma se je tocchi Roma, altro che 'sti cazzi!
Pe' parte mia hanno la piena raggione
che la romanità è come 'na religgione
e tu non la poi insurtà, sobrio o spugna
qua vale sempre er detto: "A chi tocca nun se 'ngrugna!"
Io je vojo tanto bene a Roma, e solo una grande Capitale
me poteva dà una lezzione così universale:
li romani, come tutti l'omini, non so' alla fine nè cattivi nè boni,
ma si te li voi tene' amici ar mejo, non je devi da rompe li cojoni!
je vojo fa' l'auguri pel compleanno
e non avendo tante abbilità tra cui decide
me so' detta: "Mo je scrivo du' righe".
Poi però me so' allargata
ed è venuta fori tutta 'sta tirata,
ma d'artronde co' sta grande città
a regolarme non gliela posso proprio fa.
Me ricordo quanno, appena arrivata,
incontrai una de Milano tutta 'ncazzata:
"Povera lei, neh, qua ho avuto il tormento,
l'unica attività dei romani è il lamento.
Avevo un tovagliolo sporco al ristorante
mica me l'ha cambiato il cameriere, quell'ignorante!
Ha detto 'Signò, giralo che dietro è pulito!',
Davvero, neh, trattamento del genere non s'è mai sentito"!
A raccontarme 'sta sua personale sortita
'a signora me pareva ancora stranita.
A parte che je aveva sicuro detto girelo, con la 'e',
ma io all'epeca mica 'ste cose le potevo sapè;
secondo poi, de risate me spaccai
e dritta pella mia strada, la Nomentana, tirai.
Era tutto il mio linguaggio in evoluzzione
in questa Capitale che mi ha fatto la dizzione
ed io che sto in fissa con le parole
mo' ce sto propio a rota, me escono da sole.
Io tendo a chiude le vocali, li romani ad aprì,
e questa è la loro lingua, si la voi capì,
lo strumento pe' interpretà er popolo romano
che del cinismo e dello sberleffo è massimo sovrano.
Ne hanno viste tante e pe' troppi secoli li romani
de zozzerie fatte da tutti l'esseri umani,
capoccia e poracci qui passeno ed hanno sfilato
senza che er romano ne rimanesse mai 'mpressionato.
Po arrivà pure er fijio de 'na regina,
si non c'ha n'orecchio è sempre 'er tazzina',
e per i calvi, che sieno con le panze o snelli,
er coro è sempre questo: "A belli capelli!"
La ggente sono matti o feroci, ché non se sa?
E fanno davero de tutto nella vita pe' svortà
specie quanno non s'aspetteno più gnente
campano pe' campà e nun glie' frega de n'accidente.
Er popolo de Roma de nulla è sorpreso
je rimane solo er derby a dà un risultato conteso.
Pure ar cardinale il cedimento je perdona,
specie si la debolezza se colloca come bbona.
Se a certi romani je rode da matina a ssera
è solo perché sanno come va a finì la tiritera
e cioè che sia fritto o sia arosto
er piatto je finisce sempre in quer posto.
"Anvedilo, aò, mortacci tua, fermete là!".
'Sta cosa delli morti è stata dura da accettà;
da me so' sacri, non se toccheno, se lasciano sta',
qui a Roma è una gara a chi più ne ha.
Cadono come se piovesse, er Verano sta scoperchiato,
oh, avessi trovato mai un romano pe' 'sto fatto turbato!
Certo, dipende poi da come li dici,
ma li morti maggiori voleno tra amici.
"Bella" e "S'arebbeccamo" so' er ciao ed er commiato,
ma in mezzo ce sta un monno da me esaminato.
"Li mortacci tua" fa simpatia e rompe gli indugi
senza troppi giri, senza tanti sotterfugi.
Poi se inizia a parlà, "tante vorte" ovunque e ripetitivo
nel discorso che se apre con "Carcola" e se chiude col "ve'" interrogativo.
La borza, la danza, la cchiesa, la ssedia e non aggiungo altro nome
perché la mia preferita è la domanda: "Hai capito come?"
E quanno arriva er momento che se parla de buffi, tutti stanno a sentì
e ad un certo punto uno fa: "A rigà, ma se po' campà così?"
Allora s'arza 'na gara de lagne che levete
e si non ce partecipi rimani come un ebbete.
Ad un certo punto, poi, pe' non strippà,
la gara delle disgrazie se deve accannà.
Se ricomincia con gli "a Lè" e gli "a Nì",
ma che è, 'na novità che semo nati pe' soffrì?
Se apparecchia ed a tavola con la vita se fa pace,
perché ai romani de magnà 'na cifra je piace.
E non ce sta gnente da giudicà o da capì
in questa Città Eterna che te la devi sentì.
Devi fa pippa, che te viene solo bbene
quanno assisti a certe leggendarie scene
tipo er vecchio che chiede cor bijetto: "Tutto er giorno ce posso girà?"
all'autista che je risponne: "Sì, se non c'hai un cazzo da fa!".
Pure gli autisti me prendono de mira,
'ste signore turiste dall'aria fina
che non c'hanno le gambone delle sore romane,
protagoniste delle migliori commedie umane.
Ad abbacchio, pajata e fagioli colle cotiche cresciute
se so' gonfiate e stanno lì, da tutti benvolute
pelle strade colle ciavatte a dà alli micetti da magnare
perché le sore de Roma, se sa, so' tutte gattare.
Na vorta, nella metro, co' na puzza che non se po' raccontà,
una me disse: "Semo troppi e come li sorci ce vojono fa stirà!"
Poi, 'na vorta risalita, me girai verso er semafero, ed uno che se 'nventa?
"A come t'antitoli, movite che più verde de così nun ce diventa!"
E mentre ancora c'ho la ridarella e già vedo la luce gialla,
questo genio me sfreccia davanti con la musica a palla.
E ancora nell'auto lamenti sulla maleducazzione
da parte de 'na straniera e nordica delegazzione
che je piacerebbe sostituì de Roma i teroni
co' na fracca de padani e polentoni.
A ripetizzione criticoni e l'autista, un mito, je ha detto:
"Aò, ma che, a venì qua state a ffa un fioretto?
Devi sta' a casa, si te piace di più e ce l'hai,
che qua a dì fregnacce non aspettamo voi, anzi, semo pure assai!"
E quanno quelli scendono, incassata la botta,
sull'auto è tutto un grido: "Che fiji de 'na mignotta!",
e te viene da cantà "Te c'hanno mai mannato" de Albertone,
che te riporta a Roma come Nannarella ed il Cupolone.
Quanti l'hanno cantata, da Belli a Trilussa, dar Califfo ai Vianella,
i Fabrizi, Panelli, Proietti, Verdone, pe' non parlà de Gabriella.
"Er problema sta a monte, ar monte dei pegni", diceva er Pomata,
che co' Mandrake me mostrò in un film 'na Roma da subbito amata.
'Sti romani sembreno pigri, e poi invece di bambini
chiamano i più piccoli nientemeno che regazzini
che se ce pensate è 'na soluzione più compricata;
ma 'sta città non ha da esse capita, ha da esse col core accettata,
anche quanno pe' le strade centrali der sabbeto ce gireno i burini,
che se chiameno tra loro 'amò' e cammineno vicini,
tireno i petti in fori e delle firme lucide iniziano la sfilata
de quella che è 'na collettiva e trionfante scoattata.
Se tutti li guardeno se sentono 'na ciaifra gajardi
ma a studialli bene se vede che so' codardi
e che se je fai 'Buh!' te lasciano pure l'occhialoni da sole e 'na cinta
che io non li metterebbi nemmeno pe' finta.
I romani er bus lo chiameno auto, auti se più di uno,
ma tanto avoja a chiamalli, non ne passa mai nessuno.
La lingua de 'sto popolo è come 'na zaccagnata,
colpisce al core, te fa 'n'indimenticabbile pennellata.
Così se entra 'na buzzicona e se siede in un treno
er romano verace je dice: "A secca, magna de meno!"
E la coda alla vaccinara, che "con le mano" va magnata?
Robba che quanno me lo disse er bujaccaro me so' tajata!
Non ve racconto calle, e v'aggiungo una citazione
pe' uno che non volete: "Manco pe' battocco ar portone!".
Quanno uno invece ce prova co' tutti i mezzi
qua te dicheno "Aò, te sta a batte i pezzi!",
e pe' uno che tra poracci se sente 'sta grandezza
ce sta pronta la definizzione "gallo sulla monnezza".
Se il fatto è lungo e non procede, allora è più fico
da di' che "stamo ancora a carissimo amico".
Se te regge la pompa vor dì che gliela poi fa
ma se non te va allora te tocca da piscià.
Pe' testimonià una particolare irruenza nell'entrare
ce sta un solo verbo, che è 'imboccare',
e si se vede che sei troppo vanitoso
qua te urleno "quanto te 'a senti calla, a coso!".
Si sei tra mille cose occupato
allora er termine giusto è 'impicciato',
mentre si te pija male pe' un fatto non gradito,
l'espressione, da 'nvertì, è "ar culo un dito".
Quanno l'estate vede tutti sudà
er romano comincia invece a schiumà,
che secondo me rende mejo er concetto
perché te dà proprio n'immaggine de riggetto.
Si te dice bene o te dice male
non se sa mai er soggetto, ma tanto è uguale.
E st'espressione: "Ma cche davero?"
svela tutta la sorpresa ed il mistero,
mentre te sfonni una cofana della qualunque
e parli del come, del mentre e del dunque.
Ché cene e vissuti dobbiamo con l'altri steccare
per non morire, che qui se dice 'stirare'.
E se in Puglia ho lasciato i fratelli
qui c'ho trovato l'amici più belli,
quelli a cui te leghi pe' na vita
e che me fanno dì a Roma un "grazie" de dimenzione infinita.
Chi se la prende col cameriere o l'autista
è perché sbroccando ha perso de vista
che la vita te consuma e 'sta città te spolpa
ma de quanto è 'nfame er monno Roma Capoccia non c'ha colpa.
'Sta Capitale accoglie da secoli tutti, è enorme,
ed a ciascuno se mostra in tutte le sue forme.
Sta a te la scelta de sapella accettà
o de decide de condannalla senza pietà.
Il romano sa di esse fortunato o,
colle sue parole, de "ave' sculato"
pel fatto de sta sotto al cielo aperto di un museo
che ha come suo maggiore simbolo er Colosseo.
Quanno tra li vicoli de secoli passeggia la sera
o er tramonto sur Tevere s'avera
j'entra nel sangue come un friccicorio
che piano piano se fa mormorio.
E' la Roma sua che je dice: "Lassali parlà,
non vedi che alla fine stanno tutti qua?
Che so' la città più bella ar monno ce 'o sanno anche quelle infamità
che passeno er tempo a cercarme in ogni modo de calunnià.
C'hanno la tigna e la rogna, e so' rosiconi
perché non conoscono né cielo né stagioni".
Allora er romano arza l'occhi in su
e vede la luna rossa come un cocomero, anzi, de più
sui resti de un passato che te parla ad ogni ora
e si lo sai ascoltà te fa sentì orgoglioso ancora.
Capisce subbito che a tutto ce deve sta
e che Roma sua sa sempre come farse perdonà.
La città e la squadra restano l'unica cosa seria,
er resto so' sole, inganni e miseria.
Aumenta d'improvviso la sua suscettibilità,
te dice che co' Roma non ce devi troppo scherzà
ed i toni se fanno veramente incazzosi
quanno sente i soliti serpenti velenosi.
Perché vabbè le critiche, ma se stai seriamente a smerdà
allora te indica la bicicletta e t'invita a pedalà,
e se scatta er momento un po' sotto de devi cacà
perché ar romano je parte la brocca e comincia a menà.
I romani so' paciosi, se abbandoneno alla sorte,
ma sanno pure che chi mena pe' primo mena du' vorte!
E si je tocchi pure la squadra te rendono pan per focaccia
prendono du' serci, 'na lama e te tajano la faccia,
in ricordo de' quanno ce staveno li rusticani duelli
co' gli Er Più che minacciaveno de spanzarse roteando li cortelli.
Che vabbè alle fraschette a cantà "mo' je dimo, mo' je famo",
ma sul senso dell'appartenenza propio non scherzamo.
Davanti a 'na porchetta so' tutti frizzi e lazzi
ma se je tocchi Roma, altro che 'sti cazzi!
Pe' parte mia hanno la piena raggione
che la romanità è come 'na religgione
e tu non la poi insurtà, sobrio o spugna
qua vale sempre er detto: "A chi tocca nun se 'ngrugna!"
Io je vojo tanto bene a Roma, e solo una grande Capitale
me poteva dà una lezzione così universale:
li romani, come tutti l'omini, non so' alla fine nè cattivi nè boni,
ma si te li voi tene' amici ar mejo, non je devi da rompe li cojoni!
martedì 7 aprile 2009
X Gattor
Strano risveglio, stamane. Apro la porta e non vedo il solito felìde Achille, ormai da me ribattezzato Achilluzzo, insinuarsi nel varco. Non accorgermi della sua testolina grigia che entra nella camera o non contemplarlo nel suo saltino in avanti di approvazione, quando seduto aspetta solo che quella maniglia venga mossa per poi farmi il suo classico otto attorno alle gambe, mi ha destabilizzato un po'. Dove si era cacciato? Silenziosa, nella casa priva di altri viventi oltre noi due, lo cerco ritrovandolo dopo un attimo, dato che non abito proprio a Versailles, sul letto del coamico con gli occhi chiusi. Allora a mani conserte lo contemplo, il tempo che lui avverta i miei impercettibili rumori ed apra gli occhi: che gatto! Appena mi guarda lo apostrofo: "Miciuscolo!", e lui per tutta risposta mi bela un 'mi-a-a-o' e si mette a pancia all'insù, con le zampette ripiegate in una chiara richiesta di coccole, la stessa di ogni santa sera che torno a casa o da un viaggio. Accorre e si sdraia, facendo le fusa già al solo gesto. Non immaginavo esistessero dei gatti così affettuosi. Sono animali straordinari, ti danno tanto pur essendo indipendenti. Dovremmo prenderne esempio, noi umani. Stamattina questo gesto così collaudato mi ha dato il senso di un'intimità, di una profonda conoscenza, perché lo sapevo che mi avrebbe belato il suo 'miao' di coccole ed io ero lì per rispondere a quella richiesta con parole di uno stupido che più stupido non si può: "Sei tutto coccole e distintivo, sei la tigre di via Grandis, il miciuscolo più miciuscolo che ci sia, belluscolo miciuscolo"; poi ci sono le canzoni, improponibili cover: "Sei gatto gatto gatto come te/sei gatto solamente tu", "Gatto/solo per te la mia canzone vola", e mi fermo qui per carità di patria. D'altronde lui mi istiga, aumentando ad ogni definizione le fusa in un crescendo che si sente anche dalla stanza adiacente. Achilluzzo, il miciuscolo, come ho iniziato a soprannominarlo appena ho rilevato i tratti evidenti della crescita, testimonianza del fatto che i nomignoli sono affettivi, più che descrittivi, è di sicuro provvisto di un X Gattor che gli ha permesso di portarmi a questo stato semipermanente di delirio. Quando sono in viaggio guardo le sue foto sul cellulare e mi chiedo quanto lo possa trovare cresciuto; in Puglia, seduta a leggere un libro, lo immagino al mio fianco, come in questo momento mentre scrivo. Non sia mai si perde qualche riga, appena interrompo con la tastiera viene vicino e si sporge a leggere, poi si riappisola. "Eh sì, è proprio noioso, eh?", gli dico mentre si risistema il corpo grigio-nero a ciambella, più miciuscolo ed Achilluzzo che mai. Non lo porterei mai al 'cat pride', non mi piacerebbe sfoggiarlo a destra e a manca. Lì ci sono felini e padroni in gran tiro, tutti si sparano le pose. Achilluzzo non è così, lui ha dovuto combattere con la vita e gli stenti, i primi giorni. E' un gatto forte e concreto, i cui segni di una nascita non proprio fortunata, che lo ha visto piccolissimo incastrarglisi il labbro in una lamiera di un'automobile, sono ancora visibili. Una parte piccolissima di labbro non c'è più, conferendogli quella bellezza che solo le imperfezioni sanno dare. La durezza lo ha temprato senza togliergli dolcezza. Mi destabilizza quando mi guarda con quegli occhioni verdi mentre me ne vado via, a registrare le fesserie di qualcuno da riportare su carta. Ricordo che era così anche con mio nipote quando si posava sul vetro della porta, i palmi aderenti in tutta la loro minuscola apertura, mentre mi accomiatavo augurandogli la buonanotte e dandogli appuntamento per il giorno dopo. Nei suoi occhi la stessa triplice domanda di Achilluzzo: "Perché aspettare? Perché non adesso? Perché te ne vai?". Sto esagerando? Forse, ma il suo sguardo mi segue fino a che non chiudo la porta e maledico il mondo ad ogni mandata. "Ciao Achilluzzo, mi raccomando, comportati bene, ci vediamo stasera", e giù ad imprecare dentro di me, anche contro questo inedito senso di colpa. Oggi, però, dopo le coccole, l'ho visto salire sul tavolo sotto la finestra e guardare dal vetro il mondo esterno. Gli studiavo la testa, le orecchie mobili, l'altezza; sta arrivando anche il suo momento di uscire, forse se lo sente. Mi sono avvicinata per osservare meglio la sua espressione, lui si è girato e dopo un breve 'miao' ha ripreso la sua contemplazione. "Achilluzzo, tutto arriva, porta pazienza", gli ho detto allora. Di profilo era un'immagine splendida: un gatto alla finestra. Niente di eccezionale? Probabile, ma non se il gatto in questione ha l'X Gattor. Allora tutto cambia. Un X Gattor che al 'cat pride' se lo sognano, grande come una casa, alto come il Colosseo. L'X Gattor proprio di chi si sente gatto, non di chi lo ostenta.
venerdì 27 marzo 2009
The ladies of the ring
Bene, signore e signori, o forse sarebbe meglio dire signore e signorine, o future signore, anche se ormai l'appellativo di signorina è passato in disuso e siamo tutti signore e signori. Tali gli effetti della democrazia. Il conto alla rovescia si fa sempre più incalzante, il tempo d'attesa sempre più breve. Siamo a meno tre mesi dal matrimonio di Floriana, quello cui farò da testimone e che mi costerà la tredicesima, per capirci (a voi dedurre se la tredicesima è ridicola o l'impegno economico importante). La settimana inizierà con le pubblicazioni dei futuri sposi, quel rito che molto folcloristicamente, per usare un eufemismo, dalle mie parti prende il nome di 'mezza zita', dove la zita sarebbe la sposa. Ricordiamoci che questo blog potrebbe essere letto anche da individui che vivono tra le Alpi, non solo da gente di mare e di Sud, per cui i termini non appartenenti all'italiano comune richiedono una traduzione. Floriana si sposa, e fin qui nessuna novità, come non è nuovo che dall'albero di Natale al costume da bagno il passo sia ormai breve, in questa vita dai tempi sempre più galoppanti. Il fatto che merita nota e che ha caratterizzato quest'autunno/inverno, tanto da giustificare il titolo del post, è che ad un certo punto la parte femminile del gruppo con cui si esce ripetendo sempre le stesse idiozie da più di dieci anni si è trasformata nella Compagnia dell'Anello. Solo che qui non bisogna liberarsi di nessun anello, al contrario. E' la parte maschile del gruppo a liberarsi di una certa somma nell'acquisto del ring. La futura sposa, a sua volta, il ring lo riceve, ne parla, lo mostra, racconta la cornice che lo ha visto diventare parte del dito. Per me, comunque, memorabile rimane sempre la scena di quando Ridge, non proprio un mio amico, fa trovare l'anello a Brooke, non proprio una sposa modello, incastrato nella flute di champagne tra gli improperi che mia madre lanciava alla stupidaggine di lui ed ai facili costumi di lei. Le storie a me vicine, tornando alla cronaca, hanno una successione quasi matematica. Apre le danze Floriana a fine ottobre con un anello ricevuto in un locale del nostro paese. Il futuro marito fuma una sigaretta fuori e quando rientra sposta da una parte il tavolo tra i suoi insulti 'che tanto ci passavi lo stesso', capendo solo quando lo vede in ginocchio cosa sta per accadere. Un ictus? Certo che no, soprattutto quando a questa posa si aggiunge un astuccio sollevato. Allora butta le noccioline sussurrando una nota parolaccia che richiama il sesso maschile ed ascolta la fatidica domanda tra gli sguardi stravolti dei presenti in sala, cugino e fidanzata in primis. A Natale il balletto continua con Alessandra, che riceve il giorno della vigilia il prezioso cerchio nientemeno che al mare, sulla spiaggia dove nacque l'amor. Nessuna data e nessun ginocchio piegato, ma un impegno preciso a sistemarsi appena possibile. Nemmeno il tempo per ripetere un altro milione di volte la storia di Floriana che arriva questa chicca dibattuta sotto l'albero, sopra l'albero, in chiesa, fuori dalla chiesa, con gli amici e da soli. The end? Macché, non c'è due senza tre! A San Valentino arriva l'anello di Maura, consegnato in ginocchio a Parigi con proposta di data precisa, corrispondente ai 15 anni di fidanzamento. E così anche l'eterna fidanzata finirà di essere tale in agosto. "Tutto arriva e tutto passa", dice mia madre. Amen, ed il mio post prende questo titolo che avrebbe anche potuto essere 'In ginocchio da te', se pure l'anello di Alessandra fosse stato accompagnato da genuflessione. Con questi matrimoni fissati o annunciati diventiamo di botto adulti. E più poveri. Mica si cresce gratis, soprattutto se te ne accorgi con un invito nuziale. Quando si esce, adesso, è tutto uno sfolgorìo, i compaesani che ci incrociano debbono mettersi gli occhiali da sole per evitare di essere accecati dal luccichìo che si sprigiona dalle future spose. La Compagnia dell'Anello avanza, inesorabile, e tutti si piegano storditi dal suo passaggio raggiante e radioso: radiante, insomma. The ladies of the ring guardano tutti con aria compiaciuta, danno una pacca di compassione partecipe a quelle senza anello e le rassicurano coi loro occhi pieni di orafo fulgore che anche per loro arriverà il giorno in cui riceveranno un pegno d'amore da parte di chi le adora ed adorerà per sempre, con ovvia ed umana parentesi quando si tratta di saldare il conto in gioielleria. Ebbene, care ladies, come Floriana sa perché da testimone non gliel'ho potuto nascondere, anche la sottoscritta ha un ring datole per la laurea dai genitori. "Non lo hai mai portato al dito!", ha esclamato meravigliata. "Per non mettervi in imbarazzo", ho riposto io chiedendomi se talvolta credo veramente alle mie affermazioni e scatenando la risata di Floriana. "Eddai, che fico, non hai dovuto nemmeno aspettare che te lo regalasse uno! Ora te lo puoi mettere, allora!". Certo, ma non per questo faccio parte della Compagnia dell'Anello. The ladies of the ring pensano alla vita a due, non a sopravvivere all'unica che si è avuta in sorte.
martedì 10 marzo 2009
Decadenti e decaduti
"Sono l'Impero romano alla fine della decadenza". Così Verlaine riassumeva in un sonetto la propria condizione di disfacimento, specchio di un'epoca in crisi e consapevole dello sgretolamento progressivo dei pilastri ottocenteschi. Il Novecento era alle porte, e con esso la follia delle guerre mondiali e la perdita dell'io che aveva trovato e provato nel XIX secolo un'impostazione razionale. Questa frase, sepolta nelle memorie liceali, ha fatto capolino nella prosaicità di un'attesa in metropolitana, leggendo su un supplemento finanziario sfogliato distrattamente, tra grafici con linee a picco e quotazioni borsistiche misteriose, la seguente frase: "Il decadente capitalismo internazionale, nelle cui mani siamo finiti, non è un successo. Non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso". Queste affermazioni appartengono a John Keynes e furono scritte nel 1933. Quello che fa grandi gli economisti è la loro capacità di giudicare in prospettiva, di avere uno sguardo a lunga gittata. Ciò rende tutta la miseria degli esperti attuali, che nella migliore delle ipotesi non hanno capito niente, nella peggiore sono corresponsabili consapevoli dei disastri attuali. Chi ci ha lucrato ed è stato zitto per interesse non lo ammetterà mai, quindi è sterile qualsiasi ricerca in questa fase di confusione suprema dove a patire, manco a dirlo, sono sempre gli stessi, quelli che pure prima della crisi non è che se la passassero benissimo. Sono entrata nel mondo del lavoro e del turismo, nella fattispecie, dopo l'11 settembre; tutti già a parlare di tempi bui, rievocando i meravigliosi anni '80 e '90, quando i soldi scorrevano a fiumi. Fase di transizione, ok. A me però questa transizione pare sempre più una condizione perenne, definitiva, come la precarietà di certe vite legate a lavori che fino ad una manciata di anni fa avrebbero garantito un'esistenza dignitosa. Sto parlando di professioni che richiedono una laurea, una specializzazione, una pratica non indifferente, la cosiddetta gavetta, appannaggio solo degli sfigati che quando sono veramente tali la fanno a vita. La condizione di decadente è molto dissimile da quella del decaduto, sebbene la preceda. Il decadente è anche un gaudente, se la spassa fino a quando può, più o meno consapevole che si sta consumando un mondo. Per il decaduto il mondo è già consunto, un'epoca si è chiusa per sempre. Così è stato per mio padre, primo della famiglia a lavorare dopo che mio nonno e tutti gli avi hanno vissuto di rendite fondiarie. Nonno si è goduto la vita, papà no, per quanto c'è da dire che anche i suoi cugini hanno iniziato a lavorare, e questo a prescindere dalla condotta dei loro padri, sicuramente irreprensibili, almeno rispetto a quella testa di indisciplina fenomenale di mio nonno, allegro nella vita e nelle finanze. Altro periodo storico, la terra non rendeva più come prima. Epperò i cugini di mio padre hanno avuto gioco più facile con i loro padri, eredità cospicue di beni tenuti come Dio comanda. Mio padre per rimettere in sesto la casa dissestata di famiglia scampata alle vendite e donata per miracolo da nonno si è dannato l'anima, ha speso tutto quello che aveva accumulato con il lavoro e qualcosa di più, ha fatto prestiti ed accettato di vivere con la suocera che ha venduto a sua volta la casa assieme a quella dove abitavamo quand'ero piccolissima. E qui mi fermo ad analizzare: un lavoro garantito, dei risparmi, due case, una famiglia numerosa, tre figlie non sono mica poche...Riconsidero la questione: forse il decadutismo, faccia seguente al decadentismo, non riguarda mio padre, quanto piuttosto me. Lui ha vissuto la sua giovinezza in un mondo in crescita, alla sua nascita fortunata si è aggiunto il boom degli anni '60, le sorti del mondo economico occidentale sembravano magnifiche e progressive. Quando crollò il comunismo mi colpì una frase di cui ho dimenticato l'autore: "Non è tanto una tragedia che sia caduto il comunismo, quanto che il capitalismo rimanga l'unico sistema economico in piedi". Questo capitalismo, aggiungo io, già stigmatizzato da Keynes, ora da tutti tardivamente riscoperto. "Ero l'Impero romano adesso decaduto", potrebbe essere allora il manifesto del Decadutismo che prende le mosse dal Decadentismo di Verlaine. Un mondo è finito. Forse si sta rigenerando, ma di sicuro è all'impasse. Il buonsenso mi dice che era inevitabile andasse così: l'avvitamento impazzito di certi trucchi finanziari e le favolose ricchezze accumulate in pochi anni da spregiudicati maghi della speculazione meritavano uno stop. Non so se e con quale capitalismo ripartiremo, né se riusciremo ad emanciparci dalla condizione di acritici consumatori grazie ai portafogli più vuoti e ad una soglia di attenzione che spero ci rendano più cittadini e consapevoli, allontanando la barbarie generata dall'irrazionalità delle paure e pensando a come riempire di contenuti una vita spesso distratta dagli acquisti inutili. I miei coetanei ed io siamo precipitati ad una soglia minima di speranze e di prospettive. "La mia generazione ha perso", cantava Gaber sconsolato. "La mia generazione è persa", rispondo con un significativo cambio di ausiliare ed un sottotitolo che dà un barlume di futuro: "se continua a guardare un mondo ormai decaduto".
Decadenti e decaduti, dopotutto, hanno ugualmente a che fare con le proprie decadi, che a loro volta decadono. Tempus fugit.
Decadenti e decaduti, dopotutto, hanno ugualmente a che fare con le proprie decadi, che a loro volta decadono. Tempus fugit.
lunedì 2 marzo 2009
Le feste che passano
Anche questa festa è passata. Per chi non sapesse, alludo al ritrovo di persone più o meno note organizzato di volta in volta a seconda della casa in cui riparo e delle persone con cui vivo. Pensata come occasione per far conoscere il proprio mondo agli iniziali estranei con cui si condivide l'appartamento, la festa è diventata di anno in anno momento di incontro di persone che ormai si conoscono già, in quanto quei mondi venuti a contatto si sono poi frequentati e magari anche piaciuti. Così è stato automatico invitare, oltre a chi ha lasciato la casa per una convivenza, anche gli amici storici che questa persona ha portato al vecchio indirizzo, quando eravamo via Fezzan e via Casal Bruciato. Un modo forse sottile, ma neanche tanto, per ribadire che determinati fili rimangono sempre tesi, a dispetto del tempo che cambia fatti e persone. In via Grandis hanno fatto il loro ingresso vecchie e nuove conoscenze, gli invitati si sono mescolati tra di loro per fare quattro chiacchiere, nuovi e vecchi colleghi, amicizie dell'università, del liceo e dell'infanzia, amici di amici, colleghi di amici, amici di colleghi, fidanzati di amici e di colleghi. Il nostro claim è sempre lo stesso da via Fezzan, 'porta chi vuoi, ma soprattutto da bere'. Questo spiega perché gli invitati ci prendano in parola e contribuiscano ad arricchire la festa di presenze altre, che si aggiungono insieme a nuove bottiglie di vino o di birra, mentre la casa mette a disposizione una base alcolica a prova di bomba. Due bottiglie di Campari, di Gin, di Martini rosso, di rum, di vodka pura, di vino frizzante, di Aperol, cui si sommano varie unità di Coca Cola, Lemon Soda, acqua tonica e succo di pera. Per me era un pochino, ma ho dovuto desistere davanti alle sopracciglia inarcate di coloro con i quali ho fatto la spesa. Patatine, olive e stuzzicherie hanno accompagnato il tutto. I più venali staranno già facendo il conto di quanto ci sia venuta a costare questa festa. Rispondo che, soprattutto in tempi di crisi, bisogna rendersi la vita più leggera, e questo giustifica un prezzo da pagare in quanto il piacere di stare insieme è sempre più inestimabile. Così la penso io, almeno. Le feste che si sono succedute si sono portate appresso gli inevitabili cambiamenti ed umori del momento, con soggetti più o meno brillanti a seconda del periodo vissuto. Non è detto, infatti, che ad una festa si dia il meglio di sé, ma rimane un piacere constatare, per chi apre la porta, che l'invitato ha tenuto ad esserci nonostante l'eventuale umore variabile. D'altronde una festa serve anche a raddrizzare un buonumore compromesso. Come al solito questi eventi scattano la fotografia del momento anagrafico vissuto, e questo forse spiega perché la stanza 'dance' ha conosciuto subito un abbassamento di volume ad opera degli invitati stessi che si sono seduti su tappeti e cuscini ed hanno iniziato a parlare. "Tanto non ballava nessuno e così ci siamo permessi". Eccerto che non ballava nessuno, i 20 anni sono passati da quel dì, e poi che ben ricordi i nostri party sono stati sempre occasione di grandi chiacchierate e bevute, quindi proprio non so che cosa avrebbe dovuto portare a muovere i piedi più delle mani, preziose invece per miscelare meglio il cocktail del momento. Giovani adulti, o adulti giovani, che si portano appresso i segni di una transizione da cui spesso esala il puzzo del guado o dell'autocommiserazione. I nostri genitori avevano già famiglia, casa e lavoro assicurati, noi tremiamo al pensiero di non averli mai, almeno per chi ha avuto il tipico modello da ceto medio che ha fatto quest'Italia o Italietta, giudicate voi. Io però me le ricordo le foto dei miei quando si sono sposati giovani, ed a tutti gli aggettivi si pensa tranne che a questo. Mio padre trentaduenne è molto simile a mio padre quarantenne ed addirittura cinquantenne, se si fa eccezione per un po' di grigiore e di pancetta sopraggiunta. Non avevano le nostre aspettative di vita, non si sarebbero confrontati con i prodigi della scienza e della medicina cui assistiamo noi di giorno in giorno, non viaggiavano né potevano comunicare in tempo reale con chi era lontano e non avevano tanti modelli di vita in un mondo che, per forza o per amore, li conduceva dagli studi all'altare. Era una società molto più povera di stimoli e molto più ricca di contenuti? Si stava meglio quando si stava peggio? Ed i nostri fratelli maggiori, i ventenni degli anni '80, cosa ci hanno lasciato, cosa ci hanno insegnato? Un cumulo di rovine e l'impulso sfrenato a consumare quando ormai gli scaffali sono vuoti. Ed allora forse sarebbe il caso di ripartire da noi, senza modelli cui uniformarci acriticamente, senza utopie da sbandierare, senza alibi sfiancanti. I fari del passato sono ormai appannati; con l'equilibrio squinternato che l'età ci riconosce, senza fare i patetici antieroi mucciniani o dover aspettare una storia di successo cui ancorarci per sperare, ripartiamo da noi. Da ciò che siamo, da quello che vogliamo ed amiamo veramente. Lamentarsi serve solo se è funzionale ad una protesta strutturata, altrimenti è solo un esercizio di pessimismo. Le feste che passano mi insegnano sempre la medesima cosa: quanto ami rivedere gli amici e conoscerne altri, conversare con loro, un piacere che non ha prezzo, e quanto sia inestimabile il valore di una passione, unico faro atto a dirigere una vita privata di modelli dalle contingenze. Ciò che ci piace fare, ciò che uno sente o sa di essere. Secondo me bisogna ripartire da qui, nella valle di lacrime dell'attualità.
mercoledì 25 febbraio 2009
Un Maestro, pochi allievi
Poche ore all'incontro con Morgan in occasione di un suo omaggio a De Andrè. Nulla di originale, se si pensa alla ridda di artisti che quest’anno ricordano il grande poeta scomparso. Dovuto tributo ad un uomo che ci fa ricordare la bellezza della lingua italiana, grazie alla quale abbiamo navigato stupiti tra i suoi versi. Questo Paese avrebbe bisogno di uomini così, ed invece troppi sono cosà. Tornando a Morgan, consentitemi un appellativo che forse il grande genovese avrebbe rifiutato per la sua peculiare ed irripetibile indole e che invece si attaglia perfettamente alla figura del musicista vivente: Maestro. Si dà del maestro a tutti coloro che hanno raggiunto l'eccellenza nel loro campo, soprattutto in ambito musicale, ma questa vera e propria antonomasia che vuole tale appellativo riferirsi esclusivamente a Morgan, almeno per me e Federica, ha un'origine squisitamente culturale. Il Maestro, in questo caso, è l'intellettuale del suono e quindi anche di una visione del mondo, il visionario magari un po' strafatto ma assolutamente lucido che decide di calarsi nell’arena di chi non lo capisce quando parla e perciò lo fischia. La riprova l’altra sera, quando stava 'scagionando' il giudizio del pubblico in quanto massa di persone indecifrabile ed è stato subissato da proteste dei troppi che non riescono a seguire le sue argomentazioni. "Il pubblico è sottano", ha detto allora da gran copy capovolgendo la tradizionale formula spesso alibi delle peggiori porcate televisive e che vede come suo portabandiera Simona Ventura, la quale strizza l'occhio alla massima tradizionale del popolo sovrano ed all'impreparazione dei profani, che poi è anche la sua, almeno in ambito musicale, per spingere i suoi ridicoli assunti. E qui siamo al dunque: Morgan dall’alto del suo eremo di note perché si è calato nell'ostile ed altra arena di Raidue? Per soldi, per fama, dicono i detrattori, fa tanto l'elitario e poi prende parte ad 'X Factor'. Ed invece proprio qui emerge la purezza che contrasta con le logiche di un programma intento a lanciare la popstar del caso, con l'inevitabile rischio di derive da discografia becera, quella che tanto piace al 'popolo sovrano' della Ventura e che si canticchia senza impegno per una stagione e basta. Ai profani come me, che credono di saper distinguere la spazzatura dalla musica ma non ne sono sicurissimi, il Maestro in televisione dà delle dritte, anche tecniche, per saper valutare un buon brano, e questo mi sembra educativo ed appannaggio esclusivo di un vero musicista. Non ce la vedo la Ventura, alfiere del 'popolo sottano', cioè quello che si accontenta degli scarti, ad illuminarmi su accordi ed arrangiamenti. Da questo punto di vista ‘X Factor’ ha una dimensione ludica ed educativa che non gli riconoscerei se tutto si riducesse ai pur divertenti siparietti tra i giurati, dove imperversa la personalità di Morgan semplicemente perché lui, come ogni Maestro, ne ha una. In questo momento mi viene in mente la lettera di Michele Serra letta da Remo Girone al pubblico di Sanremo. Forse il noto commentatore ha avuto sprezzo del senso del ridicolo, come mi pare gli abbia rimproverato Aldo Grasso, ma la distinzione tra merda e cioccolata televisiva rimane, inequivocabile e netta. Il pubblico si prende la merda se c’è solo quella, ma preferisce la cioccolata, quella che viene mangiata solo dai vertici, quando va bene ed essi sanno cosa sia. La gente sa distinguere la merda dalla cioccolata, e quando quest’ultima è particolarmente buona ne vuole ancora, mai sazia. Nel Maestro ammiro l’atteggiamento strafottente, quasi di sfida nei confronti di un pubblico da (ri)educare, perché scemo non è, e che se fosse stato disprezzato in toto dal Maestro non lo vedrebbe nemmeno polemizzare in televisione. Basta con le illazioni sul vil danaro, ne ha a pacchi, secondo me. Certo, poi c’è una come Laura Pausini o il suo omologo maschile, Eros Ramazzotti, che vendono dischi in tutto il mondo ed una come me si chiede perché, constatando che così è. Ma non avranno mai la mia ammirazione. E chissenefrega, direte voi. E chissenefrega dei loro soldi, non sono questi gli artisti, dico io. E chissenefrega anche dei soldi di Morgan, alla fine, dato che questi compensi a me non danno e non tolgono nulla. Viceversa, quant’è grande la ricchezza per chi scopre che c’è un Maestro. Non un Dio, semplicemente un Maestro in questi tempi grigi senza autorevolezze e con troppe autorità. Epperò si continua la sterile polemica del 'si crede così, pontifica troppo, fa il professore', spesso accompagnata dal commento 'la Ventura invece è simpatica, almeno ammette di non capirci molto'. E allora perché sta lì, in un programma musicale, mi chiedo? Aberrazioni da popolo sottano inconsapevole che esiste, almeno a livello concettuale, la meritocrazia, e che ciascuno dovrebbe parlare, soprattutto quando si rivolge a milioni di persone, di ciò che sa. A me piace ancora la cioccolata, e molto. Non sono l'unica, dato il riconoscimento unanime alla memoria di De Andrè, ammirato anche in vita. Questo riscalda la mia speranza. Il Maestro insegna cos'è la cioccolata al popolo che si fa davvero sovrano, mentre il popolo sottano continua a mangiare la merda.
lunedì 2 febbraio 2009
Il felìde Achille
Bene. Boati, incredulità, conati? Spero nulla di tutto questo. Sono semplicemente tornata al mio blog. Sì, lo so che lo dicevo da tempo e che la mia credibilità si è assottigliata come la mia persona. Non è che non sia di parola, è che sono indolente. Quanto accaduto nella nuova casa merita però un post, come il mio primo fine settimana da cat sitter. Vi ho lasciati in pieno trasloco e vi riprendo sistemata in casa e per di più con un gatto, opzione che non avrei mai contemplato come possibile. Regalo della ex coamica al coamico per i suoi trent'anni a dicembre. Dopo il mio placet dubbioso, dovuto al fatto che non ho mai vissuto con animali a parte vari bipedi parlanti, me lo ritrovo alla porta avvolto in un asciugamano arancione. La sua voce era quella della ex coamica: "Ho due mesi di vita e tanto bisogno di affetto, posso entrare?" "Miao", la mia laconica risposta. Vi risparmio la scena di commozione del coamico quando ha trovato il desideratissimo micino e la preoccupazione smorzata sul volto della ex coamica per nulla sicura di quella reazione. Chissà perché aveva paura che quel regalo non potesse risultare gradito.
Lettiera, gabbietta, sabbietta, era tutto in dotazione. "Achille", lo ha chiamato subito il festeggiato. "Il felìde", ho ribattuto io sforzandomi di guardare la situazione in gattesco. La notte stessa sono partita per la Puglia, quindi la mia vita col gatto è iniziata con l'anno nuovo, al mio ritorno. E' stato il primo ad accogliermi, dato che me lo sono ritrovato sul divano di casa che sollevava la testa all'apertura della porta. Adesso se non si è lesti a chiudere l'uscio sgattaiola, è il caso proprio di dirlo, fuori, facendo le prime rampe di scale e costringendomi ad inseguirlo in uno step niente male. La poltrona è il suo tiragraffi preferito e la sera vola da questa al divano in performance degne di uno scoiattolo volante. Ogni tanto mi cade addosso in questi frangenti, ma subito si rialza e spicca il volo, cucciolo felino indomabile. Poi si stanca, ed allora si sistema come una sfinge sulla poltrona, le zampe all'indentro in modo che si vede solo la testa, il corpo ed un po' di petto bianco. Allora non sembra nemmeno lui, perde tutti i connotati di familiarità e diventa l'emblema del gatto, misterioso ed osservatore. Spesso ha voglia di calore e sale sulle gambe, accoccolandosi a ciambella dopo aver tastato con le zampette la posizione migliore. Allora lo guardo e le orecchie abbassate a 180 gradi mi fanno pensare alle ali di un aereo. "Infatti vola pure", mi dico, ma il pensiero va oltre lo scoiattolo volante. Grigio con le zebrature nere, lo chiamo topogatto, e mi ricordo del cartone animato di topomoto ed autogatto. Un grande sbadiglio quando si sveglia, la schiena arcuata ed un lungo lavaggio dappertutto con questa lingua che arriva ovunque, persino nella zona bidet. Poi mi guarda con gli occhi verdi e fa le fusa, che si moltiplicano all'infinito in caso di carezze sotto al mento. Allora chiude gli occhi che diventano due virgole nere sotto queste sopracciglia di peli sparati all'insù e sopra questi baffi sparati all'infuori. Questo fine settimana dipendeva totalmente da me causa viaggio del coamico per un long weekend a Londra. Aprivo la porta e me lo ritrovavo davanti che ancora si stirava sulle zampe anteriori e sbadigliava, guardandomi intenzionato a seguirmi dovunque andassi. Un gatto-cane il cui obiettivo era chiaro, specie quando andavo in cucina per la colazione. "Miao miao miao miao", un continuo che tradotto significa "Me fai magnà?". Dopotutto, è un gatto di Casal Bruciato, quindi privo di fronzoli. Contro tutti i pronostici, la creatura è ancora viva e curata da me alla perfezione, anche lo sciroppino ogni otto ore. In fondo lo invidio, questa vita gatta farebbe proprio al caso mio. Ci penserò, la prossima volta.
Lettiera, gabbietta, sabbietta, era tutto in dotazione. "Achille", lo ha chiamato subito il festeggiato. "Il felìde", ho ribattuto io sforzandomi di guardare la situazione in gattesco. La notte stessa sono partita per la Puglia, quindi la mia vita col gatto è iniziata con l'anno nuovo, al mio ritorno. E' stato il primo ad accogliermi, dato che me lo sono ritrovato sul divano di casa che sollevava la testa all'apertura della porta. Adesso se non si è lesti a chiudere l'uscio sgattaiola, è il caso proprio di dirlo, fuori, facendo le prime rampe di scale e costringendomi ad inseguirlo in uno step niente male. La poltrona è il suo tiragraffi preferito e la sera vola da questa al divano in performance degne di uno scoiattolo volante. Ogni tanto mi cade addosso in questi frangenti, ma subito si rialza e spicca il volo, cucciolo felino indomabile. Poi si stanca, ed allora si sistema come una sfinge sulla poltrona, le zampe all'indentro in modo che si vede solo la testa, il corpo ed un po' di petto bianco. Allora non sembra nemmeno lui, perde tutti i connotati di familiarità e diventa l'emblema del gatto, misterioso ed osservatore. Spesso ha voglia di calore e sale sulle gambe, accoccolandosi a ciambella dopo aver tastato con le zampette la posizione migliore. Allora lo guardo e le orecchie abbassate a 180 gradi mi fanno pensare alle ali di un aereo. "Infatti vola pure", mi dico, ma il pensiero va oltre lo scoiattolo volante. Grigio con le zebrature nere, lo chiamo topogatto, e mi ricordo del cartone animato di topomoto ed autogatto. Un grande sbadiglio quando si sveglia, la schiena arcuata ed un lungo lavaggio dappertutto con questa lingua che arriva ovunque, persino nella zona bidet. Poi mi guarda con gli occhi verdi e fa le fusa, che si moltiplicano all'infinito in caso di carezze sotto al mento. Allora chiude gli occhi che diventano due virgole nere sotto queste sopracciglia di peli sparati all'insù e sopra questi baffi sparati all'infuori. Questo fine settimana dipendeva totalmente da me causa viaggio del coamico per un long weekend a Londra. Aprivo la porta e me lo ritrovavo davanti che ancora si stirava sulle zampe anteriori e sbadigliava, guardandomi intenzionato a seguirmi dovunque andassi. Un gatto-cane il cui obiettivo era chiaro, specie quando andavo in cucina per la colazione. "Miao miao miao miao", un continuo che tradotto significa "Me fai magnà?". Dopotutto, è un gatto di Casal Bruciato, quindi privo di fronzoli. Contro tutti i pronostici, la creatura è ancora viva e curata da me alla perfezione, anche lo sciroppino ogni otto ore. In fondo lo invidio, questa vita gatta farebbe proprio al caso mio. Ci penserò, la prossima volta.
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