venerdì 21 settembre 2007

Sopravvivere a se stessi

Oggi è la prima giornata d’autunno, e fin qui nulla di sconvolgente. Inizia l’anno per la coamica amante delle giornate corte e fotosensibile, oltre che sensibile, in senso negativo, alle foto. Sensibile in generale, insomma. Di qui i miei auguri per una giornata da lei vissuta come Capodanno. Per me l’anno, invece, inizia a Ferragosto, giro di boa dell’estate da cui parte il conto alla rovescia: quanto manca per separazioni sempre più lunghe dagli affetti più antichi e per il ripristino della routine invernale, quando la sveglia suona alla stessa ora in cui d’estate si va a letto. Altre religioni ed altri mondi tra me e la coamica, ma anche tra me ed il coamico, e questo è un fatto. Bello.
I pensieri d’autunno sono diversi a seconda dei casi vissuti e degli anni passati, ma recano come costante la stessa traccia di foglia secca raccolta sulla Nomentana ed infilata nella svuotata ed impolverata bottiglia di Bordeaux.
La deliziosa malinconia delle cose che cadono mentre accadono e si colorano di tinte struggenti. Di qui a qualche giorno le ottobrate romane, eco di ore vuote e piene d’ombra, che fanno chiaroscuro con la luce della lampada sulle pagine. Voglia ed impossibilità di assolutizzare il relativo, amaresca autunnale in risposta all’autunno dolciastro cantato anni fa, quando bastare a se stessi era il motto della vita, foglia caduca solo in senso letterario. “Non si muore d’estate”, diceva Pavese, e non si capisce l’autunno a vent’anni, completo io. Questa stagione attua la sua piena fascinazione quando si chiudono le epoche, non quando si sovrappongono le ere nuove. Non vale pensare all’inverno, alla primavera o ai cicli della Natura. L’autunno come Assoluto che sfugge ed ogni tanto compare in un odore, un gesto, un movimento di labbra, un luogo. Un balcone con una sedia vuota, un muro con ritratti assenti. La fuga dei minuti e della padronanza dei propri processi, il languore della ragione che non si autoassolve nelle chiazze cangianti delle chiome arboree settembrine. Il nichilismo senza appello del vivere un numero limitato di stagioni trottando come folli alla ricerca di un motivo per farlo, con tanto di caricaturali spiegazioni. La ricerca è già senso in sé. Siamo sicuri? Mah. Chi raccoglie tutte le altre foglie scartate dalla mia personalissima selezione? Lo spazzino, che attende anche la mia. Prima o poi deve finire, è anche il suo destino.
Ricordo gli autunni passati, mai stagione è stata più incline alle rapsodie in blu della memoria. A trent’anni riesco a ricordarmi anche gli autunni futuri, quando bastare a se stessi più che motto è una condanna, e non rimane che sopravvivere a se stessi per espiarla con gli strumenti della maturità a disposizione. Sono caduti gli anni come le foglie e come i soldati di Ungaretti, sono caduti gli alibi ma non il senso d’inadeguatezza.
Se bastare a se stessi era la forza degli autunni passati, sopravvivere a se stessi è la sfida di quelli che mi attendono.
Bastare è accontentarsi, sopravvivere è andare oltre quello strato di foglie autunnali che tappezzano la mente pregna di lutti estivi.

giovedì 20 settembre 2007

Piove, piccione infame

Tra tutti i post che avevo in animo di scrivere, mi tocca proprio questo, dettato dall’attualità e dall’esigenza di essere sulla notizia. Deformazione professionale. Preoccupante, certo, ma meno peggiore di tante altre. Oggi sono uscita per la pausa pranzo. Sole, mancanza di preparati e voglia di gelato mi hanno portato ad iniziare la familiarizzazione col quartiere Prati, luogo chic della Capitale dove piovono professionisti danarosi e non solo. Mica come me: col mio pantalone spigato grigio e la giacca col cappuccio della tuta avverto al passaggio la mia differenza e distanza da certi mondi vestiti tutti uguali. Eleganti ma tristi. Io, invece, volete mettere? Solo triste. Ciondolo fino a piazza Cola di Rienzo, dove prendo un fantastico gelato di due euro ai soliti gusti: cioccolato, nocciola e panna. Lo mangio in piedi ed al sole, di fronte a me un enorme palazzo arancione dalla facciata pulita e maestosa, un tipico palazzo di Prati che con le sue strade parallele e perpendicolari mi fa perdere e tornare sempre al punto di partenza. Sarà colpa solo di Prati? Chissà, e comunque sovrapporre il regolato dedalo urbanistico a quello regolare esistenziale potrebbe essere un ottimo sport. Dimmi in che quartiere ti perdi e ti dirò chi sei. Insomma, mangiavo questo gelato baciata dal sole di Roma e spiavo le abitazioni spalancate di fronte a me, con queste persiane verdi che mi ricordano quelle lasciate al Sud, terrorizzate dalla neve attraverso gli occhi di mia madre che iniziava a contare i danni sin dai primi fiocchi. Altro che sorbetto e pupazzi di neve, preventivo per il falegname! Cerco d’indovinare le vite lì dentro ed il mio futuro qui fuori. Tutto sommato, me la racconto tantissimo. Tutto sottratto, pure. Il gelato è ottimo, ovviamente mi macchio, ed altrettanto ovviamente c’è un nasone da cui scende acqua fresca alle mie spalle. Intingo e strofino a gelato finito, continuando a guardarmi intorno. Perché non dare un’occhiata ai negozi dato che la pausa pranzo dura un’ora ed ho ancora tempo a disposizione? E così faccio, avvicinandomi alle vetrine per guardare meglio i prezzi. Penso al matto shopping dell’anno scorso coi proventi delle copie stampate a mie spese del libro, anticipati, riscossi e mai più ridepositati per far sì, ora lo realizzo, che sembrassero un guadagno e non semplicemente un investimento da far rientrare. Sorrido, lo rifarei. Come tutto, credo. Dall’abbigliamento passo ai fiorai, ai negozi di oggettistica e di calzature. Mi fermo e spio tutto quello che c’è sulle vie del ritorno. Quasi mi rilasso, facendo precedere a questo stato d’animo il pensiero dello stesso. E proprio in quel momento, mentre contemplo un’enorme bilancia rosa di Hello Kitty di fronte a me e penso ad una sua fan in particolare ed a sfide sui chili in generale, sento una cosa liquida che mi sfiora la testa, la sollevo e m’imbatto in un cornicione di questi caratteristici palazzi di Prati sormontati da altrettanti caratteristici piccioni dalle schifose e caratteristiche abitudini. Il bastardo era posizionato su di me e mi guardava, infame di un infame che al confronto Mirko, il piccione addomesticato dalla mia coamica in lunghi dialoghi rigorosamente separati da una finestra, è un animale domestico. “Tu e tutta la razza tua!”, penso imbufalita mentre lo guardo e dopo, in una corsa pazza verso il bagno della redazione, per fortuna a due passi. Lavo tutta la parte in questione con abbondante acqua, anche dopo aver appurato l’impatto veramente minimo di uno scivolìo provvidenziale. Vado a casa per shampoo totale. Piove di tutto, quando ci si rilassa, e dall’alto arriva la punizione e la sveglia a cambiar rotta.
I buoni cattolici lo ricordano sempre. Per oggi anch’io.

martedì 11 settembre 2007

Lei è della Cia?

Giornata di fuoco questo 11 settembre, e non mi riferisco certo ai pur scontati riferimenti storici, che a qualche fiamma rimandano. Semplicemente la sveglia alle sette e trenta ha fatto da sfondo musicale alla mia veglia orizzontale di circa mezz’ora. Molte cose da fare, forse troppe, di tipo burocratico, vagamente sociale e lavorativo. Urgevano carte da presentare, contenitori di alimenti da ridare dopo feste per altre imminenti feste, redazione da coprire assolutamente per ultimi dettagli da controllare prima d’impaginare il giornale, un amico da vedere altrettanto assolutamente in serata. Tutto questo, già un po’ impegnativo in paese, si trasforma in una maratona senza sosta a Roma. Alle nove gli uffici del Comune erano già stracolmi della solita senilità insonne, tanto da farmi subito rimandare ad ore pasti la restituzione della coppa che faceva capolino dalla mia borsa di lavoro nella curiosità generale. Ad un certo punto vengo avvicinata da una signora alla quale serviva il secondo testimone per fare la carta d’identità. Leggo il documento e firmo, sperando che l’ora e la stanchezza preventiva non facciano brutti scherzi causando la spedizione di set di padelle, insopportabile aggiunta alla già eccessiva roba da trasportare nel trasloco. La signora mi ringrazia mentre esibisco il mio documento per certificare un’identità a tratti smarrita, specie di mattino, mentre naturalmente, come da manuale, è il mio turno e l’impiegata dello sportello a lato vuole lo stesso documento che sto mostrando ed i cui estremi vengono copiati con una velocità bradipica dalla sua collega. “Non ce la posso fare”, è tutto quello che riesco a pensare. Mi precipito al centro con le carte a posto, trovo l’addetto nell’ascensore con la busta della spesa, il signor Luciano. Ci riconosciamo immediatamente. “Vengo da lei”, “Ok, allora a questa ci penso dopo”, mi risponde sollevando la busta dall’ignoto contenuto con commovente senso del dovere. In quel momento amo tutti gli impiegati e dimentico le vessazioni subite soprattutto agli sportelli universitari, dove mi hanno trattato bene solo dopo la laurea: “Lu certificato per la dottoressa, presto!”, si urlava ogni qualvolta mi riaffacciavo col terrore di qualche mese prima. L’unico miracolo che ha prodotto la laurea. E’ con immensa soddisfazione, dunque, che tra le dieci e le undici mi appoggio al palo del bus aspettando l’auto (sì, alla romana) che mi porti in redazione. Ma presto alla soddisfazione, come in ogni lunga attesa, si mescola una certa inquietudine che mi spiego nel silenzio del già noto (chi ha capito ha capito, io forse sì), sicchè forse il mio sguardo, coperto da occhiali da sole a goccia, assume un’espressione tra il torvo e l’indagatore. E qui l’apoteosi del quotidiano: “Scusi, lei è della Cia?”, mi chiede un tipo con una sospetta bottiglia piena di liquido (acqua, esplosivo?), “No”, rispondo io come se mi avessero domandato se avessi una retribuzione proporzionale al mio valore ed alla mia modestia. Solo dopo aver risposto, passeggiato un po’ sotto la pensilina e continuato a rimuginare i ritriti pensieri realizzo quanto avvenuto, e allora rido dentro e decido di dare il seguito all’episodio. Arriva il bus del tipo, sale con la bottiglia (acqua, esplosivo?), e mentre si chiudono le porte gli faccio con aria seria: “E secondo lei pure se lo fossi lo direi?”, e rido finalmente fuori dai denti nel mio bus subito dopo, tra anziani che mi guardano e scuotono la testa, condannando le sostanze assunte da certi ggiovani deviati.

lunedì 10 settembre 2007

Segnali di fumo

A cosa riportano i segnali di fumo? Ad una forma di comunicazione vecchia come il cucco che stabiliva un ponte tra chi emetteva quelle spire e chi le avvistava. Ed oggi, per me, dopo questo titolo, in questo post di codesto blog?
Contestualizziamo: viviamo nell'era in cui è condiviso che fumare fa male, bisogna smettere di fumare, è stupido avvelenarsi, da immaturi credersi adulti grazie ad una sigaretta, folle pensare ad un valore aggiunto di fascino apportato dal fumo. Vi immaginate Bogart col succo di frutta in 'Casablanca'? Eppure tutta vitamina. Bah. Lungi da me sostenere il contrario di un'opinione condivisa come quella ostile al fumo; stavo per perdere mio padre a causa delle sigarette, ci mancherebbe altro. Però ci sono dei momenti, liberatori e non schiavizzanti se rimangono tali, in cui aspirare puro veleno si trasforma in una pratica dolce e salvifica, quando ci si deve assolvere dall'accusa di esistere e si accusa il peso di vivere. Allora il fumo riempie i vuoti degli spazi e dell'anima, che vi trova quasi un suo corrispettivo impalpabile quando è avvelenata. Il mio fumo, però, non è espulsione di veleno, che deposito sulla lingua per incanalarlo nelle frecciatine sarcastiche quotidiane. E' fumo che strugge e mi distrugge, genera e mi rigenera. L'aspirazione accende pensieri sopiti che seguono le volute di nicotina, perse nell'aria notturna su un balcone che sa di sfratto e di cambiamento. Gli anni passati, ma soprattutto quelli futuri. Le aspirazioni mentre aspiro, le delusioni da espirare, il veleno da respirare per l'unica espiazione possibile: esserci senza reticenze nè accidia, mio difetto più grande. Tutto questo in una sigaretta? Ma è una sigaretta alla moviola, cari lettori: la sua accensione significa digressioni, flashback, proiezioni. L'accendino dà fuoco alle polveri, all'immaginazione ed alla cronaca, sempre frammiste in queste notti autunnali, ricordo di serate mai esistite. Rimiro la via che mi ha accolto a Roma piena di belle speranze, la tenda sul balcone come un sipario che non riesce a trattenere il fumo ed il calore di pareti da trasformare in estranee nel più breve tempo possibile. La mente vola e s'invola, cerca dimora, trova solo scatoloni da riempire e mozziconi da buttare, di vita e di paura, di speranze e di ossessioni.
E finita l'eterna quanto solitaria e rara sigaretta? Mi allontano dalla balaustra, a passo di gambero torno allo stipite della finestra testimone dell'accensione e per un infinito secondo, a braccia conserte, contemplo lo spettacolo dei panni eternamente stesi del coamico che riportano ad improvvisate sistemazioni serali estive con tanto di tappeto e televisore, a frise consumate spiando il vicinato, a discorsi, confessioni ed a un semi-addio prima della scorsa stagione estiva, quando partii con la quasi certezza che fosse finita la condivisione di spazi e vissuti con la coamica in procinto di tornarsene nel suo altro luogo di elezione. Poi ha vinto Roma, e non solo. Il balcone sa anche degli odori di spray un po' tossico spruzzato dal coamico precedente, il disco grafico, con il suo amico 'a delinquere'. Il gatto e la volpe, uniti per imprese tutte da ridere. Appigli alla malinconia col sorriso dopo pensieri affumicati, da ridere e deridere per temperamenti lontani dal mio, fumante credibili deliri.
Ma non vi preoccupate: nessun vizio, se non quello di forma(zione).

giovedì 6 settembre 2007

Sugli addii

Ci sono diverse forme per dire addio, differenti espressioni facciali, verbali ed emotive. L’addio stesso è concetto controverso, dato che si associa d’istinto a qualcosa di triste, di finito. Certe fini, però, possono essere rigeneranti, alcuni saluti definitivi fanno rinascere a nuova vita, segnano il termine sì, ma di fatti spiacevoli. Allora perché il concetto di addio ha una connotazione così amara?
Forse perché a volte ha un’ambivalenza di fondo, ci si vorrebbe staccare e si ha il terrore di recidere. Penso alla morte dopo lunga malattia. La vita del moribondo non è più quella di prima,la vita che lo ha fatto amare da chi lo circonda; ma quando questa si spegne il senso di vuoto si allarga, diventa un fossato che inghiotte tutti, anche quando significa liberazione da sofferenze. La presenza fisica, il punto di riferimento, il presidio corporeo viene meno come simbolo, e noi viviamo di simboli perché ci nutriamo di significati. A cosa rimandano certi paesaggi, alcune note, dati odori e luoghi se non ad una dimensione del nostro spirito che su di essi ha plasmato i propri ritmi?
Con le persone è ancora più complesso. Essendo ognuno un portatore di significati a sé, il nostro incontro con l’altro genera dei rapporti da cui nascono nuovi significati che s’incrociano, in una forma sempre attiva e dinamica. Con gli oggetti è diverso: appioppiamo loro un valore, ed essi per definizione non rispondono. L’altro sì, sempre, anche quando fa muro. L’ostilità e l’incomprensione sono delle forme dure e dolorose di risposta. Ci sono dei malintesi e dei passaggi beffardi del destino cinico e baro che possono generare gli addii più sperimentati e temuti: quelli alle persone amate ed ancora in vita, vive e vegete, con le quali ci si rende conto di non poter percorrere più un pezzo di strada per mutato senso di significati, improvvisamente impazziti.
La nebbia dei sentimenti sulla chiarezza della ragione.
Forse è per questo che amo tanto ragionare: l’amore teme la ragione, mentre questa comprende tutto e tutti. Unifica, mentre le passioni dividono. Peccato che ci facciano anche vivere, per cui si salvino e salvino tutti dall’inaridimento, impossibile, comunque, con una ragione utilizzata veramente.
L’addio lo si può decidere o mettere in conto a livello razionale, ma è un fatto che quasi sempre lo si subisca a livello emotivo. Finisce una fase, una persona, il significato che questa ha per noi. Ma lo strascico permane, e a volte crea inversioni di rotta, perché quando è davvero forte avverte che non è finita per niente e che si può provare, si può osare nello sfidare la rassegnazione. Certo, serve un contraltare che la vita dà, la morte toglie. Per sempre. Nulla è per sempre in vita, la morte è eterna perché non-vita. Il corpo è rigido, il morto non si muove più, e chi è vivo si dà pace e continua, perché evolve contro la fissità di quell’involucro di carne alfiere di significati, trasmessi in modo muto e conservati da altri corpi pensanti.
La memoria come risarcimento della finitudine di ognuno di noi, la fede come balsamo per i credenti, l’arte come unico rimedio umano ed eterno per i tormenti dell’anima e la solitudine infinita di chi rimane da solo, dopo tutti gli addii.

mercoledì 5 settembre 2007

In medio stat virtus

Non vi innervosite a questo titolo, non è la solita uscita da liceale orgogliosa delle proprie radici classiche. Stamattina, infatti, (ed aggiungerei una volta tanto) non sono stata artefice, bensì ‘vittima’ del latino. Erano più le espresssioni greche ad aleggiare nella mia mente, anche rivisitate, tipo 'panta rei-panta gay’ e così celiando. Ovviamente non è vero, ma anche un po’ sì, se proprio vogliamo nobilitare con la cultura i pensieri contingenti del primo mattino, del pomeriggio e della tarda sera. Passeggiavo mentre il mio stomaco avvertiva la solita colata di magma malinconico-nostalgico e per i neuroni volteggiavano le più atroci mostruosità cerebrali, silenti e minacciose presenze.
Attraverso il ponte che da piazza del Popolo conduce a Prati guardando il Tevere di sotto, torbido come quest’autunno interiore. Povera Roma e povera me, pensiero fugace al primo freschetto che fa rabbrividire. Sarà il vento della realtà? Le orecchie ostruite dall’iPod che mi isola da tutti ma non da tutto, ad un certo punto il mio sguardo incrocia un microfono che si agita dapprima in lontananza, poi sotto al mio naso. Una collega in vena d’interviste, mi fa pena quanto me. Anzi, più di me, perché più giovane.
Ricordo ancora gli occhi di un mio amico e collega una mattina all’Eur, aspettando Rutelli tra una sigaretta e l’altra. Momenti esistenzialisti alle ore nove: ma che significato ha un’attività che ti fa fare da piantone agli edifici per aspettare un tempo indefinito gente da tampinare ed interrogare tra gomitate e spintoni? E’ il lavoro del giornalista. E la cosa stravagante è che può pure affascinare. Tale è il mistero delle passioni.
Così guardo la ragazza e, in vena della solidarietà più piena, tolgo gli auricolari per farmi intervistare dopo aver osservato il solito fuggi-fuggi che prende certi passanti all’arrivo del microfono. Vecchi traumi da scena muta davanti ai professori. Sorrido compiacente e quella inizia: “Radio KissKiss, ti posso fare una domanda?”, e senza nemmeno aspettare l’assenso, scontato dall’arresto del mio passo, prosegue: “Assomigli più a tua madre o a tuo padre?”. In quell’istante le penso tutte: e se fossi stata orfana di entrambi o i miei mi avessero abbandonato in qualche cassonetto pieno di libri illustrati su Roma ed io fossi in città alla ricerca delle mie origini? Seguono queste domande altre ipotesi funeste, che non scrivo per scaramanzia. Questo come intervistata. Come collega penso: “Questo lavoro è sempre più difficile, chissà che servizio è”. Rispondo dettagliatamente ed immediatamente, nonostante da questa parentesi di pensieri trascritti possa risultare il contrario, specificando che sono una via di mezzo tra i due e che delle mie due sorelle maggiori una è la fotocopia di papà, l’altra di mamma. Lei annuisce soddisfatta e chiosa con voce impostata e melliflua: “Allora in medio stat virtus”, “Eh sì”, “Grazie, ciao!”. “Ciao”. E scappa verso altre fantastiche interviste.
Mi rimetto gli auricolari e penso che la giornata è iniziata con una massima latina rivoltami da una perfetta estranea. In medio stat virtus, ed in medio sarei collocata io, virtus della situazione. O virus? Propendo per quest’opzione. E poi non sono collocata in medio, almeno non a livello familiare: sono l’ultima. In ultimo stat virus.
Questa è più consona al periodo. Gli ultimi saranno i primi? De che, chiedo alla romana? Quando certi virus si attaccano è inutile aggrapparsi alle massime. Si rimane indietro a tossire con difficoltà nel deglutire lo stacco dei primi, che si traduce nello scacco degli ultimi.

lunedì 3 settembre 2007

Tempo ripreso

Eccomi qua, son tornata dopo duplice assenza, da Roma e da questo blog. Riprendo l’attività lavorativa, la scrittura e soprattutto il mio tempo, senza il quale non mi sarebbero possibili lavoro e scrivere, che coincidono ma non totalmente. Per scrivere veramente non basta semplicemente scrivere.
Questo post si ricollega idealmente a quello del ‘tempo sospeso’, come avranno dedotto i miei più arguti e fedeli lettori dal suo titolo. Avevo ragione nel pensare, anzi nel sentire, che il Fato stava per servirmi qualche piatto forte sulla mensa estiva: cene, mare e sospiri in sintonia con le onde. È successo quel che non doveva succedere e non è successo quel che poteva succedere. O forse, meglio, è accaduto quel che doveva accadere e non è accaduto quel che non sarebbe potuto accadere. Qualcuno, di certo, è caduto: io. E così siamo alla successione di un insuccesso: l’accadere come rovina, o banalmente come non accaduto, cui si aggiunge uno sfratto dalla casa, ma soprattutto dalla via, dove albergo da quando sono giunta a Roma.
Il pensiero corre al mio ultimo giorno di mare pugliese, e quindi di mare vero. Con una sediolina a riva, lo scirocco nelle orecchie e la testa sulle spalle. Di nuovo. Mi sono sentita solidale con un personaggio dei racconti pubblicati e, per quanto triste, è stato bello, persino un po’ commovente. Subito dopo è arrivato il ciclo. Corsi e ricorsi, cicli e ricicli. La partenza il mattino dopo, mamma come una stele nera seduta in poltrona sul balcone della mia stanza, mentre preparo le ultime cose ed aspetto la macchina dell’addio a questa inedita, per quanto prevista e percepita da subito come tale, estate. Le sue spalle abbronzate come le mie il giorno prima, un modo di dare la schiena ai giorni trascorsi senza poterlo fare con la mente. Andare via per tornare alla vecchia vita, consapevole che non sarà mai come prima. Mio padre che commenta come al solito i miei giorni di permanenza, trenta o tre che siano: “Sono volati!”. Vecchie formule per il rito sempre nuovo dell’addio. L’addio all’estate dei miei 30 e, insieme, ad un’altra stagione con loro. Saranno sempre di meno, lo sappiamo e ce lo comunichiamo coi lucciconi. Emotivi e melodrammatici con un pizzico di presa in giro: in una parola, meridionali.
Il ritorno non può che essere improntato alla ripresa dei miei spazi e del mio tempo. Una sua sospensione non è più possibile, e d’altronde è morta e sepolta almeno da Ferragosto, Capodanno balneare dei popoli abbronzati. L’abbandono di uno status non più prorogabile come padre di tutti gli abbandoni, vecchi e nuovi. Il tempo ripreso per reimmergermi nelle acque del riassestamento dopo quelle dell’amaresca più pura, smorfia da divertimento disperato. Sorriso increspato, abbronzatura colpevole come il lasciarsi andare. “È la vita più strana che abbia mai vissuto”, disse Jim Morrison. È il post più amaro che abbia mai scritto, rispondo io, tra i sorrisi forzati e le lacrime trattenute degli addii e degli abbandoni, vecchi e nuovi, da parte di genitori ed amici.
Buon rientro a tutti, riprendo il mio tempo e vediamo quest’autunno cosa mi dirà e, soprattutto, cosa mi farà scrivere.