giovedì 22 maggio 2008

Ombrelliadi (II)

Ed eccomi qui, col secondo post dedicato alle Ombrelliadi che riprende quello di ottobre scorso per studiare un’altra figura vittima degli acquazzoni, particolarmente virulenti in questi giorni. Nello scritto di ottobre ho analizzato le peripezie di chi prende i mezzi pubblici con i disagi connessi a questa condizione, abbondantemente ampliati dalle raffiche di pioggia. Oggi mi voglio soffermare sul pedone, cioè chi non è necessariamente costretto a prendere bus o metropolitane, ma esce per fare delle commissioni, magari nei pressi di casa, o anche chi lascia il tram e si avvia a piedi per qualche meta in particolare. La cornice è sempre quella bagnata, quindi la persona in oggetto di sicuro è munita di ombrello. Ma per certe circostanze, a Roma, non c’è ombrello che tenga, o meglio, bisogna tenere l’ombrello basso, bagnandosi in testa. E poiché questa è una parte che spesso si preferisce tenere asciutta, è chiara la porzione corporea destinata ad inzupparsi: quella che va dai piedi alle ginocchia. La situazione classica è quella che vede il malcapitato attendere il proprio turno per attraversare la strada. Un’occhiata al semaforo pedonale rosso nel grigiore bagnato che permea la città dai manifesti scollati con inviti a partire per qualche meta esotica e calda in prossimità dell’ennesima bella stagione, respinta da condizioni climatiche simili a quelle autunnali. Si guarda con preoccupazione il guado d’acqua che s’interpone prima dell’attraversamento. Le strisce bianche sono il fondale lontano di pozze dove sarebbe interessante anche fare diving, se l’acqua fosse più pulita e non si rischiasse di essere investiti durante l’immersione. Il malcapitato guarda con un groppo alla gola quanto l’aspetta. Come farà quando il semaforo diventerà verde? Mai preoccuparsi per il futuro, comunque, dato che interviene sempre un fattore non considerato a sparigliare le carte, anzi, a sollevare le acque. In questo caso il fattore non considerato è il classico str…. che passa a tutta velocità per non trovare il rosso e fa vedere al malcapitato uno tsunami che si abbatte, quando va bene, dalla vita in giù, sempre che il malcapitato, a questo punto un po’ incacchiato, sia stato pronto a proteggersi dalla marea fangosa con l’ombrello. A questo punto, anche se il bistrattato pedone ha davanti il semaforo verde, ci vede solo rosso ed al 99,9% dei casi ha già indirizzato le più spietate e fantasiose sentenze all’indirizzo di chi ormai è lontano. Per colmo di sventura, se la pioggia è continua ed abbondante, la pozza si riempie velocemente d’acqua, così se non si è veloci non si può nemmeno approfittare di quell’originale opera di drenaggio a spese di mise ed ossa fradice. A volte, però, non c’è bonifica che tenga e si assiste al malcapitato che guarda dove irrimediabilmente andrà a bagnarsi, sconsolato. Per metri e metri, nessun approdo superiore al livello della pioggia, vero e proprio mare, molto nostrum. Hai voglia ad invocare le figure bibliche. Mosè non avrebbe mai potuto farsi largo tra certi guadi romani, e Noè avrebbe osservato la sua arca affondare tra i sabotatori della Capitale al grido: “Aò, nun basteno le auto blu? Ora scenni a soffrì, co’ noi!”. Roma è sempre generosa, in tutte le sue manifestazioni. Anche quando è bastarda, lo fa in grande. I goccioloni delle sue piogge stanno a significare che questo assunto non si applica soltanto al carattere dei suoi abitanti, ma anche al suo clima. Se fa caldo, si muore; se piove, si annega e la città si blocca. Tutto in grande stile, come si conviene ad una Capitale. Che poi le cose in sé siano buone o cattive, non è argomento di questo post. Di sicuro sono grandiose, e tanto basta per fare di Roma quello che è: un palcoscenico di monumenti e teatranti a cielo aperto, anzi, spalancato.
In questi giorni, bagnato.

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