giovedì 24 luglio 2008

Le signore di Prati

Eh, lo so, ma ora è tardi e devo andare a letto. Lo scrivo appena mi sveglio, giurin giurello.

lunedì 21 luglio 2008

I cani di Prati

In occasione degli scioperi generali si anticipa la giornata e ci si accorge di quanto si è indovinato a scegliere una professione che fa tirar tardi, più che essere veramente diurni. Dopo essere stata a contatto con l’umanità del cartellino e del contratto a tempo indeterminato, per le generazioni precedenti soprattutto, ed aver sentito le solite recriminazioni contro lo stop dei mezzi pubblici che penalizza solo i poveracci, tanto i soliti fetentoni non prendono certo bus e metropolitane e dunque che gliene frega a loro, ma devono crepare, tutti e con lunghe sofferenze, scendo lasciando alle mie spalle il collaudato copione di proteste impotenti ed uguali nei secoli e mi chiedo cosa fare. I negozi ancora chiusi, peccato, i saldi sono appena iniziati, sarebbe stato bello ottimizzare i tempi e dare un’occhiata alle vetrine. Saramago in borsa, ma l’attività della lettura è troppo piacevole ed impegnativa per sacrificarla ad una fascia oraria in cui sbadiglio troppo, ed un capolavoro come “Cecità” non lo merita affatto. La musica nella memoria più che nelle orecchie, dato che gli auricolari sono passati a miglior vita e non li ho ancora sostituiti. Mi siedo dunque sulla panchina e convengo con me stessa che l’unica cosa da fare è osservare tra gli sbadigli l’umanità di questo strano quartiere in cui ho avuto la ventura di lavorare per questo malato anno. Attaccato a Città del Vaticano, ha un’impostazione urbanistica laica; le case, infatti, sono costruite in maniera tale da non poter vedere il Cupolone di San Pietro, a due passi. Il quartiere è noto per la concentrazione di studi legali, negozi, belle residenze e soprattutto ricchi che lo abitano. E se sono benestanti i padroni, lo sono anche i loro cani, che se la passano molto meglio del vario personale di servizio che li porta a spasso per i bisognini di primo mattino. Guardo i quattrozampe e la faccia di filippini con i sacchetti per gli escrementi canini. Gli animali arzilli, curiosi, baldanzosi, il quartiere è loro, la vita sorride al mattino dorato di un’altra giornata senza pensieri e con viveri assicurati dall’agiatezza dei loro padroni che spendono e spandono per loro, si vede dai collari, dal cappottino, dal pelo curato, dalla perfetta toletta. Se qualcuno mi facesse vivere così anch’io mi metterei a scodinzolare, penso. Poi faccio dei collegamenti, mi dico che buona parte del genere umano, specie quello senza ambizione o iniziativa, cerca un padrone così, che lo tenga come un cane di Prati, dando in cambio solo affetto e scodinzolìo. Ed allora riconsidero quanto immaginato, perché la mia dedizione, per quanto possa essere incoraggiata da condizioni materiali rassicuranti, ha bisogno del tormento e del cimento, per sbocciare davvero. Torno alla realtà. Il confronto tra la faccia dei cani di Prati e chi li porta a spasso è impietoso. I volti umani sono quando va bene assonnati, ma se ne scorgono molti di contriti, chissà quanti hanno le famiglie lontano e devono mandare una parte del loro compenso nella terra d’origine, accontentandosi di ciò che passa il convento e col pensiero fisso, per chi rimane ottimista, ad un domani migliore in cui le cacche di quelle bestie le raccolga magari qualcun altro, tipo il padrone del cane stesso. Troppa fantasia, la mia? Forse, ma allora come spiegare alcuni strattonamenti alle delicate bestie che guaiscono e vengono trascinate, certe occhiate tra l’esasperato ed il collerico represso quando i cani si fermano per annusare angoli, svicolando e deviando da percorsi stabiliti? Non tutti amano gli animali, e forse alcuni dipendenti vi trasferiscono il risentimento per i loro padroni che non sono in quel momento quelli che danno loro un lavoro, ma coloro che la Sorte ha deciso di far nascere tanto bene da potersi permettere di umanizzare delle bestie mentre i loro figli sono costretti ad arrabbattarsi. Secondo me alcuni non uccidono i cani solo perché altrimenti perderebbero il posto di lavoro, come non eliminano i padroni solo per la galera. L’odio c’è ed è evidente, lo scorgo tra le fessure dei miei occhi socchiusi per il sonno. Il rancore è tutto umano, e da umana lo colgo, mentre lo sprizzo vitale è tutto canino. Con la lingua di fuori, gli occhietti vispi e la camminata spavalda ed elegante insieme, si succedono bassotti, setter, cocker. Tutti di razza, bellissimi, a casa di sicuro coccolatissimi. Li contemplo, mi contemplo seduta su una panchina morta di sonno e di noia, costretta dallo sciopero generale alla fascia protetta e dunque ad arrivare un’ora prima l’apertura della sede di lavoro: e poi uno dice vita da cani, dovrebbe dire vita da pendolari. Anche le signore di Prati meriterebbero un post, lo scrivo domani. Sulla panchina di piazza Cola di Rienzo, infatti, elaboro sempre sbadigliando che prima di lasciare questo quartiere gli devo dedicare una trilogia. Dopo la trilogia della città di K. e la trilogia di New York, la trilogia di Prati. Una panchina è un buon punto di osservazione, ma continuo a preferire il balcone. Sta più in alto e non rischi che i cani vengano a liberarsi nelle tue vicinanze.

giovedì 17 luglio 2008

Il basilico ed il cactus

Nottata senza e zeppa di sogni, e soprattutto nottata. L’oggi mi vede stirarmi spesso le braccia verso l’alto, sbadigliando e girando gli occhi intorno. Pensa che ti ripensa, quasi quasi scrivo un post, mi dico. L’argomento è difficile da trovare, non va di lambiccarsi in estate e con l’ozio redazionale che incombe, quando i giochi nel turismo sono ormai fatti e non resta che aspettare l’autunno per tirare le fila di incrementi, più probabili cali, di arrivi e presenze. Ad un certo punto l’illuminazione, come avviene per l’amore quando si vede finalmente una persona con altri occhi. Lo sguardo si posa sulla finestra di fronte, la solita, e nota che oggi compare sul davanzale una piantina di basilico. Immediatamente la mente crea un’ideale traiettoria verso il cactus che è in ogni stanza dell’ufficio e da me utilizzato in modo da non far sbattere la finestra, aperta perché ho il condizionatore alle spalle in una stanza 3x3 e non lo attivo mai per un normale istinto di autoconservazione. Ebbene, il cactus è di fronte al basilico, o meglio, il basilico è stato messo esattamente di fronte al cactus. E si guardano, ed anch’io li guardo da un po’, mi giro a scatti per sorprenderli in qualche azione che da bravi vegetali mi stanno nascondendo, cerco di indovinare i messaggi nell’aria tra due entità così diverse pur se appartenenti allo stesso mondo. Come le persone. Il basilico è giovane e rigoglioso, una pianticella presa oggi, si vede. Nemmeno una foglia appassita o lievemente incolore, nel suo cascame fogliante quasi una presenza tropicale. Il mio cactus, inutile dirlo, è un po’ spugnoso al suo vertice, ha le spine annerite all’attaccatura in quanto mai annaffiato, pianta grassa va bene, ma qui si esagera, ed io più che il pollice verde ho il pollice verso per una marea di fatti che vedete un po’ voi se devo pure pensare al cactus. Mi ha fatto tenerezza e simpatia, per la prima volta, specie se raffrontato al basilico lussureggiante. Così tozzo ed affossato nella sua terra, zucca calva con un po’ di peluria e piena di antenne, extraterrestre tra le piante. In lui c’è deserto, solitudine ed un po’ di incuria, ma non cattiveria. È così umano, il mio cactus, nella sua ammaccata caducità, quanto innaturale il basilico nel suo look di plastica. Come vedere un uomo davanti ad un tronista, e se non sapete cosa sia quest’ultima figura che offusca ulteriormente la dignità umana, beati voi. Osservo il mio cactus nel vasetto giallo davanti alla finestra, ho un reticolato di significati al mio fianco e non me ne sono mai resa conto. Cosa starà comunicando al basilico? L’interrelazione tra i due mi intriga. Si piacciono? Sono due mondi distanti destinati a rimanere tali o stanno trovando un punto d’incontro? Forse il cactus sa che questo basilico seccherà e diventerà brutto, molto più brutto di lui, che della sua mancata bellezza ha fatto un connotato di fascino, invitando chi lo guarda ad andare oltre ma non troppo. Per chi varca una certa soglia, infatti, ci sono le spine. E può darsi che questa consapevolezza lo renda più tollerante nei confronti delle pose di quello, che forse ignora, forse è terrorizzato da questo avvenire di sfiorimento. Di certo sta meglio il cactus, anche se il successo sociale è del basilico, che già nella sua etimologia ha un riferimento regale. Non che il cactus non abbia i suoi cedimenti o le sue fragilità, ma quelle spine non sono nate a caso, e di certo è corazzato rispetto alla chioma verde del basilico che oggi ha adoperato anche il balsamo, secondo me. Vederli in successione, prima l’uno e poi l’altro, è un piacere. Come avrei potuto scoprire di avere un cactus tanto speciale se non lo avessi messo in relazione al basilico? Sono come Paperino e Gastone, l’uno definisce meglio le proprie caratteristiche al cospetto dell’altro. Un dubbio atroce mi assale: e se non si dicessero niente e sono solo due piante l’una di fronte all’altra, come vorrebbe uno scrittore naturalista tipo Zola? La risposta è presto trovata: il fatto che non abbia dati oggettivi a supportare tale tesi non vuol dire che il dialogo non possa esistere. Magari non ho orecchie per intenderlo, come mi capita in molti altri ambiti di natura umana. Rimane una certezza, e cioè che porterò il cactus con me a casa prima delle ferie, non lo farò marcire in redazione, svierò lo sguardo dal basilico per non mortificarlo ulteriormente quando avvizzirà e gli toglierò anche il cactus davanti, in modo che non si senta analizzato nel suo nudo decadere. Un’altra certezza, l’ultima: questo è il post più bello che potessi concepire oggi e in assoluto. Non avrei mai pensato che uno sbadiglio figlio di nottata sarebbe stato in grado di generare tali righe. Dormire di più? Non ci penso proprio, specie adesso che ho colto la vera natura del mio cactus.

mercoledì 16 luglio 2008

Pasticciaccio a Piazza Vittorio

“Sì, mi si è rotto il bus, no, non la metro, la sparerei troppo grossa, e poi se si rompe una metropolitana fa notizia, un bus no”. Così argomentavo stamattina mentre aspettavo il bus, uscita da casa in ritardo in quanto consapevole del mancato vantaggio che sarebbe derivato dalla mia puntualità, indifferente alle scarse attività della giornata. Allora perché stavo già pensando ad una scusa? Per difendermi da accuse eventuali quanto probabili, dato il clima. E me la sono tirata, perché la metro si ferma veramente, confondendo il mio ritardo in quel tempo inquantificabile che può seguire al blocco di una metropolitana in entrambe le direzioni a Roma. Essendo la linea quella del centro storico, rigurgitati sulla piazza assolata della stazione Termini eravamo lavoratori e turisti. Tutti ignoravamo la direzione delle navette che ci erano state messe a disposizione in numero di due unità, tanto che i più pratici come me hanno lasciato gli amletici dubbi ai vacanzieri optando per altri bus che ci avrebbero portato dopo molto più tempo alla stessa destinazione. E proprio nel bus ho maggiori lumi sull’incidente di piazza Vittorio, come avevano denominato underground la causa del blocco. “Un uomo si è buttato sui binari”, ho sentito da uno. “No, è un incidente”, ha risposto una signora. “Appunto, l’hanno spinto”, ha corretto il tiro un altro. Mi chiedevo da dove venissero tutte queste informazioni, fino a quando un ragazzo ha detto: “No, è una donna, si è buttata sotto. Ma ‘na pistolettata in testa no, eh? Che doveva rompe a tutta una città pure da morta”. Qualche risolino, io ammetto immediatamente di aver pensato la stessa cosa, anche se quella voce ha risvegliato una considerazione subito ricacciata al di sotto della coscienza. “Poraccia, chissà come s’è sentita”, ha bisbigliato una signora vicino a me. “Ora non sente più niente”, afferma qualche parte dentro di me. Roma non è proprio nota al mondo per il suo traffico scorrevole. Immaginate in cosa si sono trasformati le strade e soprattutto l’interno dei bus, il mio per primo, presi d’assalto da tutto il popolo underground. Più di una volta ho pensato che fosse finita, sarei morta lì, sul lager del 70 direzione Clodio, schiacciata da tutti, impossibilitata a muovermi, a scendere. “Alla prossima devo scendere”, ha detto una signora con un filo di voce così tenera da rompere il mormorio di lamentele di sottofondo. Allora c’è stata una risata solidale e partecipe, perché tutti avremmo avuto la stessa richiesta, prima o poi. Il bus ferma davanti a Palazzo Grazioli, residenza del premier. Le mie previsioni si avverano, viene citato. “A quello che gliene frega, ce sta seduto sui soldi, maledetto Berlusconi!”, urla uno da dietro. La signora vicino a me commenta: “E te pareva che non lo dovevano chiamà in causa”. Io sorrido: la mia Italietta, sempre uguale a se stessa, eppure un tempo è stata veramente grande. Il Rinascimento ha segnato un mondo. E questa bistrattata città? Ha avuto uno dei più grandi imperi che la storia ricordi. E chi ti vedo allora alla fermata del bus? Un centurione con la busta della spesa che voleva salire. La signora accanto a me ride: “Guardi, la divisa de dumila anni fa, c’ha pure il pennacchio, e poi la plastica del 2008!”. Sudato e bardato della sua armatura, il centurione prova a rompere le fila dello schieramento sul bus per inserirsi, ma il fronte non cede, non avrebbe ceduto nemmeno davanti alla falange macedone. “Nun ce sta posto. Vatte a pijià er cavallo, no?”, fa lo spiritoso un signore tra le risate generali, aggiungendo, mentre si chiudono le porte ed il centurione rimane sul marciapiede, “de sicuro fai prima de noi”. Mentre scrivo apprendo che la donna, in realtà ragazza, è salva, si è gettata incastrandosi tra i vagoni della metropolitana ma senza riportare amputazioni in quanto è caduta al centro dei binari. Secondo i medici dovrebbe salvarsi, secondo me pure. Sapere che è una scampata tragedia ad aver provocato dei disagi è la consolazione che mi riscatterebbe da una mattinata del genere.

mercoledì 9 luglio 2008

Più o meno uno

Ma sì, più o meno uno, cosa volete che importi? Siamo in Italia, vivo a Roma; la precisione, se non è di questo mondo, non appartiene di certo a questo Paese ed alla città che mi ha adottato, traghettandomi dai meno di 25 fino a qui. Domani per chi legge la data, ma oggi per chi scrive, si consuma il passo in più, l’unità che varca la soglia del 3. Più uno, meno uno per il 4. Tardi, presto, chi può dirlo, arriverà, tutto arriva, come è arrivata questa cifra in più. Me lo dico da stamane, me lo dico da sempre, lo consiglio spesso agli altri: “Hai fatto trenta, ora fai trentuno”. Ecco, appunto, è il mio caso di domani/oggi, quando non avrò tempo e modo di scrivere quanto provo a 31 come a 30 come a 29. Più o meno uno, che differenza fa? Me ne sento sempre di più, ne dimostro un po’ di meno, 28, 29 o 30. I 25 no, quelli sono veramente passati, e non solo per tratti somatici o connotati epidermici. Ma lì si parla di cinque, sei, che non è come uno, e questo persino in Italia, persino a Roma, forse finanche a Napoli, si riesce a capire che non è proprio la stessa cosa. In sei anni anche le acque più carsiche vengono a galla. Intanto De Andrè mi ricorda “quanto fan presto ad appassir le rose”, ma anche questo non l’ho mai dimenticato. I venti ho iniziato a perderli da quando ho avuto la piena consapevolezza di dovermi lasciare dietro il periodo segnato dal numero uno, bello nutrito in quanto ad eventi, davvero dirimenti. Più o meno uno, cosa importa? Era come a 19, 20. Ventuno ed una vita davanti. Adesso idem, ma dieci anni dopo. E non è lo stesso. Lo ripeto a costo di sembrare banale, noiosa e ripetitiva. Un altro mondo, la decina è un altro mondo, non come più o meno uno, non come oggi. Ieri e domani sì che sono lontani, anche se ricordo e prospetto, ma è tutto sfalsato dall'oggi, più o meno come un anno fa, più o meno come tra un anno. Più o meno, ma qui la differenza non è con l’età, ma coi vissuti, ed allora la forbice si allarga, come direbbero gli economisti, o non taglia più, o diventa maggiormente affilata. O si rompe. Questo non è un compleanno a deciderlo, non è un più o meno uno accolto con l’indifferenza (forse finta dato questo post) che merita. Non si festeggia più come prima, le candeline iniziano a diventare ridicole o penose, specie quelle uguali al numero degli anni. Tre simboliche l’anno scorso sono state le migliori, forse le ultime. Più o meno uno, che differenza fa? Ai cinque, ai dieci se ne parla, di quello che sarà o non sarà accaduto, del volto e dell’umore cambiato, di quanto raccolto, seminato e perso. Più o meno uno, lettori miei, cosa volete che importi? Ho fatto trenta, posso fare pure trentuno. Anzi, lo faccio, rimandando ma di poco. Domani, in realtà già oggi.

lunedì 7 luglio 2008

Una crudele fine

C’è modo e modo di finire, non essere più, diventare un ricordo. L’abbandono dolce, lento, malinconico e quello improvviso, sofferto, quasi urlato. Alla seconda tipologia appartiene l’addio consumatosi sabato tra me ed i miei auricolari iPod. Entrata in fretta e furia nella macchina di un amico in direzione lago, ad un certo punto della strada guardo in basso alla mia destra e vedo che il filo bianco termina mozzo. Senza dubbio la parte era quella degli auricolari, dato che ad un veloce sguardo curioso osservo l’altro capo, attaccato saldamente all’iPod. “Rallenta”, dico all’amico che ovviamente prima chiede il perché. Gli spiego velocemente il motivo, l’andamento si fa lento, ma lo so, è troppo tardi. Chiudendo gli occhi apro la portiera e ritiro come lenza da pesca quello che so ormai essere un cadavere. Quando li riapro, la scena è peggiore di quanto mi aspettassi. Gli auricolari completamente sventrati, con tanto di calamita in bella vista, i fili interni dritti come capelli dopo uno spavento, cavità bianche laddove prima c’erano coperture grigie. Fingo indifferenza e li ripongo, ma in realtà penso alla fine terribile dopo mille sofferenze, una lunga tortura prima di spirare, urla di dolore soffocate da contatto con l’asfalto per mezza Roma. Laddove era musica, da allora sarebbe stato silenzio. Ed io durante la carneficina dall’altra parte, ignara, un po’ come avviene quando gli animali entrano nelle lavatrici e vi rimangono in tutti i sensi una volta azionato l’elettrodomestico. “Compratene altri, e non quelli che non si sente niente, di un’altra marca”, mi consigliano davanti. “Ma come, ed il loro caratteristico colore bianco, l’abbinamento con l’iPod?”. “Fregatene, le altre si sentono meglio e costano pure di meno”. Tristezza. Con quelle parole li stavano ammazzando un’altra volta, nemmeno un elogio funebre dopo tanto patire. Li ripongo nella borsa, scheletro della grandezza passata. Amici traditi, dimenticati, abbandonati ad una sorte cinica e beffarda. Quante volte abbiamo aspettato insieme bus e metro, treni e macchine, fissando il panorama circostante attraverso i finestrini. Ed allora mi trasmettevano il suono, leggeri e fedeli, e quello diventava strada, scorci di città o di natura. Tutto si trasformava grazie a loro, ormai spirati. Eppure una risata ci scappa sempre. Penso dopo un po’, “qual è l’ultima canzone ascoltata, prima della tragedia?”. Ricordo subito e rido: “Giudizi universali” di Samuele Bersani. Mi sento meno colpevole e rimetto al Fato la loro morte, evidentemente già decisa in altre ed alte Sfere. Se la specie umana non può niente di fronte al destino che segna ciascuno, figuriamoci un paio di auricolari, per giunta di mia proprietà. Tra un oggetto nelle mie mani ed un malato terminale, sicuramente il secondo ha molte maggiori possibilità di vita, che così è: ironica, molte volte, specie la mia, in grado di cogliere la assoluta tragicità ma anche l’incontestabile ironia di una fine, pur se crudele.

giovedì 3 luglio 2008

Ai tornelli, ai tornelli!

“Ci vediamo ai tornelli”. “Dove?”. Così esplicitai la mia ignoranza anni fa, appena arrivata a Roma dalla provincia ed ignara del termine che designa gli ingressi e le uscite della metropolitana, dove ti viene richiesto di mostrare o timbrare il biglietto. Luogo di litigi o di panico puro per chi viaggia alla portoghese, di routinario attraversamento per chi è munito di titolo di viaggio e di integrazione con un modo ecologico di vivere la città per me che accosto orgogliosa il tesserino magnetico, guardando la luce verde che prelude l’apertura delle porte. Roma ormai si è modernizzata. È sempre più difficile viaggiare a scrocco, ed era pure ora. Adesso attendiamo tabelloni orari funzionanti in ogni stazione, non solo a Termini. Ma torniamo al tema dei tornelli, che mi riportano alle corse di cavalli. Sì, lettori miei, perché quest’immagine mi balza alla mente quando dall’interno della metro che sta per chiudere le porte vedo le persone che si affrettano a varcare i tornelli per raggiungere i vagoni quasi in partenza. Allora è tutto un affastellarsi di gente che si accalca, si spintona, solleva braccia con borse da lavoro o bagagli voluminosi per fare prima. L’altro giorno, all’ennesimo spettacolo, ho iniziato a fare delle scommesse, esattamente come alle corse dei cavalli ma con me stessa, sorridendo. Per inciso, un giorno quest’abitudine di sorridere o di ridere apertamente al ricordo di episodi reali o immaginati mi procurerà una fracca di botte, come si direbbe a Roma dove vivo. Le mazzate arriveranno ovviamente in un mezzo pubblico da qualcuno su cui si posa il mio sguardo e che si chiederà ostile cosa ci possa essere di così divertente nella sua figura, che ovviamente io nemmeno vedo, perché gli occhi della mente sono altrove. Finito l’inciso, torno alle mie scommesse: “Secondo me la vecchia non ce la fa, troppo decrepita, ha pure il bastone. Quel ragazzo sì, al suo tornello non c’è nessuno, ha avuto l’abilità di prendere quello più esterno e sguarnito. Punto sul giovane, pure carino. Troppo piccolo, non ha nemmeno un segno sul viso, vabbè, tanto chi lo vedrà più, sta nel vagone in fondo ed io nel primo. E tra quei due? La signora con la busta della spesa e l’uomo con la ventiquattr’ore. Vince la signora, lui dimostra maniere gentili, la fa passare avanti, anche se lei ha la spesa è in buona salute ed ha gambe per correre. Per un pelo, ma ce la fa”, e via dicendo. Inutile dirvi la soddisfazione quando ci azzecco, quasi reclamo una vincita all’Atac. Poi penso che in effetti non ho testimonianze in merito e che non c’è un concorso, per cui come al solito trattasi di deliri personali. Però è molto divertente, aiuta ad affrontare la giornata che incombe. A volte mi scopro a tifare per i più deboli, quelli su cui non avrei mai scommesso ma alla fine mi suscitano moti di tenerezza. Tanto non vinco nessuna cifra, posso pure contraddirmi. Eccomi dunque fomentata per il vecchietto in cerca del guizzo vitale, per l’obesa che non riesce ad avere il giusto slancio, per le mamme con i figli piccoli in braccio. “Dai, forza, credici!”, incito sempre dentro di me, perché se esclamassi queste frasi farei la figura dell’ennesima pazza in giro, il che poi non è del tutto falso, anche se una persona veramente normale io non l’ho mai incontrata. Noiosi sì, purtroppo, e guarda caso si tratta di quelli meno affetti da follia. Le porte si chiudono, chi c’è c’è. Mi viene quasi da salutare chi non ce l’ha fatta con partecipe solidarietà. Domani potrebbe toccare a me, mica si vince sempre nella vita, e poi è dura perdere certe corse che magari non passano più. Uno sciopero e sei a terra, per tutta la giornata. Il discorso porterebbe lontano e si addentrerebbe in sentieri filosofici, per cui lo finisco qua. Estate, tempo di leggerezza e di gossip. Tornerà un altro inverno con le sue riflessioni al fuoco lento di mutati stati d’animo.

mercoledì 2 luglio 2008

Professionalità nel WC

Spesso si parla di professionalità sottopagate, sfruttate, umiliate. La mia qualche giorno fa ha avuto un’altra sorte. Se n’è andata dritta dritta nel WC. So che un tesserino non fa la professionalità, tra i miei colleghi c’è più di qualche zappa che lo detiene ignorando il corretto uso di virgole, quando va bene. E tuttavia un tesserino, anche se in questo forse sono un po’ antica, dovrebbe dimostrare una certa applicazione per il perseguimento di un obiettivo, quale appunto, nel mio caso, quello di non farsi considerare una che scrive così, estemporaneamente, ma che ne fa una professione. Dai tempi della fine degli studi i miei riconoscimenti vengono socialmente accostati al bagno. Se con la laurea, come tutti mi dicevano, ti ci pulisci il deretano, dato che ha il valore della carta igienica, è normale che poi il tesserino conquistato scrivendo a (troppo) poco lo lasci direttamente nel WC. D’altronde non c’è da meravigliarsene se da qualche giorno, e non sai perché o forse sempre per lo stesso motivo dello scarso valore attribuito alle cose che fai, lo metti nella tasca posteriore dei tuoi pantaloni pinocchietto, a contatto con quel deretano pulito con la carta igienica della laurea. È così che, in un improvviso quanto raro moto di pipì pomeridiana, scopri il tuo didietro e lo poggi sul WC, accorgendoti solo prima di scaricare che il tesserino è lì dentro, nel liquido giallo. Ti dici “che schifo”, poi ridi, e neanche poco, perché alla fine si parla pur sempre di te, e sai di essere autoironica e desiderosa di sempre maggiori spunti per il tuo blog. Infine pensi che è tutto molto metaforico, ma che lo sarebbe stato di più se al posto della pipì ci fosse stato qualcosa di solido. La professionalità nella cacca, sicuramente un’immagine forte ed attuale, quasi da foto per una mostra sulla condizione lavorativa contemporanea. Penso a tutto questo indugiando sull’operazione di salvataggio, ma il tesserino nella fogna sarebbe stato veramente troppo a livello simbolico, oltre a mettere in serio pericolo il già delicato scarico lavorativo che si ottura frequentemente. Così lo prendo (in fondo la pipì era la mia, tutto questo fare la schifiltosa aveva del ridicolo) e col mio senso pratico che ormai fa scuola lo lavo sotto l’acqua corrente, stringendolo in un involucro di carta per asciugare le mani. Perfetto, operazione compiuta, brava Valentina che ridi, sorridi e non perdi (quasi) mai la calma. Ripongo l’involucro nella borsa da lavoro, ovviamente cancellando l’accaduto per ricordarlo alle Poste dopo, quando provo a pagare la bolletta della luce col Postamat e mi chiedono un documento d’identità. “Non c’è problema, ho il tesserino, l’ho usato anche per votare”, e lo consegno. Non puzzava, per fortuna, e l’impiegato mi dice di aspettare che lo fa vedere al direttore, tornando subito dopo. “La prima pagina è attaccata alla foto, risulta un tutt’uno”. Mio Dio, la mia foto abbronzantissima da giornalista ventisettenne pugliese rovinata per sempre! Facciamo per staccare la pagina ed alla fine ci riusciamo. Mi rimane solo un occhio, il resto è distrutto. Mi sento triste ed un po’ Polifemo. Dovevo pensarci che tutta quella pressione avrebbe appiccicato le pagine, ma d’altronde, non si stava forse parlando di me? Non bisogna forse accettare la propria inettitudine in determinati ambiti, per vivere meglio? “Per noi va bene, ma lo deve rifare, non può girare così. Con questo lei ci lavora”. “Certo. È che mi è caduto nell’acqua proprio oggi. Sa, può succedere”, dico sorridendo dopo aver pensato per una scheggia di secondo a confessare la verità, specie vedendo le mani dell’impiegato che maneggiavano il tesserino tranquillamente. Sarebbe stato bello vederne la reazione: “Se sapesse dove mi è caduto, nel Wc, dopo la pipì”. Ma chi avevo di fronte era troppo gentile e non ho voluto aumentare il suo grado di mortificazione per la necessità di un duplicato. La stagione è giusta, posso di nuovo abbronzarmi e fare un’altra foto priva del mio pallore invernale. Professionalità asciutta ed abbronzata. Sempre meglio che nel WC.

martedì 1 luglio 2008

Pancioni come funghi

Un giorno ti svegli e sono tutte in attesa. Non di una vita migliore come la sottoscritta, ma proprio di una vita altra e contemporaneamente propria. A livello affettivo, la più propria in assoluto. Tutte future mamme, che si aggirano coi loro pancioni per le strade e sulle spiagge. La novità è che le conosci e sono pure tue amiche, queste eroine del ventunesimo secolo che in condizioni economiche precarie o indefinite scommettono sul futuro, popolandolo di nuovi soggetti. Camminano affascinanti pur se impacciate da tanto peso, e con l’espressione radiosa ti comunicano quanto hanno vomitato e patito i primi mesi. La nascita si avvicina, tu fai i conti delle culle che si riempiranno e le guardi felici, chiedendoti come fanno. Il giusto compagno al fianco? La consapevolezza di fare la cosa giusta? L’orologio biologico che segna le sue ore inesorabile e dunque da rispettare? Non riesci a capire, non ti ci raccapezzi. Continuano a fare le cose di sempre: teatro, lavoro, vita sociale. E ridono. Sudano, si affaticano il doppio con questo caldo, si fanno mettere le mani sulla pancia da tutti quei simpaticoni che vogliono ‘sentire’ il bambino, rispondono innumerevoli volte alle stesse domande. Sempre sorridenti dagli occhi, le future mamme; una luce le avvolge, risultano leggere anche se appesantite dalla creatura che scalcia, posizionandosi ora verso il fegato, ora verso i polmoni con conseguenti problemi che ti fanno mozzare il fiato quando vedi le loro espressioni di dolore ai movimenti interni. Allora ti impressioni e ti metti la mano sulla pancia, solidale, anche se non riesci proprio bene a capire. Ne parli con le altre non incinta e te le immagini in attesa, inizi a vedere pancioni dappertutto, come funghi nel bosco fitto dell’età adulta che intravedi facendoti strada tra ramaglie e sterpi. Senza fretta, tanto ci arrivi, lo sai. Il come ti preoccupa un po’, ma con una birra passa. Anche il con chi ti desta qualche pensiero, ma basta raddoppiare la dose di luppolo e la tranquillità sorniona è assicurata. Intanto i pancioni crescono, si moltiplicano, ridono. Te li immagini con occhi, naso e bocca, poi pensi alle manine che stringono dita adulte, quelle dita che appartengono alle tue amiche e coetanee. E allora inizi a cambiare l’approccio della tua incredulità, che deriva dalla ragione quando la ragione qui non c’entra nulla. I figli sono del cuore, non della mente. Chiaro che possono essere un atto d’incoscienza, ma nei casi delle mie amiche di atti di cuore si tratta. E gli atti di cuore vanno rispettati ed ammirati, più che capiti. Non c’è niente da comprendere dinnanzi ad una nuova vita, che al massimo ti fa riflettere su quanto ci siamo allontanati dalla vita stessa e dalla sua natura, se hai bisogno di un ragionamento per arrivare alla constatazione che non c’è azione più naturale del fare figli. Purtroppo, mi dico spesso guardando i potenziali genitori e rabbrividendo per chi genereranno. Per fortuna, sospiro al cospetto delle amiche che non sono né coraggiose, né temerarie, né incoscienti, né sprovvedute. Si sono semplicemente messe sulla stessa lunghezza d’onda della propria natura che le ha chiamate a procreare. E ad assecondare la natura in generale e la propria in particolare raramente si sbaglia.