Chi sa le mie disavventure estive avrà subito capito di cosa tratta questo post. Non mi soffermo sui dettagli tecnici che mi hanno visto in preda alla peggiore delle bronchiti nel pieno dell’estate, salvata con un urlo soffocato quando all’ospedale hanno proposto il mio ricovero ed io, senza fiato, ho scosso nervosamente la testa rimandando al mittente l’invito. Così il primario di pneumologia ha sospirato, beato lui che poteva, compilando una cura da cavallo che prevedeva due punture al giorno per una settimana. Un ago nella chiappa ogni dodici ore. Questo significava, più di tutto, obbligarmi alla sveglia verso le otto e mezza, dato che la sera, abitando nel centro del caos, non potevo costringere l’infermiera a dover affrontare i disagi di una zona a traffico limitato. E così la sveglia si tramutava in paura, e questa in un ago portatore di una miscela così densa che la sua sola immissione nel mio sedere mi procurava alte lamentazioni stretta al braccio di mamma che si sedeva di fronte a me, mentre papà scappava per non sentirmi. Io non ho mai fatto punture, e pare mi siano toccate da subito le più forti in assoluto. Un concentrato tale di antibiotici che l’infermiera faticava non poco a sciogliere, ingannando il tempo a chiacchierare con mia madre del più e del meno mentre io mi sentivo la condannata su cui la mannaia si sta per abbattere nell’indifferenza generale. Parlavano di spesa, di traffico, di matrimoni, ed io lì, personaggio di Allan Poe, eretica in attesa di Torquemada: soprattutto la mattina era incredibile come mi svegliassi di colpo e sul serio, uscendo dal mio stato comatoso, con l’iniezione di dolore, che mi procurava come un’intensa contrazione muscolare mano a mano che il liquido si faceva faticosamente strada attraverso il mio sedere, giorno dopo giorno più nero. Poi ero costretta a camminare massaggiandomi il deretano per far sciogliere la soluzione nel sangue e sentendo la medicina farsi strada nella gamba e dappertutto. Più che il dolore in sé, specie la mattina, era il ricordo e la prefigurazione della sofferenza la cosa peggiore, dato che mi faceva aprire gli occhi già alle sette, causando sudori freddi in pieno agosto. “Sta per arrivare, sta per arrivare”, bisbigliavo tremante nel letto toccandomi il sedere livido. Tempo di riaddormentami e sentivo il trillo del citofono, mio padre che si affacciava in camera per svegliarmi prima di filarsela e la mia immagine allo specchio che si muoveva come una condannata a morte per la casa. Mi presentavo in pigiama, il fastidio del risveglio misto a quello del rito che mi attendeva, mentre mia madre e l’infermiera sorridevano e la buttavano sulla sdrammatizzazione. Mamma, poi, ha iniziato subito a fare il conto alla rovescia, dicendo sin dal primo giorno: “Un poco di pazienza. Almeno dopo starai meglio. Non ti sei stancata di stare male?”. E così ho dovuto sorbirmi ogni giorno queste frasi mentre le stringevo il braccio e strepitavo per il dolore con l’ago conficcato nel sedere. Il secondo giorno già aveva la sfacciataggine di dirmi “stanno per finire”, mentre io ribattevo che erano appena iniziate. A metà settimana il suo conteggio ha iniziato ad avere una sua credibilità, ottenuta totalmente il penultimo giorno, fino a quando ha detto semplicemente: “Sono finite”. Per consolarmi ed addolcire le pene, mamma mi faceva trovare un cornetto alla crema sul tavolo della cucina. Io lo mangiavo e mi preoccupavo ancora di più: e se da allora avessi associato l’ago e la crema in un condizionamento di stampo pavloviano? La bronchite mi avrebbe dunque allontanato per sempre dai riti della colazione con cornetto alla crema? Sarei stata condannata a vita solo all’opzione cioccolato o nutella? Allora mi è venuto in mente un racconto di Allan Poe, “Il pozzo ed il pendolo”. Ecco, la mia risposta era “L’ago e la crema”, solo che il mio si concludeva bene, con il cornetto dopo la puntura, quello invece non lasciava scampo, dato che la stanza si stringeva addosso al prigioniero costringendolo a saltare in un pozzo posto in mezzo alla cella. Non a caso dietro il mio racconto c’è mamma, mentre dietro quello di Poe c’è l’Inquisizione. Questo mi ha aiutato a superare l’associazione negativa, sostituendola con un’altra. La crema non era densa come la medicina nel mio sedere, ma buona come la carezza di mia madre.
Non mi sembra una sostituzione da poco.
E forse è grazie ad essa se oggi la crema mi piace ancora di più.
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