giovedì 28 giugno 2007

Meglio soli che lune

Non si spazientiscano quanti non sopportano le freddure al titolo di questo post, che prende le mosse da un’altrui citazione liceale. Domani, SS. Pietro e Paolo nonché festa a Roma, me ne vado al mare. Il mare de Roma. ‘Na fogna, se paragonato al mio, ma meglio de gnente. Ci vado da sola?
No, con degli amici, tutti soli come me, nel senso astrale ed esistenziale del termine. Oddio, mi sento più luna che sole, anche se rido spesso, da sola ed assieme agli altri soli-amici. A volte sono sòla, in senso romano, ma solo con chi se lo merita. Rendo quanto avuto. Quando l’altro è sole sono sole, quando mi dà sòla rispondo con sòla. E le mie lune? Quelle per gli eletti, che se le subiscono tutte. La luna storta è la mia preferita, in disaccordo perenne con quella creativa e che mette a dura prova quanti mi vogliono bene, facendo impietose selezioni. Ma sto divagando.
La mia stagione balneare è iniziata a metà giugno, in un fine settimana a casa. Primo giorno di mare e pelle color calce, ma sempre di meno. Quando ero più piccola il mio candore in tutti i sensi era quasi imbarazzante, le scottature sempre dietro l’angolo, il colore brunito da meridionale classicamente intesa una lunga e faticosa conquista, paragonabile ad un contratto nel XXI secolo, e tutto ciò nonostante per me la stagione balneare iniziasse ai primi di giugno per finire a settembre, almeno quando ero piccola ed andavo sulla spiaggia con mia madre, insegnante. Poi con gli amici, nell’estate di fine liceo ed in quelle a seguire da universitaria nel Sud, il periodo si è allungato fino agli inizi di ottobre. Il sole che scotta sempre di più, io che spello ma patisco sempre meno. Mi hanno aiutato i viaggi di lavoro, immagino. Venezuela, Malesia, deserto libico ed egiziano sono state delle belle prove per la mia pelle, che si è un po’ scurita e macchiata di efelidi e nei. Passeggere quelle, permanenti questi. Dalla purezza e pulizia infantili a queste imperfezioni, l’innocenza persa macchia sempre. E non stinge. Lo scotto del tempo e della sindrome da lucertola si paga, non c’è protezione che tenga quando si scende al mare non prima delle 13,00 ed il primo sole è quello sconsigliato dai dermatologi. Ma se si fa vita notturna, come si può essere al mare già alle 10,00 su imitazione di mia madre, che mi guarda scuotendo la testa, e non solo per questa mia abitudine suicida?
Quindi meglio un colore lunare? Di questo parere la mia coamica, che col suo biancore d’altri tempi, degno di un Ottocento con tanto di ombrellino a parare i raggi, mi prospetta i danni dell’esposizione solare. Non è ostilità verso il mare, quanto un consiglio a goderne quando il sole è già basso. Tramonto, oppure una passeggiata coi vestiti in mesi deserti e dagli inoffensivi raggi solari. E la bellezza di un paio di gambe abbronzate? Il contrasto che mi fa tanto ridere tra palmo e dorso delle mani, che mi ricordano quelle di Mami di ‘Via col vento’ ed al cospetto del quale esclamo sempre, come una scema, “Misis Rosela”?
Degnissima espressione con la quale apostrofo in estate mia madre, bruna sempre, extracomunitaria venuta dall’Africa durante la bella stagione. Un giorno, in occasione della festa patronale, delle donne nigeriane alle bancarelle le chiesero da quanto tempo stesse in Italia e da che zona del Continente Nero venisse. L’estate i miei sembrano davvero una coppia mista. Mio padre, pressione bassa e colorito mozzarella, che se proprio volesse farsi un viaggio dovrebbe andarsene in montagna. Al suo fianco mia madre, pressione alta e color terreo, esaltato da vestiti arancioni, o gialli, o a fiori sempre vistosi. La notte estiva le si vedono, a determinati riflessi, solo i bulbi oculari ed i denti, e mi ricorda gli Orixà brasiliani per come me li immagino, mentre mio padre mi richiama alla memoria letteraria la luna di Estancia cantata spesso da Amado in ‘Teresa Batista stanca di guerra’.
Amo il sole, mia madre mi ci ha immerso sin da piccolissima, quasi sdegnata quando mi arrossavo: “Hai preso la carnagione di tuo padre”, mi diceva spalmandomi la crema protettiva tra la constatazione ed il rimprovero. Non solo quella. Ho preso soprattutto la luna, pronta ad impallidire nel suo pallore al cospetto della malinconia, quella sì, più nera.
Forse è per questo che quando mi si definisce solare non posso fare a meno di pensare ad un’eclissi lunare.

mercoledì 27 giugno 2007

I trenta rintocchi del Big Ben

È arrivato il giorno. Quello in cui l’ultima amica compie trent’anni. Poi ci sono io. Ma questi trent’anni sono diversi dagli altri; sono british. Come i miei 18, una vita fa passata ieri. Io andai a Londra in vacanza, preferendo di gran lunga questa alla classica festa stile ballo-delle-debuttanti. Il tarlo del viaggio sin da adolescente. La trentenne odierna, invece, è a Londra per lavoro, al suo secondo anno nella capitale del Regno Unito. Pioggia e temperature sotto i venti gradi, da quelle parti. Qui afa e sole abbacinante, oggi temprato dal vento e da un’umidità più bassa. Come immagino la sua giornata oggi, a troppi chilometri di distanza? Identica alle altre, perciò me la invento di sana pianta.
La vedo di primo mattino nel suo pallore inedito per questo periodo, in cui, ventenne, aveva già un mese del nostro mare alle spalle. Ci accoglieva col pareo alla stazione, abbronzata, sorridente, pronta a lunghe e fuggevoli ore sotto il sole. Erano le estati che sono state. La pioggia di fuori non riesce a bagnare l’estate che ha dentro, mentre costeggia il Tamigi e ricorda le immersioni per prendere ricci e polpi. Un giorno uno le si attaccò alla testa, e siccome era di un bel colore lei lo tenne, tessendo una gonna di conchiglie ed apponendo sui capezzoli due stelle marine. Alla caviglia un braccialetto di granchi, due gamberetti come orecchini, al collo un tortiglione di scampi. Saporita ed estiva uscì così, nell’ammirazione generale. Molti ragazzi vogliosi di prenderla a morsi, ma lei niente. Fedele solo al mare. Le gocce continuano a cadere, la fantasia lascia il posto alla cronaca: i fichi d’india addentati a riva, le borse colorate, il fratello eternamente in acqua o al bar, le sfilze di lettini a formare uno schieramento, la trincea della bella vita, il risarcimento per essere nati dove più del mare non puoi avere, e “chi tene o’mare nun tene niente”, come cantava il Pino Daniele degli inizi, quando eravamo giovanissime. I bambini e gli amici da gestire (per non parlare del boyfriend, che poi sarebbe rimasto friend, ma anche boy, dato che non mi risulta abbia cambiato sesso). Le discoteche e la pizzica sotto la quercia, i bagni all’alba, il sale a tutte le ore e dappertutto, tranne che in zucca. Il tempo si fa più cupo, Londra borbotta; non si sente considerata ed amata, piange il suo disinteresse con goccioloni record, che rendono più desiderabile quel levantino dei giorni in cui l’Adriatico non angoscia con lo scirocco o non costringe a ripararsi dalla tramontana che solleva sabbia e cavalloni. Altri ricordi, quando si correva ai ripari delle dune per arginare la furia del vento, persino freddo sulla pelle bagnata. Che meravigliosa fatica vivere d’estate! Ci pensa continuando a camminare, rimuginando sulle torrette d’avvistamento dei saraceni che punteggiano il suo mare di ragazzina, meno attrezzato di quello dove sarebbe approdata per motivi di lavoro ed amicizie, ma più autentico e selvaggio. Scogli a perdita d’occhio, il contrasto con un cielo scandalosamente terso, nel quale fa capolino da una certa ora in poi il suo astro preferito: la luna, da studiare nelle sue fasi, così simili a quelle della vita. La cerca nel cielo plumbeo londinese, ma alzando lo sguardo s’imbatte nel Big Ben, che giganteggia di fronte a lei. Più imponente delle torrette d’avvistamento, solenne contro le nuvole cariche di tuoni. Per un attimo le sembra che la guardi con le sue lancette severe, baffi neri su faccia pallida come la sua (ed è fine giugno!).
D’un tratto accade qualcosa: un vento impetuoso come la tramontana ma caldo come lo scirocco spazza via le nuvole, la città riprende il suo cielo sgombro da nubi, che come un sipario si aprono, sfilacciandosi. Fa caldo, ombrelli chiusi e impermeabili ripiegati. E quando l’ultimo cappello della City è stato adagiato per il sole prepotente, il Big Ben inizia a scandire: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette rintocchi, ma che ore sono? Prosegue ad oltranza: otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quando finirà? Quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, my God, vuoi vedere che…? Ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, che begli anni…Ventisei, ventisette, ventotto…qui già iniziava l’angoscia… Ventinove, TRENTA.
Ci siamo, sono l’oggi. Happy birthday, british friend!

martedì 26 giugno 2007

Frammenti e luoghi d’intimità

Qual è il luogo fisico cui consegnare i propri momenti più intimi? Il bagno. E quello cosale cui affidare la propria anima? La pagina. Ebbene, tali due luoghi, nella mia casa romana, colta e disperata nei suoi prosaici conti da saldare con la vita reale, coincidono. Perché nel bagno, e precisamente nel cesto di fronte alla tazza, ogni tanto scopro delle perle, ed anche ciò che stanno leggendo i coamici, ovviamente. Così la scoperta letteraria si congiunge al brivido che sempre ci accompagna quando ci facciamo un po’ i fatti altrui.
Ieri scopro un libercolo verde acqua, edizioni Feltrinelli. Fernando Pessoa, “Il poeta è un fingitore – duecento citazioni scelte da Antonio Tabucchi”. Ho il vago sospetto che sia roba della coamica, ma non gliel’ho chiesto. Devo abituarmi a rendere qualche domanda post, la mia oralità scrittura. Mi tocca, è un buon esercizio. Pessoa, dicevo, ieri. La vita è cambiata, ieri, e non poteva essere diversamente. Cambia per molto meno, figuriamoci se ci s’imbatte in simili frasi: “Ho mal di testa e di universo”. Chiaro? A me che al massimo penso al mal di piedi dopo i tacchi. “Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”. Che profonda e bellissima sensazione è capire queste parole, che in un giorno indefinito del passato avrei classificato come suggestive, gioco di linguaggio e nulla più. Invece i giochi di linguaggio li faccio io, ora. Questa è poesia. “Essere poeta non è una mia ambizione. È la mia maniera di stare solo”. Come dirlo meglio? Impossibile. “Fingere è conoscersi”. Certo, altrimenti perché si fingerebbe? Non ce ne sarebbe nemmeno la possibilità. E poi, che bello scappare da ciò che si è, e che divertimento impersonare qualcosa di un sé diverso da sé! “La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta”. Basta lo dico io. Chiudo il libro alla sua seconda facciata. Sto per piangere. Non è fascino della parola suadente e liquida, è presa concettuale potente e densa, simile a certi passaggi dei filosofi più amati. Il portato leggero di un ragionamento sentito, la chiosa illuminante senza la pesantezza del passaggio, l’affanno del teorema, l’incastro del sillogismo. “Il peso del sentire! Il peso del dover sentire!”, “Essere stanca, sentire duole, pensare distrugge”, “La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente”. Oh, e quanto! Ma ci tocca e se ne è ripagati, quando si ritrovano certe perle: “Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso seriamente per quello che non sono, ignorato umanamente, con decenza e naturalezza”. Che fenomenali alibi a scongiurare l’interazione umana, che perdita per l’umanità se questa ci fosse davvero stata nella vita di Pessoa. O magari così è stato, dato che “Ho creato in me varie personalità. Creo personalità costantemente. Ogni sogno mio, appena che appare sognato, s’incarna in un’altra persona che possa sognarlo, ma non io” e “Non so chi sono, che anima ho. Quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo. Sono variamente altro da un io che non so se esiste (o se è quegli altri)”. Ma tanto, comprensione, interazione, amore o meno, “Noi non ci realizziamo mai. Siamo due abissi: un pozzo che fissa il Cielo”. Nichilismo e tristezza? Niente affatto, è il preludio della pienezza: “Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo”. Sgorgano le lacrime dell’intelletto salmastro, pregno di saudade: “O salso mare, quanto del tuo sale sono lacrime del Portogallo!”
In questa gimkana tra fili d’oro che saziano l’anima più indigente e mendica di bellezza, la consolazione suprema, meglio della morte dopo lungo soffrire, pietra principale di un simile diadema cartaceo: “Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima”. È sufficiente leggere col cuore della mente simili frasi per ritornare ad esistere, persino a vivere, qualsiasi cosa s’intenda per quest’attività. Non sarebbe male se vivere equivalesse a scrivere, e la sua qualità coincidesse con quella delle proprie parole.
“La vita o si vive o si scrive”, sosteneva Pirandello, che ha trascorso una vita a scrivere. Certo è che quando parole del genere ti toccano e riescono a penetrare il coriaceo velluto della propria struttura, sempre fissa, sempre mobile, il tedium vitae per un attimo si arresta, perde la sua legittima cittadinanza nelle cose. C’è quasi gioia nell’oblio che ci riconsegna a noi stessi: “Siediti al sole. Abdica e sii re di te stesso”.

lunedì 25 giugno 2007

Non opere di bene, ma fiori

Eccomi qui, testimone, per fortuna solo nel senso di spettatrice, dei primi matrimoni, che per la classe medio-alta si celebrano dopo la laurea e costituiscono, esattamente come per le altre fasce sociali, l’anticipazione dei battesimi dopo i quali ci possono stare pure i funerali. Tanto ormai si è procreato ed il proprio ruolo su questa Terra può dirsi assolto.
Per la maggior parte delle persone è così: ci si sposa perché si sta da una vita insieme, perché tutti si sono sposati, perché ci si annoia e si vuole dare una virata alla propria vita, per non sentire più parenti ed amici che chiedono la data delle nozze. Soprattutto nei piccoli centri, ci si sposa per avere uno status accettato e riconosciuto. Ci si sposa per paura della solitudine, per andare via dalla propria casa, per migliorare la propria condizione grazie ad un “buon matrimonio”. Quante volte si sentono commenti di questo genere, persino tra gli invitati il giorno della cerimonia? “Ha fatto il colpo”, “Bell’affare” “Questo sì che è un contratto con la Fortuna”. Già, perché “il matrimonio è un contratto”, come urlava una parente vedova allegra e scialacquatrice alle sorde orecchie di mio zio. Io ero piccola e non capivo, ma avrei realizzato il tutto dopo, al cospetto di coppie assortite dal caso e dalla noia in maniera orribile, nel senso o che entrambi gli elementi erano orripilanti (e non parlo solo di estetica, of course) o che uno di essi, dal potenziale promettente, s’impelagasse con un soggetto senza speranze di redenzione. D’accordo: le doti nascoste, gli equilibri invisibili a chi è fuori e via dicendo. Ma ad uno sguardo più critico e perciò penetrante le doti sono quasi sempre esposte in termini immobiliari e mobiliari. Ed in genere il brutto o cretino sta da quella parte. C’è pure il fatto che se non ci si riesce ad innamorare prevale il partito dell’interesse, che per molti è il vero cemento di un buon matrimonio. La tesi a sostegno di questa teoria? L’amore finisce, l’interesse no. I fautori di tale assunto portano ad esempio della giustezza di quanto affermato i matrimoni combinati, un classico per i nostri nonni. Ci si sposava con persone dello stesso ceto e dalla simile condizione patrimoniale. Nella mia famiglia, perché non si perdesse nulla, c’è pure un ramo che ha visto il connubio di due cugini di primo grado. Si è mantenuto tutto, tranne il senno, perso nella follia più pittoresca ma purtroppo incapace di partorire genialità: solo deliri a beneficio del buonumore per il popolo che vive di buonsenso. Quindi l’amore non c’entra col matrimonio? Potrebbe essere. Sempre secondo persone dalla maggiore esperienza, superati salti romantici e sospiri di passione dell’età più idealista, rimarrebbe la materia nuda e cruda che dovrebbe rispondere al quesito dei momenti clou: “Chi me lo fa fare?” Stando a quanto letto da un’amica l’altro giorno al mare, ci si innamora quando si lascia alle spalle l’egocentrismo infantile, e questo può avvenire a qualsiasi età o mai. L’età del matrimonio coincide con la prima o la seconda opzione? Perché forse, paradossalmente, ha molto più senso sposarsi quando si dà per assodato che il proprio egocentrismo non cesserà mai, e allora una propria metà vale l’altra e si fanno le valutazioni più sagge di costi e benefici. Poi magari finisce l’egocentrismo, lungo il matrimonio, per opera di un terzo. E allora un altro classico della letteratura matrimoniale: le corna. Bisbigliate, commentate, soffocate nelle risa di quegli stessi invitati della cerimonia, sempre amici, sempre ostili, che magari riflettono con finta saggezza veracemente compiaciuta dell’esito nefasto ed inevitabile di un così generoso colpo di fortuna. “Quanto poteva durare? Ma veramente credeva che fosse così all’infinito? Belle speranze!” E allora si divorzia, da soli. Al matrimonio, che dovrebbe essere momento felice e come tale bastevole a se stesso, frotte di gente vogliosa di cibo e di pettegolezzi sugli abiti. Il giorno del divorzio, lutto d’amore o di contratto che sia, nessuno.
Tutto il contrario.
Quando morirò, sul mio manifesto funebre farò scrivere ‘Non opere di bene, ma fiori’; lo farò per rimanere coerente, anche da trapassata, coi paradossi di questa esistenza terrena.

venerdì 22 giugno 2007

Le colline di Beverly oltre dieci anni dopo

Cosa mi dice ‘Beverly Hills’ oltre dieci anni dopo? Innanzitutto che il tempo è passato, e va bene (ma anche no). Poi che lo sapevo mi stavo ingannando quando pensai: “Chi se la rivede la serie, anche se è ricominciata? C’è un’eternità tra la sua fine ed ora”. Tra la mattina ed il pomeriggio, però, c’è il caldo e l’afa di questi giorni che, come nel caso di oggi, destinato a rimanere isolato, mi fa deviare dalla retta via: non quella che conduce al Regno dei Cieli, ma alla palestra.
Così mi accomodo e vedo una puntata anni Novanta che più Novanta non si può: Brandon (il bravo ragazzo) con i jeans a vita così alta che per poco non ci si strozza, Steve (il più goliardico) con delle camicie imbarazzanti, David (quello che al liceo 'West Beverly' nessuno voleva con l’amico scemo che si spara, ma che poi diventa il più fico di tutti) con una sorta di felpone a quadretti. Le ragazze, tutte con i vestiti a fiorellini: Andrea intellettuale e bruttina, Kelly (la sciupauomini) pallida come la morte, Donna (quella un po’ tonta) dal viso equino, Brenda (la gemella di Brandon…che fantasia, i genitori!) con un malcelato complesso d’inferiorità nei confronti del bravo Brandon. I Walsh, genitori dei gemelli e famiglia modello da cui scappare più di tutto: middle class americana da brividi, buonsenso e ragionevolezza, gli educatori d'Oltreoceano di noialtri che li contemplavamo nell’Europa dove una Monica Lewinskj non avrebbe mai scatenato un tale parapiglia. Infine lui, il fascinoso, quello sfigato senza famiglia ma con milioni di dollari nel conto: Dylan. Né più né meno di un Fonzie in versione ricca anni ’90, che trova nei Walsh, come quello nei Cunningham, un punto di riferimento. In ‘Happy Days’ c’era Arnold’s, qui il Peach Pit. Persino Richie e Brandon, i bravi ragazzi delle due serie, scelgono di fare lo stesso mestiere: giornalista. Perchè chi è preparato scrive sui giornali, come dimostreranno le loro carriere. Meritocrazia che sprizza da tutti gli episodi di entrambe le serie. Se sei bravo e t’impegni, sfondi. Li farei venire in Italia, dove giornalisti diventano gli ultimi della classe, e si danno tesserini a chi pensa che Capo dello Stato e Presidente del Consiglio siano la stessa cosa. Ovviamente ci sono le eccezioni. Ovviamente…
Quali sono dunque le mie impressioni guardando le colline di Beverly dopo tanto tempo? Che sono sempre più lontane, nonostante gli aerei e la globalizzazione. Agli hot dog americani ho sempre preferito la pasta al forno di mamma, e quello che invidiavo ai membri della combriccola non erano tanto le belle macchine, quanto le possibilità di affermarsi e rendersi visibili in un mondo competitivo ma giusto, non comprensivo ed iniquo. Dare a tutti in parti uguali, a prescindere dal loro valore, equivale a mortificare i più meritevoli. E questo è il mio lato americano: l’unico, forse. Perché se rivedo bene la serie noto una distanza siderale, e non solo di tempo. Le ragazze Alfa e la confraternita dei Fratelli all’università, gli studenti che non hanno mai un grattacapo economico, gli amorazzi femminili sempre con strafichi palestrati e pure intelligenti, per non parlare di quelli maschili, con le classiche pupe da schianto. Ma per favore. Ricordo al liceo le mie compagne di classe e qualche insospettabile amico con gli album e le figurine di questo mondo patinato, che io pure guardavo ogni giovedì sera con un misto di attaccamento (le vicende narrate erano pur sempre quelle della mia età) e senso critico. Già all’epoca mi sembrava così posticcio, figurarsi ora, quando i pochi miti sono caduti e sopravvivo ai riti della quotidianità più bieca, prosaica e spoetizzante, come quella che mi vede spettatrice delle ricche colline stelle e strisce mentre addento un melone nell’arsura capitolina. Febbre da cavallo continua a vincere su quella più celebre del sabato sera. Vogliamo paragonare le colonne sonore, oltre che gli attori e le trame dei due film? Non c’è storia. Alle colline di Beverly preferisco i colli romani, allora come ora. Meritocratici quelli, inciucioni questi? Vuol dire che ci si regolerà di conseguenza. Per continuare a mangiare pasta questo ed altro!

martedì 5 giugno 2007

On the road

Metti che ti arriva un invito di un tour operator appena nato presso un circolo ricreativo della Guardia di Finanza in una zona collegata a casa tua da un solo bus. Metti che ci sono le zucchine fritte ed un ottimo prosecco mentre si parla di Cina, ma che ad una data ora te ne devi andare perché, come si dice a Roma, ‘s’è fatta ‘na certa’. La zona è la Salaria, e quando ti appropinqui per il ritorno c’è stato un miracolo. Dopo la moltiplicazione dei pesci di catechistica memoria, quella delle carni di inferno attuale. Procaci, esibite alle macchine rallentanti, station wagon con padri di famiglia alla guida. Assistevo ad un profluvio di passeggiatrici tenute d’occhio da ceffi in jeans. Io ferma al palo del bus, assolutamente insospettabile col mio giubbotto tirato su sin dal bavero, pantaloni e scarpe da ginnastica. Mi sentivo protagonista-inviata di una trasmissione di Santoro, che proprio la sera prima con ‘Anno zero’ aveva documentato la situazione della schiavitù sessuale palpabile (è il caso di dirlo) in molte strade di troppe città italiane (e non solo). Osservavo l’andirivieni delle ragazze, alcune molto più giovani di me, con i magnaccia, gli accostamenti dei clienti. Una tristezza infinita. Ad un certo punto scorgo che i papponi si volgono nella mia direzione, avvicinandosi. Una paura infinita ed una domanda: che fare? Telefonare al 113 o mostrare loro il tesserino da giornalista per scherzare sul fatto che col trattamento economico riservato a noi giovani bisogna pur arrotondare? In fondo non avevo tanta paura, se ho pensato a queste assurdità cui forse avrei dato comunque voce, se non avessi visto che l’uno indicava all’altro il palo del bus cui ero attaccata e responsabile del loro dietrofront. Era chiaro, mi avevano individuato da lontano come possibile ‘occupante’ di un pezzo di strada loro. Una freelance, insomma, mentre ero solo una grigia figura in attesa del mezzo pubblico. Niente concorrenza e libero mercato, sulla Salaria, divisa in vari monopoli dei quali mi chiedo le compagini azionarie. Chi sono gli amministratori delegati ed i presidenti? Assomigliano a quelli che fruiscono del servizio o sono gli stessi? Arriva il bus, salgo e mi lascio alle spalle l’inferno serale, appena iniziato.
Il rientro è tutto uno scorrere di natiche e seni al vento; anche l’autista osservava, rallentava e tirava dritto. Non poteva fare altro, forse stava valutando la merce per la fine del turno. “Ma si trovassero una morosa!”, esclamava il vecchio del servizio televisivo visto il giorno prima. Parole sante e sagge, magari fosse tutto così facile.
Giunta a casa, telefono ad un’amica per accordi sul mare il giorno dopo, e sento la sua storia di tentato scippo vicino alla stazione Termini. Aveva la borsa a tracolla, quindi il motorino è passato senza riuscire a sfilargliela, ma causandole comunque una brutta caduta, fortunatamente senza conseguenze particolarmente dannose.
Un po’ di dolore fisico, che faceva il paio col mio, di carattere morale. Hai voglia a servizi televisivi, è quando ci sei dentro che ti rendi conto di tutto, e per bene.
E scopri che ‘on the road’ non è solo sinonimo di Kerouac e della generazione Beat.
Io, poi, al massimo faccio parte della generazione Bit: quelli che il biglietto (Bit = Biglietto integrato a tempo) lo timbrano.

lunedì 4 giugno 2007

Sindacati truccati

Quale dovrebbe essere la funzione di un sindacato? Tutelare i più deboli sul piano lavorativo. Dov’è il trucco? Che te lo fanno credere per tutta la vita pre-lavorativa, fino a quando non scopri, dopo aver pagato la quota per associarti, povero illuso, che la tutela vale per chi ha già un contratto e dunque le sue belle garanzie già le ha conquistate e certificate.
Ora vi racconto il mio pomeriggio allucinante presso l’Associazione Stampa Romana, sindacato della categoria cui, ahimé, appartengo con molti ‘se’ e troppi ‘ma’. Vado in cerca di un sindacalista sulla scorta di quello sentito per telefono ma operante in altro territorio di competenza, e mi ritrovo una faccia sin troppo nota. Una signora non giovane né vecchia, non bella né brutta ma classificabile senza tema di smentita con l’epiteto di befana. Mi ero già rivolta a lei con esiti ridicoli dal punto di vista informativo (“Se va sul sito dell’Ordine e della Federazione Nazionale Stampa Italiana trova tutto”. “Grazie” , e tu qui che ci stai a fare? La domanda formulata solo mentalmente).
Questa volta di ridicolo era tutta la situazione: io che le parlavo della possibilità di poter strappare un contratto come Cristo comanda, lei che mi replicava “ma anche i co.co.co sono accettati dall’Ordine”, tanto che ho pensato di aver sbagliato indirizzo e di trovarmi faccia-a-faccia con la segretaria della Fieg (la controparte, cioè la Federazione italiana degli editori e dei giornalisti). “Io non la sopravvaluterei”, mi ha detto un collega la sera stessa a smorzare la mia indignazione, sottolineando l’impossibilità di questa gente di ricoprire qualsiasi ruolo. Intanto stanno lì, non si sa a fare che. Anzi, sì, perché in una pratica la Nostra era bravissima e certosina, davvero ammirevole: il make up.
“Un miracolo che lei mi abbia trovato qui, stavo uscendo”, un’altra sua frase storica, pronunciata come le altre mentre s’incipriava il naso e degnando la sottoscritta di pochi e distratti sguardi, rivolti allo specchietto che le avrei fatto volare con molta goduria. Flashback, la mia memoria torna ad un altro episodio presso il Municipio del mio paese alla vigilia delle elezioni. Ero segretario di sezione e sono andata con mia sorella, presidente, a dare gli estremi anagrafici. Qui un’altra ineffabile figura mi fa un cenno col mento di parlare mentre disserta al telefono con la figlia su contenuti e preferenze dell'imminente pranzo. Lì ho avuto una reazione molto più dignitosa: muta, ho incrociato le braccia ed assunto un’espressione inquisitoria, aspettando che quella attaccasse il dannato telefono e mi riservasse la totale ed esclusiva attenzione, come il suo troppo ben retribuito lavoro imponeva. Il tutto sotto lo sguardo tra il divertito e l’imbarazzato di mia sorella, che troppo spesso si vergogna delle mancanze altrui, cercando di coprirle venendo incontro a richieste assurde come quella mimata col mento. Ma siamo impazziti?
Qui era diverso ed uguale, poiché il mio ruolo di persona alla ricerca di informazioni mi imponeva di parlare, ma il muro retribuito e maleducato di fronte a me assolutamente identico, con dei trucchi in più. Lì il cibo, qui l’immagine. Lì la disbriga di pratiche di routine come mansione, qui il ruolo di consulenza, tradito e disatteso da una disinformazione avvilente ed incipriata. Domando su suggerimento del mio direttore se posso avere una busta paga tipo, anche con i minimi garantiti. “No, non possiamo darla”. Forse avrà capito la busta paga di un tipo e si sta appellando alla privacy? Continua il suo trucco, infinito, snervante: una maschera grottesca d’indifferenza rassettata ed incorniciata da capelli freschi di parrucchiere.
Mi alzo, la saluto, bisbiglio persino un “grazie”, mentre penso di scrivere a Libero, Il Giornale e simili per unirmi al coro anti-sindacale ed ho un moto di rabbia per la mia generazione imbalsamata e scontenta, forte delle garanzie dei genitori ma debole delle proprie. Penso ai giovani di Parigi, alla meritocrazia sempre sbandierata e mai applicata.
E schiumo di rabbia al cospetto di sindacati ben truccati, attenti a mostrarsi sempre al meglio mentre danno di continuo il peggio.