lunedì 19 febbraio 2007

L'importanza del cappello

Il cappello è fondamentale. Nei discorsi introduce l’argomento, svegliando o spegnendo la curiosità degli altri. Nella vita per strada copre la testa, a sua volta contenitore di mille pensieri tra la folla scappellata o meno. Io ho tre cappelli, uno verde con dei ricami colorati, più sobrio all’aspetto che non alla descrizione, l’altro marrone con una fibbia in cuoio dietro e l’ultimo, che mi riempie d’orgoglio, nero di lana, fatto in Belgio e disegnato a Parigi, marca AriAne LeSpire. Molto anni ’30, molto costoso per me, che aspetto la stessa cifra per poter comprare un paio di scarpe ai saldi. Ma la mia testa è più importante di tutto, perciò ho ceduto, e con quale gioia! I mie cappelli sanno tutto di me, ed io di loro. Mi danno un contegno, io procuro loro una testa. Mi conferiscono un tono, ed io rendo la pariglia fornendo un senso, una destinazione d’uso. E’ lo stesso procedimento che porta a fumare, almeno all’inizio. Un segno di distinzione nel rito comune. La dipendenza viene dopo, in tutt’e due i casi. Un cappello chiama l’altro, come le sigarette, ed il fatto che sia ferma a tre copricapo si deve solo all’esiguità di spazio del mio armadio. Mi è capitato a volte di tornare indietro perché priva di cappello, sensazione di nudità e d’incompletezza. Cerco di alternarli in modo da non urtare la suscettibilità di nessuno dei tre, anche se l’ultimo, come spesso avviene, è il più coccolato ed utilizzato per le grandi occasioni, tipo quando voglio farmi notare col libro sottobraccio (il mio, ovviamente). Lo sistemo sui bus mentre leggo, togliendolo se sono in luoghi al chiuso. Ricordo di Ron Moss, che arriva nel salone di un hotel di via Veneto col suo berretto stile giocatore di baseball, sorriso trionfante ed orecchino lungo al lobo sinistro. Io e delle colleghe che lo aspettavamo, la sottoscritta con la penna ed il cappello in mano sotto al taccuino pronto ad accogliere le sconvolgenti rivelazioni musicali della star di Beautiful vogliosa di emanciparsi dal ruolo di Ridge. Ma questo è un altro discorso, o post che dir si voglia. Il mascellone scende, la trepidazione è quasi generale, l’ufficio stampa tremante di eccitazione ed io penso, appena si siede senza togliere il berretto ed accavallando una gamba a squadra sull’altra, con la caviglia sinistra appoggiata sul ginocchio destro: “Sei proprio americano”. Il che, tradotto nella lingua di un’europea mediterranea un po’ stufa del soldo come unico metro di giudizio, significa semplicemente un aggettivo: cafone. Ci si incappella per uscire, ci si scappella per rispetto ed educazione. Quando la processione passa sotto casa, nel mio paese, è tutto uno scappellìo davanti alle statue sacre, come al passaggio delle bare nei funerali. Se si fa una visita, si consegnano al padrone di casa cappotto e cappello. Altro ricordo: mio padre, brizzolato, mi aspetta fuori da scuola col colbacco ed il montone, e mi ricorda immagini sovietiche filtrate dai film americani visti nella mia infanzia, in piena Guerra Fredda. Com’era giovane ed originale! Incanutito, avrebbe abbandonato quello e tutti gli altri copricapo. Ciò che prima faceva fico, si era trasformato in indice di vecchiaia, insofferente di ulteriori riconferme. Forse anche per me sarà così. Chissà se cambierò modello, che per ora mi vede propendere per la tipologia spiovente, alla pescatora. E chissà se al cambio di cappelli si modificheranno anche i miei pensieri, trascinati via da quelli, accantonati nel cassetto del disuso. Magari torneranno utili un giorno, quando infilandomeli allo specchio dei ricordi vedrò la mia immagine di trentenne esordiente per le strade della città più bella del mondo, come adesso riesco a scorgere dietro ad un colbacco la figura di mio padre cinquantenne, ritto sul marciapiede di fronte alla mia scuola media. La memoria di quei cappelli riscalderà la mia esperienza, il passato tornerà a farsi presente ed io scoppierò in un pianto antico, figlio dell’incapacità di dimenticare. E allora toglierò il copricapo per rispetto ai morti ed a ciò che non è più, e davanti alla mia vita, qualunque piega abbia preso nel frattempo, pronuncerò una sola parola: chapeau.

lunedì 12 febbraio 2007

Amado mio

Il post che segue è estratto da un file scritto anni fa, nella grafomania emotiva dei pieni anni col 2. Peccato che man mano si avvicinano quelli preceduti dal 3 io propenda sempre più per le gag verbali, assolutamente improduttive dal punto di vista estetico e volutamente dannose per la costruzione di rapporti interpersonali. Ma tant'è. Uno spaccato scritto nel Sudest italico d'inizio millenno, in una giornata scura nei luminosi colori di un agosto listato a lutto.
La morte di Jorge Amado mi ha colto spiacevolmente impreparata. Avevo infatti letto, poche settimane innanzi, un trafiletto che dava notizia delle sue pessime condizioni di salute nonché della sua tetra depressione, sopraggiunta a rosicchiargli i quasi 89 anni. Amado depresso, Amado ammalato e, era chiaro, prossimo a morire. Era dunque possibile che il cantore di mille samba del corpo e dell'anima, la penna squisita come i suoi personaggi femminili e forte al pari della cachaça e delle innumerevoli pagine dedicate ad una preziosa descrizione del suo povero Brasile potesse non esser più ed andare incontro alla fine che spetta a tutti i mortali? Saudade per un’inverosimile ingiustizia s’impossessa di me. Stesso sconforto della morte di Montanelli: vuoto d'intelligenza e di genio, nostalgia di autentica umanità.
Non ho letto tutti i libri di Amado, ma ho trascorso quest'inverno 2001 tra i dolori, le perdite ed il sorriso dal dente d'oro di Teresa Batista, e la sua presenza è una di quelle che continuano a vivere oltre le pagine, riscaldando un'esistenza intera nei momenti più bui col sole di Bahia. Come faceva il suo creatore a non servirsene in piena depressione? Dannato stato in cui tutto è privo di senso; anche per chi, come Amado, l'aveva concretizzata, quell'immagine smagliante di vita e di disperazione, di resa e di formidabile tenacia, dando a Teresa il suo sangue, e non semplicemente nutrendosene come noialtri suoi lettori. E creandola, ci ha per l'ennesima volta stregati ed incantati al ritmo dei riti mitologici afro-brasiliani, risollevandoci da terra con le ali della vera arte.
Prima di lui mi ero imbattuta nell'immenso Márquez, che con il suo 'Cent'anni di solitudine' ha siglato superbamente una saga familiare, personale, una consapevolezza esistenziale di un periodo destinato a protrarsi ad infinitum, “...Perché le stirpi condannate a cent'anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra”. Come le creature di Amado, dibattute tra desiderio di pienezza e tensione verso l'attimo che può permettere loro un riscatto, istruite e fortificate dalla miseria che le costringe a mettersi in gioco, totalmente, senza quei trucchi che si può permettere chi ha la pancia piena. E' la voce delle cloache, il sagace motteggio dei bordelli, l'insuperata saggezza del popolino con le sue superstizioni ed i suoi culti quello che fa ammutolire il lettore deliziato e sconvolto dall'esistenza di un simile mondo, che poi è stato il mondo di Amado, la sua Bahia plasmata a simbolo e ricaduta nuova dalle sue mani, in una magica ed ineguagliabile osmosi. Oggi lo piange il mondo, ma dalle conche d'oro del Mediterraneo forse si leva qualche gemito in più per affinità segrete e sotterranee, come le correnti che lambiscono i simili stati d'animo ed i nostri luoghi a fior d'acqua. Anelito e brivido al cospetto di Bahia, e morte scaricata in mare mentre il sole avverte che la vita, nonostante tutto, continua, come Teresa Batista e Dona Flor nonostante la fine del loro aedo. Questo è il mio Amado. Addio Maestro, e gran mercé.

giovedì 8 febbraio 2007

I mattoni della mia dimora

Ci sono libri che mi hanno fatto tremare i polsi. Spesso era necessario che io distogliessi lo sguardo dalle loro pagine, per consentire alla mente di correre dietro ai pensieri partoriti da determinati fraseggi. All’inizio era più una questione di ricerca lessicale, vocabolario a portata di mano e cervello come una spugna, pronto ad assorbire l’intero repertorio linguistico. Poi il mio approccio si è tramutato in dilettosa ricerca dei meccanismi narrativi e delle tecniche generatrici di determinate emozioni, a volte applicabili al mio caso personale (o umano?), altre volte analizzate nel loro fascino indipendente dai miei acerbi vissuti. Nostalgie anticipate, sogni mancati, esperienze inaudite. Ma la lettura è relax, obietterebbe qualcuno. La replica è semplice: io mi rilasso (anche) così. Come ho scritto nella nota d’autrice cui mi sono piacevolmente arresa dopo dinieghi ed indifferenze dei contattati per la prefazione mancata, cui dedicherò un post, la mia formazione avviene sulla grande letteratura otto-novecentesca. I classici, mattoni che hanno tirato su la dimora del mio gusto letterario, dalle porte socchiuse. Se spio in alto nelle giornate uggiose e mentre il mondo piove distanza, sotto al tetto e ben distinguibili, ricordo ad uno ad uno chi ha forgiato quei mattoni: Tomasi di Lampedusa, Svevo, Pirandello e Calvino, Stendhal, Balzac, Proust e Maupassant, Hesse e Mann, le Brontë e la Woolf, Joyce e Wilde e, a dimostrazione che l’ordine espositivo non testimonia preferenze, tutti i russi, inarrivabili. Dostoevskij e Tolstoj, Turgenev e Bulgakov, Gogol e Gonkarov. Checov, genio dell’animo allo stato puro. Talvolta la mia dimora ha subito aggiustamenti e lavori durante le infiltrazioni della contemporaneità, che col suo umido da bestseller televisivo rischiava di crepare le solide, affrescate volte della vera arte. Ingresso solo per selezionati presso la dimora del mio gusto letterario, ma non c’è bisogno di tessere. Basta aver qualcosa da dire, non semplicemente dire qualcosa. Necessità di arieggiare; le porte socchiuse alla luce del Fato, ad un certo punto della vita, mi hanno fatto scorgere altri mattoni fondamentali, base delle colonne portanti. Due giganti, Màrquez ed Amado, per specchiarsi e scoprire che il Sud è sempre uguale a se stesso, pur nelle sue differenti latitudini. E che ha capito tutto senza ragionare su nulla.