lunedì 7 luglio 2008

Una crudele fine

C’è modo e modo di finire, non essere più, diventare un ricordo. L’abbandono dolce, lento, malinconico e quello improvviso, sofferto, quasi urlato. Alla seconda tipologia appartiene l’addio consumatosi sabato tra me ed i miei auricolari iPod. Entrata in fretta e furia nella macchina di un amico in direzione lago, ad un certo punto della strada guardo in basso alla mia destra e vedo che il filo bianco termina mozzo. Senza dubbio la parte era quella degli auricolari, dato che ad un veloce sguardo curioso osservo l’altro capo, attaccato saldamente all’iPod. “Rallenta”, dico all’amico che ovviamente prima chiede il perché. Gli spiego velocemente il motivo, l’andamento si fa lento, ma lo so, è troppo tardi. Chiudendo gli occhi apro la portiera e ritiro come lenza da pesca quello che so ormai essere un cadavere. Quando li riapro, la scena è peggiore di quanto mi aspettassi. Gli auricolari completamente sventrati, con tanto di calamita in bella vista, i fili interni dritti come capelli dopo uno spavento, cavità bianche laddove prima c’erano coperture grigie. Fingo indifferenza e li ripongo, ma in realtà penso alla fine terribile dopo mille sofferenze, una lunga tortura prima di spirare, urla di dolore soffocate da contatto con l’asfalto per mezza Roma. Laddove era musica, da allora sarebbe stato silenzio. Ed io durante la carneficina dall’altra parte, ignara, un po’ come avviene quando gli animali entrano nelle lavatrici e vi rimangono in tutti i sensi una volta azionato l’elettrodomestico. “Compratene altri, e non quelli che non si sente niente, di un’altra marca”, mi consigliano davanti. “Ma come, ed il loro caratteristico colore bianco, l’abbinamento con l’iPod?”. “Fregatene, le altre si sentono meglio e costano pure di meno”. Tristezza. Con quelle parole li stavano ammazzando un’altra volta, nemmeno un elogio funebre dopo tanto patire. Li ripongo nella borsa, scheletro della grandezza passata. Amici traditi, dimenticati, abbandonati ad una sorte cinica e beffarda. Quante volte abbiamo aspettato insieme bus e metro, treni e macchine, fissando il panorama circostante attraverso i finestrini. Ed allora mi trasmettevano il suono, leggeri e fedeli, e quello diventava strada, scorci di città o di natura. Tutto si trasformava grazie a loro, ormai spirati. Eppure una risata ci scappa sempre. Penso dopo un po’, “qual è l’ultima canzone ascoltata, prima della tragedia?”. Ricordo subito e rido: “Giudizi universali” di Samuele Bersani. Mi sento meno colpevole e rimetto al Fato la loro morte, evidentemente già decisa in altre ed alte Sfere. Se la specie umana non può niente di fronte al destino che segna ciascuno, figuriamoci un paio di auricolari, per giunta di mia proprietà. Tra un oggetto nelle mie mani ed un malato terminale, sicuramente il secondo ha molte maggiori possibilità di vita, che così è: ironica, molte volte, specie la mia, in grado di cogliere la assoluta tragicità ma anche l’incontestabile ironia di una fine, pur se crudele.

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