giovedì 24 settembre 2009

Doppio matrimonio

Eh, lo so a cosa state pensando, o voi bene informati sulle mie vicende: "Ecco, i due matrimoni di questa settimana, uno avvenuto lunedì e l’altro prossimo, dopodomani, ed ora ci scrive il post sopra". Vi smentisco, sebbene capisco che il titolo tragga facilmente in inganno. Questo post è nato invece molto prima di questa settimana che si è aperta e si chiuderà con un matrimonio, ovviamente diverso, e si ricollega ad un sogno fatto agli inizi di settembre, quando sono rientrata a Roma dopo un'estate in cui l’unico vero tormentone è stato la marcia nuziale, altro che quelle canzoni da discoteca che popolavano le belle stagioni di un'altra stagione. Insomma, torno nella Capitale alla solita vita, un gatto al varco per lunghe conversazioni miagolanti e vari esseri umani attorno a me, quando ad un certo punto, in una mattinata soleggiata a piazza San Giovanni e mentre regolo il volume dell'iPod, mi vedo sorridere al ricordo di quanto sognato poco prima di aprire gli occhi. La scena è questa: la sposa deve ancora pronunciare il suo "sì" ed io mi accorgo che mi devo assolutamente cambiare d'abito e che dunque devo scappare a casa. Una volta arrivata, ne approfitto per lavarmi e per rifare tutta la toletta pre-matrimoniale, mentre mia madre mi invita a sbrigarmi perché c'è il rischio che perda la cerimonia. Io pure sono consapevole di essere in ritardo, ma il fatto non mi innervosisce come farebbe normalmente, anzi. Il mio affrettarmi è più fittizio che reale, messo in scena più per darla a bere a mia madre che per mio sentire. Mi chiedo nel sogno cos'è che non mi faccia scattare più veloce, quale il motivo per quel cambio che avrei potuto anche evitare, se fossi stata più attenta al momento di avviarmi alle nozze. Esitazione e finto dramma, il tutto condito da una tranquillità di fondo. All’ennesimo invito di mia madre a fare in fretta, quasi ricordandomi di botto il motivo di quella mia lentezza, mentre mi guardo allo specchio e realizzo che, dato il tempo trascorso, già il matrimonio è stato di sicuro celebrato, le rispondo: "E va bene, ma', tanto sono già andata al 'sì' di lui, pure che mi perdo quello di lei… ". Avete capito bene, se avete capito, altrimenti ve lo spiego. Nel sogno, e quindi forse anche nel mio inconscio turbato, diciamo pure terrorizzato, da tutte queste nozze, il matrimonio degli stessi sposi si celebrava per ben due volte. Nella prima diceva "sì" lui, nella seconda lei! La risata della veglia è stata più che liberatoria. Da quando il sogno mi è balenato chiaro è stato tutto un buonumore che mi ha accompagnato fin sul bus tra gli sguardi interdetti di quanti si imbattevano nelle mie smorfie di allegria per il surreale pericolo scampato. Due cerimonie per lo stesso matrimonio, roba da matti! E così mi è venuto in mente che dovevo assolutamente scrivere questo sogno, prima che si perdesse assieme a tanti altri, dentro Amaresca, dato che tale situazione sospesa tra angoscia e via di fuga è molto da mio blog. Doppio matrimonio. Come "Doppio sogno" di Schnitzler, racconto da cui Kubrick ha tratto quell’ "Eyes Wide Shut" dopo il quale scoppiò la coppia Cruise-Kidman che sembrava ferrea. Doppio matrimonio: ho i brividi se ci penso seriamente, ma rido seriamente se ci penso. Significa doppio pranzo o cena, doppio abito, doppia giornata dedicata all’evento, doppio tutto, insomma. Anche e soprattutto doppia busta. Meglio perciò non diffondere troppo l’idea per i prossimi sposi. Coi tempi che corrono, i mutui che si allungano e le rate che si allargano, mi pare più saggio non rischiare.

martedì 1 settembre 2009

A volte ritornano

Questo post mi gira in testa da un po’, precisamente dai saldi estivi quando, impelagata nella ricerca del mio vestito per l’ennesimo matrimonio, ho iniziato ad imbattermi in indumenti dall’inconfondibile ed orribile foggia anni ’80. Come, una povera crista come la sottoscritta cala di dieci chili, ne recupera cinque scarsi arrivando quasi a quota 50 e si deve imbattere in queste brutture di sacchi antifemminili che sembrano caduti addosso ed annullano tutte le forme? Per non parlare delle camicette: a palline o fiorate ma comunque a campana, mi stanno malissimo, come pure questi pantaloni a vita alta che rendono l’esistenza ancora più triste per chi li indossa e chi li guarda. Gli anni ’80 non possono e non devono tornare, siamo trent’anni oltre, nel mio caso anche qualcosa in più. Oppure, se proprio dobbiamo assistere a questa sconcezza, ridateci l’infanzia, “Bim Bum Bam”, “Arnold”, “I Jefferson” o, a parità anagrafica, un lavoro fisso e delle garanzie per il futuro. Respingo al mittente Craxi e la Milano da bere, riprendo la musica, ma la moda proprio no, proprio no, no, no e no. Vuol dire che girerò per anni con la roba acquistata in questo scampolo di secolo nuovo che ha visto il ritorno dei ’70, non a caso il decennio in cui sono nata: ’77, l’anno in cui i colori irrompono in televisione. Quando dici la fortuna. A volte ritornano, quindi. I vezzi del passato, le fasi che sembravano superate, i miei post. Vedete, fedeli lettori? A volte ritornano anche loro, magari in un giorno che da sempre segna il passaggio all’anno nuovo. Non è cambiato nulla con il lavoro, come a scuola a settembre si ricomincia, e gennaio è il principio solo per una decisione arbitraria del calendario. Settembre è il mese dei buoni propositi, che quest’anno non faccio perché non portano mai a nulla; è da quando ero ragazzina che va avanti questa inutile tiritera, adesso basta. A volte ritornano le intolleranze sociali più che alimentari, i silenzi meditati e meditativi, i passi fatti su cui si vorrebbe ripassare per ricordare com’è stato. Ritornano le giornate più corte come certe prospettive, ritornano le piogge e le malinconie per estati sempre meno solari ed abbronzate. A volte ritornano persone che dal passato ti fanno pensare a cosa erano ed in cosa si sono trasformate, e certe espressioni ed episodi che non pensavi ti potessero appartenere così tanto perché il tempo e la moda ti hanno portato ad aderire ad altro, specie se stretch. A volte ritornano certe fasi che preludono a certe stagioni, soprattutto interiori, in cui il mare ormai immaginato si tinge dei colori dell’ultimo bagno alle sette di sera in una tavolozza pastello che segna la fine di un’altra estate. A volte la gente di mare ritornano, cari romani, nella Capitale o in qualsiasi altra città, con sguardo spento ed occhi spaesati per quanto si è lasciato, che poi a ben pensarci è niente, altrimenti non si sarebbe fatto quel biglietto che ci ha portato altrove. A volte ritornano le incertezze degli inizi, la guerriglia cieca di radici ed ambizioni, i passati ed i futuri del tempo che è stato, la noia per le note ritornate e che ormai si sanno riconoscere. E dolce, ma anche no, è l’annegare in questo ritornare, che sa di nuovo e vecchio insieme in un corto circuito che ha davvero poco a che fare con la ragione. E meno male che ho studiato Filosofia e stiamo a questo punto di ritorno del non ritorno. Va bene, forse si sente che un po’ di filosofi li ho masticati, ruminati e mai sputati, rileggendomi si sente. Mi chiedo a cosa sia servito, ma è chiaro che l’Utilitarismo non è proprio la dottrina che ho fatto mia. Oppure sì, visto che con questo post credo di aver dato voce ad un’ansia più profonda di quella del ritorno degli ’80 che mi indisponeva circa un mesetto fa. Ora mi dispongo e mi indispongo a certi ritorni, e quelle certe volte che ritornano abbraccio il Felìde, nuova presenza di un panorama destinato a sfoltirsi di mare e familiarità antiche, e durante le sue fusa riesco anche a pensare con un lieve sorriso a stamattina in redazione, quando a causa della cellula malfunzionante il vetro scorrevole, messo dopo la mia partenza, non si è aperto con la giusta velocità ed io ci ho sbattuto la testa di brutto, lasciando l’impronta della fronte tra le risate dei colleghi e le mie, sebbene più doloranti.
Quando si dice un rientro traumatico.