giovedì 3 luglio 2008
Ai tornelli, ai tornelli!
“Ci vediamo ai tornelli”. “Dove?”. Così esplicitai la mia ignoranza anni fa, appena arrivata a Roma dalla provincia ed ignara del termine che designa gli ingressi e le uscite della metropolitana, dove ti viene richiesto di mostrare o timbrare il biglietto. Luogo di litigi o di panico puro per chi viaggia alla portoghese, di routinario attraversamento per chi è munito di titolo di viaggio e di integrazione con un modo ecologico di vivere la città per me che accosto orgogliosa il tesserino magnetico, guardando la luce verde che prelude l’apertura delle porte. Roma ormai si è modernizzata. È sempre più difficile viaggiare a scrocco, ed era pure ora. Adesso attendiamo tabelloni orari funzionanti in ogni stazione, non solo a Termini. Ma torniamo al tema dei tornelli, che mi riportano alle corse di cavalli. Sì, lettori miei, perché quest’immagine mi balza alla mente quando dall’interno della metro che sta per chiudere le porte vedo le persone che si affrettano a varcare i tornelli per raggiungere i vagoni quasi in partenza. Allora è tutto un affastellarsi di gente che si accalca, si spintona, solleva braccia con borse da lavoro o bagagli voluminosi per fare prima. L’altro giorno, all’ennesimo spettacolo, ho iniziato a fare delle scommesse, esattamente come alle corse dei cavalli ma con me stessa, sorridendo. Per inciso, un giorno quest’abitudine di sorridere o di ridere apertamente al ricordo di episodi reali o immaginati mi procurerà una fracca di botte, come si direbbe a Roma dove vivo. Le mazzate arriveranno ovviamente in un mezzo pubblico da qualcuno su cui si posa il mio sguardo e che si chiederà ostile cosa ci possa essere di così divertente nella sua figura, che ovviamente io nemmeno vedo, perché gli occhi della mente sono altrove. Finito l’inciso, torno alle mie scommesse: “Secondo me la vecchia non ce la fa, troppo decrepita, ha pure il bastone. Quel ragazzo sì, al suo tornello non c’è nessuno, ha avuto l’abilità di prendere quello più esterno e sguarnito. Punto sul giovane, pure carino. Troppo piccolo, non ha nemmeno un segno sul viso, vabbè, tanto chi lo vedrà più, sta nel vagone in fondo ed io nel primo. E tra quei due? La signora con la busta della spesa e l’uomo con la ventiquattr’ore. Vince la signora, lui dimostra maniere gentili, la fa passare avanti, anche se lei ha la spesa è in buona salute ed ha gambe per correre. Per un pelo, ma ce la fa”, e via dicendo. Inutile dirvi la soddisfazione quando ci azzecco, quasi reclamo una vincita all’Atac. Poi penso che in effetti non ho testimonianze in merito e che non c’è un concorso, per cui come al solito trattasi di deliri personali. Però è molto divertente, aiuta ad affrontare la giornata che incombe. A volte mi scopro a tifare per i più deboli, quelli su cui non avrei mai scommesso ma alla fine mi suscitano moti di tenerezza. Tanto non vinco nessuna cifra, posso pure contraddirmi. Eccomi dunque fomentata per il vecchietto in cerca del guizzo vitale, per l’obesa che non riesce ad avere il giusto slancio, per le mamme con i figli piccoli in braccio. “Dai, forza, credici!”, incito sempre dentro di me, perché se esclamassi queste frasi farei la figura dell’ennesima pazza in giro, il che poi non è del tutto falso, anche se una persona veramente normale io non l’ho mai incontrata. Noiosi sì, purtroppo, e guarda caso si tratta di quelli meno affetti da follia. Le porte si chiudono, chi c’è c’è. Mi viene quasi da salutare chi non ce l’ha fatta con partecipe solidarietà. Domani potrebbe toccare a me, mica si vince sempre nella vita, e poi è dura perdere certe corse che magari non passano più. Uno sciopero e sei a terra, per tutta la giornata. Il discorso porterebbe lontano e si addentrerebbe in sentieri filosofici, per cui lo finisco qua. Estate, tempo di leggerezza e di gossip. Tornerà un altro inverno con le sue riflessioni al fuoco lento di mutati stati d’animo.
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