lunedì 30 giugno 2008

Aria d'estate

Come ogni anno, arriva l’aria d’estate. Non quella che invoglia ad andare al mare, a pensare alla tintarella ed alla dieta, o almeno non solo. La mia aria d’estate, da quando sono a Roma, è molto più prosaica e letteralmente olfattiva. Si può senz’altro chiamare puzza. Puzza d’estate e delle persone che sudano, o meglio non si lavano. Perché è disumano puzzare come i puzzoni che mi passano accanto di primo mattino. Le puzze sono le più varie, e non coinvolgono solo forti sudorazioni o acide esalazioni da ascelle dimenticate nella bolgia di peli in bella mostra grazie a canotte assassine. Ci sono anche le puzze dello smog a contatto con l’asfalto bruciato dal sole e dall’aria condizionata di macchine ed autobus, la puzza particolare della metropolitana, che con il caldo si trasforma in riparo maledetto dal sole ma anche in qualcosa di diverso rispetto al luogo non proprio salutare di sempre. I classici odori dell’underground, infatti, si mescolano a quelli modificati del genere umano gocciolante sudore, in una combinazione da stordimento, anche se i massimi livelli in questo senso si toccano durante l’attesa del bus con altra gente assetata di ombra come te in posti sprovvisti di banchina, a cielo aperto. A quel punto puzza e malumore vanno a braccetto, e tu ti scopri a farti schermo sugli occhi con la mano e guardando più in là sulla strada, in attesa dell’invocato bus. Ti giri e stanno tutti come te, e ricordi, non sai per quale motivo, film di cowboys ed indiani quando ti facevano credere che i cattivi fossero i secondi. La memoria ha il sopravvento, ripensi a quando l’estate durava tre-quattro mesi, ai libri da leggere per l’inizio dell’anno, ai gelati in paese, alle pareti spesse e fresche di casa, alla masseria di tua zia. Per un attimo ti viene la sindrome di Chatwin e ti chiedi: “Che ci faccio qui?”, inizi a riflettere e senti un’esaltazione collettiva sotto forma di boato per il bus finalmente giunto. L’aria condizionata funziona, ma la puzza non scompare, assumendo una connotazione più metallica, come un frigorifero maleodorante. Il freddo non sconfigge i cattivi odori, che sono più forti di tutto, tanto è vero che si sprigionano pure con la morte. Niente uccide la puzza. C’è poi una caratteristica di molti autobus in cui sono salita. A volte sono con i finestrini ermeticamente chiusi quelli con l’aria condizionata rotta, mentre hanno spesso spifferi vari quando è funzionante. Tutto il contrario, quel contrario che mi fa pensare ai tempi della scuola superiore, in cui sistematicamente si chiedeva “un crackers” o “i cracker”. Allora mi indisponevo parecchio, adesso mi accontento di arrivare sana e salva alla mia destinazione, possibilmente senza avere addosso le puzze annusate con le narici coperte dalla mano. Prima mi facevo scrupoli per non mortificare il vicino, adesso sbuffo senza pietà, guardando di sottecchi il responsabile. Fino a quando non scatterà un’esplicita sanzione sociale, certi non capiranno mai che lavarsi è innanzitutto un dovere, se non per se stessi almeno per gli altri. Come pure è un dovere dimagrire non occupando tre o quattro posti di individui normopeso, schiacciati da pance e sederi madidi ed incommensurabili. Per fortuna che l’aria d’estate è anche quella di vento e di mare che si imprime sulla pelle, segnando un altro anno che timbra a fuoco il viso arrossato, inaugurando una nuova abbronzatura. La stagione del sole è iniziata, fuori i teli ed i costumi, al via i fine settimana all’aria aperta per guarire e sperare ancora.
I cinque giorni lavorativi con tanto di disavventure olfattive diventano allora solo degli spiacevoli effetti collaterali dello jodio entrato nelle narici, nei bronchi, nelle vene.

venerdì 20 giugno 2008

La fase della Venere di Milo

Inizio subito dicendo che questo post risente direttamente della fase in questione. Per problemi di Word, infatti, ho dovuto riprenderlo ben tre volte, e prima di ciascuna mi sono cascate le braccia. Ovvio il senso metaforico dell’espressione. Quante volte ci cascano le braccia in una giornata? A me innumerevoli. Da quando apro gli occhi al mio ingresso in redazione è tutta una fase Venere di Milo. Fa un caldo da morire e devi andare al lavoro invece che al mare, qualche uccello del malaugurio parla di pioggia nel fine settimana, sui giornali titoli deliranti che raccontano di un mondo capovolto, con gente piena di nulla e di soldi, talenti squattrinati e cultura calpestata a tutti i livelli. La ragione un lusso per pochi. Anch’io, però faccio cascare le braccia. Ieri sera, per esempio, mentre stretta nel mio fisico un po’ dimagrito venivo presa d’assalto da un attacco di tosse tra gli sguardi scoraggiati, apprensivi ed un po’ severi delle amiche pronte a ricordare “che bel corpo avessi prima”. Come, prima? Specchio riflesso, le braccia cascano pure a me. Per non parlare di quando, nelle mie due case non di proprietà, una ad Ostuni e l’altra a Roma, mi metto a cercare disperatamente oggetti di cui dovrei conoscere perfettamente l’ubicazione. “Figlia mia, mi fai cascare le braccia, sembra che non abiti qui”, mi diceva mamma quando abitavo con lei e papà. La fase della Venere di Milo mi ha attraversato anche in questi Europei, nelle partite dell’Italia contro Olanda e Romania. In certi momenti ho sperato che le braccia non cascassero anche a Buffon, altrimenti sarebbe stata la fine. Ricordo un aneddoto divertente di Oscar Wilde, naturalmente letto. Un giorno la Venere di Milo arrivò in America e tentarono di attaccarle le braccia, pensando le si fossero staccate durante il trasporto dal Vecchio Continente. Questo episodio inventato (o forse no?) descrive bene la considerazione che certi europei hanno per la cultura degli statunitensi e che mi riporta a tante figuracce di connazionali, conosciuti e non. Sorrido ad un’immagine, un pensiero fantasioso: e se le braccia cascassero a tutti quelli che hanno utilizzato quest’espressione almeno una volta nella vita? Le strade sarebbero piene di busti muniti di teste dal destino pure precario, dato che ai colpi di testa non rinuncia nessuno, prima o poi. Alcuni, a questo punto, si farebbero riattaccare le braccia come da desiderio americano nel racconto di Wilde. Altri ce le avrebbero perché troppo distratti da se stessi o mai veramente scoraggiati da uscite che umane sono ma non sembrano. Io girerei senza braccia. Sarebbe la mia personale forma di protesta e di ritorno ad una grecità colpevolmente dimenticata. E la vita pratica….mi domanderete, come si fa a vivere senza braccia? Siamo sul piano della fantasia, risponderei io. Senza braccia non si può scrivere, tra le altre cose. Le braccia servono eccome, e per fortuna cascano ma anche no. Volete mettere il gusto del gesto ad ombrello quando congediamo determinati periodi o certi soggetti?

martedì 3 giugno 2008

Il mistero della cosa svelato/a

La cosa faceva rima con una parola: sposa. Il mistero è stato svelato sabato, chiudendo il mese ed aprendo le danze, che veramente erano già belle vivaci. Sulla pista dei matrimoni senza fine, dunque, anche Floriana ed Alessandro tra poco più di un annetto. Perfetto, ma anche no. Una mano sul cuore e lacrime. Una mano sul portafoglio e lacrime. Motivi diversi, stesso effetto. La comunicazione è avvenuta, come convenuto, sabato pomeriggio. I due romani dietro la protagonista e le due amiche londinesi davanti, immortalate dalla webcam. Attesa sfibrante della loro comparsa che mi ha portato a maledire Internet: “Dieci anni fa l’avremmo già saputo senza quest’attesa! Chi c’è c’è, chi non c’è pazienza”, mi sono sorpresa ad esclamare. Quando abbiamo visto tutti e quattro il file mostratoci da Floriana e che ritraeva due sposi in abito da cerimonia, abbiamo capito. Ho subito pensato che il destino di gente come me è avere ragione nelle sue paure preventive come certe guerre. Eccolo là, il puro timore che mi ha fatto mettere le mani in faccia mentre da Londra esultavano. Espressione da urlo di Munch, la mia, facilitata dal fatto che Floriana mi dava le spalle e subito individuata dalle girls via webcam. “Smettila!”, mi hanno urlato da Londra, ed io ho subito obbedito. In fondo era una buona notizia. In fondo. E toccato quello c’è sempre il doppiofondo: i bebè che verranno. Non faccio nemmeno in tempo a pensarci che Floriana afferma: “Sì, è ora, anche perché vogliamo un figlio”. Azz! Non so più dove mettere le mani, le cui dita così finiscono in bocca. Immediato il richiamo da Londra: “Maresca togli le dita dalla bocca!”. Quando si dice rompere a distanza. Floriana rideva di tutta la situazione, comica per facce ed osservazioni. Bene, non stavamo scivolando nella retorica un po’ stucchevole di queste comunicazioni, tutt’altro. “Hai più di un anno per metterti i soldi da parte, basta un euro al giorno”, mi dice la F.M., come ho saputo si chiamano quelli nella condizione sua e di Alessandro. Futura Moglie e Futuro Marito: la frequenza delle mie palpitazioni non teme nessuna interferenza, se non quella dei ricordi di Floriana dietro al mio banco, in classe, e quella di Floriana che culla il suo bambino nel futuro. E mi viene un nodo alla gola, mentre la retorica ha la meglio e, finita la comunicazione via web, l’abbraccio commossa. “Bah, e mo’ stai piangendo?”. Ed io, facendo un cenno d’assenso con la testa, bisbiglio: “Un po’”. Ma la lacrimuccia scompare appena si materializza l’amico andato fuori a fumare, che urla esasperato: “E quella che piange sempre!”. Sempre no, solo quando faccio di tutto per non scivolare nella retorica e nelle reazioni che reputo banali. Di riuscire ci riesco, ma poi se passo dal piano razionale a quello emotivo, e per fortuna la maturità mi ha permesso di farlo in un piccolo salto, allora è finita e sono umana come gli altri o quasi. Disumano, invece, è il numero dei matrimoni che cresce, cresce, cresce, come la panna montata. Sarebbe ingiusto, però, mettere il matrimonio di Floriana tra gli altri. Il suo è IL matrimonio, il primo vero della serie, quello più giusto per una persona cui non pesa alzarsi per cullare il suo procuginetto che la sveglia dopo brevi sonnellini mentre lei si sta per addormentare e la trova sorridente, mentre io al suo posto darei vita ad un caso che quello di Cogne al confronto impallidirebbe. Sì Floriana, sei pronta, te lo dico a nome di tutti. Ed a nome di tutti, come ci hai chiesto, aggiungo che ti daremo una mano nell’organizzazione del matrimonio. Solo non ci coinvolgere nel vegliare la notte le tue creature. Quello solo un genitore lo può fare, o chi un genitore vuole a breve diventare.