lunedì 28 aprile 2008

I saldi di fine serata

“Comprami, io sono in vendita…”. Questo ritornello di Viola Valentino, dedicato, invocato ed urlato ad e da un mio amico che ne ha fatto il suo tormentone discotecaro giovanile di diverse estati fa, quando si andava a ballare una sera sì e l’altra pure, mi è venuto in mente venerdì scorso al Circolo degli Artisti. Ero in una gaia serata, in tutti i sensi. L’altra sera, infatti, ho derogato al mio periodo marcatamente eterofriendly, che mi ha portato a bazzicare solo posti del mio orientamento, ed ho ritenuto opportuno uscire dal mio ghetto per entrare in un altro. Tanto l’esito è lo stesso. Ho capito da tempo che l’uomo per me, se esiste, non lo troverò certo in discoteca, e non perché non ci vada, ma perché forse, esattamente come me, non va in discoteca per rimorchiare. Io ci vado per fare due salti, quattro risate ed otto drink con gli amici (adesso sto esagerando, in genere la metà della metà, quando il barman è bravo). Dunque serata omogenic (omofobic, per dirla col mio ex coinquilino grafico matto e sòla, che ancora deve curare il restyling di questo sito…aaah!). Cocktail accompagnato a racconti di quando non ero ancora a Roma e queste persone non rientravano nemmeno nell’immaginario della mia vita di provincia. Aneddoti di psicotiche riccastre e manesche, cui sono seguiti aggiornamenti su chi fa cosa nel giro delle comuni conoscenze. Io ed il coamico ci informavamo, avidi. Una vera e propria finestra sul mondo, la combriccola di quella sera. Tra chi organizza mostre e chi è approdato alla salsa come risposta alla laurea in architettura, famiglie sparse per tutto il globo terracqueo e storie individuali bisognose di approfondimenti giunti a casa, lo spettacolo della vita degli altri, inesauribile in fatto di sorprese. Nel salone danzerino vero e proprio c’era musica deludente, anche se l’ingresso con Madonna ha suscitato qualche entusiasmo, subito spentosi dopo gli inizi. Guardavo gli amici che guardavano i possibili oggetti del desiderio della serata, e ad un certo punto mi è venuto da ridere perché mi sono ricordata di uno che venne per stringermi la mano e fare la mia conoscenza in una discoteca pugliese. Io dovevo essere piuttosto alticcia ed in preda a chissà quale scena immaginata perché, quando lo vidi avvicinarsi con la camicia bianca, lo scambiai per un cameriere e gli consegnai il mio bicchiere vuoto, constatando subito una sua smorfia di disappunto. Dovrò averlo fissato troppo e quello chissà che avrà pensato. Però dopo avergli dato il bicchiere l’ho ringraziato per la gentilezza, giuro. Tornando a venerdì, niente di interessante, o almeno di interessante e fattibile insieme. Usciamo di nuovo e due della compagnia fanno il bis di Negroni. Qui mi è venuto da ridere un’altra volta, perché mi sono ricordata quando con il coamico abbiamo chiesto al barman nero e mastodontico due Negroni, sganasciandoci subito dopo e lontani dal suo sguardo, anche se lui non aveva fatto una piega.
Ma la chicca della serata deve ancora venire. Ad un certo punto sento il coamico che dice, senza ironia e consapevole di un codice condiviso: “Rientriamo, è l’ora dei saldi”. “Sì, sì”, gli ha fatto eco un’amica piuttosto sbronza, “svendita totale, svendita totale!”. Non si finisce mai di imparare. Ho appreso, quindi, che esiste una zona della serata in cui canzoni, sbronza ed in taluni casi disperazione, portano la gente ad essere più aperta, diciamo così.
“Comprami, io sono in svendita…”, mi veniva da cantare per commentare il contesto. Ad un certo punto, poi, delle canzoni che dire anni Novanta è poco. Faccio prima a dire scuole superiori, rende di più l’idea di quanti anni mi abbiano fatto tornare indietro. Una per tutte? “The Rhythm of the night”. Madò. E qui i saldi hanno ceduto il passo ad una merce molto più abbondante e gratuita: la sorpresa per quanto tempo sia passato. Ai saldi si sono conosciute molte coppie di storie serie o che addirittura durano ancora, mi dicono i beneinformati. Sarà perché c’è più tempo per guardarsi in faccia, si abbassa il numero di persone ed il tasso di inibizione, inversamente proporzionale agli alcolici trangugiati. Sarà. Torno a sorridere pensando alla normale conversazione, magari in un salotto, con persone poco esperte del gergo: “Dove vi siete conosciuti?” “In una serata in discoteca, ai saldi…”. Facce stupite. Solo gli spiritosi o gli ironici si mettono a ridere; tutti gli altri si rivolgono immediatamente all’esorcista.

martedì 15 aprile 2008

Nonostante tutto

Sarà perché l’altro giorno ho piegato il foglio di appunti da intervista a metà per verticale, come se si fosse trattato di un compito in classe, sarà perché in questo periodo sono sempre di più le scolaresche che transitano da una metro all’altra, sarà che più passa il tempo meno lo accetto, fatto sta che questa discesa nelle Puglie, lo scorso fine settimana, mi ha visto prendere la cornetta e telefonare alla mia professoressa del ginnasio. Lei mi ha chiesto, a cinquant’anni suonati (diavolo, ma ne aveva poco più di me quando mi insegnava italiano, latino, greco, storia e geografia!) come mi andasse, ed io le ho risposto la verità, cioè né male né bene, ma “potrebbe andare meglio”. Le ho detto delle mie attuali mansioni nel giornalismo, dei deludenti guadagni, dell’ancora più deprimente contesto lavorativo in cui s’imbatte qualsiasi giovane professionista che non sia sponsorizzato da qualcuno o dalla Sorte, e lei mi ha incoraggiato a non demordere nel cercare un colpo di fortuna o qualcuno che riesca a valorizzarmi, ricordandomi quanto sia un peccato che gente come me si rassegni. Certo io tutto sono tranne che rassegnata, ma è come se da quella telefonata cercassi una conferma, un attestato di valore all’insegna del ‘nonostante tutto’. Nonostante la mia posizione attuale, avevo ottimi voti. Quelli che mi inorgoglivano di più non erano tanto scritti sul retro dei compiti di latino e greco, quanto sui temi di italiano, la cui consegna decretava delle vere e proprie stragi. Pochi sapevano scrivere, allora nell’angusta dimensione della classe come oggi in questa società tanto più vasta. Accanto ai mostri di bravura della pagina scritta, di sicuro presenti nelle grandi testate, registro mostruosità a vario titolo in chi si professa giornalista o giù di lì nel sottobosco di mille tastiere più anonime ma non per questo meno degne di rispetto, se prive di strafalcioni. Questo se guardo al ‘nonostante tutto’ in maniera retroattiva; ma il ‘nonostante tutto’ può essere guardato anche nell’altra sua torsione, più realistica: quella del presente. Cioè, nonostante tutto, lo studio, le abilità dialettiche, la scioltezza delle categorie mentali al sole dei classici, eccomi qui, così, piena di belle speranze, come sempre, ma con le tasche vuote. E allora? Una domanda segue questa: ma tutti questi bei risultati li conseguivo con l’obiettivo di un guadagno? Quali erano i miei obiettivi, allora come ora, dato che la carica ideale, nonostante tutto il pragmatismo dei trenta, rimane la stessa? Certo, l’indipendenza, il non voler solo sopravvivere, potersi permettere qualcosa in più: un vino migliore, soprattutto. Per il resto, nessun rimpianto, dalla facoltà alla scelta di un lavoro maledetto per finta, come gli studi liceali: gli unici possibili per me. Su certe strade non ci si incammina per libero arbitrio, ma solo dopo aver riconosciuto il proprio destino, e, soprattutto, non scappando in direzioni che non saranno mai quelle giuste per sé. Quel sé che mi ha fatto sorridere, annuendo, alla constatazione della professoressa: “Se vuoi continuare a far parte di un élite, non dimenticare mai il greco”. “E a che ti serve?”, chiederebbe l’utilitarista medio borghese con piena legittimità. “A niente”, risponderei dopo aver fatto spallucce con tanto di smorfia sprezzante, “solo ad essere quella che sono”. “E dove ti ha portato questo?”, rimarcherebbe la suddetta voce con implicito riferimento venale. “Ad essere quella che sono”, risponderei autistica e smarcandomi dalla dimensione dell’avere. A volte, è vero, vorrei avere di più, ma solo per dare. Anche essendo si può dare, ma è più faticoso consegnare parti di sé. Meglio regalare degli oggetti: è più comodo ed indolore. Un compromesso potrebbero essere le parole, e quelle sono le figlie di ciò che sei. E così un verbo greco, eimì, diventa una coniugazione esistenziale ben lungi dal puro compiacimento accademico; diventa Fato ed orgoglio di essere riusciti ad affrontare, nonostante tutto il forsennato fuggire antichi nodi, ciò che si è e presumibilmente si diventerà.
Nonostante tutto, è una vittoria non da poco.

venerdì 11 aprile 2008

Le minestre di Silvan

Riprendo il mio blog dopo lunga assenza per motivi di lacrime. Scusate, dovevo piangere un po’ per varie cause, alcune note, altre sconosciute a me stessa, anche se fino ad un certo punto. Riprendo oggi perché sul bus mi è capitato di sentire una discussione collettiva che sovrastava il volume del mio iPod, e vi assicuro che non è poco. Così ho spento, per nulla indispettita ma al contrario deliziata dai primi accenni. Quello che è seguito ha superato le mie più rosee aspettative, tanto che a stento sono scesa dal bus e per una volta ho sperato che il traffico ritardasse il mio arrivo. “Votate chi ve pare ma votate Veltroni!”, ha esordito uno nascosto dalla folla dinnanzi a me. “Pensate ai giovani. Aò, Berlusconi c’ha le corna alte du’ metri – ha continuato dopo una pausa teatrale – ma io me ce metto pure er pane nella cacca sua; a quant’è fortunato vedi un po’ che ‘na botta de c..o ce l’ho pure io, l’anima de li m….cci sua!”. Risata collettiva. Si alza un’altra voce, femminile: “L’anima de li m….cci e stram….cci loro vorrai dì, chè mi’ fijia lavora pe’ 400 euro al mese e co’ ‘sta legge Biagi nun se capisce più un c…o. Come fa a farse na casa, na famijia? Se l’andassero a pijià tutti in der c..o, pure quel venduto de Bertinotti che se n’è annato alla Camera e s’è fatto li c…i sua!” “Eh no, Bertinotti no, eh? Ma che stai a dì?”, l’ha rimbeccata un altro, evidentemente duro e puro, ma prima che si degenerasse in rissa il primo intervenuto, temendo di perdere la scena, ha riguadagnato le luci della ribalta. “A me sapete chi m’ha salvato? Il mago Silvan. Aò, quello è bravo, sapete? M’ha detto che, siccome nun me bastano i soldi pe’ fa la spesa, me magno ‘na minestra al giorno, ma allo specchio, e sapete perché?”. Silenzio incuriosito del bus e facce in attesa: “Perché così le minestre so’ due!”. Delirio di buonumore generale con meritatissimo applauso, cui non ho contribuito solo per scarsa prontezza di riflessi. “Aò, ma perché nun te candidi tu? Io te voto, eh!”, fa una voce dal fondo del bus, ormai trasformatosi in tribuna politica su quattro ruote. “So’ tutti uguali, fanno tutti schifo! - ha esclamato un altro tra l’indignato e lo sconsolato - Vedi Bassolino quanto s’è magnato coi rifiuti? E sta ancora là!”. “Maddechè? – ha interrotto la requisitoria una giovane donna, che poi prima di scendere ho scoperto essere reduce dal comizio di chiusura di Veltroni, bardata coi colori del Pd e circondata da altri con le bandiere del partito – Bassolino sta là perché non ha fatto gnente. Perché se doveva dimette, pe’ fa piacere a te? Se non ha fatto gnente, è giusto che è rimasto là”. “Ma va che ci hanno avvelenato a tutti co’ ste cose tossiche che vengono dalla Campania – gli risponde quello – E chi se la magna più la mozzarella?”. “Berlusconi se l’è magnata pe dì che era bbona uguale – ha esordito un altro – Solo che a lui gli hanno dato quella sana ed a noi ce vendono quella ar veleno!”. Altra risata generale. “Comunque, votate chi ve pare ma votate Veltroni!”, è stato il saluto del fan di Silvan (e di Walter) prima di lasciare il bus. La discussione tra la militante del Pd ed il signore che voleva la testa di Bassolino è proseguita di sicuro, ma io no ho potuto assistervi perché ero arrivata alla mia fermata. Vi posso dire solo che mentre mettevo il piede a terra quella ancora gli urlava “io a te te verrebbe a cercà pe’ farti morì de fame! Davero, questi che parleno e nun sanno le cose io je farebbe morì de fame a tutti!”. Fantastico. Una città piena di fantasia ed un momento elettorale finalmente pieno di mordente dopo tanta noia. Quando si dice andare al cuore ed alla pancia della gente. Tutti quelli che viaggiano con mezzo proprio si perdono gli spettacoli più belli, che ho il dovere di riferire. Tenere per me la storia di Silvan e di questo rientro sarebbe stato non solo egoistico, ma profondamente ingiusto. Abbiamo tutti il diritto di sorridere, specie nei momenti paludosi. Al tedio di questa politica c'è dunque un rimedio: l’Atac.