martedì 30 settembre 2008

Lucciola post-contemporanea

No, questa è da raccontare. E in fretta, così se mi leggete eviterete di cercarmi, almeno solo per oggi pomeriggio (spero). Cosa non faccio per riempire questo blog? “Cosa è successo, insomma?”, si chiederanno i più curiosi. Non ho il cellulare, è la risposta che si riallaccia a due fattori: la mia proverbiale distrazione e la fissa del coamico che ultimamente, dopo aver dotato la casa di bellissime e praticissime tovagliette, propende per la tovaglia classica. Ieri sera, una serata come tante, dopo cena. Squilla il telefono centrale che mi fa prestare attenzione al fatto che il mio cellulare è come al solito sepolto in qualche tasca della borsa o dell’impermeabile in camera. Vado quindi a prenderlo, dato che spesso, povero, ha delle crisi d’identità da telefono fisso, visto che molto di frequente lo lascio lì dove sta. Non si è sentito mai accettato, ed a ragione. Da quando sono finiti gli anni Novanta non mi raccapezzo più, questa reperibilità perenne m’inquieta più della precarietà o del surriscaldamento del pianeta. “Non divagare”, direte voi venticinque lettori di questo blog (chissà chi coglierà la citazione manzoniana, mah). Prendo dunque il cellulare Nokia nero e lo metto sulla tovaglia ormai completamente nuda di piatti, posate e bicchieri. Una voglia matta di Internet intanto ci prende, anche perché io vorrei spedire degli articoli per sollevare l’attività odierna, ma il wireless della casa è ormai andato. “Proviamo con i cavi”, dice l’archicoamico dalle mille trovate. Allora prendo il mio MacBook e lo piazzo in cucina, sollevando un lembo della tovaglia e ripiegandolo sul cellulare che rimane così sepolto nel proprio sudario. Tutta presa dai miei articoli, da Facebook e da Youtube guardo impassibile il coamico che prende la tovaglia per sgrullarla di sotto. “Ho sentito un tonfo, c’era qualcosa?”, mi chiede mentre ripiega la tovaglia. Ed io categorica: “Assolutamente nulla, ma anche io ho sentito un rumore. Sarà stata una coincidenza”. “Già, e poi la tovaglia era leggera, non c’era nulla sopra”. “Infatti, non c’era nulla”. E torniamo entrambi ai nostri Mac e soprattutto alla rete, nostra quarta, presto terza, coamica. So che voi avete capito tutto, io ancora no, però, almeno non così presto. Come al solito si fa notte alta, la casa spegne le luci ed io mi ritrovo sola a scrivere. “Adesso basta, domani mi devo svegliare ad un’ora decente”. Cerco la sveglia, che coincide col mio cellulare. Non c’è. Cerco in camera, ma facendo mente locale ricordo di averlo portato in cucina. Dietro al televisore? Sopra? Vicino ai fornelli? Sul muretto? In fondo è nero, si mimetizza…Niente. Ormai avevo sonno, quasi le tre e nessuna traccia della mia sveglia. L’unica soluzione, l’ultima, era quella di chiamarmi col telefono centrale. L’avevo scartata per non svegliare gli altri, ma a quel punto dormivano sicuramente della grossa. Sarei corsa immediatamente dove avessi colto il trillo. Il cellulare squilla, nessun suono. Nessuno nessuno. “Che mistero è questo?”, mi domando mentre un fascio di luce lontano si avanza progressivo nella mente. Una luce blu, come quella del cellulare quando trilla. Faccio un ultimo giro in bagno, sto con l’orecchio pronto casomai il disgraziato si è ficcato nelle stanze dei dormienti. “Non è in casa, è uscito”, osservo dando a me stessa un po’ della matta. E dove sarebbe potuto andare? La luce mi abbaglia: giù, al piano di sotto! Riprendo il telefono, il cellulare riprende a squillare. Mi affaccio sul davanzale della finestra in cucina e lo vedo giù, ben piazzato vicino alle piante del terrazzo al secondo piano, luce nella notte di Casal Bruciato. Lo sento nitidamente, insistente, lucciola del XXI secolo tra i piani del caseggiato a riposo. “Eccolo, è uscito”. Veramente è stato buttato, non morendo. Questo cellulare mi assomiglia, per quanti sanno dell’investimento mortale per il parabrezza che si è rotto a contatto con la mia tempia sinistra, detta nel mio dialetto “lu suenn”, perché quando ci si sbatte è sonno perpetuo. Stamattina era stato tolto dal terrazzo. Ho provato a suonare al citofono della casa interessata, ma non c’era nessuno. La buonafede voglio salvarla perché se mi chiamo squilla ancora ed il coamico, tra le risate, mi ha assicurato che il terrazzo del secondo piano appartiene a gente di mezza età tranquilla che non penso si mette a fregare i cellulari altrui. Poi tutto può essere. A caval donato, e soprattutto a Casal Bruciato…Sperando in un lieto fine della vicenda, traggo da quest’episodio due insegnamenti, come accade con le favole di Esopo che suggeriscono sempre una morale. Primo: il Nokia è il telefono migliore, non ti abbandona mai, al massimo si allontana.
Secondo: gente come me è nata per utilizzare la tovaglietta.

lunedì 29 settembre 2008

Il regalo della testimone

Lo so che molti di voi si sono rassegnati. Ai post irregolari, (“Quand’è che ne scrivi uno? Al lavoro mi annoio!”), alle promesse mancate (“Ma insomma, la trilogia di Prati?”), allo sguardo assente e svagato (“Mi senti? Ti ricordi? Hai capito?”), ma il fatto che alla fine ci proviate ancora a venire qui, a darci un’occhiata, testimonia la fiducia di cui nonostante tutto godo. Cosa ho fatto dunque in questo periodo? La solita tiritera, condita da un po’ di depressione, fino a quando non si è tramutata in sgomento alla comunicazione che sarei dovuta partire per una minicrociera alla volta di Barcellona. Inutile entusiasmarsi, perché tanto ci sono scesa poco più di un’ora per risalire a bordo. Fortunatamente ho trovato un tempo splendido, dato che il mio massimo timore era imbattermi nel mare grosso come accadutomi al ritorno da una minicrociera da Palermo a Civitavecchia, quando il libeccio iniziò a soffiare sul Tirreno non dandomi scampo e costringendomi a passare una notte abbracciata al water, come dopo certe feste giovanili. Ne parlo con Floriana cui dico che posso portare un’altra ragazza dato che divido la stanza con una collega che porta un’amica e chiedendomi chi contattare dato che tutte lavorano. E quella senza dubbi dice: “Portaci me, prendo mezza giornata giovedì ed un giorno di permesso venerdì, voglio venireeee!”. Ed io le dico che va bene, per me…poi, mentre parlo con l’ufficio stampa della compagnia per comunicare gli estremi della sua carta d’identità, mi viene il lampo di genio: “Sai, sono la sua testimone, è il mio regalo per le nozze”. Quella rideva, magari però riuscivo a convincere la sposa. Provarci non mi costava niente, esattamente come la minicrociera. Questa cosa che i regali bisogna pagarli, poi, qualcuno me la deve spiegare. Soprattutto mi deve spiegare con cosa, dato che ho avuto il malaugurato momento di sincerità di dire a Floriana che mi avrebbe fatto piacere, in qualità di testimone, regalare a lei ed al suo futuro marito le fedi, dall’alto valore simbolico. E quella che cosa mi va a sghignazzare? “Bene, vuol dire che sceglieremo quelle con i brillantini!”. Un grande senso dell’umorismo, quello della futura sposa. Insomma, fatto sta che Floriana alla fine viene con me per davvero. Tanto vera è stata la sua adesione che al momento dell’appuntamento con la navetta per Civitavecchia la tipa delegata a raccogliere i pervenuti aveva il nome suo, non il mio. Questo me lo sono spiegato subito, dato che informata all’ultimo momento ho dato gli estremi del mio tesserino di giornalista, correggendoli il giorno dopo con quelli della carta d’identità di cui al momento ero sprovvista, al contrario di Floriana quando ho comunicato i dati per la prima volta. Servendo agli organizzatori solo il documento d’identità o il passaporto, come dettomi dall’ufficio stampa il giorno dopo, ho subito provveduto, ma evidentemente la lista è stata fatta già dal primo giorno. Lo stesso si sarebbe ripetuto all’imbarco? Per fortuna no, la mia autostima ne avrebbe un po’ risentito, da invitata essere considerata a rimorchio di Floriana sarebbe stato un po’ troppo. La patita delle crociere ha subito preso in mano la situazione, inquadrando cabina e sua ubicazione, mentre io, staccando completamente il cervello, mi affidavo a lei per qualsiasi azione non concernesse il mio lavoro. La chicca della crociera è stata la carta vip, che dava accesso a tutti i servizi della nave praticamente gratis, mettendo in conto i costi nientemeno che all’armatore stesso. Una pacchia. Non parlo degli alcolici, consumati in maniera modesta (solo una birra ed uno spritz in due giorni), perché Floriana non è mai stata una beona ed io sono veramente cresciuta, me ne rendo conto anche da questi particolari. La carta vip comprendeva anche la beauty farm e tutti i trattamenti connessi. Quindi Floriana, approfittando della sua pressione alta che la fa schizzare dal letto ad ore per me impensabili, andava lì a fare idromassaggio, sauna e bagno turco ogni mattina, tornando per sua stessa definizione “molle”, mentre io non sarei tornata mai più, avendo alle quattro del pomeriggio una minima inferiore a sessanta ed una massima che a malapena arriva ad ottanta. Discorsi da vecchi? No, discorsi da ipotesi. Durante la conferenza stampa si è girata in lungo ed in largo la nave, facendomi compagnia nell’aperitivo di rito e godendosi un mare liscio come l’olio che non mi ha distolto dalla mia Xamamina preventiva e causa di coma notturno e semidiurno. Abbiamo mangiato divinamente, parlato un po’ di tutto e, nella sosta di poco più di un’ora a Barcellona, la futura sposa ha avuto l’abilità di comprare tre completi da Zara; individuare uno Starbucks per prendere, senza carta vip e dunque pagando con soldi sonanti come ormai si era disabituata a fare, una cioccolata calda per me ed un frappuccino per lei; acquistare, sempre senza carta vip, due magliette ed una spilla da Hard Rock Café. Un fenomeno, un’indemoniata? No, un’ipertesa senza dubbio, di quelle gravi. Io, ipotesa, non ho fatto una piega. I miei acquisti li faccio da lei, che mi regala, nuovo, il vestiario appena messo che non le va più (e per forza, a furia di frappuccini e caramello…e meno male che a Roma non c’è Starbucks!). “Ehi, bella, se vuoi, la mia bomboniera sarà ciò che non mi va più”, mi ha detto la bastarda quando le ho riferito che questo viaggio era il mio regalo per le sue nozze. Allora ho pensato per l’ennesima volta di essere la degna testimone di una sposa così spiritosa. Il momento più triste del viaggio, l’unico veramente sottotono? Quando abbiamo dovuto riconsegnare alla reception la carta vip prima dello sbarco. “Adesso pagheremo pure l’aria che respiriamo”. L’ho detto in dialetto, facendo ridere Floriana e pensando che, in effetti, magari fossi riuscita a trovare un po’ d’aria come la intendo io a Roma. In effetti avremmo pagato sì, ma lo smog, puto inquinamento.

venerdì 12 settembre 2008

L'ago e la crema

Chi sa le mie disavventure estive avrà subito capito di cosa tratta questo post. Non mi soffermo sui dettagli tecnici che mi hanno visto in preda alla peggiore delle bronchiti nel pieno dell’estate, salvata con un urlo soffocato quando all’ospedale hanno proposto il mio ricovero ed io, senza fiato, ho scosso nervosamente la testa rimandando al mittente l’invito. Così il primario di pneumologia ha sospirato, beato lui che poteva, compilando una cura da cavallo che prevedeva due punture al giorno per una settimana. Un ago nella chiappa ogni dodici ore. Questo significava, più di tutto, obbligarmi alla sveglia verso le otto e mezza, dato che la sera, abitando nel centro del caos, non potevo costringere l’infermiera a dover affrontare i disagi di una zona a traffico limitato. E così la sveglia si tramutava in paura, e questa in un ago portatore di una miscela così densa che la sua sola immissione nel mio sedere mi procurava alte lamentazioni stretta al braccio di mamma che si sedeva di fronte a me, mentre papà scappava per non sentirmi. Io non ho mai fatto punture, e pare mi siano toccate da subito le più forti in assoluto. Un concentrato tale di antibiotici che l’infermiera faticava non poco a sciogliere, ingannando il tempo a chiacchierare con mia madre del più e del meno mentre io mi sentivo la condannata su cui la mannaia si sta per abbattere nell’indifferenza generale. Parlavano di spesa, di traffico, di matrimoni, ed io lì, personaggio di Allan Poe, eretica in attesa di Torquemada: soprattutto la mattina era incredibile come mi svegliassi di colpo e sul serio, uscendo dal mio stato comatoso, con l’iniezione di dolore, che mi procurava come un’intensa contrazione muscolare mano a mano che il liquido si faceva faticosamente strada attraverso il mio sedere, giorno dopo giorno più nero. Poi ero costretta a camminare massaggiandomi il deretano per far sciogliere la soluzione nel sangue e sentendo la medicina farsi strada nella gamba e dappertutto. Più che il dolore in sé, specie la mattina, era il ricordo e la prefigurazione della sofferenza la cosa peggiore, dato che mi faceva aprire gli occhi già alle sette, causando sudori freddi in pieno agosto. “Sta per arrivare, sta per arrivare”, bisbigliavo tremante nel letto toccandomi il sedere livido. Tempo di riaddormentami e sentivo il trillo del citofono, mio padre che si affacciava in camera per svegliarmi prima di filarsela e la mia immagine allo specchio che si muoveva come una condannata a morte per la casa. Mi presentavo in pigiama, il fastidio del risveglio misto a quello del rito che mi attendeva, mentre mia madre e l’infermiera sorridevano e la buttavano sulla sdrammatizzazione. Mamma, poi, ha iniziato subito a fare il conto alla rovescia, dicendo sin dal primo giorno: “Un poco di pazienza. Almeno dopo starai meglio. Non ti sei stancata di stare male?”. E così ho dovuto sorbirmi ogni giorno queste frasi mentre le stringevo il braccio e strepitavo per il dolore con l’ago conficcato nel sedere. Il secondo giorno già aveva la sfacciataggine di dirmi “stanno per finire”, mentre io ribattevo che erano appena iniziate. A metà settimana il suo conteggio ha iniziato ad avere una sua credibilità, ottenuta totalmente il penultimo giorno, fino a quando ha detto semplicemente: “Sono finite”. Per consolarmi ed addolcire le pene, mamma mi faceva trovare un cornetto alla crema sul tavolo della cucina. Io lo mangiavo e mi preoccupavo ancora di più: e se da allora avessi associato l’ago e la crema in un condizionamento di stampo pavloviano? La bronchite mi avrebbe dunque allontanato per sempre dai riti della colazione con cornetto alla crema? Sarei stata condannata a vita solo all’opzione cioccolato o nutella? Allora mi è venuto in mente un racconto di Allan Poe, “Il pozzo ed il pendolo”. Ecco, la mia risposta era “L’ago e la crema”, solo che il mio si concludeva bene, con il cornetto dopo la puntura, quello invece non lasciava scampo, dato che la stanza si stringeva addosso al prigioniero costringendolo a saltare in un pozzo posto in mezzo alla cella. Non a caso dietro il mio racconto c’è mamma, mentre dietro quello di Poe c’è l’Inquisizione. Questo mi ha aiutato a superare l’associazione negativa, sostituendola con un’altra. La crema non era densa come la medicina nel mio sedere, ma buona come la carezza di mia madre.
Non mi sembra una sostituzione da poco.
E forse è grazie ad essa se oggi la crema mi piace ancora di più.

lunedì 8 settembre 2008

Il fiero romano e l'archisposa

Bene, avete presente l’ultimo post? Vi ho lasciato che ero appena stata quasi autonominata testimone di nozze e mi avviavo al matrimonio dei miei ex coinquilini. Look alternativo per situazione diversa da quelle in cui mi sono ritrovata nel Sud. Oddio, anche gli sposini (auguri ancora!) hanno fatto delle meridionalate, come ho battezzato certe abitudini che in loro mi hanno meravigliato, facendomi sorridere. Lei che si chiude in camera con le amiche a provare l’acconciatura impedendo a lui di entrare o che il giorno prima delle nozze se ne va di casa per aspettarlo poi al Municipio. Sono aspetti che si richiamano alla tradizione, quindi meridionalate. La meridionalata scatta quando meno te la aspetti ed è trasversale, ti coglie all’improvviso, nascosta tra le pieghe dei fatti che segnano le tappe della vita. Nei momenti importanti, quando si tratta di lasciare il segno, tutti strizziamo l’occhio alla meridionalata. Il mio look non era da matrimonio meridionale, che mi ha visto quest’estate sfoggiare in un caso un vestito da Jacqueline Kennedy dei poveri e nell’altro un abito con fiocco in vita alla Carry Bradshaw de’ noantri. Decisamente troppo per una situazione che vedeva riuniti creativi a vario titolo, quindi per natura particolari, cool ed informali, ma attenti comunque ai colori ed alle sintonie di fondo, per le quali intendo anche i contrasti giusti al posto giusto. Insomma, una fatica cui ho ovviato con un look da ventenne un po’ sbarazzina, con gonna a palloncino blu avion e maglietta a rige sottili orizzontali dai colori tenui, scollo a barca e maniche a tre quarti. Sotto, l’inaugurazione delle ballerine, mai messe e sempre disdegnate. Quelle più sceme, bianche a piccoli pois sul grigio e due fascette dello stesso colore sul petto di ciascun piede. Un anno fa mi sarei guardata e cambiata subito, anzi, non ci sarei nemmeno arrivata a certe conclusioni, e parlo soprattutto di calzature. Gli sposi, inutile dirlo, erano bellissimi, sobri ed eleganti come solo il vero minimalismo sa essere, e contagiavano i presenti con la loro felicità come solo due innamorati sanno fare. Erano contenti e sudati, e noi con loro. Ad un certo punto, prima che si celebrasse la cerimonia al Municipio, mi sono seduta al bar con due amici per godermi la sfilata degli invitati. Un incrocio tra Cannes e Venezia, più attuale che mai dato che c’è la Biennale di architettura. Che destino il mio, di sicura perdizione: dalla solitudine leggente a quella scrivente, inizio la mia formazione con degli attori e varie compagnie di personaggi per approdare in una fase successiva a grafici ed architetti. Come contraltare di normalità, i giornalisti, che credevo essere in assoluto la categoria più anomala ed anormale della società. Poi si maledice la fatalità. In realtà la perdizione uno se la costruisce giorno dopo giorno con le proprie mani, da quando ha rifiutato categoricamente di condividere pensieri, parole, opere ed omissioni con quella parte di mondo che fa lavori normali, contrattualizzati, di otto ore e magari anche con gli straordinari pagati.
Secondo me tra i più personaggi in senso positivo c’erano il coamico, che per l’occasione ha sfoderato un look da iena completato da Converse All Star, e la sua amica storica con tanto di pantaloni grigi e gilet abbinato, canotta viola come le calze, uguali a quelle del coamico, scarpe nere stringate con impunture e una cravatta gialla. Quando sono arrivati tutti e due immettendosi nel cerchio degli amici/colleghi architetti, con cui hanno condiviso studi, professori e traversie universitarie, ho pensato: “Ecco, ora la scena è completa”. Deformazione teatrale? Forse, dato che subito dopo mi sono girata ed ho visto la sposa, architetto pure lei, con un abito ed un’acconciatura da panico, stupenda. Quelle prove a porte chiuse avevano dato il loro frutto. Chi era l’artefice di tutto ciò? Ovviamente altre amiche e colleghe, architetti, che hanno affermato: “Se riusciamo a tirare su degli edifici, riusciremo anche a costruirti un’acconciatura”. Così mi ha detto l’archisposa interrogata a fine festa, mentre ero a piedi nudi nel prato (nel parco no, veramente troppo teatro, allora) della villa messa generosamente a disposizione, dopo una festa in cui ognuno ha dato il meglio di sé, saltando e cantando ai ritmi del testimone dello sposo, grafico che ha scelto per l’occasione chi? Ma il suo amico dj di musica elettronica, naturalmente! E così, tra gli svarioni del celebrante che in quel di Trevignano si è ritrovato a dire in pochi minuti una serie di nomi stranieri che forse pensava di dover pronunciare nell’arco di una vita intera, caldo umido fino a notte alta, archicioè (da rappresentare con corna e pollice ben steso ad illustrarne la ficaggine) saltellanti e compagnia disegnante e musicante a ritmo di mouse ovviamente targato Apple, è passato anche questo matrimonio. Anzi, questa festa. Perché il matrimonio è soprattutto una festa, persa spesso tra formalità e compromessi per accontentare gli altri ed i genitori che “hanno gli obblighi” con coloro che li hanno invitati in un turbinìo di spese e persone veramente evitabili. In quest’occasione, poi, si sono gemellati definitivamente due mondi: quello del grafisposo, definito dal suocero nel discorso prima della torta “fiero romano”, e quello dell’archisposa, tedesca che di più non si può. Quando i loro papà si sono abbracciati pur non capendo l'uno una beneamata acca non solo della lingua, ma anche del mondo dell’altro, allora ho capito che questo grafico e quest’architetto hanno dato vita alla creazione più fica della loro esistenza. Auguri ancora, amici miei.

sabato 6 settembre 2008

La parola alla teste

Tra poche ore si sposeranno due amici, e fino a qui davvero nessuna novità. Epperò, prima di dedicarmi ai lavaggi ed alle sfilate di rito, devo comunicare una notizia. Già troppo ho atteso, certe news si danno al momento stesso, ma ieri sera ho preferito per l’ennesima volta l’alcol e la buona compagnia alla scrittura. Devo imparare la disciplina, maledizione. Certe notizie, se non si danno all’istante, si bucano, come si dice in gergo. Questa, però, è una nuova particolare, nel senso che la so solo io e contemporaneamente l’ho dibattuta l’altra sera nel mio paesello prima che fosse ufficializzata a Roma, sempre da me. Ebbene sì, i più svegli avranno capito già tutto. Testimone di nozze di Floriana. Seduta sul banco, davanti all’imputata-sposa ed interrogata di volta in volta dall’avvocato difensore o d’accusa di turno rappresentati dagli amici entusiasti (“Che figata, è un’ottima notizia!”) o catastrofici della situazione, che spesso esagerano la portata degli eventi per il disappunto di essere stati preferiti (“E adesso? Come farai coi soldi? Lo sai che i testimoni si svenano? Povera, che fregatura!”), rispondo con queste parole, dato che il magistrato, facciamo Giancarlo De Cataldo, mi dà finalmente facoltà d’intervenire. Sono molto onorata di aver ricevuto risposta affermativa alla mia domanda retorica di ieri, quando Floriana si è seduta al tavolo insieme al suo futuro marito per la cena cui sono stati invitati anche per chiarire un dubbio fasullo (“Florià, è questa l’occasione giusta per chiedermi di fare da testimone?”). Lei sobbalza e ride, dicendo al futuro marito: “Che ti avevo detto giù? Me lo chiederà lei stasera, me lo chiederà lei! Ti conosco come le mie tasche! La risposta è sì”, conclude col sorriso. E così Floriana ha risposto affermativamente alla mia domanda, rovesciando del tutto le parti. Anche per questo sono contenta: via la retorica del solito rito domanda-risposta, la prima della sposa e la seconda del testimone. I ruoli rimangono uguali, ma le parti si invertono. Al bando i finti sorrisi di felicità che nascondono le preoccupazioni economiche, subito espresse tra grandi risate. Anche questo mi fa capire che, per Floriana come per me, non ci poteva essere scelta più giusta. Solo un vero testimone, che è anzitutto amico, dice ciò che pensa. Dopotutto, De Cataldo mi ha fatto giurare di dire tutta la verità nient’altro che la verità. E l’ho giurato, seppure non sulla Bibbia, ma sui manga preferiti di Floriana. Floriana che mi chiama Maggie, come il suo cane che adora. Floriana che mi invita quando fa i dolci. Floriana che conosco da quando abbiamo quattordici anni, che frequento da più di dieci e che ha scritto cose estremamente vere nel post “due di quattro”, che potete trovare nel suo blog matrimoniale www.florianaealessandro.blogspot.com. Condivido, i testimoni sono quelli di una vita, quella passata e quella che sarà. Il presente lo testimonia. Per i figli altri sono i candidati, fiduciosi nell’umanità che si espande ed in persone che non conoscono. Io non so chi e come saranno i figli di Floriana. Per me saranno soprattutto i suoi figli, perché io conosco lei. Lei, il futuro marito e Maggie. In questo nucleo uno spazio per me c’è sempre stato: una casa calda, un cinema 24 ore su 24 rappresentato da Sky, un balcone-terrazza dove parlare e rilassarsi. Spero che i figli di Floriana ed Alessandro non facciano finire quest’atmosfera, altrimenti li affideremo ai padrini e madrine che verranno. Sono la testimone anche di un clima sereno, io, e da oggi più che mai ho diritto di intervento e di tutela. Quindi, Vostro Onore e cari lettori che siete qui ad interrogarvi sul mio sincero stato d’animo, dopo che ieri affogavo nella birra le mie certezze confermate suscitando in Floriana sospetti di suicidio ogni qualvolta mi allontanavo dalla cucina, la verità nuda e cruda, semplice e diretta, è che mi fa piacere, tolte tute le considerazioni di carattere pratico che comunque mi angustiano sempre ed in ogni occasione. Mi fa piacere per i motivi detti da Floriana e ripresi da me in questo post, che si sarebbe potuto chiamare anche “tre di quattro” o “quattro di quattro”, dato che ormai ci siamo tutti. De Cataldo approva e mi invita ad accomodarmi, io mi alzo e guardo l’imputata-sposa. Florià, non ti preoccupare, se svolto gli amici non li dimentico, come non dimentico nulla. E la tua scelta potrebbe rivelarsi ancora più felice, se fosse possibile. Se migliorare, infatti, è nel destino di certe cose belle, io comunque credo di aver raggiunto già il top in molti ambiti. L’ennesima riconferma viene da Floriana con questa scelta.

P.S. La trilogia di Prati è solo interrotta per motivi di pressante attualità. Riprenderà con la routine, dopo la cronaca del matrimonio cui mi accingo ad andare.