mercoledì 15 ottobre 2008

Il filosofo d’Egitto e lo scaricatore scaricato

La giornata inizia con una telefonata alle nove. In realtà sarebbe dovuta iniziare prima, lo capisco dal trillo del telefono fisso che mi riporta al coamico. Sicuramente era lui che chiamava dalla casa nuova dove aveva appuntamento con i pittori ed anche col traslocatore da me contattato. E infatti, appena accendo il cellulare, mi richiama: “Vale, io devo andare al lavoro, forse è meglio che venga tu a darmi il cambio per aspettare questo”. Era in ritardo di oltre mezz’ora. E così, spredicando contro la manovalanza ignara della puntualità con un piglio che nemmeno gli schiavisti nelle piantagioni di cacao, mi lavo e vesto velocemente per essere a casa nuova. La bella giornata, i discorsi di un anziano che raccontava di avere avuto un piccolo flirt con Gabriella Ferri da giovane (“Stava sempre a cantà ed a sonà co n’amico suo e la chitara ed io je dicevo de smetterla e de trovarse un posto. Pensi quanto me sbajavo, signora mia!”), il quartiere che infilo per arrivare a casa, mi mettono gradualmente di buonumore. Faccio conoscenza con i pittori, premiata ditta di fratelli dalle divertenti teorie tra il filosofico ed il surreale. Il primogenito mi dice addirittura di assomigliare a Toth Mose III, della famiglia di Ramses e custodito nel Museo Egizio di Torino. “L’ho visto da Piero Angela. U-gua-le!”. Lo guardo ed in effetti ha qualcosa di non europeo che si dilegua quando apre la bocca: “Ce devo annà a Torino, pe’ forza”. Insciallah. Dopo un quarto d’ora di discorsi che prendono un po’ tutte le direzioni mi chiama lo scaricatore che si era perso. Mi faccio trovare davanti al cancello che su mio giro di chiave si spalanca per far entrare il furgone. Lo seguo in una giornata di splendido sole che batte sulle mura aureliane, sul caseggiato degli inizi del Novecento, sul cortile che distribuisce agli ingressi delle varie scale. Felice di essere a Roma come agli inizi della mia vita nella Capitale, dalle infrastrutture ridicole, ma con un clima che si ciuccia ad una ad una tutte le città più all’avanguardia. Vatti a fare le ottobrate a Stoccolma, vai. Mi torna in mente lo sfogo in vernacolo dell’amica londinese quest’estate, indicando il sole: “Avoglia a disce tu stè a Londra, viat’a teje! C’mn’frega a meje ca stoc a Londra c’cuss stè qua!” (Trad. “Hai voglia a dire beata te che stai a Londra! Che me ne importa di stare a Londra se questo sta qua!”). Mario, questo il nome dello scaricatore, mi sembrava un po’ mogio. Si è scusato per il ritardo dicendo che era stato scaricato dal ragazzo che lo doveva aiutare. Non solo da lui. Mentre smontava letto ed armadio da portare via, infatti, si è sfogato con i pittori. La vicenda è semplice e drammatica: la moglie lo ha lasciato da un mese. Toth Mose III è partito in quarta consigliandogli un bel viaggio a Santo Domingo: “Te metti in aereo, te senti la pressione nelle orecchie e già stai mejo. La pressione te leva la depressione”. Mario scuoteva la testa: “So’ innamorato, nun me va d’annarmene, io la vojo riconquistà” “E poi la riconquisti”, lo interrompeva Toth Mose III, “Intanto te fai 15 giorni a Santo Domingo, tanto nun cambia gnente!”. La teoria di Toth Mose III era affascinante nella sua pura mascolinità, ma a quel punto ho ritenuto opportuno far sentire la mia voce di donna, sia per ristabilire gli equilibri sia ovviamente per impicciarmi. “E perché se n’è andata? C’è un altro?”. “No, so’ io che me so’ comportato male. Quante ne ha passate pe’ colpa mia, povera!”. Domanda che ti ridomanda, scopro che stanno insieme da quindici anni, hanno due figli e lui è stato, in ordine, cocainomane ed alcolista. “Ora so’ cambiato e glielo voglio dimostrà. Non bevo più nemmeno un bicchiere di vino!”. Toth Mose III ascoltava, commentando esattamente come riferisco: “Certo, ce devi stà co’ la capoccia, ma so’ inutili i sensi de colpa, ciò che è stato è stato. Il matrimonio è tutelato dallo Stato cattolico. Reagisci, nun farti prende da questo pessimismo cosmico leopardiano!”. A mio modo concordo con il filosofo egiziano spiegando a Mario che, se non c’è un altro, forse a lei serve semplicemente un po’ di tempo per avere di nuovo fiducia in lui. Il fatto di avere messo su famiglia non può che aiutarlo, i figli sono un legame per tutta la vita. Che lei poi gli consenta di vederli, di portarli a scuola e riprenderli all’uscita, è già un buon segno. Almeno non c’è quell’ostilità che si respira in molte situazioni simili. “L’altra sera mi ha permesso pure di rimanere a casa a dormire. Quindi che ce vede lei, posso sperà?”. Io alzo il pollice in segno di ottimismo e lui, che intanto si era informato sulla mia attività lavorativa, sorride per la prima volta. “Grazie. Se c’avessi più confidenza je chiederei de scriverme na lettera d’amore pe’ mi’ moje. Aò, sai che effetto?”. “Santo Domingoo!”, insisteva Toth Mose III, mentre quello rispondeva: “Sai che faccio io se salgo su un aereo? Prego che cade, a come sto!”. Dopo aver svolto tutto il lavoro da solo, con l’aiuto di Toth Mose III per portare sul furgone divano e vetrinetta, Mario se ne va quindi rinfrancato e dicendomi che per qualsiasi cosa ho il suo numero di cellulare. Io lo ringrazio non rispondendogli la stessa cosa, dato che lui ha pure il mio e non voglio trasformarmi nel suo consultorio. Una mattina soleggiata va bene, ma un altro giorno mica lo so, e metti che può piovere pure. “Tutto bene Oscarì? Daje che poi se famo na biretta!”, urla Toth Mose III al fratello Oscar. “Ma come? Me lavorate ‘mbriachi?”. Risata egizia su scala occidentale: “Nun se preoccupi che na biretta nun ce fa gente. Sul lavoro nun se esagera mai, quando siamo in borghese, invece, raddoppiamo le dosi. E comunque”, proclama faraonico agitando la cazzuola, “io sono lucido fino a quando non parto. Poi non rispondo più di me!”. “Benvenuto nel club”, avrei voluto dirgli, invece mi limito a sorridere ed a salutare la premiata ditta. “Ce venga a trovà. Lei è molto simpatica, sa?”. “Anche voi!”, affermo di cuore chiudendo la porta. Ed io che odiavo l’idea di avere operai in casa.

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