mercoledì 28 novembre 2007

Aspettando (il) domani

Oggi sono in attesa di domani. Mi rendo conto che possa sembrare un’affermazione lapalissiana (che humor, quel Lapalisse!), ma non lo è affatto. Chi non aspetta il domani? Sì, ma io aspetto proprio domani, giorno che mi vedrà ripresentare il mio libro per mia esclusiva iniziativa. Ciò ha del miracoloso, se si pensa che fino a due settimane fa mi trastullavo nel pensiero di attivarmi a dicembre, quando gli acquisti per Natale sono più vicini. Ed invece la prossima chiusura della libreria che mi ha concesso gratuitamente lo spazio mi ha portato ad anticipare i tempi, organizzando il tutto in una settimana. Sì, avete capito bene. La libreria dove presenterò per la seconda volta la mia opera chiude prima di Natale. Il mio libro sarà l’ultimo ad esservi presentato, e questo perché troppo piccola per sopravvivere tra giganteschi supermercati della cultura, dagli sconti sempre appetibili in un mondo impoverito di tutto. La tristezza di questa comunicazione alla mia entusiastica iniziativa della presentazione natalizia non mi ha fatto desistere dall’intento. Sto cominciando a pensare seriamente che tutto accada per una ragione precisa e da scovare. Così, gonfiando il petto e mettendomi sull’attenti, ho emesso queste parole: “Sarei onorata di essere l’ultima, quella che chiude il ciclo dei vostri giovedì”. Sì, perché la libreria ha un parterre di fedeli che si riuniscono ad ogni presentazione ed hanno nella libreria un punto di incontro, un loro faro che a breve si spegnerà. Immagino già il retropensiero (ma anche ante) di molti, che reputeranno la coincidenza strana o di cattivo auspicio per il mio libro. Invece chiudere un ciclo può essere anche nobilitante, a suo modo. È bello essere i primi o gli ultimi, dà una specie di dignità speciale al fatto, lo iscrive meglio nella cornice di cui fa parte. Quindi oggi aspetto domani, aspettando il domani, quello serio, quando potrò affermare “aspettavo questo giorno da molto tempo”. Domai non lo aspetto da molto, una settimana scarsa, forse proprio da oggi e nemmeno. Ma il domani lo aspetto da una ventina d’anni, e quando sarà l’oggi non ci sarà bisogno di tante spiegazioni. Sarà lapalissiano, come il fatto che ciascuno attende domani, e che domani non si può che attendere.
Ma il domani si può preparare, programmare, propiziare con tanti piccoli domani. Si vive solo oggi e nell’oggi, è vero, ma si aspetta sempre un domani migliore. Per molti la vita è un’attesa, ma io al verbo infinito aspettare, che dà il senso di una durata superiore, preferisco il gerundio aspettando. Mi ricorda qualcosa d’imminente ma anche il Godot di Beckett che non è mai arrivato, aiutandomi a prendere meno sul serio la faccenda. Aspetto dunque domani aspettando il domani. Forse questo spiega la mancata angoscia e la tranquillità di oggi rispetto alle surreali e terribili allucinazioni dell’oggi.

martedì 13 novembre 2007

A braccia tese

Mi ricollego alla cronaca che indigna e fa ribollire il sangue a molti, ma in realtà scuote il torpore di troppi. C’è, infatti, una condanna unanime per quanto accaduto domenica ai danni del giovane tifoso freddato da un colpo sparato a braccia tese. Dall’altra parte della pistola, un agente. E qui si levano le alte grida dell’italico popolo contro gli sbirri, le guardie serve del sistema. Ma questo sistema a chi serve? Già, perchè va a favore di qualcuno, se si tiene. E di chi? Sono più certa delle vittime, come in questo caso è evidente chi ci ha rimesso la vita. Lasciando alla magistratura il suo compito, vi dico contro chi, simbolicamente, mi metterei a braccia tese. Anzi, meglio. Ritenendomi io una vittima del sistema senza averci lasciato ancora la pelle e non sapendo identificare il nemico come fa oggi la rabbia popolare, vi confido quali sono le braccia tese che dovrebbero svegliare i furori di un’intera generazione, cui appartengo in pieno. Perché si uccide in vari modi. Così, per esempio, in tutti i settori e sotto gli occhi della collettività inerte, le braccia tese sono contro il merito, che rimane spiaccicato al suolo mentre sulle strade è tutto un danzare di incapaci. A braccia tese si fa fuoco anche contro la possibilità di programmare un qualsiasi proprio futuro, colpito nell’entusiasmo degli inizi attraverso la privazione di qualunque tipo di garanzia sul lavoro, elemosinato e malpagato tra i sorrisi di chi si è mangiato tutto negli anni grassi in cui si viveva al di sopra delle proprie possibilità e che sconteremo quando saremo al di sotto della soglia di sopravvivenza in vecchiaia. Braccia tese in atteggiamento ostile, dunque, anche nei confronti delle prospettive affettive, che quando nascono sotto un tetto è per merito di mamma e papà, i quali quando non saranno più getteranno una generazione nello sconforto materiale proprio di chi non potrà garantire ai propri figli (quando se li sarà potuti permettere) gli stessi agi. E hai voglia a dire che si cresce con l’amore, quando dopo laurea e master si guadagnano 1.000 euro al mese equivalenti ad un milione di lire e fuori tutto costa in euro! Braccia tese contro qualsiasi tipo di pensiero serio, ragionato o di spessore, ma anche braccia tese contro la fantasia, la creatività ed il divertimento a favore di una banalità imperante fatta di urgenze e bisogni last minute incapaci di scavare il malessere di un’epoca che ci ha viziato e reso deficienti, nel senso di carenti d’azione. Come si fa ad agire se non ci si scandalizza più di niente? Se si ritiene normale che le cose vadano come anormalmente vanno? Se è tutto al contrario?
Io sento tutte queste braccia tese che mi puntano, cari lettori, da molto tempo. Mettono a fuoco la mia persona e la crivellano con i bossoli della rassegnazione e dell’impotenza. Se tutto questo non mi abbatte è solo perché ho una grande dimensione progettuale, ma puramente individuale, mentre i problemi sul tappeto, i morti ammazzati, sono quelli della mia generazione, che non ha mai reagito a questi attacchi, che non ha mai opposto resistenza, che non si è mai nemmeno arrabbiata, al contrario delle tifoserie dopo l’omicidio. Eppure io li sento, gli spari, silenziosi e giornalieri, che ci privano di speranza. Oggi per qualcuno non c’è più niente da fare, e merita di riposare con il dolore dei familiari. Che gli indignati se la prendano, oltre che con chi ha la colpa di questo forzato sonno, anche con tutti coloro che mandano al macero la carta su cui ogni giovane scrive i propri sogni.

giovedì 8 novembre 2007

Vecchio adagio

All’uscita della metropolitana, noto incolonnamento che si protrae oltre la sperimentata coda dall’underground al piano stradale. Che succedeva lì davanti? Mi sporgo per guardare meglio prima del sorpasso. E chi vedo? Un vecchio (sì, vabbè, anziano è più politicamente corretto, ma questo era vecchio proprio) che avanzava al ritmo di bradipo coi suoi passetti da tartaruga. Il marciapiede era stretto e costretto tra lavori e fermata del bus, così non ho potuto attivare la mia simbolica freccia ed ho dovuto procedere tra prima e seconda. E mentre scalavo la marcia della mia falcata metropolitana pensavo ai film ambientati a New York ed alle immagini che rendono la città per eccellenza (per molti, non per me, che sto benissimo a Roma). Un brulichio di gente che corre e corre e corre su vasti marciapiedi. Evidentemente sono tutti giovani, o stendono i vecchi prima ancora che la macchina da presa filmi la scena. Così, mentre le nostre scarpe calpestano cacca di cani ed immondizia varia, quelle di oltreoceano passano su frattaglie ed interiora umane. Immagine schifosa? Forse, ma nel primo caso molto veridica. Se la realtà a volte fa schifo non è certo colpa mia. Ora che ci penso raramente è colpa mia, anzi, quasi mai. Sarà colpa di qualcuno se sono fatta così, senz’altro. Rimandando le divagazioni all’infinito, torno alla cronaca, che mi vede sorpassare il vecchio in questione guardandolo frettolosamente in obliquo. Era di tipologia aggressiva o mansueta? Faceva parte della categoria di quelli che ti agitano il bastone contro se non schizzi oltre appena li vedi alle poste o sui mezzi in cerca di posto a sedere o era della specie che appena li guardi ti viene una malinconia infinita, una dolce compassione per la loro sorte che è anche la tua e se potessi rinunceresti a qualche tuo anno per vederli rifiorire, come sai vorresti fare tu un giorno prima della fine? Lo scarso tempo di analisi, la fretta tutta giovanile (o giovanilista?) e l’ossessiva piccola andatura del vecchio, impegnato in quest’attività e sciolto dalla vita per il resto, non mi hanno permesso di elaborare un giudizio compiuto. Ho proseguito col pensiero proiettato al di là delle mie zampe, felici di sgambettare al loro solito ritmo, che è allegro ma non troppo, coerente con le note del contesto. L’adagio del vecchio mi riporta al vecchio adagio che prima o poi tutto arriva e passa. Mi scopro col mento raccolto dalla mano a pensare, di fronte al semaforo pedonale rosso, quali saranno le note della mia vecchiaia e su quali ritmi si calibreranno i miei anziani passi. Penso a questo così tanto, immagino tutto così bene, che allo scattare del verde attraverso con la stessa andatura del vecchio di prima, gettando nello sconcerto quelli che avevano fatto il mio stesso percorso. Virus fulminante di adagio o inopportuna presa in giro di quanto osservato? Semplicemente precorrimento dei tempi, santu Paulu meu, possibile che non ci si arrivi con la stessa velocità di certe andature romane alla newyorkese (che sono poche e fanno pure ridere)? Allo scattare del giallo ero di nuovo con la mia andatura. Sono già stata investita, e questo spiega certi vertici di follia e fantasia come quello appena narrato; ma la memoria non l’ho mai persa, specie del dolore. Questa chicca di invenzione, comunque, racchiude un insegnamento, come nelle favole di Esopo: non sempre essere al passo coi tempi è sinonimo di sintonia con essi. A volte certi tempi, soprattutto se interiori, richiedono di andare oltre, e per farlo bisogna andare adagio, affrettandosi lentamente (per chi ha più memoria, “Festina lente”).

martedì 6 novembre 2007

La filosofia del "Poi si pensa"

Alzi la mano chi almeno una volta nella vita non ha aderito alla filosofia del “Poi si pensa”. Secondo me non esiste qualcuno che non abbia mai sposato il “poisipensismo”, applicabile ai più svariati contesti nelle diverse fasi della vita. Tuttavia il poi si pensa è più divertente ed inquietante nell’età matura, quando si trasforma in un’inequivocabile maniera di eludere una questione, posticipandola solo perché non si hanno chiaramente gli strumenti o la voglia per affrontarla. Io, per esempio, quante volte al giorno abbraccio il poisipensismo? Innumerevoli. Dal rimettere in ordine la mia stanza al rimettere in sesto la mia vita, è tutto un poi si pensa. Forse sono le tre parole più presenti da quando mi alzo a quando vado a letto. Vero è pure che attorno a me è un fiorire di poi si pensa. Il contratto? Poi si pensa! Un aumento? Poi si pensa! Una giusta collocazione e/o attribuzione di meriti? Poi si pensa! A furia di poi si pensa non si pensa più a nulla, o meglio, è tutto un pensare presente al fatto di pensare poi. Non so se il poisipensismo sia meridionale ai giochi pratici, so che di sicuro è universale sul piano più intimo e privato. Di più: il poisipensismo è la forma contemporanea dell’esistenzialismo (dei poveri). Dall’uomo di Jaspers, visto come gettato in questo mondo, all’uomo, studiato dai poisipensisti, che rimanda il suo stesso gettarsi, coerente col poi si pensa. Quindi non ci si butta più, non si agisce. Poi si pensa come guado? Forse, ma di sicuro il poisipensismo è la corrente di pensiero più vicina all’umano che io conosca.
Perché quando l’urgenza preme, l’affanno cresce e l’asma sale alle stelle con l’ansia, e tu non sai nemmeno dove buttarti perché dove ti giri sbagli o non vedi uscite di sorta o non hai la forza di imboccarle, queste tre parole vengono in soccorso, accolte come un’annunciazione di lieta novella. “Poi si pensa”, ti dici mentre fai bolle di sapone dalla finestra ed i cellulari squillano, i campanelli trillano, gli altri (che per Sartre, e non solo, sono l’Inferno) incalzano con le richieste o i capricci eterni del genere umano. “Poi si pensa”, sospiri quando guardi al futuro e ti vengono i brividi di horror vacui che partono dal presente ed originano dal passato. E “poi si pensa” hai dichiarato ieri quando ti è venuto in mente di scrivere questo post al telefono con un’amica discepola del poisipensismo. Poi, però, dopo che ci pensi, fai. Soltanto che fai molto dopo, o quando il dopo viene prima di quanto tu (non) hai pensato. Al trasloco poi si sarebbe pensato e si è agito, idem con questo post. Traditrice del poisipensismo? Affatto, perché se credi in esso fai solo quando costretto da causa di forza maggiore.
“Poi si pensa” non vuol dire “non si farà mai”, ma “agirò per questa cosa il più tardi possibile e solo quando sarà strettamente necessario, intanto non ci penso”.
Dilazione che tocca altissimi livelli, quasi una poesia di infinito rimandare.
E il rimandare mi è dolce in questo mare (di deliri).

lunedì 5 novembre 2007

Cuor di Fezzan

Anni fa, ennesimo programma di un viaggio speciale. Avrei scoperto finalmente cosa si celava dietro il nome della via che mi ha ospitato fino all’altro giorno. E cosa c’era, dall’altra parte del Mediterraneo? Sabbia del deserto e città antiche e teatri romani e ovviamente mare. Cammelli, dune ed impossibili crune d’ago dalle quali passare, beduini e tuareg che si improvvisano tali all’occhio ingenuo dell’occidentale piccolo piccolo perso nel deserto grande grande. Eppure, soltanto quando mi sono ritrovata al cospetto del cielo del deserto ho capito davvero il significato delle piantine esposte nei musei libici visitati. C’erano solo Italia, Grecia, Medio Oriente e Nord Africa evidenziati in giallino: da dove veniamo tutti, inclusi i fans di Ikea. Il resto dell’Europa e del mondo era bianco, in ombra. Nessun ruolo nella storia delle radici, se non per quanto accaduto quando quella fetta bianca ha interagito con questa giallina. E va bene, che tanto io sono nata nella parte giallina e questo non me lo toglie nessuno, anche se frequento centri commerciali ed ipermercati con l’iPod alle orecchie. Vedere cammelli al posto di cani e gatti è divertente, molto di meno tentare di mangiare couscous tra le mosche africane o di tenere gli occhi aperti quando soffia il vento sabbioso. Più facile rifare un letto che montare una tenda, più semplice guardare indietro piuttosto che avanti. Ma il cielo del deserto, come quello delle isole greche agli albori del turismo, è una rete in cui si rimane impigliati. Ti guarda e t’immobilizza come Medusa, e tu sai solo che fa molto freddo ed il giorno dopo le temperature saranno torride, e fai finta di maledire la terra senza vie di mezzo ma con una varietà infinita di sfumature. Ecco, la via che mi ha ospitato dal mio ingresso a Roma e fino all’altro giorno ha un nome che oggi collego a tutto questo. Niente di esterno, dunque, dato che già era tutto dentro di me, incluso quel cielo stellato. Quando sono tornata a casa ho capito che avrei potuto essere dovunque e fare qualunque cosa, con quel cielo dentro al cuore. Con la mente ho iniziato il distacco da qualsiasi terra e la ricerca di un firmamento tutto dell’anima, da portare oltre qualsiasi dolore e perdita. Il trasloco effettuato? Noioso e alienante come la quotidianità fatta di prassi meccanica. L’approdo a nuovi orizzonti dove brucia il sole dell’avvenire? Un’opportunità straordinaria per far brillare di nuovo certe stelle impolverate dall’abitudine e dalla stanzialità. Una valigia è sempre una valigia, anche se di trasloco. È uno scrigno di promesse, alcune fasulle, d’accordo, ma non è detto che questo sia per forza una tragedia. Se oggi guardo oltre la nuova finestrona, vedo un cielo immenso cui abbeverarmi alla ricerca di quella stella fissa che mi accompagna da quando ignoro meno cose. La mia direzione è tracciata da tempo, ma ogni tanto, quando l’aria si fa plumbea o rarefatta, il luccichio ha bisogno di brillare nel deserto di un cuore che sa fare piazza pulita per comprendere tutto, come il Fezzan, dalle dune altere e cangianti al primo soffio di ghibli.