mercoledì 30 maggio 2007

Creativi in fuga

Carrambata alla stazione Termini. Chi ti incontro, dopo aver sollevato lo sguardo per controllare a che punto fossi del capolinea dei bus? Lui, il disco grafico, cui quindi dedico il secondo post prima di quanto immaginassi. Lui pronuncia il mio cognome, io il suo nome. La situazione sembrava quasi normale, pur nella sorpresa di trovarlo lì. Ne sarebbero seguiti il bacetto di saluto ed avremmo parlato del più e del meno (soprattutto del meno). E invece, mentre mi accingevo a dargli il bacio, ricambiata, quello gira la testa, rapito da un bus in movimento.
“Noooooo! Seguimi, seguimi, seguimiiiiii!”, è tutto quello che dice già in corsa, facendomi scattare come una molla dietro di lui. Gli autisti Atac, in quel momento, hanno assistito a due pazzi che hanno tagliato in obliquo l’area del capolinea nell’inseguimento di un bus in corsa, che pensavo il disco grafico dovesse prendere per andare chissà dove. Sembravamo il ladro e la scippata. Forte del suo invito, mi preparavo a seguirlo su strade che portavano a tipografie, studi fotografici e luoghi Apple a me sconosciuti, quando mi accorgo che il bus in questione è un open di quelli turistici a due piani, e che il disco grafico lo insegue con una macchina fotografica per immortalare quanto scrittoci sopra. Allora rallento e lo tengo d’occhio, ridendo. Un semaforo rosso lo aiuta, il bus si ferma e lui fa due o tre scatti. Lo avvisto mentre spredica (conosco la mimica, smadonna di sicuro) e torna da dove era partito, dopo essersi guardato dietro ed avermi visto ad una certa distanza che lo saluto. Con la camicia rossa vinco sempre in visibilità. Quindi ci rivediamo donde eravamo partiti come gazzelle: “Tu lo sai di esserti appena meritato il secondo post, vero?” Ride ed impreca contro il lavoro, causa del suo vagabondaggio per Termini ad elemosinare immagini. Anzi, un’immagine sola, “perché de ‘sto m…a de open ce n’è uno solo, ed io non mi ricordo qual è. Te l’hai visto, quale era? Non è archeobus che sta qua, non è Roma Cristiana che sta là. Ma vaff.….o, va'!”.
Finisce il suo discorso con la rima finale? Niente affatto, la corsa adrenalinica richiedeva uno sfogo più completo: “Sto qui in giro da due ore per l’agenzia, a vagare senza dignità come un marocchino, anzi, il marocchino la sua dignità ce l’ha, almeno si ferma e vende qualcosa! Me ne vojo annà da ‘sto monno de matti. Tutto questo è follia allo stato puro!” Da sottolineare che queste frasi erano intervallate da risate di entrambi. Lui rideva perché la situazione era innanzitutto comica, io perché sentirlo condannare la pazzia dilagante mi riporta ai tempi sotto lo stesso tetto.
Caro disco grafico, tu ci sguazzi nella follia, perché sei folle a tua volta, perché uno che non lo è s’impiega in banca o alle poste, non sceglie il tuo lavoro. Anch’io, quando mi siedo per scrivere (ed anche a me capitano assurdità da mettere nero su bianco, altrochè!), mi rimprovero di non essere nata geometra dentro e fuori, patita di tailleur ed impostata. L’abito del geometra non è proprio il tailleur? Sicuramente, ma spero di aver reso il senso della ‘normalità’. Che noia, diranno alcuni. Che pacchia, rispondo io.
Non cogliere la pazzia del mondo, non viversela interiormente ed esteriormente, scartando a priori lavori sinceramente maledetti ed amati. “Me ne vojo annà, basta”. Quante volte al giorno si dice? Tante. Si farà? Forse sì o forse no, ma dovunque si vada alberga la follia, quando la si sa vedere.
Quindi, caro creativo, anche se lasci l’agenzia, rassegnati: continuerai a scorgere matti ovunque e a fare cose pazze. E se non le farai, diventerai ancora più pazzo tu a tua volta (mai mettere limiti alla Provvidenza). D’altronde, la follia basta disciplinarla, incanalarla: due scatti, qualche riga, la copertina (bella) di un disco (inascoltabile) che fa fare nottate, come alcune notti a scrivere non si sa bene cosa per andare a parare non si sa proprio dove.
Non se ne esce.
No exit.
No.

lunedì 28 maggio 2007

All’esterno delle esterne

Che cos’è un’ ‘esterna’? Un’uscita di due coatti fashion che, filmati da telecamere Mediaset, si scambiano improbabili opinioni, insulti, tenerezze, fino al bacio finale. L’esterna è una conquista dell’ammiraglia Mediaset, ceduta al popolo degli spettatori a piene mani allo stesso modo di un’altra figura ormai consolidata, il (o la) tronista. Non penso farò figli, e questo perché mi ossessiona un’affermazione terrorizzante per le mie orecchie, che mi legittimerebbe a stragi efferate per la gioia di chi fa grotteschi plastici: “Mamma, da grande voglio essere tronista”. Ho deviato dal discorso iniziale? Niente affatto, perché le esterne sono appannaggio dei (o delle) tornisti/e. Sono loro che escono con i vari o le varie pretendenti, dando origine alle esterne. Incontri pubblico-privati, come le compagini azionarie di certe aziende ex(?) monopoliste. In linea con la grande economia, le esterne.
Poi il pubblico in sala commenta i discorsi, no, meglio le parole, anzi no, diciamo pure le emissioni sonore dei due, dando spesso all’uno o all’altra dei giudizi relativi alla sincerità dei sentimenti o alla finzione degli stessi. Vi aspettate una condanna di tutto ciò da parte mia? Niente affatto, chi vuol essere lieto sia. Oggi per me era tutto casalingo, il lavoro scaglionato come desideravo. Dopo la puntata dei Simpson, faccio un po’ di zapping e m’imbatto in Fabiano, il Sir che ha riempito la scorsa edizione del Grande Fratello. Tutto muscoli e romanesco, e perciò, secondo i parametri dei più, sincero ed onesto: un puro, insomma, di quelli da guardare con invidia rinnegando tutta quella sovrastruttura culturale che genera mostri.
Fabiano deve scegliere la sua ragazza. Tra l’altro, la scelta arriva domani, mentre io sarò presa da conferenze ed accoglienza a mio padre, qui a Roma per un giorno e mezzo. Prego quindi chiunque possa e voglia d’informarmi su chi ricade la scelta del tronista Fabiano. Ormai ci tengo particolarmente. Oggi ho assistito a delle esterne indimenticabili, fonti di inesauribili risa solitarie. Seduta sul mio divano nella living room, mi sono letteralmente piegata in due quando ho visto Fabiano sul trattore accogliere la sua lei di turno in versione contadina, camicia bianca di boutique annodata sopra l’ombelico. Sotto, gonna e stivali campagnoli. Lui con la camicia quadrettata, entrambi col cappello di paglia. Zappavano, davano da mangiare agli animali, con Fabiano che faceva l’esperto e lei che si spaventava per un nonnulla, tanto che lui la cingeva con mani che avrebbero dovuto essere sporche di terra ma lasciavano la camicia miracolosamente immacolata.
Credevo di aver raggiunto il top, quando poi ho visto gli stessi personaggi cimentarsi in un una scena alla Baywatch dei poveri, con lui che esce in muta e pinne e si sdraia sulla spiaggia e lei in costume rosso a correre sul bagnasciuga urlando il suo nome, per salvare l’improbabile moribondo con altrettanti improbabili massaggi, che in realtà volevano avere un effetto nientemeno che erotico.
Altra esterna, lui vestito da gangster anni Venti, con gessato marrone, camicia nera e cravatta gialla. Mi correggo, i gangster vestivano meglio. Cena a due, suo allontanamento con camminata dinoccolata e dagli intenti fascinosi, tutti falliti. Ero stordita da tutta quest’ondata di buonumore. So che l’allegria può avere appigli e cause più raffinate, ma in un mondo così ridotto mi accontento di saper guardare queste scene che fanno arrabbiare, emozionare o sognare alcuni semplicemente ridendo. Pormi dall’esterno nei confronti delle esterne, viste dall’interno della mia casa in affitto quando un tronista guadagna in una serata un anno di miei articoli. Ecco, quando penso a questo il sorriso mi passa e scatta l’indignazione. Ma se annullo la mente, e programmi del genere aiutano a farlo, è tutta una risata, che passa di nuovo quando leggo su Internet che il termine ‘esterna’ ormai viene utilizzata anche comunemente per designare un appuntamento. Spero proprio di aver letto una gigantesca balla. L’idea di mettere al mondo creature si allontana ancora di più: “Mamma, voglio essere tronista. Stasera esco, ho un’esterna”.
Mio Dio, fai sciogliere tutti i ghiacci prima che questo avvenga. Ovviamente filmando il tutto, in un serial molto avvincente e dalla distribuzione universale per gli alieni interessati e teledipendenti come noi.

martedì 22 maggio 2007

Disco grafico

“Vorrei una discoteca labirinto/bianca, senza luci colorate/grande un centinaio di chilometri/dalla quale non si possa uscire…” Questo il ritornello di una canzone dei Subsonica, “Disco labirinto”. Perché cito il gruppo torinese all’inizio di questo post? Un po’ per ricollegarmi idealmente a quello di ieri, un po’ perché mi ha fatto venire in mente cosa, o meglio chi, vorrei io per questo blog: un disco grafico.
Quando vivevamo insieme e coi nostri commenti inventavamo altre trasmissioni davanti alla televisione sempre accesa, forse non pensavamo che separandoci saremmo diventati delle star. De noantri, certo, come si dice a Roma, ma sempre delle star. Piccole star crescono(?), di sicuro invecchiano. Lui era grafico privo dei contatti musical-discografici procurati dall’innegabile talento, figlio di un’incontestabile follia. Per questo andavamo d’accordo. Io ero giornalista senza agganci editoriali seri, forse prossimi a venire (incrocio le dita di mani e piedi perché questo accada). Quando mi separai da lui e ragazza, dopo due anni di convivenza, all’inizio non fu facile. Mi mancavano parecchio. Ma poi riuscimmo a sdrammatizzare, venendone fuori: in fondo ci si vede ancora, gli amici sono ormai comuni, le vicende di ciascuno reciprocamente note. E proprio quando il grafico era ancora solo grafico e non ancora in ambiente disco, mi disse: “Io te l’ho sempre detto che ti devi aprire un blog, ora con il libro più che mai. Alla parte grafica stai tranquilla, ci penso io”. Correva l’anno 2005, non lontanissimo, ma nemmeno vicino. Intanto è diventato grafico dell’ambiente disco, e fa manifesti a tutto campo diffusi per Milano. Bravo, bravissimo.
Ma ‘sto blog quando me lo fai? Ho capito che è gratis, come la copertina del mio libro cui hai dato vita, ma potrei essere veicolo di pubblicità, a mia volta. E poi, caro disco grafico, sappi che quando mi si chiederà una tua biografia, la compilerò con molto piacere ed in tempi da record. Ho già tutto il materiale, ed una sfilza di aggettivi per definirti. Forse persino tutti buoni.
Per smentire i rarissimi appellativi negativi che potrebbero trapelare tra una pagina e l’altra delle tue frasi famose (una per tutte: “ci vorrebbero due muri: uno da Bologna in su e l’altro da Napoli in giù”) devi assolutamente iniziare a proporti di mettere mano a questo blog. Da notare, ho detto ‘iniziare a proporti’, non ti ho invitato subito all’azione. So che hai bisogno di tempo e soprattutto che devi entrare nella modalità del giusto umore, ma la vita è breve, e tu puoi stare così per tutta l’eternità, perché forse i musicisti ne hanno trovato il segreto e lo comunicano ai loro grafici. Gli editori sono più sfigati, e gli scrittori per un po’ di fama devono come minimo morire. Ma il blog è affare per vivi, ed i post post mortem sono realizzabili solo come gioco di parole.
Per cui, o disco grafico/grafico disco, vedi un po’ te cosa puoi fare o iniziare a pensare. Dammi un po’ di corda ogni tanto, come davanti alla televisione quando convivevamo. Avevi ragione, mi dovevo aprire il blog. L’ho fatto e sta anche venendo su discretamente, almeno per i contenuti. La buona parola ce la metto io, ma l’abito è affar tuo. Altrimenti è come andare ad una festa con i migliori contenuti, ma col vestito sbagliato.
Cosa guardano gli altri, appena entri? Come diresti tu: “Hai perso”. Anzi, “you pers”.

lunedì 21 maggio 2007

Torino da bere (tutta d'un sorso)

Il claim è giusto, la città sbagliata. Non è Milano, ma Torino da bere, e tutta d’un sorso.
Vi ho lasciato che partivo alla volta di questa imprecisata ex capitale, da sempre associata alla Fiat, a grigi cassaintegrati e ad una malinconia propria di chi è stato grande solo in passato. Ho preso l’Intercity e visto stazioni di posti lontani: Genova, Alessandria, Asti, dove si fa lo spumante che si stappa alle feste comandate. Qualcosa di totalmente altro da me. Il Salone del libro è stata un’esperienza fantastica, come l’ospitalità che mi è stata accordata da conterranei (o conterronei?) trapiantati a Torino. Il bello di un paese di migranti è che non si rimane mai sprovvisti di un letto in terra straniera. Sì, perché reputavo Torino straniera, ed invece è stata una scoperta dinnanzi alla quale ho dovuto riformulare interamente il mio giudizio. È bastato un sabato sera imbevuto di mondanità alcolica a piazza Vittorio Veneto e finita alle quattro inoltrate del mattino ai Murazzi, dove dopo aver ballato per tutta la sera i ragazzi (più fortunati) possono espellere i liquidi nel Po, lungo e maestoso come nei libri delle elementari. Quanto se la vivono, i torinesi, e come sono gaudenti! Altro che operai sbiaditi, fantasmi di un passato senza presente, nordici polentoni. Dopo la mezzanotte sono ancora in cerca di posti dove mangiare, in una movida che mi ha ricordato il mio Sud estivo ma con dei fermenti culturali visibili ovunque, propri di un mondo che non esaurisce tutto in una bevuta ed una mangiata. Molti figli di meridionali, ovviamente, ammiratori della Capitale attuale, senza invidie né rimpianti, e del lontano Sud.
Gente che non si sente minacciata da niente e non è preda di manie di grandezza, né per la storia di ieri né per l’invidiabile riscatto culturale che la attraversa oggi. Il fascino irresistibile della discrezione. Continuo a sentirmi diversa da Torino, ma in un altro senso: da meridionale cresciuta a barocco ed approdata a Roma, infatti, non sento mio il low profile sabaudo, rigore e misura anche nella fantasia più sfrenata. Basta guardare la cupola di San Lorenzo in piazza Castello per capire cosa intendo. La chiesa dove è custodita la Sindone è di chiara impronta barocca, ed il nome di Guarino Guarini ne è la conferma. Lo stesso artista che è intervenuto in molti contesti leccesi, uno per tutti piazza Duomo, lasciandovi un’indelebile impronta di straripante e meraviglioso delirio, qui è un altro genio, disciplinato dall’aria che si respira in città. Di fronte alla chiesa, Palazzo Madama: Juvarra dà ariosità e senso del monumentale con una leggerezza che non mette soggezione.
Torino amica, che non ostenta, tranquilla, sicura di sé ed accogliente, come i suoi caffé liberty, tutti da ammirare nel loro legno intriso di belle époque. All’interno delle varie piazze visitate in uno strepitoso giro turistico prima di partire (grazie, Angela!) mostre fotografiche che simboleggiano la vivacità culturale posta tra grande passato e futuro tutto da definire. Per me, la prima volta che penso davvero di poter vivere in una città diversa da Roma. Le altre sono state dei passaggi interessanti, parentesi destinate a rimanere tali. A Torino mi fermerei. E d’altronde, una città che organizza un salone del libro di quali riconoscimenti altri ha bisogno? Basta l’idea così superbamente realizzata a nobilitarla ancor di più. Torino è magica, sì, anche nei suoi risvolti più ombrosi. Chiaroscurale ed inafferrabile come la Mole Antonelliana, troppo alta per il mio obiettivo fotografico, come forse Torino è troppo sabauda per il mio retaggio borbonico. E tuttavia mi piacerebbe smarrirmi sotto la guglia che sembra precipitarti addosso se ci si sdraia sulle panchine sottostanti.
Ma prima di morire, un giro a Roma lo farei ugualmente. Non esiste al mondo una città così scassata ed in(con)cludente come la mia Capitale. Ti accetta per come sei, non ti rimane che fare lo stesso. Non ha rigore, né disciplina, e si trastulla nel suo impareggiabile passato che riempirà il suo futuro fino alla fine dei tempi. Un museo a cielo aperto, regina di inevitabili ostentazioni (esiste un altro Colosseo?) a dispetto di un allineamento mancato con la modernità, che glielo rimprovera sempre nei più svariati modi. Fiera, Capitale, ma pronta a fare spallucce per ogni cosa, a deporre le armi al contrario dei suoi fondatori. Il menefreghismo di chi la sa lunga e reputa quasi tutto (col derby non si scherza) una sciocchezza effimera, sternuto della Storia.
Sì, senz’altro farei un giro a Roma, prima di morire.

giovedì 10 maggio 2007

Portafogli assassini

Oggi al centro, constatazioni tristi innestate sul superfluo.
Quindi dagli esiti dispera(n)ti.
Esco dall’Ordine dei Giornalisti e vado in un negozio lì vicino, dalla linea molto minimale, particolare ma senza eccentricità. Entro con la consapevolezza luttuosa di dover uscire a mani vuote. E questo con una laurea, una specializzazione, un lavoro che passa anche per fico ed in assenza di pupi da sfamare. Bisogna rinunciare a crearsi una famiglia? Alle condizioni economiche ed affettive attuali, sì. Ma si deve abdicare anche a qualche sfizio personale? La risposta è nuovamente affermativa, specie se scorrendo tra i vari capi sulle stampelle scovo delle bellissime polo a strisce, come non ne ho mai viste, a 160 euro (ecco perché non ne ho mai viste), e la giacca di pelle che ho sempre sognato (e continuerò a sognare) a 560 euro. Guardo le commesse, commossa: “Posso provarla?”. Quelle mi danno il permesso guardandosi con fare ammiccante: “Questa non resiste e compra”, pensano di sicuro, ed una ci mette pure il carico da cento: “Ce l’ho anch’io, calza come un guanto”. Bastarda.
Mi guardo allo specchio, girandomi e rigirandomi: era lei. Poi guardo la data sul cellulare, la metà del mese incombente come l’affitto, alle porte la partenza per Torino, dove andrò per promuovere direttamente la mia opera al salone internazionale del libro. Infine, le spese già fatte. Con meno di un quinto di quella cifra, ho svaligiato H&M: due vestiti, un paio di pinocchietti e due magliette. Risultato: quella giacca era compatibile con me, ma il mio portafoglio non lo era con lei.
Lo dico alle commesse, che si fanno grasse risate. Cosa ci fosse da sganasciarsi, ancora non si sa. Forse perché ho trovato un modo originale per dichiarare la mia povertà? Mi dice quella che la giacca ce l’ha: “Ma qui, sai, è tutto made in Italy”. Appunto, si vede e si legge sulle targhette dei prezzi, proibitivi. Cosa c’è scritto su quelle di H&M? Made in China, in India, in Bangladesh. Ed ai camerini c’è la fila, perché i portafogli piangono e sono assassini in duplice senso. Alimentano un sistema di vergognoso sfruttamento nei confronti di masse prive di qualsiasi diritto sul lavoro, costrette a ritmi e spazi da lager, ed uccidono la possibilità di potersi permettere quel qualcosa in più, immediatamente riscontrabile. E noi occidentali, consapevoli o meno, per il gusto di fare gli splendidi con i pochi euro che ci possiamo permettere, affossiamo le speranze di riscatto per troppi individui prima ancora che esse nascano, soffocate da ignoranza e vessazioni, dando in più colpi mortali all'industria italiana ed alla sua qualificata manodopera. Lo so, è una tirata ipocrita, ma mi andava di farla.
Anche quando parlo della mia povertà, vorrei fosse chiaro che riesco a rapportarla sempre a quella di alcune parti del mondo, inimmaginabile e quasi indicibile. Per me anche indimenticabile.
Ora torno al mio pseudo dramma, che mi vede uscire dal negozio com’ero entrata, dopo aver deposto la giacca sulla stampella, non prima di essermi guardata attorno per alcuni secondi col folle pensiero di dare uno scatto netto e scappare con il capo in pelle ancora addosso. Mi autoconvinco che è per una questione etica, per l’insegnamento ormai assimilato di non rubare. In realtà, forse, non mi sento abbastanza agile e scattante. Come la realtà da uscita senza acquisti mi vede più afflitta per la mia condizione personale che per quella schiavistica di tanti soggetti impegnati a cucire i nostri puti abiti. Homo homini lupus, diceva Hobbes. Quant’è brutto crescere senza retorica, a volte raccontarsela è veramente consolante. E questo è un ragionamento sincero, inutile come la tirata retorica di prima, ma che mi andava ugualmente di fare.
Dopotutto, non ci si apre un blog soltanto per fare gli sboroni.

martedì 8 maggio 2007

Libero commento in libero blog

Le interferenze sono tema all’ordine del giorno. Si parla di quelle della Chiesa nella vita delle istituzioni statali, non si può parlare se ci sono quelle telefoniche. Poi ci sono le interferenze sotto forma di commenti, gradite se gradevoli e sgradite se sgradevoli.
Fino a qualche giorno fa era possibile ‘interferire’ col mio blog solo mediante apposita registrazione. Dopo varie minacce del mio grafico mancato (questo blog attende ancora il suo artistico tocco, ma lui ormai è un vip e lavora solo coi vip), e le richieste degli amici lettori più pigri, mi sono piegata alla volontà collettiva, decidendomi ad attivare la funzione per la quale ognuno può liberamente commentare i miei ameni deliri: libero commento in libero blog, insomma, in una riedizione tutta virtuale e personale del motto di quel grande statista che era il conte di Cavour. Anzi, del claim di quel grande copy che era il signor Cavour, così rendiamo il tutto più attuale e straordinariamente significativo come solo la contemporaneità sa essere.
Poiché la libertà finisce laddove inizia quella dell’altro, però, avviso il pubblico che quando vedrò sporcato o sbeffeggiato un mio post con linguaggio offensivo-aggressivo, non essendo stato concepito questo blog per scatenare guerre on line (bastano ed avanzano quelle off line), mi riservo di cancellare seduta stante le interferenze negative. Non si tratta di censura, ma di buongusto.
Questo blog, già dal suo sottotitolo, evoca uno spazio sornione e brioso, ammantato di un certo intellettualismo nei momenti in cui tocca ricordare a me ed ai miei lettori che ho scritto anche un libro (‘Grado Zero’, edizioni Il Filo), per il quale sto dando vita a questi post, accettando consigli ed aspettando sempre nuovi lumi dai navigatori più esperti. Un confronto con gli altri che a tratti mi strema, ma senza il quale il prossimo sarebbe meno prossimo, rimanendo semplicemente un po’ più in là. I lettori che commentano sono quelli un po’ più in qua, ma la modalità con cui lo fanno è fondamentale. Come la sottoscritta non è libera di sbagliare dei post che hanno il dovere di essere scritti quanto meno decentemente, così chi commenta è pregato di attenersi agli stessi criteri. Quanto ai contenuti, vale ciò che ho già scritto sopra. Può sembrare un vademecum al giusto commento, ma non lo è.
A seguito degli interventi che ho ritenuto opportuno cancellare, tuttavia, mi sembra a questo punto utile ribadire un concetto: benvenuti agli educati ed agli scolarizzati (e ringrazio quanti si sono subito registrati, commentando anche più volte i miei post), vade retro ai guerrafondai ed agli ignoranti. Se per voi il tocco d’ala dell’ironia è soltanto un’immagine astratta e l’esattezza di apostrofi e verbi solo una fissazione da pignoli, avete sbagliato blog. E non solo.

lunedì 7 maggio 2007

SE AT, ma perché?

Non ne parla più nessuno, ma è sempre tra noi, vivo e vegeto, nascosto dietro scelte tessili di comunicazione aziendale. Sto parlando di Lapo, l’inventore dei cardigan in felpa con una zip che divide in due la scritta Fiat. Bene (si fa per dire), immaginavo di essermi fermata, come la maggior parte di noi, alle sue immagini televisive, e difatti così è stato. Però la sua filosofia aziendale è stata oggi indossata da un uomo Seat.
Quattro lettere anche qui, di cui le ultime due identiche alla più famosa. Però lui spiegava qualcosa: record, motori di ricerca, pagerank, crossmedia and so on. Io ascoltavo, annotavo e leggevo sempre quella scritta divisa a metà dalla zip, tirata fino a far intravedere appena cravatta e camicia sottostanti: SE AT. Spaccata nel centro, la scritta era ipnotica, non potevo staccarle gli occhi di dosso, mentre il web company man sciorinava dati da me annotati in fretta per poter tornare a guardarla. Cosa celava? Ma soprattutto, perché? Il mistero s’infittiva nella mia mente: c’erano dei compagni di quella felpa, nell'armadio di quel tipo? Un pigiama, una vestaglia, l’accappatoio, le ciabatte, delle canottiere che venivano indossate per sentirsi uomo d’azienda anche nella sfera privata? E soprattutto, perché? Pensavo che fosse giunto e se ne sarebbe andato con la felpa, ed a fine conferenza mi avvicino per delle domande relative a quanto detto durante la mattinata. Ma la domanda era solo una, senza prosecuzione, secca: perché? Prima di rispondermi, chiede permesso e s’infila la giacca in pendant col pantalone, prendendo l’impermeabile e riponendo felpa e immagine da uomo d’azienda. Semplicemente uomo. A quel punto il mio perché si è fatto gigantesco, come la fortuna di Lapo di essere nato in quella famiglia e non in una media, dai giusti connotati di gioia e sfiga, dove l’avrebbero fatto sicuramente interdire.
L’uomo dinnanzi a me era sano, riponeva la felpa per uscire, forse perché all’esterno di quel contesto si vergognava, persino. Sanissimo. Ma allora perché non vergognarsi anche nel contesto stesso? Davvero il brand può annullare, pure se ad intermittenza, un uomo? E soprattutto, perché? Per sentirsi più uomo d’azienda? E perché? Insomma, una fiumana di perché, stamattina, tutti uguali ed originati da una scritta divisa da zip e simile ad un’altra che ha generato i primi perché. Non se ne esce, da certi perché, come in questo caso. Il perché è presto detto: chi dà origine ai perché non se li pone, dunque non potrebbe rispondere, anche se interrogato in merito. In questo caso, poi, l’interrogazione sarebbe assoluta, quindi comprensibile solo da chi l’ha concepita. Provate a chiedere ad uno “Perché?” e vedrete che quello vi guarderà come se foste usciti di senno, replicandovi “Perché cosa?”. E qui sta l’altro motivo per cui non si esce da certi perché: quella stessa persona che miracolosamente vi rispondesse a simili perché ne ha altri nemmeno ipotizzabili da chi, come me, chiede alcuni perché a scapito di altri. Sarebbe una surreale gara di perché, ognuno con la sua dignità, in un gioco di scatole cinesi infinite dal quale si uscirebbe solo con un dogma. Per non incorrervi, forse è meglio il silenzio al cospetto della scritta SE AT ed un perché soffocato fra i tanti.