No, questa è da raccontare. E in fretta, così se mi leggete eviterete di cercarmi, almeno solo per oggi pomeriggio (spero). Cosa non faccio per riempire questo blog? “Cosa è successo, insomma?”, si chiederanno i più curiosi. Non ho il cellulare, è la risposta che si riallaccia a due fattori: la mia proverbiale distrazione e la fissa del coamico che ultimamente, dopo aver dotato la casa di bellissime e praticissime tovagliette, propende per la tovaglia classica. Ieri sera, una serata come tante, dopo cena. Squilla il telefono centrale che mi fa prestare attenzione al fatto che il mio cellulare è come al solito sepolto in qualche tasca della borsa o dell’impermeabile in camera. Vado quindi a prenderlo, dato che spesso, povero, ha delle crisi d’identità da telefono fisso, visto che molto di frequente lo lascio lì dove sta. Non si è sentito mai accettato, ed a ragione. Da quando sono finiti gli anni Novanta non mi raccapezzo più, questa reperibilità perenne m’inquieta più della precarietà o del surriscaldamento del pianeta. “Non divagare”, direte voi venticinque lettori di questo blog (chissà chi coglierà la citazione manzoniana, mah). Prendo dunque il cellulare Nokia nero e lo metto sulla tovaglia ormai completamente nuda di piatti, posate e bicchieri. Una voglia matta di Internet intanto ci prende, anche perché io vorrei spedire degli articoli per sollevare l’attività odierna, ma il wireless della casa è ormai andato. “Proviamo con i cavi”, dice l’archicoamico dalle mille trovate. Allora prendo il mio MacBook e lo piazzo in cucina, sollevando un lembo della tovaglia e ripiegandolo sul cellulare che rimane così sepolto nel proprio sudario. Tutta presa dai miei articoli, da Facebook e da Youtube guardo impassibile il coamico che prende la tovaglia per sgrullarla di sotto. “Ho sentito un tonfo, c’era qualcosa?”, mi chiede mentre ripiega la tovaglia. Ed io categorica: “Assolutamente nulla, ma anche io ho sentito un rumore. Sarà stata una coincidenza”. “Già, e poi la tovaglia era leggera, non c’era nulla sopra”. “Infatti, non c’era nulla”. E torniamo entrambi ai nostri Mac e soprattutto alla rete, nostra quarta, presto terza, coamica. So che voi avete capito tutto, io ancora no, però, almeno non così presto. Come al solito si fa notte alta, la casa spegne le luci ed io mi ritrovo sola a scrivere. “Adesso basta, domani mi devo svegliare ad un’ora decente”. Cerco la sveglia, che coincide col mio cellulare. Non c’è. Cerco in camera, ma facendo mente locale ricordo di averlo portato in cucina. Dietro al televisore? Sopra? Vicino ai fornelli? Sul muretto? In fondo è nero, si mimetizza…Niente. Ormai avevo sonno, quasi le tre e nessuna traccia della mia sveglia. L’unica soluzione, l’ultima, era quella di chiamarmi col telefono centrale. L’avevo scartata per non svegliare gli altri, ma a quel punto dormivano sicuramente della grossa. Sarei corsa immediatamente dove avessi colto il trillo. Il cellulare squilla, nessun suono. Nessuno nessuno. “Che mistero è questo?”, mi domando mentre un fascio di luce lontano si avanza progressivo nella mente. Una luce blu, come quella del cellulare quando trilla. Faccio un ultimo giro in bagno, sto con l’orecchio pronto casomai il disgraziato si è ficcato nelle stanze dei dormienti. “Non è in casa, è uscito”, osservo dando a me stessa un po’ della matta. E dove sarebbe potuto andare? La luce mi abbaglia: giù, al piano di sotto! Riprendo il telefono, il cellulare riprende a squillare. Mi affaccio sul davanzale della finestra in cucina e lo vedo giù, ben piazzato vicino alle piante del terrazzo al secondo piano, luce nella notte di Casal Bruciato. Lo sento nitidamente, insistente, lucciola del XXI secolo tra i piani del caseggiato a riposo. “Eccolo, è uscito”. Veramente è stato buttato, non morendo. Questo cellulare mi assomiglia, per quanti sanno dell’investimento mortale per il parabrezza che si è rotto a contatto con la mia tempia sinistra, detta nel mio dialetto “lu suenn”, perché quando ci si sbatte è sonno perpetuo. Stamattina era stato tolto dal terrazzo. Ho provato a suonare al citofono della casa interessata, ma non c’era nessuno. La buonafede voglio salvarla perché se mi chiamo squilla ancora ed il coamico, tra le risate, mi ha assicurato che il terrazzo del secondo piano appartiene a gente di mezza età tranquilla che non penso si mette a fregare i cellulari altrui. Poi tutto può essere. A caval donato, e soprattutto a Casal Bruciato…Sperando in un lieto fine della vicenda, traggo da quest’episodio due insegnamenti, come accade con le favole di Esopo che suggeriscono sempre una morale. Primo: il Nokia è il telefono migliore, non ti abbandona mai, al massimo si allontana.
Secondo: gente come me è nata per utilizzare la tovaglietta.
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