lunedì 27 ottobre 2008
Due case e nessuna
Se non è augurabile avere un piede in due scarpe, figuriamoci un corpo in due case. Svuotamenti e porte che si chiudono o si aprono su epoche. Le pareti spoglie nelle stanze dei coamici sono dei varchi per la memoria (cosa c’era appeso che adesso non c’è più?), ferite sul tempo di ieri sempre più ieri, perché si va avanti, certo, sempre, fino a quando si può. Per sconfiggere l’horror vacui, complice una fiera di turismo nel fine settimana, ho lasciato la mia stanza come sempre, tranne per qualche cassetto svuotato ed il cui contenuto giace in un trolley al centro della camera. Come sempre, appunto. Giusto la scorsa settimana ho radunato tutte le carte inutili, veramente tante, e le ho gettate nel bidone di raccolta differenziata. Per il resto, tutto identico. E sì che a differenza dei coamici scelgo sempre le stanze ammobiliate proprio per evitare di smontare la mobilia per il trasporto. Non saprei proprio da dove cominciare, già è traumatico dover fare borsoni di roba da spostare. Certo, è come una valigia, ma moltiplicata per n unità che richiedono un certo metodo pratico di razionalizzazione completamente assente dalle mie abilità. Quindi ieri sono tornata in una casa quasi totalmente vuota, fatta eccezione per la cucina, la mia stanza ed il bagno dove sono rimaste le mie cose. Il coamico ha inaugurato la sua prima notte nella casa nuova, per non parlare della coamica, che il pomeriggio di undici giorni fa mi ha comunicato il trasloco ultimato in quella stessa mattinata, mentre io scrivevo in fretta e furia un articolo sul turismo religioso. Il Campidoglio mi attendeva per una serata terrazzata ed avvinazzata. Un saluto come se nulla stesse accadendo ed io sull’uscio come un’ebete. La storia saremo pure noi, come dice De Gregori, ma qualche volta mi piomba addosso ad una velocità impazzita. Forse mi perdo qualche dato, forse non voglio farci i conti, fatto sta che mi sento esclusa dal flusso degli eventi. Rimango indietro per guardarli meglio, perché non mi piace correre, per l’asma? Per malinconia, secondo me, e più di tutto per indolenza. Avere due case ma non possederne nemmeno una, facendo la zingara da una parte all’altra, imbattendosi dovunqe in scatoloni, è divertente come una trasmissione sulla fame nel mondo. Gli scatoloni, poi, hanno una curiosa caratteristica: o sono da riempire o sono da svuotare. Tristissima la prospettiva che li coinvolge, dunque, consistente in attività fisica, schiena piegata, polvere sollevata, fastidiosi imballaggi da fare e disfare. Un dito al c…, come dicono nei quartieri alti di Roma. Ora aspetto il mio coamico per cena. Viene a trovarmi la sera, dato che lavora qui vicino. Per telefono gli ho chiesto se venisse da solo o con la sua dolce metà, che per ora non esiste, facendo così finta di vivere ognuno per proprio conto. Che gag divertenti, eh? Posso fare di meglio, lo so, ma l’impegno che incombe sul mio fine settimana mi smorza il buonumore libero da stress, che incide anche sulle mie giornate. Trasloco: il primo pensiero quando mi sveglio, l’ultimo quando mi addormento. Manco fosse un amore, questo terrore. Intanto mi aggiro per casa facendo finta che non sia successo nulla. Non degno di uno sguardo le stanze abbandonate sulle quali le porte si spalancano impietose, mando messaggi e chiamo per fissare appuntamenti con i coamici facendo finta che sia tutto come prima, ci si vede anche fuori dalla casa. Patetico, lo so, vagamente sentimentaleggiante e completamente scollato dalla realtà. Il silenzio duro da raccontare dopo tante parole, la storia narrata da queste stanze e che non dà torto o ragione come quella con la S maiuscola, ma parla di condivisione nel bene e nel male. E i brividi vengono quando la pigrizia si allaccia alla saudade in un abbraccio annichilente. Come simbolo, uno scatolone. Perché anche questa casa ha avuto la sua storia. E la storia, qui dentro come nella casa precedente, beh sì, siamo stati noi, nessuno se n’è sentito escluso, tre aghi sotto lo stesso tetto con le inevitabili punture del caso. Lo penso guardando un piatto di farro un tempo finito nello scarico del lavello per mia indimenticabile iniziativa. Questo piatto di farro condito di nostalgia ripassata nel passato siamo noi tre, anzi, lo siamo stati. E se il presente di scatoloni mi angoscia, solo il tempo appena dietro mi fa sorridere. Ecco perché mi giro così spesso. Fossi Orfeo, ripeterei sicuramente il disastro.
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