giovedì 6 settembre 2007

Sugli addii

Ci sono diverse forme per dire addio, differenti espressioni facciali, verbali ed emotive. L’addio stesso è concetto controverso, dato che si associa d’istinto a qualcosa di triste, di finito. Certe fini, però, possono essere rigeneranti, alcuni saluti definitivi fanno rinascere a nuova vita, segnano il termine sì, ma di fatti spiacevoli. Allora perché il concetto di addio ha una connotazione così amara?
Forse perché a volte ha un’ambivalenza di fondo, ci si vorrebbe staccare e si ha il terrore di recidere. Penso alla morte dopo lunga malattia. La vita del moribondo non è più quella di prima,la vita che lo ha fatto amare da chi lo circonda; ma quando questa si spegne il senso di vuoto si allarga, diventa un fossato che inghiotte tutti, anche quando significa liberazione da sofferenze. La presenza fisica, il punto di riferimento, il presidio corporeo viene meno come simbolo, e noi viviamo di simboli perché ci nutriamo di significati. A cosa rimandano certi paesaggi, alcune note, dati odori e luoghi se non ad una dimensione del nostro spirito che su di essi ha plasmato i propri ritmi?
Con le persone è ancora più complesso. Essendo ognuno un portatore di significati a sé, il nostro incontro con l’altro genera dei rapporti da cui nascono nuovi significati che s’incrociano, in una forma sempre attiva e dinamica. Con gli oggetti è diverso: appioppiamo loro un valore, ed essi per definizione non rispondono. L’altro sì, sempre, anche quando fa muro. L’ostilità e l’incomprensione sono delle forme dure e dolorose di risposta. Ci sono dei malintesi e dei passaggi beffardi del destino cinico e baro che possono generare gli addii più sperimentati e temuti: quelli alle persone amate ed ancora in vita, vive e vegete, con le quali ci si rende conto di non poter percorrere più un pezzo di strada per mutato senso di significati, improvvisamente impazziti.
La nebbia dei sentimenti sulla chiarezza della ragione.
Forse è per questo che amo tanto ragionare: l’amore teme la ragione, mentre questa comprende tutto e tutti. Unifica, mentre le passioni dividono. Peccato che ci facciano anche vivere, per cui si salvino e salvino tutti dall’inaridimento, impossibile, comunque, con una ragione utilizzata veramente.
L’addio lo si può decidere o mettere in conto a livello razionale, ma è un fatto che quasi sempre lo si subisca a livello emotivo. Finisce una fase, una persona, il significato che questa ha per noi. Ma lo strascico permane, e a volte crea inversioni di rotta, perché quando è davvero forte avverte che non è finita per niente e che si può provare, si può osare nello sfidare la rassegnazione. Certo, serve un contraltare che la vita dà, la morte toglie. Per sempre. Nulla è per sempre in vita, la morte è eterna perché non-vita. Il corpo è rigido, il morto non si muove più, e chi è vivo si dà pace e continua, perché evolve contro la fissità di quell’involucro di carne alfiere di significati, trasmessi in modo muto e conservati da altri corpi pensanti.
La memoria come risarcimento della finitudine di ognuno di noi, la fede come balsamo per i credenti, l’arte come unico rimedio umano ed eterno per i tormenti dell’anima e la solitudine infinita di chi rimane da solo, dopo tutti gli addii.

2 commenti:

Federica Meta e Francesca Pucci ha detto...

senti forse quello che mi è venuto in mente è esagerato..ma io sono mezza greca..esaspero tutto quello che si può esasperare:
Meglio fossi rimasto
orfano della morte,
e che tu mi mancassi
là, in mezzo ai misteri,
non qui, fra cose note.
Essere morto prima
per sentire la tua assenza
in quelle arie difficili
Manuel Altolaguirre
Soledades juntas

Anonimo ha detto...

Secondo me tutto sta a metabolizzare, elaborare il lutto, come dicono quelli bravi. Sul momento fa male, poi
ce ne facciamo una ragione e non può essere altrimenti. Chissà, anzi, che il cambiamento non sia positivo!

P.s. Ovviamente Federica ci va giù leggerina... :-)