Sono iniziate anche quest’anno, puntuali al primo affacciarsi di Giove Pluvio. Parlo delle Ombrelliadi, vere e proprie competizioni silenziose ed umide col vicino di tram o di marciapiede. Gli scontri a volte sono sportivi, altre volte meno, ma alle gocce di sangue si sostituiscono quelle d’acqua. S’inizia al mattino, con la constatazione verticale che piove. Ancora in pigiama e dietro la finestra, dalla tapparella perennemente in alto perché mi secca alzarla ed abbassarla ogni santo giorno della vita, prendo atto che alla lotta quotidiana se ne sovrapporrà un’altra senza esclusioni di colpi. La realtà conferma le aspettative guerrafondaie: sul marciapiede comincia l’incrocio delle ombrellate, specie con le signore anziane che non si spostano di un millimetro e mi costringono ad alzare il mio ombrello ad un’altezza tale che a quel punto è meglio se lo chiudo proprio. Quando la pioggia è a vento, poi, è tutta una gara a chi si tiene di più l’ombrello nella direzione giusta, in un vero e proprio scontro metropolitano di scudi. Chi schioda di un passo è perduto, finito, destinato a perdersi nel turbine acquoso o a sprofondare nelle sabbie mobili fangose di foglie bagnate quando va bene (c’è anche la cacca dei cani). La salita sul tram/bus è tutto un altro capitolo. Se prima della metropolitana, infatti, le persone hanno tutto il tempo di chiudere l’ombrello mentre scendono le scale (ma oggi mi è capitato di osservare una ragazza con l’ombrello bene aperto mentre timbrava il biglietto), prima del tram/bus è tutta una gara a chi si vuole bagnare di meno, chiudendo l’ombrello il più tardi possibile prima di salire ed impedendo così il passaggio a quanti vogliono fare la stessa cosa, ma soprattutto a chi è desideroso di scendere con l’ombrello pure quasi aperto, in un gioco d’improperi che definire colorito è sicuramente un eufemismo. Raggiunta la tanto agognata postazione sul tram o bus, poi, ci sono due opzioni: la prima è che si trova posto a sedere, dunque tutto si risolve nell’accostare l’ombrello fradicio a sé per non bagnare gli altri, bagnando se stessi; la seconda è rimanere in piedi accanto ad altri con gli ombrelli ugualmente fradici. Tale opzione è la più frequente, perché sono in molti, con la pioggia, a lasciare i motorini, e Roma si regge sui due ruote. Lì si tocca l’espressione più pura della solidarietà o dell’ostilità universale: dato che, stretti come sardine, ci si bagna reciprocamente e si è impossibilitati a muoversi, c’è chi reagisce con un sorriso filosofico (“Tanto me so’ già bagnato/a, ‘na goccia de più, ‘na goccia de meno…”) e chi invece protesta esplicitamente ( “Ma un po’ più in là non se pò ffà?”) o implicitamente (grugnendo o sbuffando, basta in quest’ultimo caso augurarsi l’assenza di fiatella, alitosi per gli italiani). Ma quelli che suscitano il mio odio più schietto sono coloro che emergono a pioggia finita. Il campionario di umanità appena descritto, infatti, può essere a suo modo divertente, mentre odiosi sono coloro che passeggiano con gli ombrelli chiusi ondulanti. Ebbene sì, non so se vi è mai capitato, ma ci sono persone che, con gli ombrelli grandi chiusi, fanno seguire a questi la stessa andatura della loro camminata, indirizzando la punta minacciosa all’indietro in fasi alterne e fregandosene se dietro c’è qualcuno che magari non se ne accorge, commettendo l’errore di non calibrare i propri passi sui loro. A costoro mi viene spesso la tentazione di afferrare la punta ombrellina e di bloccarla, provocando una subitanea perdita d’equilibrio. Poi ci sono quelli che tengono gli ombrelli chiusi in orizzontale sotto al braccio sulle scale mobili della metro e tu sei immobile dietro di loro con la punta addosso a mo’ di arma contro il petto. A costoro, invece, sfilerei l’ombrello, lanciandolo ai piedi delle scale. A questo punto meglio l’ombrello aperto, in metropolitana, anche perché (e forse aveva ragione la ragazza di stamattina), spesso ci piove, come dimostrano frequenti secchi pieni di sozzume liquido in alcuni punti sotterranei della Capitale. Che dire, lettori miei? È tutta una guerra.
Ma magari tutte le guerre grondassero solo acqua (seppure sporca).
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