Non vi innervosite a questo titolo, non è la solita uscita da liceale orgogliosa delle proprie radici classiche. Stamattina, infatti, (ed aggiungerei una volta tanto) non sono stata artefice, bensì ‘vittima’ del latino. Erano più le espresssioni greche ad aleggiare nella mia mente, anche rivisitate, tipo 'panta rei-panta gay’ e così celiando. Ovviamente non è vero, ma anche un po’ sì, se proprio vogliamo nobilitare con la cultura i pensieri contingenti del primo mattino, del pomeriggio e della tarda sera. Passeggiavo mentre il mio stomaco avvertiva la solita colata di magma malinconico-nostalgico e per i neuroni volteggiavano le più atroci mostruosità cerebrali, silenti e minacciose presenze.
Attraverso il ponte che da piazza del Popolo conduce a Prati guardando il Tevere di sotto, torbido come quest’autunno interiore. Povera Roma e povera me, pensiero fugace al primo freschetto che fa rabbrividire. Sarà il vento della realtà? Le orecchie ostruite dall’iPod che mi isola da tutti ma non da tutto, ad un certo punto il mio sguardo incrocia un microfono che si agita dapprima in lontananza, poi sotto al mio naso. Una collega in vena d’interviste, mi fa pena quanto me. Anzi, più di me, perché più giovane.
Ricordo ancora gli occhi di un mio amico e collega una mattina all’Eur, aspettando Rutelli tra una sigaretta e l’altra. Momenti esistenzialisti alle ore nove: ma che significato ha un’attività che ti fa fare da piantone agli edifici per aspettare un tempo indefinito gente da tampinare ed interrogare tra gomitate e spintoni? E’ il lavoro del giornalista. E la cosa stravagante è che può pure affascinare. Tale è il mistero delle passioni.
Così guardo la ragazza e, in vena della solidarietà più piena, tolgo gli auricolari per farmi intervistare dopo aver osservato il solito fuggi-fuggi che prende certi passanti all’arrivo del microfono. Vecchi traumi da scena muta davanti ai professori. Sorrido compiacente e quella inizia: “Radio KissKiss, ti posso fare una domanda?”, e senza nemmeno aspettare l’assenso, scontato dall’arresto del mio passo, prosegue: “Assomigli più a tua madre o a tuo padre?”. In quell’istante le penso tutte: e se fossi stata orfana di entrambi o i miei mi avessero abbandonato in qualche cassonetto pieno di libri illustrati su Roma ed io fossi in città alla ricerca delle mie origini? Seguono queste domande altre ipotesi funeste, che non scrivo per scaramanzia. Questo come intervistata. Come collega penso: “Questo lavoro è sempre più difficile, chissà che servizio è”. Rispondo dettagliatamente ed immediatamente, nonostante da questa parentesi di pensieri trascritti possa risultare il contrario, specificando che sono una via di mezzo tra i due e che delle mie due sorelle maggiori una è la fotocopia di papà, l’altra di mamma. Lei annuisce soddisfatta e chiosa con voce impostata e melliflua: “Allora in medio stat virtus”, “Eh sì”, “Grazie, ciao!”. “Ciao”. E scappa verso altre fantastiche interviste.
Mi rimetto gli auricolari e penso che la giornata è iniziata con una massima latina rivoltami da una perfetta estranea. In medio stat virtus, ed in medio sarei collocata io, virtus della situazione. O virus? Propendo per quest’opzione. E poi non sono collocata in medio, almeno non a livello familiare: sono l’ultima. In ultimo stat virus.
Questa è più consona al periodo. Gli ultimi saranno i primi? De che, chiedo alla romana? Quando certi virus si attaccano è inutile aggrapparsi alle massime. Si rimane indietro a tossire con difficoltà nel deglutire lo stacco dei primi, che si traduce nello scacco degli ultimi.
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