lunedì 3 settembre 2007

Tempo ripreso

Eccomi qua, son tornata dopo duplice assenza, da Roma e da questo blog. Riprendo l’attività lavorativa, la scrittura e soprattutto il mio tempo, senza il quale non mi sarebbero possibili lavoro e scrivere, che coincidono ma non totalmente. Per scrivere veramente non basta semplicemente scrivere.
Questo post si ricollega idealmente a quello del ‘tempo sospeso’, come avranno dedotto i miei più arguti e fedeli lettori dal suo titolo. Avevo ragione nel pensare, anzi nel sentire, che il Fato stava per servirmi qualche piatto forte sulla mensa estiva: cene, mare e sospiri in sintonia con le onde. È successo quel che non doveva succedere e non è successo quel che poteva succedere. O forse, meglio, è accaduto quel che doveva accadere e non è accaduto quel che non sarebbe potuto accadere. Qualcuno, di certo, è caduto: io. E così siamo alla successione di un insuccesso: l’accadere come rovina, o banalmente come non accaduto, cui si aggiunge uno sfratto dalla casa, ma soprattutto dalla via, dove albergo da quando sono giunta a Roma.
Il pensiero corre al mio ultimo giorno di mare pugliese, e quindi di mare vero. Con una sediolina a riva, lo scirocco nelle orecchie e la testa sulle spalle. Di nuovo. Mi sono sentita solidale con un personaggio dei racconti pubblicati e, per quanto triste, è stato bello, persino un po’ commovente. Subito dopo è arrivato il ciclo. Corsi e ricorsi, cicli e ricicli. La partenza il mattino dopo, mamma come una stele nera seduta in poltrona sul balcone della mia stanza, mentre preparo le ultime cose ed aspetto la macchina dell’addio a questa inedita, per quanto prevista e percepita da subito come tale, estate. Le sue spalle abbronzate come le mie il giorno prima, un modo di dare la schiena ai giorni trascorsi senza poterlo fare con la mente. Andare via per tornare alla vecchia vita, consapevole che non sarà mai come prima. Mio padre che commenta come al solito i miei giorni di permanenza, trenta o tre che siano: “Sono volati!”. Vecchie formule per il rito sempre nuovo dell’addio. L’addio all’estate dei miei 30 e, insieme, ad un’altra stagione con loro. Saranno sempre di meno, lo sappiamo e ce lo comunichiamo coi lucciconi. Emotivi e melodrammatici con un pizzico di presa in giro: in una parola, meridionali.
Il ritorno non può che essere improntato alla ripresa dei miei spazi e del mio tempo. Una sua sospensione non è più possibile, e d’altronde è morta e sepolta almeno da Ferragosto, Capodanno balneare dei popoli abbronzati. L’abbandono di uno status non più prorogabile come padre di tutti gli abbandoni, vecchi e nuovi. Il tempo ripreso per reimmergermi nelle acque del riassestamento dopo quelle dell’amaresca più pura, smorfia da divertimento disperato. Sorriso increspato, abbronzatura colpevole come il lasciarsi andare. “È la vita più strana che abbia mai vissuto”, disse Jim Morrison. È il post più amaro che abbia mai scritto, rispondo io, tra i sorrisi forzati e le lacrime trattenute degli addii e degli abbandoni, vecchi e nuovi, da parte di genitori ed amici.
Buon rientro a tutti, riprendo il mio tempo e vediamo quest’autunno cosa mi dirà e, soprattutto, cosa mi farà scrivere.

2 commenti:

f. ha detto...

uh, post-traumatico!
bentrovata...

Anonimo ha detto...

Le situazioni cambiano, e anche rapidamente. Pensa che oggi, camminando, cercavo quelle strade assolate che fino a ieri rifuggivo...
E poi ho un'idea: la ruota gira, quindi... guardatevi le spalle! (e non solo...)