venerdì 19 ottobre 2007

Macless (quando less is less)

"Less is more". Quante volte ho letto questa massima sul magnete attaccato al frigorifero della cucina romana in tempi recenti ma che mi sembrano passati da un’eternità. Epoche in cui ignoravo l’esistenza di Rem Koolhas, che non c'entra niente con questa sentenza da lui anzi contestata, e conoscevo una manciata di architetti, non sapendo che si trattava della punta di un iceberg dalle dimensioni ancora ignote ma sicuramente spropositate. Less is more, dunque, come invito a semplificare per creare così un valore aggiunto. Affascinante, dal punto di vista concettuale; anche condivisibile operativamente. Un articolo è tanto meglio scritto quanto più sfrondato di elementi accessori o meramente esornativi, e queste ultime parole me le potevo proprio risparmiare, per esempio, senza pregiudicare il post in alcuna maniera e confermando il precetto: less is more. Ma tra il dire ed il fare, anzi tra il creativo e l’esecutivo, esimi arch., c’è di mezzo la deprivante realtà. Che dire se ad un certo punto mi sono ritrovata senza supporto tecnologico casalingo, senza casa, senza speranza e dunque senza felicità? Macless, homeless, hopeless ed happyless. Tutto insieme o quasi. Ovviamente anche loveless, vagamente friendless e depress (battutona leggibile anche nel senso della mia appartenenza al mondo della stampa, ma la finisco qui altrimenti cambiate blog). In tutto questo periodo quel magnete mi è tornato in mente: non trovavo il more nel less comunque rigirassi le situazioni, tutte sinonimo di luckyless. Insomma, una cosa se non c’è non c’è, o ci vogliamo inventare champagne al posto della Peroni, quando disponibile? Drinkless. A questo punto quasi italianless, quindi mi riprendo per affermare quanto con certe massime ci si meni il torrone (mi è venuta così) senza pensare che non sono proprio applicabili all’universo-mondo. Insomma, less is more ma anche no, mo’ ci vuole! (Per gli avidi e più assidui lettori di questo blog, una riconferma col sorriso di quanto mi superi nell’autocitarmi, per i più distratti o discontinui un curioso invito a leggere i post precedenti, per chi dovesse continuare a sbuffare con queste mie frasi…come mai non hai lasciato prima il post? Allora non ti annoiavi poi così tanto, dai, stai quasi alla fine). Riprendo IL FILO (ih ih ih) del discorso per dichiarare che quando si è al GRADO ZERO si è al GRADO ZERO, comunque uno se la RACCONTI (ma come mi vengono? Sto in modalità endless). Quindi, nei periodi di pienezza less is more, ma nei periodi di amarezza/amaresca less is semplicemente e scandalosamente, sic et simpliciter, ceteris paribus e status quo (il latino si vendica, troppo inglese), less. Non c’è niente da fare. Uno che vede l’estratto conto in rosso ed esclama “less is more” o ha una forte dose di ironia o sa che la situazione è temporanea o ha già prenotato il proprio posto alla mensa della Caritas. Quando torno a casa ancora-per poco-questa casa con alle spalle ben due Mac della redazione e davanti a me solo pc morti, cimitero casalingo in cui stramazza il XXI secolo, cosa devo pensare? Quale frase può descrivere tutto questo ed altro ancora che non sto a dire, anzi, a ripetere? (Qui mi scuso per aver leggermente ingannato quanti si convincevano di annoiarsi a tale lettura. Il post non era proprio alla sua fine. Honestessless). Sperando che ritorni il periodo del less is more, cui sento non manca molto nel gioco dei corsi e ricorsi, per ora mi fermo alla constatazione che less is less, ha ragione Koolhas.
E scusate questo post delirious Amaresca, ma mi sono divertita assai a scriverlo così, stopless.
Ora però stop.

1 commento:

Federica Meta e Francesca Pucci ha detto...

Io alla Caritas ho una corsia perferenziale...visti i miei trascorsi "volontaristici"...ho già prenotato un paio di posti..serve una mano? Less Is Less...of course!