martedì 23 ottobre 2007

La colonna adriatica

Spesso, quando si supera un periodo difficile o si regge una situazione pesante, si fa il paragone con la colonna. Quest’ultima richiama anche le mie scarse nozioni di storia dell'arte, da attribuire ad un professore molto avanti con le mode che impiegava le sue ore di metà anni Novanta ad un cellulare dalle dimensioni enormi, bisnonno dei nostri telefonini. Arte greca e stile dorico, ionico e corinzio. Altrettanti capitelli, molto più numerosi i minuti di chiacchiere dell’ex prof. nella sua ora votata al duro lavoro dell’insegnante. A volte, molto frequentemente per dirla tutta, mi sento una colonna che regge alle offese del tempo e dei vandali. Naturalmente perdendo pezzi e constatando crolli attorno e su di me, rovina tra le rovine delle stagioni che si susseguono, ma sempre munita di una certa dignità. Non colonna portante, perché a malapena porto me stessa e qualche frase a termine, né colonna dorica, troppo austera e spartana per i mie lazzi. La corinzia invece è troppo frivola; contraddice le scarpe scure ed i cappelli che osano senza stupire. Dato che le poche cose fatte le ho comunque fatte bene, voglio qui sottolineare che sconosciuta mi è l’entasi, ovvero il rigonfiamento dato a qualsiasi tipo di colonna per evitare l’illusione ottica del suo restringimento di profilo. ‘Sti greci pensavano proprio a tutto, bisogna seguirne l’esempio. Io non ho rigonfiamenti se non laddove sono apprezzati, quindi sono una colonna senza entasi. “Una colonna ionica”, proclamai una sera in cucina al coamico architetto che conveniva sulla maggiore eleganza del secondo stile, ovviamente da lui orientato sessualmente. “La colonna ionica è molto gay” (Non vi preoccupate, a casa parliamo anche di reality). Naturalmente cerco di sterzare il pride moment architettonico verso altri elementi: “Scusa, e allora i telamoni che reggono le logge?” “E pure quelli sono gay” “Ma la colonna ionica non è gay, è solo bella e sobria, la sintesi di un equilibrio tra dorico e corinzio”, “Appunto per questo è gay”. Battaglia persa, e chi lo conosce ha capito anche il gioco, trito e ritrito, di parole. La vicenda mi vede quasi mortificata, quello strampalato coming out sulle note di Argan non mi andava giù. “E poi tu non puoi essere una colonna ionica” Cosa? Insinuazioni sulla possibilità del buongusto etero? Lo guardo un po’ torva. “Vale, tu al massimo sei una colonna adriatica”. Risate e risate. Che simpatico mattacchione, il coamico, che mi ricollega al mio mare, che ricollego al suo amore (galeotto fu l’Adriatico) in un cerchio di Giotto. I tarantini e parte dei salentini appartengono al versante ionico, ma gli altri pugliesi devono vedersela con l’Adriatico. Non so se è la sponda giusta o meno, ma di sicuro è la mia. Alcuni vagano dall’una all’altra sponda (i bisex?) in condizioni di differente ventilazione. Se l’Adriatico è mosso (e spesso lo è, molto provato dalla continue diserzioni verso l’altra sponda) lo Ionio è tranquillo, sereno, placido: la bonaccia glamour. Ma che m’interessa di come vivono i pacificati se la sorda inquietudine risuona solo nel cavallone? E allora, aspettando quello (chi ha detto stallone?) giusto, quello degno che ami corpo ed anima femminile, mi pianto sullo scoglio come colonna adriatica senza entasi e senza fretta. Cosa volete che sia, nel frattempo, po’ di sale sulle ferite del fusto? Quando sarà il turno dell’ondata giusta verrà rimosso completamente, permettendo alla colonna la simbiosi perfetta col suo mare, che occhieggia ricambiato.

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