giovedì 8 novembre 2007
Vecchio adagio
All’uscita della metropolitana, noto incolonnamento che si protrae oltre la sperimentata coda dall’underground al piano stradale. Che succedeva lì davanti? Mi sporgo per guardare meglio prima del sorpasso. E chi vedo? Un vecchio (sì, vabbè, anziano è più politicamente corretto, ma questo era vecchio proprio) che avanzava al ritmo di bradipo coi suoi passetti da tartaruga. Il marciapiede era stretto e costretto tra lavori e fermata del bus, così non ho potuto attivare la mia simbolica freccia ed ho dovuto procedere tra prima e seconda. E mentre scalavo la marcia della mia falcata metropolitana pensavo ai film ambientati a New York ed alle immagini che rendono la città per eccellenza (per molti, non per me, che sto benissimo a Roma). Un brulichio di gente che corre e corre e corre su vasti marciapiedi. Evidentemente sono tutti giovani, o stendono i vecchi prima ancora che la macchina da presa filmi la scena. Così, mentre le nostre scarpe calpestano cacca di cani ed immondizia varia, quelle di oltreoceano passano su frattaglie ed interiora umane. Immagine schifosa? Forse, ma nel primo caso molto veridica. Se la realtà a volte fa schifo non è certo colpa mia. Ora che ci penso raramente è colpa mia, anzi, quasi mai. Sarà colpa di qualcuno se sono fatta così, senz’altro. Rimandando le divagazioni all’infinito, torno alla cronaca, che mi vede sorpassare il vecchio in questione guardandolo frettolosamente in obliquo. Era di tipologia aggressiva o mansueta? Faceva parte della categoria di quelli che ti agitano il bastone contro se non schizzi oltre appena li vedi alle poste o sui mezzi in cerca di posto a sedere o era della specie che appena li guardi ti viene una malinconia infinita, una dolce compassione per la loro sorte che è anche la tua e se potessi rinunceresti a qualche tuo anno per vederli rifiorire, come sai vorresti fare tu un giorno prima della fine? Lo scarso tempo di analisi, la fretta tutta giovanile (o giovanilista?) e l’ossessiva piccola andatura del vecchio, impegnato in quest’attività e sciolto dalla vita per il resto, non mi hanno permesso di elaborare un giudizio compiuto. Ho proseguito col pensiero proiettato al di là delle mie zampe, felici di sgambettare al loro solito ritmo, che è allegro ma non troppo, coerente con le note del contesto. L’adagio del vecchio mi riporta al vecchio adagio che prima o poi tutto arriva e passa. Mi scopro col mento raccolto dalla mano a pensare, di fronte al semaforo pedonale rosso, quali saranno le note della mia vecchiaia e su quali ritmi si calibreranno i miei anziani passi. Penso a questo così tanto, immagino tutto così bene, che allo scattare del verde attraverso con la stessa andatura del vecchio di prima, gettando nello sconcerto quelli che avevano fatto il mio stesso percorso. Virus fulminante di adagio o inopportuna presa in giro di quanto osservato? Semplicemente precorrimento dei tempi, santu Paulu meu, possibile che non ci si arrivi con la stessa velocità di certe andature romane alla newyorkese (che sono poche e fanno pure ridere)? Allo scattare del giallo ero di nuovo con la mia andatura. Sono già stata investita, e questo spiega certi vertici di follia e fantasia come quello appena narrato; ma la memoria non l’ho mai persa, specie del dolore. Questa chicca di invenzione, comunque, racchiude un insegnamento, come nelle favole di Esopo: non sempre essere al passo coi tempi è sinonimo di sintonia con essi. A volte certi tempi, soprattutto se interiori, richiedono di andare oltre, e per farlo bisogna andare adagio, affrettandosi lentamente (per chi ha più memoria, “Festina lente”).
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