martedì 11 settembre 2007
Lei è della Cia?
Giornata di fuoco questo 11 settembre, e non mi riferisco certo ai pur scontati riferimenti storici, che a qualche fiamma rimandano. Semplicemente la sveglia alle sette e trenta ha fatto da sfondo musicale alla mia veglia orizzontale di circa mezz’ora. Molte cose da fare, forse troppe, di tipo burocratico, vagamente sociale e lavorativo. Urgevano carte da presentare, contenitori di alimenti da ridare dopo feste per altre imminenti feste, redazione da coprire assolutamente per ultimi dettagli da controllare prima d’impaginare il giornale, un amico da vedere altrettanto assolutamente in serata. Tutto questo, già un po’ impegnativo in paese, si trasforma in una maratona senza sosta a Roma. Alle nove gli uffici del Comune erano già stracolmi della solita senilità insonne, tanto da farmi subito rimandare ad ore pasti la restituzione della coppa che faceva capolino dalla mia borsa di lavoro nella curiosità generale. Ad un certo punto vengo avvicinata da una signora alla quale serviva il secondo testimone per fare la carta d’identità. Leggo il documento e firmo, sperando che l’ora e la stanchezza preventiva non facciano brutti scherzi causando la spedizione di set di padelle, insopportabile aggiunta alla già eccessiva roba da trasportare nel trasloco. La signora mi ringrazia mentre esibisco il mio documento per certificare un’identità a tratti smarrita, specie di mattino, mentre naturalmente, come da manuale, è il mio turno e l’impiegata dello sportello a lato vuole lo stesso documento che sto mostrando ed i cui estremi vengono copiati con una velocità bradipica dalla sua collega. “Non ce la posso fare”, è tutto quello che riesco a pensare. Mi precipito al centro con le carte a posto, trovo l’addetto nell’ascensore con la busta della spesa, il signor Luciano. Ci riconosciamo immediatamente. “Vengo da lei”, “Ok, allora a questa ci penso dopo”, mi risponde sollevando la busta dall’ignoto contenuto con commovente senso del dovere. In quel momento amo tutti gli impiegati e dimentico le vessazioni subite soprattutto agli sportelli universitari, dove mi hanno trattato bene solo dopo la laurea: “Lu certificato per la dottoressa, presto!”, si urlava ogni qualvolta mi riaffacciavo col terrore di qualche mese prima. L’unico miracolo che ha prodotto la laurea. E’ con immensa soddisfazione, dunque, che tra le dieci e le undici mi appoggio al palo del bus aspettando l’auto (sì, alla romana) che mi porti in redazione. Ma presto alla soddisfazione, come in ogni lunga attesa, si mescola una certa inquietudine che mi spiego nel silenzio del già noto (chi ha capito ha capito, io forse sì), sicchè forse il mio sguardo, coperto da occhiali da sole a goccia, assume un’espressione tra il torvo e l’indagatore. E qui l’apoteosi del quotidiano: “Scusi, lei è della Cia?”, mi chiede un tipo con una sospetta bottiglia piena di liquido (acqua, esplosivo?), “No”, rispondo io come se mi avessero domandato se avessi una retribuzione proporzionale al mio valore ed alla mia modestia. Solo dopo aver risposto, passeggiato un po’ sotto la pensilina e continuato a rimuginare i ritriti pensieri realizzo quanto avvenuto, e allora rido dentro e decido di dare il seguito all’episodio. Arriva il bus del tipo, sale con la bottiglia (acqua, esplosivo?), e mentre si chiudono le porte gli faccio con aria seria: “E secondo lei pure se lo fossi lo direi?”, e rido finalmente fuori dai denti nel mio bus subito dopo, tra anziani che mi guardano e scuotono la testa, condannando le sostanze assunte da certi ggiovani deviati.
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