Oggi è la prima giornata d’autunno, e fin qui nulla di sconvolgente. Inizia l’anno per la coamica amante delle giornate corte e fotosensibile, oltre che sensibile, in senso negativo, alle foto. Sensibile in generale, insomma. Di qui i miei auguri per una giornata da lei vissuta come Capodanno. Per me l’anno, invece, inizia a Ferragosto, giro di boa dell’estate da cui parte il conto alla rovescia: quanto manca per separazioni sempre più lunghe dagli affetti più antichi e per il ripristino della routine invernale, quando la sveglia suona alla stessa ora in cui d’estate si va a letto. Altre religioni ed altri mondi tra me e la coamica, ma anche tra me ed il coamico, e questo è un fatto. Bello.
I pensieri d’autunno sono diversi a seconda dei casi vissuti e degli anni passati, ma recano come costante la stessa traccia di foglia secca raccolta sulla Nomentana ed infilata nella svuotata ed impolverata bottiglia di Bordeaux.
La deliziosa malinconia delle cose che cadono mentre accadono e si colorano di tinte struggenti. Di qui a qualche giorno le ottobrate romane, eco di ore vuote e piene d’ombra, che fanno chiaroscuro con la luce della lampada sulle pagine. Voglia ed impossibilità di assolutizzare il relativo, amaresca autunnale in risposta all’autunno dolciastro cantato anni fa, quando bastare a se stessi era il motto della vita, foglia caduca solo in senso letterario. “Non si muore d’estate”, diceva Pavese, e non si capisce l’autunno a vent’anni, completo io. Questa stagione attua la sua piena fascinazione quando si chiudono le epoche, non quando si sovrappongono le ere nuove. Non vale pensare all’inverno, alla primavera o ai cicli della Natura. L’autunno come Assoluto che sfugge ed ogni tanto compare in un odore, un gesto, un movimento di labbra, un luogo. Un balcone con una sedia vuota, un muro con ritratti assenti. La fuga dei minuti e della padronanza dei propri processi, il languore della ragione che non si autoassolve nelle chiazze cangianti delle chiome arboree settembrine. Il nichilismo senza appello del vivere un numero limitato di stagioni trottando come folli alla ricerca di un motivo per farlo, con tanto di caricaturali spiegazioni. La ricerca è già senso in sé. Siamo sicuri? Mah. Chi raccoglie tutte le altre foglie scartate dalla mia personalissima selezione? Lo spazzino, che attende anche la mia. Prima o poi deve finire, è anche il suo destino.
Ricordo gli autunni passati, mai stagione è stata più incline alle rapsodie in blu della memoria. A trent’anni riesco a ricordarmi anche gli autunni futuri, quando bastare a se stessi più che motto è una condanna, e non rimane che sopravvivere a se stessi per espiarla con gli strumenti della maturità a disposizione. Sono caduti gli anni come le foglie e come i soldati di Ungaretti, sono caduti gli alibi ma non il senso d’inadeguatezza.
Se bastare a se stessi era la forza degli autunni passati, sopravvivere a se stessi è la sfida di quelli che mi attendono.
Bastare è accontentarsi, sopravvivere è andare oltre quello strato di foglie autunnali che tappezzano la mente pregna di lutti estivi.
3 commenti:
Dopo aver letto questo post ho tanta voglia di ascoltare un vecchio brano dei Dead Can Dance, vedere un intervista di circa 80 minuti sulla vita di Carmelo Bene e andare in bagno a tagliarmi le vene. Decadenza '80 a palate!
Invece di commentare bonariamente e con risparmio di apostrofi i miei contenuti, perchè non fai un lavoro di restyling a questo blog che proprio tu hai scoperto graficamente identico a quello di Mastella? Inefficienza 2000 a mille ;-)!
Che dolce, simpatico alterco!Ahahahah..In effetti ci sei andata giù pesante e ridondante, baby!Du palle....SCHELZO CINESEEEEEEE:l'ultimo paragrafo è una delle cose più belle che abbia mai letto.Davvero.
"Piove è tempo di partir rose e viola il cielo da venir Grido addio e corro per la via m'inebrio di vapore di ruggine e carbone e bruci il mio berretto al re"...
Ma il Grande Boiler? CE LO DEVI!!!
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