lunedì 21 luglio 2008
I cani di Prati
In occasione degli scioperi generali si anticipa la giornata e ci si accorge di quanto si è indovinato a scegliere una professione che fa tirar tardi, più che essere veramente diurni. Dopo essere stata a contatto con l’umanità del cartellino e del contratto a tempo indeterminato, per le generazioni precedenti soprattutto, ed aver sentito le solite recriminazioni contro lo stop dei mezzi pubblici che penalizza solo i poveracci, tanto i soliti fetentoni non prendono certo bus e metropolitane e dunque che gliene frega a loro, ma devono crepare, tutti e con lunghe sofferenze, scendo lasciando alle mie spalle il collaudato copione di proteste impotenti ed uguali nei secoli e mi chiedo cosa fare. I negozi ancora chiusi, peccato, i saldi sono appena iniziati, sarebbe stato bello ottimizzare i tempi e dare un’occhiata alle vetrine. Saramago in borsa, ma l’attività della lettura è troppo piacevole ed impegnativa per sacrificarla ad una fascia oraria in cui sbadiglio troppo, ed un capolavoro come “Cecità” non lo merita affatto. La musica nella memoria più che nelle orecchie, dato che gli auricolari sono passati a miglior vita e non li ho ancora sostituiti. Mi siedo dunque sulla panchina e convengo con me stessa che l’unica cosa da fare è osservare tra gli sbadigli l’umanità di questo strano quartiere in cui ho avuto la ventura di lavorare per questo malato anno. Attaccato a Città del Vaticano, ha un’impostazione urbanistica laica; le case, infatti, sono costruite in maniera tale da non poter vedere il Cupolone di San Pietro, a due passi. Il quartiere è noto per la concentrazione di studi legali, negozi, belle residenze e soprattutto ricchi che lo abitano. E se sono benestanti i padroni, lo sono anche i loro cani, che se la passano molto meglio del vario personale di servizio che li porta a spasso per i bisognini di primo mattino. Guardo i quattrozampe e la faccia di filippini con i sacchetti per gli escrementi canini. Gli animali arzilli, curiosi, baldanzosi, il quartiere è loro, la vita sorride al mattino dorato di un’altra giornata senza pensieri e con viveri assicurati dall’agiatezza dei loro padroni che spendono e spandono per loro, si vede dai collari, dal cappottino, dal pelo curato, dalla perfetta toletta. Se qualcuno mi facesse vivere così anch’io mi metterei a scodinzolare, penso. Poi faccio dei collegamenti, mi dico che buona parte del genere umano, specie quello senza ambizione o iniziativa, cerca un padrone così, che lo tenga come un cane di Prati, dando in cambio solo affetto e scodinzolìo. Ed allora riconsidero quanto immaginato, perché la mia dedizione, per quanto possa essere incoraggiata da condizioni materiali rassicuranti, ha bisogno del tormento e del cimento, per sbocciare davvero. Torno alla realtà. Il confronto tra la faccia dei cani di Prati e chi li porta a spasso è impietoso. I volti umani sono quando va bene assonnati, ma se ne scorgono molti di contriti, chissà quanti hanno le famiglie lontano e devono mandare una parte del loro compenso nella terra d’origine, accontentandosi di ciò che passa il convento e col pensiero fisso, per chi rimane ottimista, ad un domani migliore in cui le cacche di quelle bestie le raccolga magari qualcun altro, tipo il padrone del cane stesso. Troppa fantasia, la mia? Forse, ma allora come spiegare alcuni strattonamenti alle delicate bestie che guaiscono e vengono trascinate, certe occhiate tra l’esasperato ed il collerico represso quando i cani si fermano per annusare angoli, svicolando e deviando da percorsi stabiliti? Non tutti amano gli animali, e forse alcuni dipendenti vi trasferiscono il risentimento per i loro padroni che non sono in quel momento quelli che danno loro un lavoro, ma coloro che la Sorte ha deciso di far nascere tanto bene da potersi permettere di umanizzare delle bestie mentre i loro figli sono costretti ad arrabbattarsi. Secondo me alcuni non uccidono i cani solo perché altrimenti perderebbero il posto di lavoro, come non eliminano i padroni solo per la galera. L’odio c’è ed è evidente, lo scorgo tra le fessure dei miei occhi socchiusi per il sonno. Il rancore è tutto umano, e da umana lo colgo, mentre lo sprizzo vitale è tutto canino. Con la lingua di fuori, gli occhietti vispi e la camminata spavalda ed elegante insieme, si succedono bassotti, setter, cocker. Tutti di razza, bellissimi, a casa di sicuro coccolatissimi. Li contemplo, mi contemplo seduta su una panchina morta di sonno e di noia, costretta dallo sciopero generale alla fascia protetta e dunque ad arrivare un’ora prima l’apertura della sede di lavoro: e poi uno dice vita da cani, dovrebbe dire vita da pendolari. Anche le signore di Prati meriterebbero un post, lo scrivo domani. Sulla panchina di piazza Cola di Rienzo, infatti, elaboro sempre sbadigliando che prima di lasciare questo quartiere gli devo dedicare una trilogia. Dopo la trilogia della città di K. e la trilogia di New York, la trilogia di Prati. Una panchina è un buon punto di osservazione, ma continuo a preferire il balcone. Sta più in alto e non rischi che i cani vengano a liberarsi nelle tue vicinanze.
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1 commento:
In effetti anche il mio cane, seppur portato a spasso dai padroni e non dal filippino (visto che non ce l'abbiamo), è un bell'esempio di bella vita...
Ma "Cecità" ti sta piacendo?? io, oltre ad avere gli incubi, ne sono uscita (appunto, come da un incubo) molto perplessa...
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