giovedì 15 maggio 2008

La rivolta degli oggetti

Altro che rapporto passivo col mondo circostante. Appena mi stacco dalla dimensione speculativa ed avvio un’azione, qualsiasi essa sia, gli oggetti mi si rivoltano contro. Si animano, prendono vita, saltano. Ieri sera, per esempio, anzi stanotte. Stavo facendo la valigia per partire alla volta del matrimonio di Serena (vedere post precedente per chi non lo avesse letto). In genere i preparativi per la partenza sono fatti la notte stessa della data, a qualsiasi orario si avvii il mezzo su cui salirò. Ora, è tradizione che in queste circostanze smarrisca sempre qualcosa, e generalmente si tratta di oggetti che è importante riportare giù. I biglietti no, quelli sono sempre lì a ricordarmi che parto a fare non si sa cosa, perché spesso ciò che perdo riguarda il motivo stesso del mio viaggio o qualcosa di molto importante per la mia missione al Sud. E così nottate in bianco e giro in tondo, fino a quando quest’oggetto non si materializza dopo varie messe a soqquadro dei pochi metri quadri che ho a disposizione. Oggetti dispettosi, che si nascondono, ridono e, quando raggiungo l’acme della disperazione e del sonno, riappaiono divertiti. Malefici. Stanotte, però, hanno superato se stessi. Già mi meravigliavo di non aver perso niente quando la boccetta dell’olio estivo si è avvicinata al mio gomito con l’intento di schizzare via dalla sua postazione. Ad un certo punto sento un rumore alla mia destra e vedo una macchia giallastra a terra. Mi precipito a raccogliere la bottiglia prima che tutto il suo contenuto si riversi sul pavimento, ma nel fare questo il filo dell’abat-jour mi viene tra i piedi. Per evitarlo sollevo la gamba e quello la segue, così ad un certo punto ho la bottiglia d’olio salda, si fa per dire, tra le mani, e l’abat-jour a terra, a pochi metri dalla macchia d’olio. La situazione stava precipitando, mentre il coamico, che mi aveva augurato poco prima la buonanotte e si era ritirato nella stanza adiacente, sicuramente stava scuotendo la testa in orizzontale, con un sorriso compassionevole stampato sulla faccia: “Valentinuccia…”. Nella mia stanza, ripeto, la situazione stava precipitando. Non sotterfugi stupidi come da tradizione, allora. Gli oggetti mi avevano dichiarato guerra vera e propria. Innanzitutto c’era da chiudere quella bottiglia pericolosa e da lavarla assieme alle mani, completamente oliose. Faccio per prendere il tappo e lui, capriccioso e pieno di buonumore, mi salta dalle mani più volte. Vola e torna in un giochetto ingannevole che mi fa pensare di averlo catturato per pochi istanti, dopo i quali schizza via andandosi a posizionare sulle magliette poste nella scatola aperta della roba estiva. Guardo il volo a bocca aperta, costernata: “Questo no, eh!”, sussurro mentre vado a riprendere il riottoso dalla scatola, pronta a constatare il danno. Per fortuna era finito su una maglietta vecchia che indosso in casa. Guardo il tappo con sorriso di trionfo, lo prendo e lo ficco sulla bottiglia, sciacquando il tutto. Proprio l’acqua mi fa venire un’idea che testimonia la mia assoluta mancanza di buonsenso, per usare il gentile termine con cui la comica ha descritto la scena di quando è tornata a casa e mi ha visto con le gambe incrociate, seduta a terra a contemplare il mio capolavoro finale ed attendendo cattolicamente un aiuto dall’alto. Col mocio, infatti, bagnato nell’acqua, avevo spalmato l’olio per quasi tutta la stanza, diventata dunque scivolosa e piena di piccole gocce. Speravo fossero d’acqua, anche se un sospetto cominciava ad aleggiare, fino a quando la Provvidenza materializzatasi nella comica al rientro mi ha spiegato, mentre agiva di conseguenza, che “per l’olio ci vuole il sapone, come quando si lavano i piatti. Poi si procede ad assorbire con un panno asciutto”. Parlava, si malediceva per essere entrata in camera e strofinava. Io ridevo. Uno spettacolo fantastico. Se non mi ha dato dell’idiota stanotte, non lo farà mai più. Le parlavo di assenza di cognizioni chimiche, lei di logica (sempre assenza di). Poi è andata a letto, stremata. Era troppo stanca perché le potessi spiegare la trama ordita dagli oggetti contro di me, stanotte particolarmente feroce. In genere si limitano a sfuggirmi scatole mentre i coperchi vi rimangono saldamente aggrappati, o si staccano dalle lattine le linguette che servirebbero ad aprirle, lasciandomi con un inutile pezzo di metallo in mano ed un’imprevista invulnerabilità del contenitore. Sartre diceva che “gli altri sono l’inferno”. Concordo. Specie perché fra te e gli altri s’interpongono una serie di oggetti la cui gestione mi è spesso impossibile. Ma solo per loro volontà, sia chiaro.

3 commenti:

Metapensiero ha detto...

A Valenti' ma quale rivolta degli oggetti? E' che tu sei donna di lettere, lavoratrice di concetto..e per ciò stesso rioncoglionita cronica...fidati...ne so qualcosa anche io!

Anonimo ha detto...

Valentinuccia... Ho appena constatato, da quanto appena letto, che il tuo disastro non si è consumato solo con ciò da te raccontato. Devi sapere che ieri l'altra coamica, quella armata di buonsenso e logica, mentre tu bellamente te la spassavi al Sud, ha fatto le pulizie. Sono rientrato che aveva appena finito di passare il mocho. Guardava perplessa il pavimento del bagno. Nonostante l'avesse appena lavato c'erano le impronte delle sue scarpe dappertutto. Ma non impronte di sporco, erano come oliose. Trovammo entrambi particolarmente verosimile l'ipotesi che avesse messo troppo sapone nell'acqua e senteziammo che fosse quindi opportuna un'altra passata di mocho, per sciacquare il pavimento unto.
Ora, da quanto appena riportato, sono arrivato ad una conclusione che penso anche l'altra coamica condividerebbe: dovremmo essere più diligenti e come bravi scolaretti leggere con maggiore frequenza i tuoi post...

rodianella ha detto...

Comincio a pensare che avevi ragione...meglio non convivere con gli amici...si rischia di litigare seriamente ed io la faccenda dell'olio per terra non l'avrei sopportata ;-)