lunedì 12 maggio 2008
La prima amica va via
“Una serenata??”. Proprio così, con un doppio punto interrogativo, inizia la mia risposta ad un invito ricevuto telefonicamente da un amico per interposta persona. Il futuro marito di una mia compagna di classe lo aveva chiamato per invitarci alla serenata in programma la sera dopo, cioè ad una settimana precisa dalle nozze, ormai prossime. “Sì, una serenata a Serena”. Involontaria quanto comica coincidenza di termini. “Qui a Roma è normale, è una tradizione”, mi dice Floriana, cui rivolgo le mie perplessità prima della inevitabile florianata (un anno, due?). “Voglio venireee! Domani stiamo là pure io ed Ale. Ci tengo!". Anche Floriana è una mia compagna di classe, e dunque, i più arguti lo avranno già intuito, pure di Serena. “E vabbè, venite, che ti devo dire?”. Dopo aver chiuso la seconda telefonata, comunque, la mia riflessione finale è identica a quella della prima: “Era meglio morire da piccoli”. Così, la sera dopo, mi avvio all’appuntamento, con tanta fame perché non faccio in tempo a cenare. Il futuro sposo contento di vederci ed attorniato da altri amici, prevalentemente coppie. Stavano sistemando il necessario per suonare mentre Serena era in bagno a prepararsi per una cena fuori, come lui le aveva detto. A quel punto del racconto il mio stomaco vuoto ha brontolato. Evitata la possibilità che potesse dunque scendere per buttare la spazzatura o venir fuori in pigiama, rimaneva la questione attrezzatura musicale nel cortile: se l’avesse vista? Anche qui Cristiano aveva pensato a tutto: insieme all’amministratore del condominio aveva fatto affiggere dei volantini che avvisavano di prossime prove per un concerto medievale, così lei non si sarebbe insospettita. Perfetto. Verso le 9.30 entriamo tutti nel cortile. Un tavolo con fave, pecorino e tre bocce di plastica con un ottimo vino rosso dietro di noi. Il tipo, di età matura, inizia a cantare mentre un altro gli tiene dietro con la tastiera. Il mio timore di gavettone si spegne quando si accendono le luci e tutti si appoggiano alle ringhiere, in maggioranza donne, in atteggiamento disteso. Il caseggiato, avanti e dietro di noi, si riempie di persone sui balconi. Spuntano mezzibusti anche dai seminterrati. Ed io penso la stessa cosa di quando prendo la metropolitana: “Madò, quanti siamo!”. Sopra di noi, nella fossa della musica, tanti occhi. E quello cantava, cantava e cantava. Cristiano in attesa con una rosa rossa tra le mani sulla schiena. Di Serena nemmeno l’ombra. E quello cantava. Iniziano le risatine nervose di alcuni amici, con qualche commento prosaico: “T’immagini sta facendo la più grande ca…ta della sua vita?”. Nel bagno, infatti, al secondo piano, c’era la luce accesa, ed alcuni, me inclusa, iniziavamo a pensare a Serena sulla tazza. Ad un certo punto appare. Scoppia l’applauso generale dai balconi e da terra. Non c’è teatro che si possa equiparare alla vita. Si commuove immediatamente, e a vederla così, con le lacrime agli occhi, il pancione ed un’espressione che non mi sarei mai aspettata che potesse avere, dopo tutte quelle assunte nei mille spettacoli di cui è stata attrice protagonista, mi si sono inumidite le palpebre e si è accorciato il respiro. Sì, ancora di più, per coloro che conoscono il mio asma. In aggiunta, dovevo contenere la tosse seguita al fiato mozzo, in una scena da vecchiaia anticipata per nulla piacevole. Ad un certo punto un’amica porta, da parte di Cristiano, la rosa a Serena, che poi gliela rilancia, sempre tra gli applausi. Lui allora sale e rimangono abbracciati ad ascoltare la serenata. A quel punto non avevo più bisogno di cibo, ma di vino. Non a caso, appena scesi, dopo che Cristiano intona (si fa per dire) la canzone “Rose rosse per te”, decido che è tempo di bere. Con la scusa di dare un po’ di vino alla futura sposa, inizio a riempire bicchieri a tutti, me inclusa. Come sottofondo musicale, Gino Paoli; e quello cantava, cantava. E quelli, abbracciati, lo ascoltavano. Era quella, dunque la colonna sonora della serata? No, arriva alla fine, insperata, da brivido. Fave, pecorino, vino rosso. In effetti mancava solo lui: il super Califfo. “L’urtimo amico va via/domani se va a sposà/ se gioca la libertà/pure lui/pure lui/Er vecchio gruppo ‘ndo sta/me li so’ persi così/se so’ scordati de me/tanto amici e poi tiè”. Annuisco e rido amaresca, specie all’ultima frase, che mi riporta ad un detto locale: “Amici amici, amici lu ca..”. E vabbè, Serè, pure te, pure te. La prima amica va via. A riprodursi. “Te saluto gioventù/te ne sei annata pure tu/adesso a me che me rimane più?”.
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3 commenti:
Quanto la fai tragica! Mica la gioventù finisce col matrimonio! Anzi, comincia la gioventù vissuta con la persona che adori accanto a te...fino a che nn ti stufi e cominci ad odiarla eh eh eh...ma questa è un'altra storia...
Mareeeee, questa volta abbiamo le prove scritte :-D
Che scemine! Ops, si può dire scemine nel blog ?No perchè se non si può dire scemine non lo faccio più... ;-)
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