giovedì 19 aprile 2007

PRESSioni

Tutto inizia con una cena da me preparata per gli amici e colleghi giornalisti. Cena stampa, sempre affamata di notizie. Anzi, sempre affamata e basta, come dimostrato dall’eco delle pentole raschiate a fondo. Prevedibili e puntuali i riferimenti all’attualità, cioè a Vallettopoli. Cena metafora del nostro Belpaese. Tutti a lamentarsi di contratti traditi, di carovita e di precarietà tra un piatto di bucatini ed un bicchiere di vino, mentre la sottoscritta curava gli ultimi dettagli del polpettone. Il dichiarato scontento per quanto non va non toglie l’appetito; meno male. Una gag teatrale ci stava tutta. Così, con le presine nelle mani ai fianchi, mi giro dalla cucina alla living room ed affermo: “Comunque, questa cena è la dimostrazione di un sistema che non cambierà mai”. Sguardi interrogativi. “Mentre vi lamentate e mangiate, ubriacandovi di parole e non solo, c’è sempre qualcuno che alla fine lavora davvero!” Ovviamente mi riferivo alla mia persona, rappresentante impresentabile della working class. Inevitabili le reazioni, tra il divertito e lo sfottò, il cui contenuto è più o meno questo: “Per una volta che fai una cosa…ma per cortesia!” Nessuna indignazione, solo sghignazzamenti per il surreale tentativo di autoannoverarmi tra i lavoratori. “Questi amici mi conoscono proprio bene”, penso.
Vallettopoli richiama parole e riferimenti da bar dello sport. Non c’è da meravigliarsi, dati i personaggi coinvolti. E proprio durante la conversazione a tavola ci scappa un termine, “frocio”, sfuggito ad una mia amica che, mortificata ed attonita, dopo un comico e rumoroso tentativo d’arrampicata sui vetri della gaffe, mi chiama in disparte d’urgenza. “Ora il tuo coinquilino mi odierà, ed avrà ragione da vendere. Non so come mi sia sfuggito, quel termine non appartiene veramente alla mia cultura”. “Quel termine” è frocio, e da allora è sempre così. Delegittimazione totale e senza esclusioni, almeno fino a ieri, col salvifico frocio vileda che ha rimesso in pista una possibilità di libera espressione. La censura è piovuta nella casa, “quel termine” spettro da rifuggire nel suo designare persone che chiedono rispetto per le proprie scelte di vita.
“Ma figurati se si offende, è abituato e poi ha capito il contesto!” (Per i più distratti, sono ritornata al racconto della cena). Sguardo ben noto della commensale: senso di colpa schiacciante, impossibilità di continuare la cena senza un chiarimento. La prendo per mano e la porto dal coamico, che lavava la prima tornata di piatti (another worker mentre a tavola si parlava di certa stampa spazzatura). Ovviamente assisto ad un balletto di “Scusa” e “Non ti preoccupare”, “Io non volevo” “Nemmeno me ne sono accorto”, “Sono mortificata” “Figurati, anzi, mi sono divertito quando ho visto come tentavi di rimediare” “Oddio…”. L’ultima parola dell’amica prima di ricondurla al tavolo, dove il polpettone tirato col latte era diventato protagonista della conversazione. Si era passati ai discorsi seri, finalmente!
Ingenuamente, reputavo la faccenda archiviata e senza strascichi. Invece, il senso di colpa della mia amica avrebbe creato una serie di riflessioni, impensabili senza le sue scuse. Perché il coamico ha iniziato a riflettere, da quella sera. E a vietare, con pressioni psicologiche figlie del ragionamento racchiudibile nel motto “Il rispetto passa dal linguaggio”.
La presunta gaffeuse, non contenta di quanto combinato, a fine cena mi guarda e, a tavolata stranamente muta, mi fa: “Ma lo sai che da quando vivi con loro sei meno str…a?” (Divertitevi a riempire i puntini). Ovviamente non ha detto proprio così; mi pare abbia parlato di una maggiore umanità, ma il senso che ho dato a queste parole è riassumibile in quanto scritto tra virgolette, anche perché è quanto le ho ribattuto mentre i coamici battevano le mani, entusiasti per il benefico effetto avuto su di me e certificato da chi mi conosce ormai da cinque anni.
La cena si chiude con un interrogatorio alla cuoca; non sugli ingredienti della cena, bensì sulla frequenza ed il nome del programma radiofonico cui, di lì a pochi giorni, avrei dovuto rilasciare un’intervista sul libro di racconti (Per i più distratti, ‘Grado Zero’, edizioni Il Filo). Io nicchiavo nel dare informazioni mentre i giornalisti mi incalzavano. “Finalmente dall’altra parte della trincea”, pensavo. Volevano dati, orari, nomi. Quanto pressa, la press! Una domanda, la più pertinente, dalla coamica: “Ma perché non lo vuoi dire?” “Cui prodest?” chiedo circondata da una stupenda umanità figlia del Liceo Classico. “In fondo, il mio, è e rimane un urlo nel deserto!” Risate anche qui, più di esasperazione che di buonumore. Quella sera non ho ceduto. Il giorno dopo, quando sapevo che sarebbero stati tutti tranquilli (al massimo qualche ricerca su Internet o presso la casa editrice) l’ho detto. Si è avverato quanto pronosticato, quella stessa sera in macchina, dal ragazzo dell’amica scatenacensure alle sue recriminazioni durante il rientro a casa: “Lo dirà quando la smetterete di chiedere, fa parte del personaggio”.
Più umana forse, meno personaggio no di sicuro.

3 commenti:

rodianella ha detto...

Ma insomma, mi sembra che adesso tu possa dare spazio agli old amici oltre che ai coamici!! Non lo dico per stupida gelosia...però 2 parole ce le meritiamo pure noi!;-)

Opera ha detto...

Finalmente l'Amaresca che tutti conosciamo è tornata! Ora, mentre voi coamiche ancora dormite ed è l'una del pomeriggio, io assumerò i panni dello stronzo che pulisce, tanto per confermare ciò che dici sull'immutabilità di un certo sistema.
D'altronde mi trovo a scrivere da questa casa che si trova a Roma che si trova nel Lazio che si trova in Italia.

rodianella ha detto...

PRESSioni sul serio...qui bisogna stare attenti a quello che si dice..ops scrive...non è da te reagire con la censura alle provocazioni Maresca!!