Parlando con un amico della stessa madrelingua, il discorso si è appuntato sulla barbarie in cui il nostro linguaggio è caduto, specie in determinati ambiti di lavoro. Nelle aziende, ormai, è tutto un fiorire di “plus”, termine notoriamente latino che per una qualche strana alchimia, spiegabile solo con il fatto che le classi dirigenti non vengono più dal Liceo Classico, viene detto e letto, all’inglese, “plas”. Sì, signori, come se si trattasse di un pub, che comunque molti anziani, ignoranti della lingua di Sua Maestà Elisabetta, leggono rispettosamente come sta scritto, e fino a qui nulla quaestio (e storpiatemi pure questa!) Plas, plas, plas, mi viene l’orticaria, esattamente come quando si dice “midia” e non “media”, termine pure questo latino e sacrificato all’inglese per ragioni ravvicinabili solo ad una nuova Babele, quella definitiva. Ma il vertice dello smarrimento esistenziale, quando fu necessario reggere il volto perchè non cadessero le mandibole, piovve una sera come tante da Mtv, quando Camilla parlò di “claimax”. O abominio, o saette! Non si risparmiano nemmeno le figure retoriche come quella del climax, allora! Ma perché tutto quello che viene letto o appreso deve avere una matrice anglosassone? E soprattutto, si è padroni di quello che si dice? Non si tratta solo di volontà di far capire, ma di comprendere a propria volta quanto si sta dicendo.
Quest’amico mi raccontava di una scritta, “caveat”, anteriore alle varie diapositive di una presentazione (fatta con Power Point o cos’altro? Qui ve lo concedo, il nome non sarà latino). Giallo: che significa caveat? Il nostro discorso è partito dal motto “cave canem” (attento al cane) e quindi tradotto direttamente in “warning” (perché passare dall’italiano? Ormai è inutile), ma in realtà potrebbe significare anche “poni attenzione, concentrati”. Questione di sfumature, così care a chi ci perdeva minuti preziosi nelle versioni durante i compiti in classe. Avviene che questi termini entrino negli automatismi del lavoro, senz’anima come i suoi ritmi. Ma accade pure che qualche nuovo arrivato, meno smaliziato a questi meccanismi e voglioso di fare bella figura con la curiosità tipica dei novizi, si azzardi a chiedere, ed allora grande è l’imbarazzo dei capi, mentre spropositati sono gli sforzi per non scoppiare a ridere da parte di chi queste domande se le è sempre fatte, ma in silenzio. “Che significa caveat?” ed i capi balbettano, abituati ad usare termini come “mission”, “asset”, “switchare” e simili.
Non è un attacco alla lingua ed al pragmatismo anglosassone, che si specchiano a vicenda, ma una derisione ed una denuncia dell’uso “politichese” di certe parole, quando non si sa né da dove vengono né cosa significano, ma ci si riempie la bocca di esse per stordire, confondere o impressionare il prossimo. Io la ritengo un’operazione di scarsissimo rispetto per l’altro, quasi offensiva.
Molti hanno detto che il mio libro, per esempio, è articolato e richiede un certo impegno nella lettura, sia per la scelta del lessico che per le strutture grammaticali usate. Niente di impossibile, per carità, ma non una lettura da bagno, ecco. Nessuno però mi ha chiesto cosa avessi voluto dire in certe pagine, e questo lo reputo un piccolo successo. Non amo il genere umano, ma i miei lettori sì, e li stimo troppo per ingannarli. Mi scoprirebbero subito, sono troppo intelligenti. E’ inutile che la gente se la mena quando non se lo può permettere; ci si può perdere anche comprendendosi benissimo, quindi perché aumentare la confusione sotto il cielo di un qui pro quo (qui la lettura come da scritta è d’obbligo) continuo?
Quindi, per concludere, caveat ai plus inglesi, dicono molto di più di quanto si pensi sul meno di chi li enuncia.
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