Bisogna celebrare questo 29 febbraio. Si deve perché non arriva sempre, si fa aspettare per quattro anni ed è guardato da molti con sospetto e fastidio. Poiché però non si fa vedere spesso, ritengo opportuno chiudere il mese e questo febbraio un po’ più lungo con un pensiero tenero. Sissignori, che mi date della iena, della serpe ed anche della potenziale omicida, dopo il post di ieri, anche se chi mi conosce bene sa che ferisco molto di più con altre armi, onde gli appellatrivi dianzi citati. Questa fine di febbraio svela aspetti inediti. Di cosa non lo dico, sto focalizzando l’attenzione già sulle conseguenze di tale momento. Un anticipo di primavera, diciamo così. A casa è tornato lo spirito studentesco del primo periodo della co-abitazione, con tutti gli stravizi birrosi annessi. Mi sembra che ciascuno stia recuperando la propria dimensione senza drammi e con naturalezza. Cambiamento nella continuità senza strappi, anche se con la consapevolezza che non è nemmeno una passeggata. Le giornate si allungano, la salute è tornata ed i ricordi del futuro chiamano, pulsanti. Più forte che mai, riscopro il piacere di dolci associazioni, vagando per sentieri che si discostano dalla rivendicazione delle mie ragioni, continua, sfibrante. Dopo aver ceduto divertita a tutte le provocazioni, aver provocato a mia volta e respinto le finte accuse al mittente, ho per l’ennesima volta realizzato che sono fortunata, al pari di chi mi ha in casa, nell’avere chi ho in casa. Osservazione rivoluzionaria per il mio egocentrismo. Come ci sono arrivata? Da un’immagine a serata inoltrata. Finito di lavare i piatti dopo la cena delle risate ed il dopocena delle verità, ricordo che il mio iPod nano è scarico, e che quindi va inserito nell’apposito spazio in cucina, tra le due casse da cui partono le note delle nostre serate, solitarie o in compagnia. Prima di inserire il mio, infatti, tolgo quello del coamico, da cui è partita la colonna sonora della cena di ieri. E mentre lo sollevo per metterlo al lato, chi ti vedo? Quello della coamica sdraiato dietro. Tenerezza Apple. Come quando guardo le pantofoline ai piedi del letto in cui dorme il mio secondo nipote, che ha tre anni ed il mio stesso sguardo. Tre iPod neri e nessuno uguale all’altro, perché quello del coamico, nano come il mio, viene dagli Usa ed ha il retro nero, a differenza del mio, che viene dall’Abruzzo ed ha gli stessi colori di quello della coamica, che però è quello classico. Eppure, tre iPod neri, anche se diversi e dalle varie playlist. Vicini, ma capacissimi di prendere ciascuno la propria strada, mentre si aspetta un bus o un treno migliore su cui salire. Guardando dal finestrino, il pensiero correrà a questi giorni che ci vede a volte con la batteria a terra, ma in grado di tornare in quello spazio di mondo della cucina per riprendere la giusta carica e ricominciare a suonare, uno alla volta, in tempi diversi, ma con un accordo di fondo difficilmente scalfibile. Ci vorrebbero gli ultrasuoni. Ho pensato a tutto questo mentre mettevo il mio iPod in carica e lasciavo i due carichi vicino alla cassa sinistra. Guardandolo, mi sono detta che mi rispecchiava in pieno. La fase è di ricarica piena e totale, quindi prevedo prossimi deliri, anche dai risvolti drammatici. Lungi dallo spaventarmi mi fanno ridere di cuore, come se le cose immaginate non mi riguardassero. Quando sono in carica è così, poi vado alla carica e mi faccio male. O forse no.
Fido in qualcuno che carichi i miei resti.
Magari in cucina.
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