Da un po’ ripenso ai tempi del liceo. Non dell’università, del liceo, anzi, nello specifico del ginnasio, il periodo in cui ho studiato di più nella mia vita. Forse l’unico, dato che il liceo l’ho passato al telefono e l’università a passeggio ed in viaggio per l’Italia, a trovare gli amici approdati nelle università da Roma in su. Ultimamente sogno spesso la prof del ginnasio, vera e propria maestra elementare (dei miei tempi, s’intende) per la quasi totalità delle materie insegnate e l’assiduità del tempo trascorso insieme. Per molti versi lei è il volto della mia adolescenza alla sua prima fase, che poi è molto simile alla maturità degli albori. Fronte corrugata e proiezioni. Impegno, progetti ed un tantino d’illusione, seppure con il disincanto di quindici anni in più. Si allarga il campo delle speranze e per disperare, si restringe l’alibi per il rimpianto e si espande lo spettro per il rimorso. Ricordo benissimo la mia prima percezione di una generazione ‘altra’, successiva alla mia. Fu in un treno pugliese, stringendo il tesserino da giornalista mentre altri in carrozza, miei coetanei o giù di lì, parlavano degli esami da fare, di libri voluminosi, di professori arcigni e mostruosi. Per me era già tutto lontanissimo, pur essendo passato da un pugno di anni. I loro visi erano simili al mio, ma non i loro discorsi. Un’epoca chiusa. Oggi qualcuno di questi ventenni mi dà addirittura del lei. Mi pare eccessivo, dato che non ho questo aspetto senile e vesto sportivo; tecnico, anzi. Sono tornata da Londra con due paia di pantaloni neri dotati di lacci alle estremità. Sto inesorabilmente abbandonando il nero ed il grigio, simboli della mia gioventù, anche se ci torno spesso per dimostrarmi che niente è cambiato. Ma quando mi vidi con un maglioncino arancione ed una gonna verde, e soprattutto mi ci sentii a mio agio, capii che l’anagrafe pulsava prepotente, e si sarebbe realizzata compiutamente solo con un vestito a fiori giallo frammisto ad altri colori sgargianti, come quelli che usa mia madre. Siamo ancora lontani da quel momento, ma il tempo vola. Ci riflettevo oggi in metropolitana avvicinandomi a Termini. Scolaresca così scalmanata che non mi consentiva di concentrarmi sulle note del mio iPod. Il vagone pigolava di queste voci femminili squillanti cui si sovrapponevano quelle in odore di sviluppo dei coetanei brufolosi, mentre le professoresse cercavano di raccapezzarsi tra spinte, sfottò e goliardia imberbe. Un inferno, insomma. Non ero affatto intenerita o incuriosita da questa generazione più giovane di me. Solo disturbata, come gli adulti al mio fianco vogliosi di starsene in silenzio e pronti a lamentare feroci mal di testa. Quando ho visto che la mia reazione assomigliava così tanto alla loro mi sono allarmata: veramente sono diventata burbera fino a questo punto con chi è più giovane ed esuberante? E soprattutto perché, per sincera intolleranza o per segreta invidia, dato che sono trascorsi pochi anni per aver dimenticato tutto, ma secoli se penso a quanto è stato rimodulato nel frattempo? Ho pensato pure le stesse cose che dicevano quelli al mio fianco: “Noi non eravamo così, avevamo più rispetto, temevamo i professori etc. etc.”, ovvero le frasi in bocca ad ogni generazione che osserva quella successiva, sin dai tempi di Aristofane. Stamattina avrei voluto essere Giano bifronte, riuscire a guardare indietro ed avanti in contemporanea, senza demonizzare l’uno o l’altro tempo. Alla discesa dalla metro è successo. Pronta a dare lo scatto per avviarmi come di consueto alla redazione, mi sento bloccata da un mano sulla spalla. Faccio per avanzare, ma niente. Così alzo lo sguardo e chi ti vedo, se non la prof che richiamava l’orda all’ordine ed intanto mi bloccava come se fossi stata una dei suoi? “Venite tutti qui!”. A quel punto non ho fatto più tentativi, aspettando che si accorgesse dell’equivoco. Mi sono divertita molto vedendo la sua espressione, quando si è accorta che stava frenando una perfetta estranea. Si è scusata più volte mentre la tranquillizzavo con un sorriso ritrovato.
Nella confusione, vedendomi così, mi aveva scambiato per un’alunna. Amo i miei pantaloni tecnici e le scarpe da ginnastica.
Mi mettono in marcia verso il futuro più presente e lontano con un’occhiata furtiva e complice al passato più vicino.
1 commento:
Mitika Vale!! Io qui mi crogiolo quando mi chiedono la carta d'identità per prendere una birra!!!
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