Ci sono espressioni che entrano nella memoria di un periodo, seppure breve ed indaffarato come quello che sto attraversando. Giornate scandite da parole e definizioni vecchie e nuove, che non sono ignote ma non vengono pronunciate spesso, così quando si inizia a farlo ci si prende gusto. Prendiamo il caso di ‘Mo’ ci vuole’, che ha momentaneamente soppiantato il ‘Ma anche no’ utilizzato ormai a profusione da amici e conoscenti, tanto da provocare la severa alzata di scudi della coamica che cassa qualsiasi discorso con queste tre parole.
‘Mo’ ci vuole’ è l’espressione del mio editore di Napoli per commenti vari ed eventuali a fatti altrettanto vari e diversamente eventuali. Il fatto che abbia citato l’editore di Napoli, per esempio, già dà a voi lettori pretesti per inserire il ‘Mo’ ci vuole’. Degli esempi? “Editore di Napoli? Allora vedilo e poi muori di fame, mo’ ci vuole”, “Un giornale edito a Napoli? Sarebbe meglio una pizza o un babà, mo’ ci vuole", "Allora scrivi per la gloria, mo’ ci vuole", and so on.
Il ‘Mo’ ci vuole’ è un rafforzativo di un’affermazione o di una domanda retorica (‘nu cafè che mo’ ci vuole?’). Per coloro che abitano da Roma in su, valdostani compresi, spiego i termini in oggetto: mo’ non è altro che un modo meridionale di definire l’adesso, l’ora, l’hic et nunc latino, insomma, per essere ancora più chiari con i colleghi (ex, mo’ ci vuole, ahimè!) liceali. ‘Ci vuole’ lo capiscono tutti. Epperò la magia della lingua, soprattutto vernacolare, è che l’unione dei termini non è la semplice somma dei loro significati, perché evoca.
‘Mo’ ci vuole’ non si traduce con ‘Ci vorrebbe adesso’ o ‘Starebbe proprio bene’, perché è semplicemente ‘Mo’ ci vuole’, lapillo di vesuviana memoria. Quindi, alla domanda ‘ma ci vuole cosa, mo’?' La risposta è ‘esattamente quanto detto prima, qualsiasi cosa sia’. Chiaro, no? Sicchè questo ha illuminato i miei dialoghi sin dal primo mattino, quando il coamico mi ha chiesto perché non riposassi dopo un fine settimana lavorativo: “Perché oggi è lunedì ed il fine settimana lavorativo è una fregatura, mo’ ci vuole!”, e guardando Omnibus su La7 il mio pensiero partenopeo si rivolgeva ai giornalisti, Piroso con gli occhi segnati dalla stanchezza in primis: “Ma questi di sonno stanno proprio morendo, mo’ ci vuole; con le primarie hanno fatto prima mattina, mo’ ci vuole; stanno davvero sulla notizia, mo’ ci vuole”. I pensieri si sono tramutati in parole, ovviamente. Uscendo col coamico ed osservando gente in infradito con questo tempo ormai autunnale, ho proclamato “un bel paio di calzettoni pesanti, mo’ ci vuole”, al suo augurio di buona giornata, con tanto di malcontento mio per un week-end saltato, ho risposto semplicemente un "mo’ ci vuole proprio", così come pure la risoluzione di riprendere le redini di questo blog su invito dei tanti, (mai troppi, mo’ ci vuole) che m’invitano a farlo perché smaniosi di leggere i miei deliri, mo’ ci vuole. E così eccomi qui, pronta alla tessitura di questi strani fili che compongono la mia trama esistenziale, o semplicemente trama.
Ci voleva proprio questo post, mo’ ci vuole.
6 commenti:
Vuoi italiani e il "dialetto"... Non la farò mai a capire!
s'è per questo non ti capiamo nemmeno noi...quando scrivi...mo' ci vuole! eheheh
Ma perchè elimini i post? Che fai..censuri?...mo' ci vuole!
In realtà ho eliminato solo il titolo di un commento che risultava già eliminato dall'autore, ma poichè l'autore sarei io e non mi risulta di aver cancellato nulla per questo post parlerei di mistero napoletano...mo' ci vuole!
Voglio andare a Roma per fare un po di turismo...
...mo' ci volo...
ma perchè si ostina a scrivere in italiano quello??? grrrr
comunque svelo il mistero, mi sono autocancellata, that's all folks
;-)
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