È arrivato il giorno. Quello in cui l’ultima amica compie trent’anni. Poi ci sono io. Ma questi trent’anni sono diversi dagli altri; sono british. Come i miei 18, una vita fa passata ieri. Io andai a Londra in vacanza, preferendo di gran lunga questa alla classica festa stile ballo-delle-debuttanti. Il tarlo del viaggio sin da adolescente. La trentenne odierna, invece, è a Londra per lavoro, al suo secondo anno nella capitale del Regno Unito. Pioggia e temperature sotto i venti gradi, da quelle parti. Qui afa e sole abbacinante, oggi temprato dal vento e da un’umidità più bassa. Come immagino la sua giornata oggi, a troppi chilometri di distanza? Identica alle altre, perciò me la invento di sana pianta.
La vedo di primo mattino nel suo pallore inedito per questo periodo, in cui, ventenne, aveva già un mese del nostro mare alle spalle. Ci accoglieva col pareo alla stazione, abbronzata, sorridente, pronta a lunghe e fuggevoli ore sotto il sole. Erano le estati che sono state. La pioggia di fuori non riesce a bagnare l’estate che ha dentro, mentre costeggia il Tamigi e ricorda le immersioni per prendere ricci e polpi. Un giorno uno le si attaccò alla testa, e siccome era di un bel colore lei lo tenne, tessendo una gonna di conchiglie ed apponendo sui capezzoli due stelle marine. Alla caviglia un braccialetto di granchi, due gamberetti come orecchini, al collo un tortiglione di scampi. Saporita ed estiva uscì così, nell’ammirazione generale. Molti ragazzi vogliosi di prenderla a morsi, ma lei niente. Fedele solo al mare. Le gocce continuano a cadere, la fantasia lascia il posto alla cronaca: i fichi d’india addentati a riva, le borse colorate, il fratello eternamente in acqua o al bar, le sfilze di lettini a formare uno schieramento, la trincea della bella vita, il risarcimento per essere nati dove più del mare non puoi avere, e “chi tene o’mare nun tene niente”, come cantava il Pino Daniele degli inizi, quando eravamo giovanissime. I bambini e gli amici da gestire (per non parlare del boyfriend, che poi sarebbe rimasto friend, ma anche boy, dato che non mi risulta abbia cambiato sesso). Le discoteche e la pizzica sotto la quercia, i bagni all’alba, il sale a tutte le ore e dappertutto, tranne che in zucca. Il tempo si fa più cupo, Londra borbotta; non si sente considerata ed amata, piange il suo disinteresse con goccioloni record, che rendono più desiderabile quel levantino dei giorni in cui l’Adriatico non angoscia con lo scirocco o non costringe a ripararsi dalla tramontana che solleva sabbia e cavalloni. Altri ricordi, quando si correva ai ripari delle dune per arginare la furia del vento, persino freddo sulla pelle bagnata. Che meravigliosa fatica vivere d’estate! Ci pensa continuando a camminare, rimuginando sulle torrette d’avvistamento dei saraceni che punteggiano il suo mare di ragazzina, meno attrezzato di quello dove sarebbe approdata per motivi di lavoro ed amicizie, ma più autentico e selvaggio. Scogli a perdita d’occhio, il contrasto con un cielo scandalosamente terso, nel quale fa capolino da una certa ora in poi il suo astro preferito: la luna, da studiare nelle sue fasi, così simili a quelle della vita. La cerca nel cielo plumbeo londinese, ma alzando lo sguardo s’imbatte nel Big Ben, che giganteggia di fronte a lei. Più imponente delle torrette d’avvistamento, solenne contro le nuvole cariche di tuoni. Per un attimo le sembra che la guardi con le sue lancette severe, baffi neri su faccia pallida come la sua (ed è fine giugno!).
D’un tratto accade qualcosa: un vento impetuoso come la tramontana ma caldo come lo scirocco spazza via le nuvole, la città riprende il suo cielo sgombro da nubi, che come un sipario si aprono, sfilacciandosi. Fa caldo, ombrelli chiusi e impermeabili ripiegati. E quando l’ultimo cappello della City è stato adagiato per il sole prepotente, il Big Ben inizia a scandire: uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette rintocchi, ma che ore sono? Prosegue ad oltranza: otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quando finirà? Quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, my God, vuoi vedere che…? Ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, che begli anni…Ventisei, ventisette, ventotto…qui già iniziava l’angoscia… Ventinove, TRENTA.
Ci siamo, sono l’oggi. Happy birthday, british friend!
mercoledì 27 giugno 2007
I trenta rintocchi del Big Ben
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2 commenti:
ma Gilda ha letto questo capolavoro di affetto e poesia marina?
;-)
Oh....my....!!!!
Ma i goccioloni vengon dalle nuvole o anzi da due grossi, trent'enni occhi a mandorla che lacrimano stasera per la loro forse terza volta da quando hanno avuto il piacere d'osservare il mondo!?!?!
Mi conosci, sono tra le righe che mi hai dedicato e sai che Sole sorride sempre (a questo devo le rughe attorno agli occhi, sia chiaro!!) e che tra gli affetti piú cari ci sará sempre Mare.
Un dono piú bello non avrei potuto riceverlo!
Mo basta, le cancerine non sono sdolcinate, semmai acido/pungenti....n vtim 'nanz a 'na puccia cu la cpodda e 'na vcala d mier :-)) (é il caso che impari a trascrivere il mio dialetto!!)
A presto cara
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