martedì 26 giugno 2007

Frammenti e luoghi d’intimità

Qual è il luogo fisico cui consegnare i propri momenti più intimi? Il bagno. E quello cosale cui affidare la propria anima? La pagina. Ebbene, tali due luoghi, nella mia casa romana, colta e disperata nei suoi prosaici conti da saldare con la vita reale, coincidono. Perché nel bagno, e precisamente nel cesto di fronte alla tazza, ogni tanto scopro delle perle, ed anche ciò che stanno leggendo i coamici, ovviamente. Così la scoperta letteraria si congiunge al brivido che sempre ci accompagna quando ci facciamo un po’ i fatti altrui.
Ieri scopro un libercolo verde acqua, edizioni Feltrinelli. Fernando Pessoa, “Il poeta è un fingitore – duecento citazioni scelte da Antonio Tabucchi”. Ho il vago sospetto che sia roba della coamica, ma non gliel’ho chiesto. Devo abituarmi a rendere qualche domanda post, la mia oralità scrittura. Mi tocca, è un buon esercizio. Pessoa, dicevo, ieri. La vita è cambiata, ieri, e non poteva essere diversamente. Cambia per molto meno, figuriamoci se ci s’imbatte in simili frasi: “Ho mal di testa e di universo”. Chiaro? A me che al massimo penso al mal di piedi dopo i tacchi. “Il poeta è un fingitore. Finge così completamente che arriva a fingere che è dolore il dolore che davvero sente”. Che profonda e bellissima sensazione è capire queste parole, che in un giorno indefinito del passato avrei classificato come suggestive, gioco di linguaggio e nulla più. Invece i giochi di linguaggio li faccio io, ora. Questa è poesia. “Essere poeta non è una mia ambizione. È la mia maniera di stare solo”. Come dirlo meglio? Impossibile. “Fingere è conoscersi”. Certo, altrimenti perché si fingerebbe? Non ce ne sarebbe nemmeno la possibilità. E poi, che bello scappare da ciò che si è, e che divertimento impersonare qualcosa di un sé diverso da sé! “La letteratura, come tutta l’arte, è la confessione che la vita non basta”. Basta lo dico io. Chiudo il libro alla sua seconda facciata. Sto per piangere. Non è fascino della parola suadente e liquida, è presa concettuale potente e densa, simile a certi passaggi dei filosofi più amati. Il portato leggero di un ragionamento sentito, la chiosa illuminante senza la pesantezza del passaggio, l’affanno del teorema, l’incastro del sillogismo. “Il peso del sentire! Il peso del dover sentire!”, “Essere stanca, sentire duole, pensare distrugge”, “La vita è un viaggio sperimentale fatto involontariamente”. Oh, e quanto! Ma ci tocca e se ne è ripagati, quando si ritrovano certe perle: “Ho sempre rifiutato di essere compreso. Essere compreso significa prostituirsi. Preferisco essere preso seriamente per quello che non sono, ignorato umanamente, con decenza e naturalezza”. Che fenomenali alibi a scongiurare l’interazione umana, che perdita per l’umanità se questa ci fosse davvero stata nella vita di Pessoa. O magari così è stato, dato che “Ho creato in me varie personalità. Creo personalità costantemente. Ogni sogno mio, appena che appare sognato, s’incarna in un’altra persona che possa sognarlo, ma non io” e “Non so chi sono, che anima ho. Quando parlo con sincerità non so con quale sincerità parlo. Sono variamente altro da un io che non so se esiste (o se è quegli altri)”. Ma tanto, comprensione, interazione, amore o meno, “Noi non ci realizziamo mai. Siamo due abissi: un pozzo che fissa il Cielo”. Nichilismo e tristezza? Niente affatto, è il preludio della pienezza: “Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso voler essere niente. A parte ciò, ho in me tutti i sogni del mondo”. Sgorgano le lacrime dell’intelletto salmastro, pregno di saudade: “O salso mare, quanto del tuo sale sono lacrime del Portogallo!”
In questa gimkana tra fili d’oro che saziano l’anima più indigente e mendica di bellezza, la consolazione suprema, meglio della morte dopo lungo soffrire, pietra principale di un simile diadema cartaceo: “Esiste una stanchezza dell’intelligenza astratta ed è la più terribile delle stanchezze. Non è pesante come la stanchezza del corpo, e non è inquieta come la stanchezza dell’emozione. È un peso della consapevolezza del mondo, una impossibilità di respirare con l’anima”. È sufficiente leggere col cuore della mente simili frasi per ritornare ad esistere, persino a vivere, qualsiasi cosa s’intenda per quest’attività. Non sarebbe male se vivere equivalesse a scrivere, e la sua qualità coincidesse con quella delle proprie parole.
“La vita o si vive o si scrive”, sosteneva Pirandello, che ha trascorso una vita a scrivere. Certo è che quando parole del genere ti toccano e riescono a penetrare il coriaceo velluto della propria struttura, sempre fissa, sempre mobile, il tedium vitae per un attimo si arresta, perde la sua legittima cittadinanza nelle cose. C’è quasi gioia nell’oblio che ci riconsegna a noi stessi: “Siediti al sole. Abdica e sii re di te stesso”.

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