Eccomi qui, testimone, per fortuna solo nel senso di spettatrice, dei primi matrimoni, che per la classe medio-alta si celebrano dopo la laurea e costituiscono, esattamente come per le altre fasce sociali, l’anticipazione dei battesimi dopo i quali ci possono stare pure i funerali. Tanto ormai si è procreato ed il proprio ruolo su questa Terra può dirsi assolto.
Per la maggior parte delle persone è così: ci si sposa perché si sta da una vita insieme, perché tutti si sono sposati, perché ci si annoia e si vuole dare una virata alla propria vita, per non sentire più parenti ed amici che chiedono la data delle nozze. Soprattutto nei piccoli centri, ci si sposa per avere uno status accettato e riconosciuto. Ci si sposa per paura della solitudine, per andare via dalla propria casa, per migliorare la propria condizione grazie ad un “buon matrimonio”. Quante volte si sentono commenti di questo genere, persino tra gli invitati il giorno della cerimonia? “Ha fatto il colpo”, “Bell’affare” “Questo sì che è un contratto con la Fortuna”. Già, perché “il matrimonio è un contratto”, come urlava una parente vedova allegra e scialacquatrice alle sorde orecchie di mio zio. Io ero piccola e non capivo, ma avrei realizzato il tutto dopo, al cospetto di coppie assortite dal caso e dalla noia in maniera orribile, nel senso o che entrambi gli elementi erano orripilanti (e non parlo solo di estetica, of course) o che uno di essi, dal potenziale promettente, s’impelagasse con un soggetto senza speranze di redenzione. D’accordo: le doti nascoste, gli equilibri invisibili a chi è fuori e via dicendo. Ma ad uno sguardo più critico e perciò penetrante le doti sono quasi sempre esposte in termini immobiliari e mobiliari. Ed in genere il brutto o cretino sta da quella parte. C’è pure il fatto che se non ci si riesce ad innamorare prevale il partito dell’interesse, che per molti è il vero cemento di un buon matrimonio. La tesi a sostegno di questa teoria? L’amore finisce, l’interesse no. I fautori di tale assunto portano ad esempio della giustezza di quanto affermato i matrimoni combinati, un classico per i nostri nonni. Ci si sposava con persone dello stesso ceto e dalla simile condizione patrimoniale. Nella mia famiglia, perché non si perdesse nulla, c’è pure un ramo che ha visto il connubio di due cugini di primo grado. Si è mantenuto tutto, tranne il senno, perso nella follia più pittoresca ma purtroppo incapace di partorire genialità: solo deliri a beneficio del buonumore per il popolo che vive di buonsenso. Quindi l’amore non c’entra col matrimonio? Potrebbe essere. Sempre secondo persone dalla maggiore esperienza, superati salti romantici e sospiri di passione dell’età più idealista, rimarrebbe la materia nuda e cruda che dovrebbe rispondere al quesito dei momenti clou: “Chi me lo fa fare?” Stando a quanto letto da un’amica l’altro giorno al mare, ci si innamora quando si lascia alle spalle l’egocentrismo infantile, e questo può avvenire a qualsiasi età o mai. L’età del matrimonio coincide con la prima o la seconda opzione? Perché forse, paradossalmente, ha molto più senso sposarsi quando si dà per assodato che il proprio egocentrismo non cesserà mai, e allora una propria metà vale l’altra e si fanno le valutazioni più sagge di costi e benefici. Poi magari finisce l’egocentrismo, lungo il matrimonio, per opera di un terzo. E allora un altro classico della letteratura matrimoniale: le corna. Bisbigliate, commentate, soffocate nelle risa di quegli stessi invitati della cerimonia, sempre amici, sempre ostili, che magari riflettono con finta saggezza veracemente compiaciuta dell’esito nefasto ed inevitabile di un così generoso colpo di fortuna. “Quanto poteva durare? Ma veramente credeva che fosse così all’infinito? Belle speranze!” E allora si divorzia, da soli. Al matrimonio, che dovrebbe essere momento felice e come tale bastevole a se stesso, frotte di gente vogliosa di cibo e di pettegolezzi sugli abiti. Il giorno del divorzio, lutto d’amore o di contratto che sia, nessuno.
Tutto il contrario.
Quando morirò, sul mio manifesto funebre farò scrivere ‘Non opere di bene, ma fiori’; lo farò per rimanere coerente, anche da trapassata, coi paradossi di questa esistenza terrena.
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