giovedì 10 maggio 2007

Portafogli assassini

Oggi al centro, constatazioni tristi innestate sul superfluo.
Quindi dagli esiti dispera(n)ti.
Esco dall’Ordine dei Giornalisti e vado in un negozio lì vicino, dalla linea molto minimale, particolare ma senza eccentricità. Entro con la consapevolezza luttuosa di dover uscire a mani vuote. E questo con una laurea, una specializzazione, un lavoro che passa anche per fico ed in assenza di pupi da sfamare. Bisogna rinunciare a crearsi una famiglia? Alle condizioni economiche ed affettive attuali, sì. Ma si deve abdicare anche a qualche sfizio personale? La risposta è nuovamente affermativa, specie se scorrendo tra i vari capi sulle stampelle scovo delle bellissime polo a strisce, come non ne ho mai viste, a 160 euro (ecco perché non ne ho mai viste), e la giacca di pelle che ho sempre sognato (e continuerò a sognare) a 560 euro. Guardo le commesse, commossa: “Posso provarla?”. Quelle mi danno il permesso guardandosi con fare ammiccante: “Questa non resiste e compra”, pensano di sicuro, ed una ci mette pure il carico da cento: “Ce l’ho anch’io, calza come un guanto”. Bastarda.
Mi guardo allo specchio, girandomi e rigirandomi: era lei. Poi guardo la data sul cellulare, la metà del mese incombente come l’affitto, alle porte la partenza per Torino, dove andrò per promuovere direttamente la mia opera al salone internazionale del libro. Infine, le spese già fatte. Con meno di un quinto di quella cifra, ho svaligiato H&M: due vestiti, un paio di pinocchietti e due magliette. Risultato: quella giacca era compatibile con me, ma il mio portafoglio non lo era con lei.
Lo dico alle commesse, che si fanno grasse risate. Cosa ci fosse da sganasciarsi, ancora non si sa. Forse perché ho trovato un modo originale per dichiarare la mia povertà? Mi dice quella che la giacca ce l’ha: “Ma qui, sai, è tutto made in Italy”. Appunto, si vede e si legge sulle targhette dei prezzi, proibitivi. Cosa c’è scritto su quelle di H&M? Made in China, in India, in Bangladesh. Ed ai camerini c’è la fila, perché i portafogli piangono e sono assassini in duplice senso. Alimentano un sistema di vergognoso sfruttamento nei confronti di masse prive di qualsiasi diritto sul lavoro, costrette a ritmi e spazi da lager, ed uccidono la possibilità di potersi permettere quel qualcosa in più, immediatamente riscontrabile. E noi occidentali, consapevoli o meno, per il gusto di fare gli splendidi con i pochi euro che ci possiamo permettere, affossiamo le speranze di riscatto per troppi individui prima ancora che esse nascano, soffocate da ignoranza e vessazioni, dando in più colpi mortali all'industria italiana ed alla sua qualificata manodopera. Lo so, è una tirata ipocrita, ma mi andava di farla.
Anche quando parlo della mia povertà, vorrei fosse chiaro che riesco a rapportarla sempre a quella di alcune parti del mondo, inimmaginabile e quasi indicibile. Per me anche indimenticabile.
Ora torno al mio pseudo dramma, che mi vede uscire dal negozio com’ero entrata, dopo aver deposto la giacca sulla stampella, non prima di essermi guardata attorno per alcuni secondi col folle pensiero di dare uno scatto netto e scappare con il capo in pelle ancora addosso. Mi autoconvinco che è per una questione etica, per l’insegnamento ormai assimilato di non rubare. In realtà, forse, non mi sento abbastanza agile e scattante. Come la realtà da uscita senza acquisti mi vede più afflitta per la mia condizione personale che per quella schiavistica di tanti soggetti impegnati a cucire i nostri puti abiti. Homo homini lupus, diceva Hobbes. Quant’è brutto crescere senza retorica, a volte raccontarsela è veramente consolante. E questo è un ragionamento sincero, inutile come la tirata retorica di prima, ma che mi andava ugualmente di fare.
Dopotutto, non ci si apre un blog soltanto per fare gli sboroni.

1 commento:

rodianella ha detto...

i lacrimoni incombono...facciamo una colletta per comprarle quella benedetta giacca di pelle? se la merita...;-)