Il claim è giusto, la città sbagliata. Non è Milano, ma Torino da bere, e tutta d’un sorso.
Vi ho lasciato che partivo alla volta di questa imprecisata ex capitale, da sempre associata alla Fiat, a grigi cassaintegrati e ad una malinconia propria di chi è stato grande solo in passato. Ho preso l’Intercity e visto stazioni di posti lontani: Genova, Alessandria, Asti, dove si fa lo spumante che si stappa alle feste comandate. Qualcosa di totalmente altro da me. Il Salone del libro è stata un’esperienza fantastica, come l’ospitalità che mi è stata accordata da conterranei (o conterronei?) trapiantati a Torino. Il bello di un paese di migranti è che non si rimane mai sprovvisti di un letto in terra straniera. Sì, perché reputavo Torino straniera, ed invece è stata una scoperta dinnanzi alla quale ho dovuto riformulare interamente il mio giudizio. È bastato un sabato sera imbevuto di mondanità alcolica a piazza Vittorio Veneto e finita alle quattro inoltrate del mattino ai Murazzi, dove dopo aver ballato per tutta la sera i ragazzi (più fortunati) possono espellere i liquidi nel Po, lungo e maestoso come nei libri delle elementari. Quanto se la vivono, i torinesi, e come sono gaudenti! Altro che operai sbiaditi, fantasmi di un passato senza presente, nordici polentoni. Dopo la mezzanotte sono ancora in cerca di posti dove mangiare, in una movida che mi ha ricordato il mio Sud estivo ma con dei fermenti culturali visibili ovunque, propri di un mondo che non esaurisce tutto in una bevuta ed una mangiata. Molti figli di meridionali, ovviamente, ammiratori della Capitale attuale, senza invidie né rimpianti, e del lontano Sud.
Gente che non si sente minacciata da niente e non è preda di manie di grandezza, né per la storia di ieri né per l’invidiabile riscatto culturale che la attraversa oggi. Il fascino irresistibile della discrezione. Continuo a sentirmi diversa da Torino, ma in un altro senso: da meridionale cresciuta a barocco ed approdata a Roma, infatti, non sento mio il low profile sabaudo, rigore e misura anche nella fantasia più sfrenata. Basta guardare la cupola di San Lorenzo in piazza Castello per capire cosa intendo. La chiesa dove è custodita la Sindone è di chiara impronta barocca, ed il nome di Guarino Guarini ne è la conferma. Lo stesso artista che è intervenuto in molti contesti leccesi, uno per tutti piazza Duomo, lasciandovi un’indelebile impronta di straripante e meraviglioso delirio, qui è un altro genio, disciplinato dall’aria che si respira in città. Di fronte alla chiesa, Palazzo Madama: Juvarra dà ariosità e senso del monumentale con una leggerezza che non mette soggezione.
Torino amica, che non ostenta, tranquilla, sicura di sé ed accogliente, come i suoi caffé liberty, tutti da ammirare nel loro legno intriso di belle époque. All’interno delle varie piazze visitate in uno strepitoso giro turistico prima di partire (grazie, Angela!) mostre fotografiche che simboleggiano la vivacità culturale posta tra grande passato e futuro tutto da definire. Per me, la prima volta che penso davvero di poter vivere in una città diversa da Roma. Le altre sono state dei passaggi interessanti, parentesi destinate a rimanere tali. A Torino mi fermerei. E d’altronde, una città che organizza un salone del libro di quali riconoscimenti altri ha bisogno? Basta l’idea così superbamente realizzata a nobilitarla ancor di più. Torino è magica, sì, anche nei suoi risvolti più ombrosi. Chiaroscurale ed inafferrabile come la Mole Antonelliana, troppo alta per il mio obiettivo fotografico, come forse Torino è troppo sabauda per il mio retaggio borbonico. E tuttavia mi piacerebbe smarrirmi sotto la guglia che sembra precipitarti addosso se ci si sdraia sulle panchine sottostanti.
Ma prima di morire, un giro a Roma lo farei ugualmente. Non esiste al mondo una città così scassata ed in(con)cludente come la mia Capitale. Ti accetta per come sei, non ti rimane che fare lo stesso. Non ha rigore, né disciplina, e si trastulla nel suo impareggiabile passato che riempirà il suo futuro fino alla fine dei tempi. Un museo a cielo aperto, regina di inevitabili ostentazioni (esiste un altro Colosseo?) a dispetto di un allineamento mancato con la modernità, che glielo rimprovera sempre nei più svariati modi. Fiera, Capitale, ma pronta a fare spallucce per ogni cosa, a deporre le armi al contrario dei suoi fondatori. Il menefreghismo di chi la sa lunga e reputa quasi tutto (col derby non si scherza) una sciocchezza effimera, sternuto della Storia.
Sì, senz’altro farei un giro a Roma, prima di morire.
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